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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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e  3  y-ié 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMOWIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MOROJNI  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO     XVI. 


VCL.  XXXVII. 
IN     VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA    EMILIANA 
UDCCCXLVl. 


^s.  . 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


-^©^•^ 


JUB 


JUC 


JUBE  DOMNE  BENEDICERE. 

Versetto  col  quale  si  domanda  la 
benedizione  prima  di  cominciare 
la  lerione.  La  parola  Jube  sta  qui 
in  vece  di  velis^  come  nel  prefazio 
nostras  voces ,  ut  adniitù  fubeas , 
per  admitti  velis.  Donine  per  sin- 
cope di  Domine.  V.  Nonnio  Mar- 
cello citato  dal  Macri,  al  cap.  IV. 
Avverte  il  Gavanto  sect.  V,  cap.  Il, 
che  dicendo  alcuno  l'uffizio  da  per 
se  solo  dirà  Jahe  Domine^  perchè 
domanda  la  benedizione  da  Dio; 
lo  stesso  osservandosi  nella  messa 
al  vangelo  dal  sacerdote.  Il  Sar- 
nelli  nelle  Leu.  eccl.  tom.  IV, 
lett.  VII,  p.  i5,  spiegando  tal  ver- 
setto, avverte  che  il  lettore  doman- 
dando la  benedizione  al  sacerdote 
ebdomadario  ,  lo  chiama  Donine  , 
perchè  quando  si  recita  privata- 
mente r  uffizio  si  dice  Domine , 
chiedendosi  la  benedizione  imme- 
diatamente da  Dio.  Quando  poi  il 
vescovo  celebra  l'uffizio  e  canta  la 
lezione,    dice  Jube  Domine  benedi' 


cere,  e  il  coro  risponde  Amen;  non 
convenendo  che  il  superiore  doman- 
di la  benedizione  all'inferiore.  Se 
però  canta  il  primo  in  coro,  per- 
chè non  è  superiore  j  dice  Jube 
Domne  ;  ed  il  secondo  in  coro  di- 
ce le  parole  della  benedizione,  co- 
me spiega  ancora  il  p.  Emmanue- 
le  Ezevedo,  Exercitat.  de  divino 
officio,  Venetiae  1783,  p.  116.  Di 
ciò  ne  parlammo  ancora  agli  arti- 
coli Dio,  DoM,  e  DoMiNus.  Quan- 
to poi  fa  il  Papa  nella  sua  cap- 
pella pontificia  nel  mattutino  della 
notte  di  Natale^  lo  si  disse  nel  vo- 
lume IXj  p.  1 1  o  e  III  del  Dizio- 
nario. Il  Macri  nel  Hierolexicon  e 
nella  Not.  de' voc.  eccl.  dice  che  i 
greci  ancora  usano  questo  titolo 
sincopato^  dicendo  Kyros  agli  uo- 
mini e  non  Kyrios,  che  sì  dà  al 
solo  Iddio. 

JUCA.TAN  (Jucatan).  Città  con 
residenza  vescovile  nell'America  set- 
tentrionale, chiamata  ancora  Meri' 
day  Emeriten  ,    Merida  o    En>€rita 


6  JUC 

Nova,  neirindie  occidentali.  Jucatan 
o  Yucalan  ovvero  Menda  è  capo- 
luogo   dello    stato    di   Jucatan  nel 
Messico    o    federazione    Messicana. 
Giace  in  un'arida  pianura,  che  dai 
inedii  colli  si  estende  al  golfo  del 
Messico.  JNon  ha  grande  estensione, 
ma  è  ben  fabbricata,  ed  otto  stra- 
de rettilinee    conducono    tutte  alla 
gran  piazza  centrale,  che  è  abbel- 
lita da   diversi    edifìzi,    come  dalla 
cattedrale  e  dal  palazzo  del  gover- 
no. Vi  sono  manifatture    di   coto- 
ne e  buoni    artefici    in    rame.  Vi 
risiede    la    corte    di    giustizia    per 
gli  stati  di  Yucalan,  Tabasco  e  di 
Chiapa.  Lungo  la  via  boreale  del- 
la città    per    Bacalar  s*  incontrano 
molti  antichi  ruderi,  ed    assai  più 
e  meglio  mantenuti  nella  via   me- 
ridionale,   per  lo  che    può     dirsi  , 
che  il  lato  orientale  dello  stato  di 
Yucatan  ne    ridondò.    11    più  con- 
servato    è     un    grandioso     edifìzio 
quadrato,  che  i  naturali  chiamano 
OxmiUal  ,  che    misurato    verso    il 
\']5o    si  trovò    di    600    piedi    in 
ognuna  delle    quattro  faccie,  e  gli 
interni  appartamenti,    il  corridoio, 
j    pilastri     sono     lutti    decorati   di 
bassirilievi,  che  rappresentano  ser- 
penti,   lucertole,    ed    altri    rettih. 
La  prima  conoscenza   del  Yucatan 
si    deve    al   i5o2,  ed  a    Cristoforo 
Colombo,  e  Diaz  de    Solis  che  lo 
accompagnava    vi  pose  pel    primo 
il   piede    nel    i5o8  ;    ma    la  vera 
sua  scoperta  si  attiibuisce  a  Fran- 
cesco Hernandez    de    Cordova,  ric- 
co colono  dell'  Avana,   che   agli  8 
febbraio   iSiy  prese  terra  al  capo 
Caloche,  ma  con  infelice  spedizio- 
ne ;  ne    vendicò    1*  onor   nazionale 
il  castigliano  Giovanni  di  Gnjalva. 
Indi    la   conquista   fu  compita  nel 
1527    da    Francesco    de    Montejo, 
e    la    regione    prese    il  nome    di 


JUC 

Nuova  Spagna,  perchè  assoggetta- 
ta alla  monarchia  di  questo  nome. 
Seguì  lo  stato  i  destini  del  Mes- 
sico, cosi  la  città  di  Jucatan  o 
Merida. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  per 
tutta  la  provincia  del  Yucalan,  ad 
istanza  dell*  imperatore  Carlo  V, 
nel  i547  dal  Papa  Paolo  III;  le 
fu  assegnato  per  mensa  ottomila 
pezze,  e  dichiarata  sulfraganea  del- 
la metropoli  di  Messico,  come  lo 
è  tuttora.  I  vescovi  Giovanni  di 
6.  Francesco  e  Giovanni  Porta,  fu- 
rono nominati  ma  non  consecrati, 
quindi  il  primo  vescovo  può  dirsi 
Francesco  di  Toral,  provinciale 
francescano  della  provincia  del  s. 
Evangelo;  fu  preconizzato  da  Pio 
IV,  consacrato  nel  1662,  e  mori 
nel  iSyi.  Fra  i  suoi  successori 
noteremo  particolarmente  il  vesco- 
vo Gonzalez  de  Salazar  agostiniano, 
nominato  nel  1608  da  Paolo  V: 
governò  la  sua  chiesa  col  massimo 
zelo,  ed  occupossi  particolarmente 
in  distruggere  l'idolatria  ;  rovesciò 
ventimila  idoli,  e  si  meritò  gli  e» 
logi  di  detto  Pontefice,  che  lo  fe- 
licitò con  una  lettera;  mori  nel 
i636,  dopo  di  aver  convertito  più 
di  quindicimila  indigeni.  Nel  secolo 
passato,  dopo  lunga  sede  vacante, 
Benedetto  XIV  nel  concistoro  dei 
6  marzo  174^  dichiarò  vescovo  di 
Jucatan  fr.  Matteo  di  Zamora  fran- 
cescano, il  quale  ebbe  i  seguenti  suc- 
cessori. Nel  1 745  fr.  Francesco  di  s. 
Bonaventura  y  Texada,  traslato  da 
Tricala  in  pavlibiis  e  dal  sufiraga- 
nato  di  Cuba.  Nel  1753  fr.  Igna- 
zio dePadilia  agostiniano,  traslato 
dall'  arcivescovato  di  s.  Domingo. 
Nel  1762  fr.  Antonio  Alcalde  do- 
menicano. Nel  1772  Diego  de  Pe- 
redo  traslato  da  Cartagena.  Nel 
1775  Antonio  Cavallero    y    Gon- 


JUD 

gora  traslalo  da  Chiapa.  Nel  1779 
Lodovico  de  Pian-y-Mazo  bene- 
dettino. Nel  1797  Pietro  Agosti- 
no Estevez-y-Ygarte  della  diocesi 
di  Canarie.  Per  morte  di  esso  il  re- 
gnante Papa  Gregorio  XVI,  nel 
concistoro  de' 17  dicembre  i832, 
dichiarò  vescovo  di  Jucatan  V  o- 
dierno  monsignor  Giuseppe  Maria 
Guerra  nato  nel  Messico,  già  arci- 
diacono di  questa  cattedrale  e  par- 
roco in  diverse  cure. 

La  cattedrale,  ottimo  ed  elegan- 
te edifizio,  è  dedicata  a  Dio,  sotto 
il  titolo  di  s.  Idelfonso,  con  fonte 
battesimale,  essendo  la  cura  delle 
anime  affidala  a  due  lettori.  11  ca- 
pitolo si  compone  di  quattro  di- 
gnità, la  prima  delle  quali  è  il 
decano,  e  di  diversi  canonici,  bene- 
ficiati, oltre  altri  preti  e  chierici 
addetti  all'uffiziatura  delia  medesi- 
ma. L'episcopio,  edifizio  di  buona 
struttura,  resta  vicino  alla  catte- 
drale. Olire  la  parrocchia  di  que- 
sla^  nella  città  vi  sono  altre  chie- 
se parrocchiali  munite  di  batti- 
sterio,  un  monastero  di  monache, 
alcuni  conventi  di  religiosi,  diverse 
confia  terni  te,  ospedale  e  seminario. 
La  diocesi  è  amplissima,  estenden- 
dosi per  circa  mille  leghe,  ed  ab- 
braccia più  città  e  luoghi.  I  frut- 
ti della  mensa  vescovile  sono  tas- 
sati ne'  libri  della  camera  aposto- 
lica in  fiorini  33,  ascendendo  le 
rendite  ad  8000  pondtrum  illius 
monetae. 

JUDICAELE  (s.).  Successe  a  suo 
padre.  Judaele  nella  signoria  di 
Domnonea  nella  Bretagna,  e  prese 
il  titolo  di  re;  ma  nel  616  rinun- 
ziò alla  sovranità,  ed  abbracciò  lo 
stato  religioso  a  Gael,  monastero 
allora  governato  da  s.  Mevenno. 
Poco  dopo  fu  costretto  a  ripren- 
dere il  governo  del  principato.  Tra 


JUN  7 

le  pie  fondazioni  da  lui  falle,  evvi 
l'abbazia  di  Painpont,  nella  diocesi 
di  s.  Malo.  Per  prevenire  una  guer- 
ra pericolosa  si  lasciò  persuadere 
da  .s.  Eligio  a  rendere  omaggio  a 
Dagoberto,  e  non  andò  guari  che 
fece  ritorno  al  monastero  di  Gael, 
ove  visse  nella  pratica  delle  virtù 
religiose,  e  mori  la  notte  del  16 
al  17  dicembre,  circa  la  metà  del 
secolo  VII.  Neir878  le  sue  reliquie 
furono  trasferite  presso  i  benedet- 
tini dell'abbazia  di  Marne  nel  Poi- 
touj  poscia  detta  di  s.  Giovino. 
Egli  è  nominato  a*  16  dicembre 
nel  martirologio  di  Francia  ed  in 
quello  de'  benedettini  ;  ma  l'antico 
calendario  di  s.  Mevenno  non  ne 
fa  menzione  che  il  di  appresso. 

JULTANIA.  Sede  vescovile  del- 
l'Armenia maggiore  sotto  il  catto- 
lico di  Sis,  il  di  cui  vescovo  Gio- 
vanni fu  inviato  al  Papa  Gregorio 
XIII,  dal  cattolico  Azaria. 

JUNCA.  Sede  vescovile  della 
Mauritiana  Cesariana  ,  nell'  Africa 
occidentale,  sotto  la  metropoli  di 
Giulia  Cesarea,  di  cui  fu  vescovo 
Glorino,  esiliato  da  Unnerico  re  dei 
vandali  nel  4^4- 

JUNCA  o  JUNGA.  Sede  vesco- 
vile della  Bizacena  nell'  Africa  oc- 
cidentale, sotto  la  metropoli  di  A- 
dramito.  Ne  furono  vescovi  Valen- 
tiniano  che  nel  4^  '  trovossi  alla 
conferenza  di  Cartagine;  Tertullo 
esilialo  nel  4^4  ^^  Unnerico  re 
de'  vandali  ;  Verecondo  del  552  o 
553;  e  Numidio  che  nel  64 1  sot- 
toscrisse la  lettera  del  concilio  Bi- 
zaceno  ,  all'  imperatore  Costantino 
Eraclio  contro  i  monoteliti.  Ivi  fu 
tenuto  nel  524  uii  concilio,  conci- 
cilium  Juncense,  presieduto  da  s. 
Fulgenzio  vescovo  di  Ruspa,  e  con- 
tro il  vescovo  Vincenzo  che  avea 
esleso    la    sua    giurisdizione   sopra 


8  JtJN 

alcune  popolazioni  che  non  gli  ap- 
partenevano. Reg.  tom.  XI;  Labbé 
tona.  IV;  Arduino  tom.  II. 

JUJVOPOLIS  o  JONOPOLI.  Se- 
de Tcscovile  della  Paflagonia  Me- 
diterranea neir  esarcato  di  Ponto  , 
sotto  la  metropoli  di  Gangres  o 
Gangra.  Fu  eretta  nel  IV  secolo, 
e  fu  detta  ancora  Jerapoli  o  Gi- 
nopolL  Altri  dicono  ch'essendo  con- 
sacrata ad  Esculapio,  chiamossi  A' 
bonotichos.  Alessandro  1*  impostore 
che  l'ottenne  dall'  imperatore,  le 
diede  il  nome  di  Junopoli.  Ne  oc- 
cuparono la  sede  i  vescovi  Petro- 
nio; Diogene  che  sottoscrisse  la 
contestazione  di  que'  vescovi  che 
non  volevano  si  cominciasse  la  ce- 
lebrazione del  concilio  d'Efeso  pri- 
ma dell'arrivo  di  Giovanni  d'  An- 
tiochia ;  Reno  che  fu  al  concilio  di 


JUW 

Calcedonia;  Iperio  che  sottoscrìsse 
la  lettera  de*  vescovi  di  sua  pro- 
vincia all'imperatore  Leone;  Gior- 
gio che  trovossi  al  sesto  concilio 
generale  ;  Eraclio  che  fu  al  settimo  ; 
Antesio  che  intervenne  all'ottavo; 
e  Gregorio  che  fu  al  concilio-  di 
Fozio.  Oriens  chrisL  tom.  I,  p.  5S^. 
Al  presente  Junopoli  o  Jonopoli , 
Jonopolilany  è  un  titolo  vescovile 
in  partibus  che  conferisce  il  Papa, 
sotto  l'arcivescovato  in  partibus  di 
Gangra.  Lo  portarono  da  ultimo  i 
prelati  Carlo  Francesco  Magdonell 
e  Ferdinando  Corbi  napoletano , 
cappellano  aulico  del  re  delle  due 
Sicilie,  il  quale  fu  nominato  dal 
Pontefice  regnante  Gregorio  XVI, 
nel  concistoro  de*  3o  settembi'C^ 
i833. 


RAL 


KAL 


I( 


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ACHINA.  Città  vescovile  di 
Moscovia,  la  cui  sede  fu  riunita  a 
quella  di  Tuver  capitale  del  du- 
cato, che  Giovanni  Basilowitz  ag- 
giunse agli  stati  del  czar. 

KADEZADELITA.  Setta  mao- 
mettana che  si  dislingue  per  al- 
cune cerimonie  che  pratica  in  os- 
sequio de'  morti,  e  nelle  orazioni 
che  si  fanno  per  essi.  Ne  fu  autore 
Burgali-Effendi.  V.  il  Marracci  nel 
suo  Prodromus  ad  refutationem  Ai- 
Corani^  tom.  IV,  pag.    i5. 

RALISCH  (Callisien).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  di 
Polonia,  sotto  il  dominio  della  Rus- 
sia, capoluogo  del  palatinato  del 
suo  nome,  Callisìensis  palatinatus , 
antica  provincia  della  Polonia  in- 
feriore. Giace  su  tre  diramazioni 
del  fiume  Posna,  in  una  fertile  e 
deliziosa  vallata.  E  cinta  da  un 
muro  fiancheggiato  di  torri  rovi- 
nose, con  quattro  porte.  Rinchiude 
dieci  chiese,  due  monasteri  di  re- 
ligiose, un  convento  di  religiosi,  un 
ginnasio  cattolico,  una  scuola  mi- 
litare dalla  quale  escono  prodi  uffi- 
ziali,  e  vi  si  contano  duecento  ca- 
detti allievi.  Avvi  un  teatro,  un 
bel  giardino  pubblico,  una  casa  di 
carità,  tre  ospedali,  una  sinagoga. 
Le  strade  sono  larghe  e  bene  la- 
stricate, distinguendosi  quella  di 
Breslavia  e  di  Varsavia  ;  molte  an- 
che vedonsi  fiancheggiate  di  albe- 
ri. Le  case  sono  bene  fabbricate , 
e  fra  gli  edifizi  più  osservabili  si 
contano  il  palazzo  della  woiwodia, 
m,  cui  risiedono  i  tribunali^  la  cat- 


tedrale di  s.  Giuseppe,  la  chiesa 
di  s.  Nicola,  e  quella  de*  luterani. 
L' industria  vi  è  attiva.  A  poca 
distanza  da  questa  città  presso  Za- 
widzc,  il  generale  svedese  Marde- 
feld  fu  completamente  battuto  e 
fatto  prigioniero  dall'  armata  com- 
binata agli  ordini  del  re  di  Polo- 
nia Augusto  II  nel  1706.  Quanto 
al  palatinato,  una  porzione  di  esso 
fu  unita  alla  Prussia  nel  1773,  ed 
il  restante  nel  1793-  Colla  pace 
di  Tilsit  venne  incorporato  al  gran- 
ducato di  Varsavia ,  e  quindi  al 
nuovo  regno  di  Polonia. 

Kalisch  o  Ralisz,  Calisia,  è  re- 
sidenza del  vescovo  di  Uladislavia 
(P^edi),  ed  è  distante  dieciotto  mi- 
glia da  quella  città.  La  sede  di 
Uladislavia,  di  cui  è  concattedrale 
Ralisch,  ebbe  origine  nel  1170, 
quando  vi  fu  trasferita  quella  di 
Gruxvis  suffraganea  della  metropoli 
di  Gnesna.  Ma  poi  Uladislavia  e 
Ralisch  furono  dichiarate  suffraga- 
nee  dell'arcivescovo  di  Varsavia,  e 
lo  sono  tuttora.  Il  vescovo  di  Ula- 
dislavia ha  due  suffraganei,  uno 
in  Uladislavia,  1'  altro  in  Cuj'a' 
vìay  nel  luogo  di  Cedano  nella 
stessa  diocesi  di  Uladislavia.  Al 
presente  il  suffraganeo  di  Cujavia 
non  vi  è,  essendo  stato  V  ultimo 
Lodovico  Gorski  chierico  regolare 
delle  scuole  pie  di  Cracovia,  fatto 
suffraganeo  e  vescovo  di  Cesaropoli 
in  partibus  da  Pio  VI,  nel  conci- 
storo de' 17  settembre  1781:  se- 
condo le  annuali  Notìzie  dì  Roma, 
lo  era  aacora  nel    1828.    Cujavia 


IO  KAM 

è  capoluogo  della  provincia  del 
suo  nome,  sulla  Vistola,  ai  confini 
degli  stati  prussiani.  Anticamente 
apparteneva  al  vescovato  di  Kruscli- 
wilz  o  Cruxvis,  Cruscviciurn ^  il  di 
cui  vescovo  portava  anche  il  nome 
di  Cujavia.  Una  porzione  della 
provincia  di  Cujavia  col  capoluogo 
passarono  sotto  il  dominio  della 
Prussia  nel  1773,  epoca  del  pri- 
mo smembramento  della  Polonia, 
ed  il  restante  nel    1793. 

RAMEINEG  {Camecen).  Sede  arci- 
vescovile di  rito  greco  unito.  V.  Ga- 
MiNiECK,  e  Leopoli  cui  è  unita. 

KAMINlECK(Crt/7ie«eae«).  Cit- 
tà  con  residenza  vescovile  in  Po- 
lonia nel  dominio  russo,  capoluogo 
del  governo  di  Podolia  e  del  di- 
stretto del  suo  nome.  Giace  sul- 
la riva  sinistra  dello  Smokrycz,  a 
qualche  distanza  dal  suo  confluen- 
te col  Dniester.  È  difesa  da  una 
fortezza  situata  sopra  una  roccia, 
e  che  deve  la  sua  forza  più  alla 
natura  che  all'arte,  ma  una  mon- 
tagna vicina  la  domina.  La  città 
è  ben  fabbricata,  senza  essere  re- 
golare :  gli  edifizi  più  osservabili 
sono  la  cattedrale  cattolica,  un  an- 
tico minaretto  turco,  su  cui  s'in- 
nalzò una  statua  della  Beala  Ver- 
gine in  bronzo  dorato,  i  cui  piedi 
appoggiano  sopra  una  mezza  luna, 
e  la  cui  testa  è  cinta  di  stelle;  la 
chiesa  armena,  i  conventi  dei  do- 
menicani e  dei  carmelitani,  l'antico 
collegio  de'  gesuiti,  ed  il  palazzo 
dell'arcivescovo  greco.  Evvi  un  col- 
legio, e  gli  ebrei  sono  assai  com- 
mercianti. Nelle  sue  vicinanze  tro- 
vasi uu  lago  salmastro  da  cui  si 
ricava  molto  sale.  Questa  città  che 
alcuni  credono  corrispondere  alla 
Cledipava  degli  antichi,  fu  fondata 
nel  XVI  secolo  da  un  principe  di 
Lituania,  che  conquistò  la  Podolia 


KAM 

sui  tartari  ;  essa  fu  considerata  lun- 
go tempo  come  il  baluardo  della 
Polonia  dal  lato  della  Turchia.  Fu 
quasi  totalmente  abbruciata  nel 
1669,  e  resistette  alle  armate  dei 
turchi  ,  de*  tartari ,  de*  Iransilvani 
e  de'  vallachi.  I  primi  la  presero 
nel  1672,  e  non  la  restituirono 
alla  Polonia  che  per  la  pace  di 
Carlowitz  nel  1699.  I  russi  vi  en- 
trarono il  20  aprile   1793. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel 
i4«4>  col  trasferirvisi  il  vescovo  la- 
tino di  Halits ,  sufFraganeo  della 
metropoli  di  Leopoli,  ma  cessò  di 
esistere  sotto  il  mentovato  domi- 
nio turco  ;  laonde  i  re  di  Polonia 
nominavano  un  vescovo  titolare. 
Clemente  XII  nel  concistoro  degli 
II  maggio  1733  vi  traslatò  il  ve- 
scovo di  Livonia  Agostino  Wessel; 
indi  nel  1739  gli  diede  per  suc- 
cessore Wenceslao  Sierakowski  e- 
gual mente  trasferito  da  Livonia. 
Benedetto  XIV  nel  1742  vi  no- 
minò Nicola  Dembowski  di  Plosko, 
e  Clemente  XllI  nel  1759  Adamo 
Rrasinski  di  Cracovia,  a  cui  Pio 
VI  nel  1775  diede  per  coadiutore 
con  futura  successione  Giovanni 
Nicola  Dembowski  di  Plosko,  che 
fece  vescovo  di  Draso  in  paitihus. 
Dopo  r  intera  divisione  del  regno 
di  Polonia,  negli  ultimi  anni  di 
Caterina  II  imperatrice  delle  Rus- 
sie, molto  soffri  la  cattolica  reli- 
gione nelle  provincie  già  apparte- 
nenti a  quel  regno,  ed  il  vescova- 
to di  Kaminieck  con  altri  fu  abo- 
lito, senza  l' intervento  della  pon- 
tificia autorità;  la  mensa  episco- 
pale, quella  del  capitolo,  e  le  ren- 
dite de'  religiosi  de'  due  sessi  sof- 
frirono lo  spogliamento.  Pio  VI 
ricorse  all'  imperatrice  ,  e  quando 
sembrava  venire  a  negoziazioni  mo- 
ri nel   1796.  Le  successe    l'impe- 


RAM 

ratore  Paolo  I,  a  cui  il  Papa  inviò 
per  nunzio  il  prelato  Litta,  al  quale 
1  insci  riordinare  le  cose  ecclesiasti- 
che,   in    un  ^1    liprislinamento  di 
questa  sede,  ed  alla  diocesi  di  Ca- 
niienecz  si  aggregò  tutta  la  Podo- 
lia,  al    cui    vescovo    venne    fìssalo 
per  assegnamento  seimila    rubli  di 
argento,  con  un  suffiaganeo.  Laon- 
de Pio  VI  a'  i6  ottoìjre   1798  ne 
dichiarò  vescovo  il    nominato  Gio. 
Wicola  già  di  Draso,  essendo  slato 
pur  da  lui  fatto    suffraganeo    sino 
dal    1778  Ignazio  Druski    di  Cra- 
covia, col  titolo  vescovile    in  parti- 
bus  di  Ebron.  A  Gio.  INicola,  Pio 
VII  dichiarò    successore    l'odierno 
vescovo  monsignor  Francesco  Bor- 
gia Machiewicz  di  Cracovia  :  a  que- 
sto Leone  XII  a'  28  giugno   1828 
avea  dato  per  suflfraganeo    Ignazio 
Pawlowski,    facendolo    vescovo    di 
Megara  in  partihus.    Quando    Pio 
VI  istituì  l'arcivescovato  di  Mobi- 
le w,  dichiarò    questa    sede    sufTra- 
gauea  di  quella  metropolitana  e  lo 
è  tuttora.  In  questa  città  non  solo 
vi  risiede    il  vescovo ,    ma    ancora 
un  arcivescovo  scismatico  che  pren- 
de il  titolo  di  arcivescovo    di  Po- 
dolia  e  di  Bratzlaw.  Le  parrocchie 
erano  ottantuna,  oltre    tre  succur- 
sali,  con  cinquanlaquattro    cappel- 
le. Il  numero  de'  sacerdoti    ascen- 
deva a    centottanlaquattro.    Vi    a- 
veano  i  loro  conventi    i  francesca- 
ni del  terzo  ordine,  i  cappuccini, 
i  domenicani,  i  carmelitani    scalzi, 
i  francescani,  i  trinitari,  con   ven- 
ticinque conventi.    Il  seminario  da 
ultimo  av^a^^uindici  alunni.  Il  ve- 
scovo   godeva    la    pensione   di  sei- 
mila rubli.  I  servi  addetti   ai    vil- 
laggi del  clero  secolare  erano  mille 
novecentoquarantasei  ;  i  suoi  capi- 
tali   ammontavano    a    ventunmila 
rubh  ,  le  annue  rendite   a    dodici- 


REI  II 

mila.  I  servi  addetti  al  clero  re- 
golare de' due  sessi,  perchè  eravi 
pure  un  monastero  di  njonache, 
erano  mille  settecentosessantacinque; 
i  capitali  valutati  in  rubli  io5,525, 
mentre  le  annue  rendite  si  calco- 
lavano  15,779. 

RARLEL.  Luogo  della  Scozia 
ove  fu  tenuto  un  concilio  l' anno 
1 138.   Anglic.  tom.  I. 

RASR  o  ROSR.  Sede  vescovile 
della  provincia  patriarcale  o  del 
cattolico  nella  diocesi  di  Caldea 
presso  Bagdad,  che  fu  riunita  a 
iSahatowan  dopo  essere  slata  de- 
vastata dalle  guerre.  Oriens  chrisC. 
tom.  I,  pag.    1 177. 

REIMBURGH  Massimiliano  Gan- 
DOLFO,  Cardinale.  Massimiliano  Gan- 
dolfo  de'  conti    di    Reimburgh    o 
Rieimburgh  ossia  Ruenburgh,  nato 
in  Gratz  nella    Sliria,  ebbe  la  dis- 
grazia  di     perdere    nella  sua    fan- 
ciullezza    i   genitori.     Portatosi     in 
Roma  atlese   agli    studi  nel    colle- 
gio germanico,  indi  nel    i643    ot- 
tenne   un    canonicato    nella    chiesa 
di  Eichstett,  e  nel    i654  «n   altro 
in  quella  di    Salisburgo.   Ritornalo 
in  Germania,  fu  promosso  in  detto 
anno  da    Innocenzo  X  al  vescova- 
to di  Lavant,    dal    quale  Alessan- 
dro VII    lo    trasferì    a    quello     di 
Secovia  ;  finalmente    il  capitolo  di 
Salisburgo    nel    1668    lo    elesse    a 
pieni  voti  a  suo  arcivescovo,  dove 
in  tempo  di  carestia  distribuì  quan- 
to  grano  aveva    ne'  suoi  granai  ai 
poveri  della  città  e  della  diocesi,  e 
somme    immense  di  denaro.     Fece 
edificare    nella    sua    metropolitana 
sei  altari  di    nitido    marmo,    e  in- 
trodusse nella  città  la  divozione  del- 
le quaranta  ore    e  molte  pie   con- 
fraternite .     Celebrava    ogni    gior- 
no    con     esemplare     divozione     il 
divino    sacrificio  ;    teneva    per    sé 


li  KEI  KEI 

slesso    le  sacre  ordinazioni,  e  pre-      un    nuovo    edifizio    di    prodigiosa 
dicava    al    popolo    le    evangeliche     grandezza.  In  premio  di  tante  be- 
verità.    Nel    tempo    stesso    non  la-     nemerenze,  Innocenzo  XI  ai  2  set- 
sciò  di    promovere    i   buoni    studi,  tembre     1686    lo    creò    cardinale 
di  cui  fu  mecenate.  Difensore  acer-  prete,  dignità  che  solo  godè  per  ot- 
rimo  della  cattolica  religione,  cac»  to  mesi,  essendo  morto  ai  3  maggio 
ciò  l'eresia  non  solo  dalle  città,  ma      1687^  pieno  di  meriti,  in  età  di  ses- 
eziandio  dalle  montagne  e  dai  luo-  santacinque  anni.  Fu  sepolto  nella 
ghi    inaccessibili    e    secreti.     Som-  sua  metropolitana   innanzi    l'altare 
ministrò    all'imperatore   soccorsi  di  di  s.  Francesco,    nella    cui  cappella 
denaro,  di  genti  e  di  armi  per  la  al  lato  sinistro  fece  costruire  un  no- 
guerra   contro    il    turco    e    contro  bile  monumento  di  marmo  coH'ef- 
la  Francia.    Provvide   i    suoi   stati  figie  del    defunto    e  magnifico  elo- 
di zelanti  missionari,  onde  mante-  gio  il    suo    successore    di     Thunn. 
nere  nel  suo  vigore  la  fede,  e  fon-  Ne  descrissero  le    gesta  il  p.  Ren- 
do   nuove   parrocchie,    assegnando  sizio  nella     Germania  sacra  t.    II, 
al  governo  delle     anime    sacerdo-  p.  822,    ed    il     p.     Mezger    nella 
ti    dotti    ed    esemplari   ,    essendo  Storia  di    Salisburgo  p.  974-    Fu 
premuroso  che    il  popolo  fosse  nei  principe  di  spirilo    benigno  e  cle- 
di  festivi  istruito  ed  ammaestrato,  mente,  amante  della  tranquillità  e 
Poco  mancò    che  una  morte    ino-  della    quiete,    cortese    ed    affabile 
pinata  troncasse  il  corso  di    tante  con   tutti,    zelante   difensore    della 
gloriose    imprese;    dappoiché  stac-  fede    ortodossa  che    promosse    con 
catosi  all'  improvviso    dalla  monta-  grande  ardore,  diligente  custode  dei 
gna  detta  de' Monaci,  clie  sovrasta  sacri  riti     e  delle  cerimonie  eccle- 
alla  città  di  Salisburgo,    un  maci-  sliche,  amatore  del  decoro  dei    sa- 
gno di  smisurata  mole,  nel  cadere  cri   templi.     Protettore    de'dotli,  a 
rovinò  il  seminario  colla  chiesa  di  vantaggio    di    essi  lasciò     una  ma- 
s.  Marco  e    tredici  abitazioni,  col-  gnifica    biblioteca    piena    di    ogni 
la    morte    di    duecento    persone;  genere  di    ottimi    libri.     Singolare 
r  arcivescovo    quasi    oppresso    dal-  fu  la    sua    divozione    verso  la    ss. 
le    rovine,     scampò    per    prodigio  Vergine,  alla  quale  edificò  la  chie- 
da  quell'orribile  infortunio.    Fon-  sa    detta    della    Madonna    Consoia- 
dò    una   collegiata    in    Sekunchen,  trice  presso     Salisburgo,  nel  luogo 
una    parrocchia     in     Lungau  ,    e  chiamato  Plain. 
quattro     monasteri     di    agostinia-  KEINA    (s.).    Discendente     da 
ni    non    molto    distanti    da  Salis-  Dragano,    principe    di    una    parte 
burgo  ,     assegnando    loro    quattro  del  paese  di  Galles,  menò  vita  da 
buone  chiese  con  rendite  sufficienti,  rinchiusa  iu    un    bosco    della  pro- 
ollre    un  orfanotrofio    pei    fanciulli  vincia  di  Sommerset,    il  quale  era 
poveri.  Fece  edificare  per  comodo  poco  lungi  da  Bristol.  I  gallesi  la 
de'suoi  canonici  due  magnifici    pa-  soprannominarono  la     f^ergine  per 
lazzi,  e  un  terzo  in  vantaggio  dei  eccellenza.     Dicesi     che    sia  morta 
suoi  congiunti.  Volle  che  la  piazza  nella  sua  patria  nel    quinto  o  se- 
adiacente   alla    metropolitana  fosse  sto     secolo.     Parecchi    luoghi    del 
lastricata  di  pietre    quadrate,  e  la  paese  di  Galles  hanno   dei   monu- 
iòrtezza  della  città  ben  munita  eoa  menti»  donde   scorgesi    ch'ella  era 


REM 

onorata  anticamente  con  grande 
venerazione.  La  sua  festa  è  ripor- 
tata dal  Butler  agli  8  di  ottobre. 
REMP  Giovanni  ,  Cardinale. 
Giovanni  Kemp  nacque  in  Visa- 
cantiana  o  Vejacantiana,  luogo 
oscuro  d'Inghilterra  j  dopo  aver 
applicato  con  gran  fervore  allo 
studio  delle  leggi  nell'  università 
di  Oxford,  in  premio  di  sua  scien- 
za ed  erudizione,  laureato  in  quella 
facoltà  e  resosi  celebre  per  la 
straordinaria  sua  pietà,  fu  eletto 
dall'  arcivescovo  di  Cantorbery  so- 
praintendente  di  tutti  gli  affari 
ecclesiastici  della  sua  diocesi,  ossia 
vicario  generale,  e  dal  re  giudice 
delle  cause  civili  nel  ducato  di 
Normandia,  ed  arcidiacono  di  Dur- 
ham.  Fu  quindi  promosso  da  Mar- 
lino  V  nel  142 1  alla  chiesa  di 
Londra j  nel  14^2  a  quella  di 
Rochester,  nel  14^5  all'arcivesco- 
vato di  York,  e  alla  carica  di 
presidente  supremo  e  di  gran  can- 
celliere del  regno.  Eugenio  IV  ai 
18  dicembre  14^9  nel  concilio 
generale  di  Firenze  lo  creò  cardi- 
nale prete  del  titolo  di  s.  Balbina 
e  legato  della  santa  Sede  in  Inghil- 
terra ;  indi  passò  sotto  Nicolò  V 
al  vescovato  di  s.  Ruffina  che  quel 
Papa  smembrò  da  Porto,  e  nel 
i45»2  lo  fece  arcivescovo  di  Can- 
torbery. Prima  che  lo  divenisse, 
ed  essendolo  Enrico,  siccome  que- 
sti pretendeva,  sotto  pretesto  della 
sua  dignità  arcivescovile,  di  pren- 
der la  mano  in  pubblico  parla- 
mento al  cardinale,  Eugenio  IV 
scrisse  una  lettera  ad  EnricOj  nel- 
la quale  rilevò  che  la  dignità  car- 
dinalizia godeva  la  preeminenza 
sopra  non  solo  gli  arcivescovi,  ma 
ancora  sui  patriarchi.  Dopo  avere 
il  cardinale  conseguito  tanti  onori, 
morì  in  Cantorbery    a'  22  marzo 


REM  i3 

i45>4  o  i45^j  e  fu  sepolto  nella 
metropolitana  in  elegante  avello, 
lasciando  una  memoria  celebre  per 
probità  e  dottrina. 

KEMPIS  (da)  Tommaso.  Pio  e 
dotto  canonico  regolare,  nato  ver- 
so il  i38o  nella  diocesi  di  Colo- 
nia, nella  città  di  Rempen  (  pro- 
vincia di  Cleves-Berg  nell'  odierna 
Prussia  Renana  )  da  cui  prese  il 
cognome,  ma  venne  ancora  di- 
stinto con  quello  di  Heramerlein 
che  in  tedesco  significa  malleo- 
liiSf  e  nel  nostro  volgare  mar- 
tellino :  nulla  però  ha  che  fa- 
re con  l'altro  Hemmerlein  sopran- 
nominato anch'egli  Malleolo,  che 
fiorì  circa  il  i444-  ^^  furono  ge- 
nitori Giovanni  e  Gertrude,  i  qua- 
li vivendo  del  lavoro  delle  loro 
mani,  l'inviarono  nell'età  di  tre- 
dici anni  a  Deventer  per  istudiare. 
Quindi  Tommaso  entrò  nella  co- 
munità de'poveri  secolari  fondata 
da  Gerardo  il  Grande  detto  Groot, 
vi  fece  grandi  progressi  nella  scien- 
za e  nella  pietà  nello  spazio  di 
sette  anni  ;  poscia  fu  ammesso  nel 
1899  nella  canonica  de'canonici 
regolari  sotto  la  regola  di  s.  Ago- 
stino, del  monte    s.  Agnese  pn 


Zwol  o  Zwolle  della  congregazione 
diWindhsaim  nella  diocesi  d'Utrecht, 
dove  Giovanni  suo  fratello  mag- 
giore era  priore.  Tommaso  ne  ve* 
stì  l'abito  nel  i4o6,  professò  nel 
seguente  anno,  e  venne  ordinato 
sacerdote  nel  14^3.  Egli  vi  si 
distinse  per  la  sua  pietà  Somma 
e  per  la  sua  obbedienza  e  rispetto 
a'suoi  superiori,  per  la  sua  carità 
verso  i  suoi  confratelli,  e  per  la 
sua  assidua  applicazione  al  lavoro 
ed  alla  preghiera.  Morì  in  Olan- 
da nella  città  di  Zwol  in  odore 
di  santità  il  24  o  2.5  luglio  i47f- 
Nel  1672  r  elettore  di  Colonia  fé- 


i4  KEM 

ce  cercare  il  suo  corpo,  e  si  rin- 
Tenne  quasi  .incorrotto  ;  quindi  nel 
1674  le  sue  reliquie  furono  pro- 
cessionalmente  trasportate  in  Co- 
lonia nella  chiesa  del  Corpus  Do- 
mini de'  canonici  regolari,  ed  in 
essa  tuttora  divotamente  si  custo- 
discono. Abbiamo  di  lui  moltis» 
sime  opere  di  divozione,  le  qua- 
li tutte  ispirano  una  pietà  te- 
nera, soda  ed  illuminata:  le  mi- 
gliori edizioni  si  fecero  in  Pa- 
rigi nell'anno  i549,  in  Colonia 
nei  1680,  ed  in  Anversa  nel  1607. 
Le  opere  comprese  in  queste  edi- 
zioni sono:  trenta  sermoni  ai  no- 
vizi ;  nove  discorsi  a'suoi  confratel- 
li ;  trentasei  discorsi  sull'Incarna- 
zione ;  alcuni  trattati  di  pietà,  in- 
titolati soliloqui  dell'anima  ;  il  giar- 
dino delle  rose  j  la  valle  de'  gi- 
gli ;  i  tre  tabernacoli  ;  la  disciplina 
de'claustrali  ;  il  fedele  dispensato- 
re; l'ospitale  del  povero;  il  dialo- 
go de'novizi  ;  gli  esercizi  spiritua- 
li ;  il  dottrinale  o  il  manuale  dei 
giovani;  la  compunzione  del  cuo- 
re; la  solitudine;  la  fragilità;  i 
manuali  de'monaci,  ec.  ;  l'elevazio- 
ne dello  spirilo  a  Dio;  il  piccolo 
alfabeto  del  monaco  ;  la  consola- 
zione de'poveri  e  degli  ammalati  ; 
sette  orazioni  ;  l'umiltà  ;  la  vita 
buona  e  pacifica;  la  vita  d'un 
buon  monaco;  le  vite  de' santi  del 
suo  ordine;  la  vita  di  s.  Ledwi- 
ge  ;  lettere,  orazioni  ed  inni.  L'ab- 
bate di  Choisy  tradusse  in  france- 
se una  parte  delle  opere  di  Tom- 
maso sotto  il  titolo  di  continua- 
zione del  libro  dell'Imitazione  ;  ed 
il  p.  La  Vallette  della  dottrina 
cristiana,  sotto  quello  di  Elevazio- 
ni a  Gesù  Cristo  sulla  sua  vita  e  i 
suoi  misteri,  Parigi  1728.  Queste 
opere  furono  ancora  tradotte  in 
idioma  italiano^  ed  in  altre  lingue. 


KEM 

Quanto  all'eccellente  libro  De  ini' 
mitatìone  Christi,  eh'  è  l' operetta 
più  voluminosa  che  abbia  lascia- 
to, per  consenso  universale  non 
vi  è  scrittore  ascetico  che  gli  pos- 
sa essere  superiore.  Non  vi  si  tro- 
vano le  sterili  aspirazioni  e  la  du- 
rezza della  disciplina  ;  ma  colla 
soavità  della  dottrina  insegnata  da 
Gesù  Cristo,  infonde  nel  cuore  u- 
mano  una  morale  celeste,  che  per- 
suade, consola  e  rapisce.  Il  succo 
dell'antico  e  nuovo  Testamento  vi 
si  trova  impastato  in  questo  pre- 
zioso trattato,  colla  dottrina  teo- 
logica de' santi  padri,  colla  storia 
ecclesiastica,  e  con  uno  stile  con- 
ciso e  penetrante.  Questo  libro 
venne  tradotto  in  tutte  le  lingue, 
in  che  si  occuparono  molti  uomini 
per  sapienza  chiari.  Si  fanno  ascen- 
dere a  trenta  i  soli  volgarizzamen- 
ti fatti  in  Italia,  tra' quali  primeg- 
giano quelli  di  Remigio  Fiorenti- 
no, del  caidinal  Enriquez,  e  di 
Antonio  Cesari.  Anche  in  Fran- 
cia, oltre  la  classica  traduzione  di 
tutte  le  opere  del  Kempis  fatta 
dall'abbate  di  Beilegurde,  da.  ul- 
timo (\e\V /rnifftzione  di  Cristo  fe- 
ce una  nuova  ed  encomiata  tra- 
duzione l'abbate  De  La-Mennais. 

A  tutti  sono  note  le  vive  contese 
ch'ebbero  luogo  per  stabilire  chi 
ne  fosse  l'autore.  Si  attribuì  a  s. 
Bernardo,  a  Giovanni  Gersone  o 
Charlier,  ed  a  Giovanni  Gersen  be- 
nedettino. 11  primo  che  attribuisse 
questa  opera  a  Tommaso  da  Kem- 
pis, fu  il  dotto  Jodoco  Badio 
Ascensio  stampatore  di  Parigi,  ma 
fiammingo  di  nazione,  che  fu  poi 
seguito  in  tale  opinione  da  altri. 
Sebbene  ormai  sembri  doversi  ri- 
petere il  libro  dell'  Imitazione  a 
Tommaso  da  Kempis  ,  mentre 
molti    l'attribuiscono    a    Giovanni 


REM 
Gersen,  per  quanto  si  disse  a- 
gli  articoli  Gersejt  e  Gersone 
\Fedi)^  va  profittato  della  let- 
tura di  opera  sì  preziosa  secondo 
il  savio  avvertimento  dell'autore 
medesimo:  Non  cercale  di  cono- 
scere chi  parla,  ma  fate  attenzio- 
ne alle  sue  parole.  Il  Cancellieri 
nelle  eruditissime  Notizie  storiche 
e  bibliografiche  di  Giovanni  Ger- 
seny  ci  dà  pure  quelle  di  Tomma* 
so  da  Kempis,  cogli  scrittori  sopra 
il  libro  dell'  Imitazione  chiamato 
volgarmente  il  Kempis,  de'suoi  co- 
dici, edizioni  e  traduzioni  di  tale 
libro.  Tratta  pure  se  debba  pre- 
starsi fede  al  Trilemio,  che  lo  at- 
tribuisce a  Giovanni  da  Kempis 
fratello  maggiore  di  Tommaso; 
quando  sia  stato  composto,  e  giu- 
dizi sul  medesimo:  conchiude  con 
opportune  autorità,  che  il  Kempis 
era  copista  di  professione,  come 
dichiarasi  espressamente  dal  conti- 
nuatore contemporaneo  della  Cro- 
naca di  s.  /Agnese,  il  quale  dice  : 
Scripsit  Biblìani  nostrani  iotaliter, 
et  alios  multos  libros,  prò  dono, 
,€t  prò  pretio.  Laonde  opina  che 
il  Kempis  ne  fu  solo  copista.  Jl 
parlamento  però  di  Parigi,  che  se  ne 
occupò,  decise  nel  i652  a  favore 
del  Kempis,  e  tanto  fu  ripetuta 
questa  contesa,  che  poche  la  egua- 
gliarono neir  impegno  letterario , 
per  cui  si  vuole  che  più  di  cento 
volumi  siansi  pubblicati  sulla  que- 
stione, ed  anche  a' nostri  giorni  du- 
ra. Nel  i835  l'avvocato  Emidio 
Cesarini  ci  diede  la  vita  del  Kem- 
pis, ed  in  essa  sodamente  e  con 
quel  raziocinio  che  si  ravvisa  nel- 
le sue  opere  di  giurisprudenza, 
sono  trattati  tutti  gli  argomenti 
contrari,  e  di  tutti  ne  fa  la  confu- 
tazione. Osserva  questo  chiaro  scrit- 
tore, che  in  tutte  le  operette    del 


REi\  i5 

Kempis,  trovasi  la  stessa  dottrina, 
il  medesimo  stile  e  metodo,  che 
si  legge  nel  trattato  àoW Imita" 
zione.  Varie  delle  operette  del 
Kempis  che  prima  non  erano  mol- 
to conosciute,  furono  tradotte  dal 
lodato  Cesarini,  e  di  recente  in- 
traprese una  nuova  edizione  col 
testo  latino  a  fronte  e  col  titolo 
di  Collezione  delle  opere  minori 
di  Tommaso  da  Kempis,  cui  chia- 
ma venerabile. 

KENET.  Luogo  della  Scozia, 
ove  si  tenne  un  concilio  neir84o. 
Anglic.  t.  I. 

KENNESRIN.  Seóe  vescovile 
de' giacobili  nella  diocesi  d'Antio- 
chia, nella  Siria,  presso  Aleppo. 
Ivi  o  nelle  sue  vicinanze  dal  cele- 
bre monastero  del  suo  nome  usci- 
rono molti  patriarchi,  e  Dionigi 
neli'  819  ottenne  da  Ottomano 
che  gli  fosse  restaurato.  Ebbe  per 
vescovo  Severo  nel  63 o,  gran  fi- 
losofo, matematico,  e  versatissimo 
nelle  scienze  ecclesiastiche;  era  sta- 
to maestro  di  Atanasio  li,  ordinato 
nel  684. 

KENNOCCA  (s.),  vergine  scoz- 
zese, unica  figlia  di  nobile  e  ricca 
famiglia.  Molti  domandarono  le 
sue  nozze,  ma  ella  volle  consacrar- 
si tutta  a  Dio,  e  si  fece  religiosa 
in  un  monastero  della  contea  di 
Tife.  Tutte  le  virtù  che  si  appa- 
lesarono in  lei  sin  dall'  infanzia, 
giunsero  nel  ritiro  ad  una  subli- 
me perfezione,  e  il  suo  nome  si 
rese  celebre  per  molti  miracoli 
che  Dio  accordò  alle  sue  preghie- 
re. Morì  in  età  molto  avanzata, 
Tanno  1007.  Varie  chiese  le  furo- 
no intitolate  in  Iscozia,  ove  le  sue 
reliquie  erano  tenute  in  grande 
venerazione.  Il  suo  nome  si  legge 
nei  calendario  di  Adamo  King,  e 
nel  breviario  d'Aberdeen  avvi  una 


i6  KEN 

orazione   in  suo    onore.  Il    Buller 

ne  riporta  la  festa  ai  1 3  di  marzo. 

KEJNT,  Cantiurn.  Contea  marit- 
tima dell'Inghilterra  col  titolo  di 
ducato.  Vi  fu  tenuto  un  concilio 
contro  i  sassoni  nel  617.  Fuvvi 
determinato  che  Lorenzo  arcive- 
scovo di  Cantorbery,  e  gli  altri 
vescovi  abbandonassero  1'  Inghilter- 
ra a  motivo  della  barbarie  e  del- 
l' apostasia  de'  sassoni  dominatori 
della  medesima.  Reg.  t.  XIY;  Lab- 
bè  t.  V;  Arduino  t.  III. 

RENTIGERNA  (s.).  Figlia  di 
Kelly  principe  di  Leinster  in  Ir- 
landa, e  madre  del  santo  abbate 
Foelan  o  Felano.  Rimasta  vedova, 
passò  in  Iscozia,  e  vi  prese  1'  abi- 
to monastico.  Edificò  le  sue  sorel- 
le, specialmente  colla  sua  umiltà  e 
colla  pratica  dei  maggiori  rigori 
di  penitenza.  Mori  nell'  anno  728, 
ai  7  di  gennaio,  giorno  in  cui  è 
menzionata  nel  breviario  d'Aber- 
deen. 

KENTIGERNO  (s.),  vescovo 
di  Glascow,  onorato  dagli  scozzesi 
sotto  il  nome  di  s.  Mungo,  che 
vuol  dire  il  Bene  amato.  Uscì  dal 
sangue  reale  dei  Pitti,  e  nacque 
verso  l'anno  5 16.  Fu  posto  sotto 
la  condotta  di  s.  Servano  vescovo 
ed  abbate  di  Culros,  il  quale  in- 
spirogli  grandi  sentimenti  di  dol- 
cezza e  di  pietà.  Circa  l'anno  54o 
fu  tratto  dalla  solitudine,  in  cui 
erasi  ritirato  per  condurre  auste- 
rìssima  vita,  e  consacrato  vescovo. 
Egli  stabili  la  sua  sede  a  Glascow. 
La  sua  diocesi  molto  estesa  ed  as- 
sai poco  istrutta,  diede  molto  che 
fare  al  suo  zelo  ed  alla  sua  pazienza. 
Affine  di  spargervi  sempre  più  la 
luce  dell'  evangelio,  ne  faceva  so- 
vente la  visita,  e  sempre  a  piedi. 
Convertì  innumerevoli  pagani,  e 
seppe    ancora     preservare    il    suo 


KER 
gregge  dal  veleno  del  pelagianismo 
che  avea  già  messo  profonde  radi- 
ci in  Iscozia.  Mandò  inoltre  parec- 
chi de'suoi  discepoli  nel  nord  del- 
la Scozia ,  nelle  isole  d'  Orkney, 
nella  Norvegia,  e  nell'  Irlanda  per 
dilatare  il  regno  di  Gesti  Cristo. 
Essendo  stato  il  pio  re  Rydderch, 
suo  parente  e  protettore,  balzato 
dal  trono,  il  santo  vescovo  si  ri- 
parò nel  paese  di  Galles,  ferman- 
dosi a  Menevia  presso  s.  Davidde, 
dal  quale  si  partì  in  seguito  per 
andar  a  fondare  il  monastero  di 
Elgwy.  Verso  l'anno  56o,  rimesso 
Rydderch  sul  trono,  s.  Renliger- 
no  ritornò  alla  sua  diocesi,  ove 
non  cessò  mai  di  travagliare  per 
la  propagazione  della  fede  e  per 
la  riforma  dei  costumi.  Morì  nel 
601  in  età  di  ottantacinque  anni, 
e  fu  sepolto  nella  cattedrale  di 
Glascow,  di  cui  fu  il  primo  pa- 
trono. La  sua  tomba  vi  fu  sempre 
in  grande  venerazione  fino  al  fa- 
tale stabilimento  del  calvinismo  in 
Iscozia.  S.  Rentingerno  è  onorato 
ai    i3  di  gennaio. 

KERRUR.  Città  vescovile  del 
patriarcato  de'caldei,  nella  Turchia 
asiatica,  pascialatico;  capoluogo  di 
sangiacato,  posta  sopra  una  mon- 
tagna che  s'innalza  in  mezzo  di 
una  pianura.  E  difesa  da  una  for- 
te cittadella  posta  sopra  una  sco- 
scesa altura,  ai  cui  piedi  scorre  il 
Rerkuk-soui.  Una  delle  moschee 
è  osservabile,  perchè  dicesi  conte- 
nere il  sepolcro  di  Daniele  e  de'suoi 
compagni,  non  permettendo  i  tur- 
chi che  la  visitino  gli  ebrei.  Vi 
sono  turchi,  armeni,  nestoriani  e 
kurdi.  Sembra  aver  occupato  il 
luogo  dell'  antica  Corcura,  che  pa- 
re sia  la  slessa  che  Demetrias  o 
Memnis.  Fu  assediata  e  presa  nel 
1741    da  Nadir-Sah.  Poco   distan-, 


KER 
le  è  la  sorgente  di  bitume  di 
Memnis,  che  vuoisi  aver  fornito  il 
cemento  per  le  mura  di  Babilonia, 
e  che  Alessandro  visitò  due  giorni 
dopo  la  battaglia  d'Arbella.  Vi  ri- 
siede il  vescovo  caldeo  di  Ker- 
kuk,  che  da  ultimo  era  monsignor 
Lorenzo  Kabra.  Vi  sono  nove  chie- 
se, e  più  di   1700  cattolici. 

RERRY  (Kerrien).  Sede  vesco- 
vile d'Irlanda  con  residenza  del 
vescovo,  della  provincia  di  Mun- 
ster,  nella  contea  di  Kerry,  Ker- 
riensis  comitatus.  La  contea  ha 
una  moltitudine  innuraerabile  di 
porti  e  di  capi.  Oltre  il  lago  di 
-Killarney,  celebre  per  la  bellezza 
pittorica  delle  sue  rive,  se  ne  tro- 
vano pure  alcuni  altri,  de*  quali  il 
più  osservabile  è  il  Lough-Curran 
al  sud .  La  parte  meridionale  è 
montagnosa,  ed  il  suolo  del  paese  è 
variatissimo.  Sonovi  miniere  di 
rame,  piombo  e  ferro,  nonché  ca- 
ve di  marmo,  di  lavagna  e  di 
carbon  fossile.  Questo  paese  che 
ebbe  il  titolo  di  contea  da  Edoar- 
do III  si  divide  nelle  otto  baro- 
nie di  Clanmaurice,  Corgaucuinny, 
Dunkerron,  Glanerought,  Iraghti- 
connor,  Iveragh,  Magimihy  e  Tru- 
ghanacmy.  JN'è  il  capoluogo  Tia- 
lea,  ov'è  una  delle  profonde  sue 
baie.  Killarney,  città  della  contea 
nella  baronia  di  Magunihy  presso  la 
riva  orientale  del  lago  Killarney,  è 
la  residenza  del  vescovo  di  Kerry, 
con  circa  cinquemila  abitanti  qua- 
si tutti  cattolici.  Benissimo  for- 
tificata, è  florida,  e  molto  fre- 
quentata a  cagione  del  vicino  la- 
go. Si  vedono  in  vicinanza  le  ro- 
vine dell'abbazia  di  Mucrass.  Pri- 
ma il  vescovo  risiedeva  in  Agha- 
doe  o  Agadon,  Aghadonen^  detta 
anche  Jgadhoaj  luogo  della  ba- 
ronia di  Clanmaurice,  già  sede 
voi.  xxxvii. 


KES  tf 

vescovile  che  nel  XIII  secolo  si 
riunì  a  Kerry _,  come  Io  è  tuttora, 
onde  il  vescovo  s'intitola  col  no- 
me di  ambedue  le  sedi. 

La  sede  vescovile  di  Kerry,  se- 
condo Commanville,  fu  pur  chia- 
mata Ardferta^  Ardferi  o  Ardart. 
Fu  istituita  verso  l'anno  435  da 
s.  Patrizio  apostolo  dell'Irlanda, 
indi  fatta  suffraganea  della  metro- 
poli di  Cashel,  come  lo  è  ancora.  Il 
medesimo  Commanville  dice  che 
ne  fu  primo  vescovo  s.  Ert,  verso 
la  fine  del  VI  secolo.  Da  ultimo 
lo  furono  Geraldo  Thehan  di  Cork, 
fatto  vescovo  da  Pio  VI  nel  17875 
Carlo  Sughrne  nominato  dal  me- 
desimo Papa,  cui  per  coadiutoria 
successe  l'odierno  monsignor  Cor- 
nelio Egan,  nel  1824  sotto  Leone 
XII;  epoca  in  cui  l'avea  fatto 
coadiutore  con  futura  successione*. 
Sono  i  cattolici  della  diocesi  280,000; 
le  parrocchie  quarantacinque,  mol- 
te sono  le  cappelle,  i  preti  no- 
vanta, compresi  i  parrochi  ed  i 
vicari.  Inoltre  sonovi  tre  monaste- 
ri di  monache  della  Presentazione, 
il  seminario,  molte  scuole  per 
ambo  i  sessi,  ed  il  monastero  dei 
trappisti  fondato  verso  il  1840. 
Vive  il  clero  delle  obblazioni  dei 
fedeli  e  de'  proventi  parrocchiali. 

KESLER  Giorgio  ,  Cardinale. 
Giorgio  Kesler  o  Hasler  tedesco, 
nato  miseramente,  o  come  altri  me- 
no probabilmente  dicono  da  nobili 
genitori,  addestratosi  negli  sludi 
nell'università  di  Vienna,  poi  si  con- 
dusse in  Roma  dove  fu  fatto  pro- 
tonotario  apostoUco  e  cappella- 
no pontifìcio.  Restituitosi  in  Ger- 
mania, la  grande  sua  erudizione 
gli  aprì  l'adito  alla  corte  dell'im- 
peratore Federico  III,  dove  entrò 
per  segretario  e  consigliere,  nei 
quali  uffizi  acquistò    molla  riputa- 


i8  RES 

zione.  Perciò  fu  nominato  canoni- 
co di  Colonia,  e  poi  vescovo  di 
Erbipoli,  di  cui  mai  ottenne  il 
possesso  pei  contrasti  del  capitolo 
e  degli  stati.  Per  volere  di  Federico 
III  sostenne  varie  ambascerie,  nel- 
le quali  fa  ammirato  per  la  sin- 
goiar sua  perizia  nelle  lingue,  non 
che  per  la  straordinaria  sua  atti- 
vità nel  maneggio  degli  affari  i 
pili  ardui  e  delicati,  fra'quali  nel- 
le Fiandre  conchiuse  le  nozze  tra 
Maria  di  Borgogna  e  Massimilia- 
no I  figlio  dell'  imperatore.  Alle 
replicate  istanze  di  questo  ultimo, 
ad  onta  dell*  opposizione  de'cardi- 
nali,  su  di  che  non  conviene  l'Hen- 
«izio,  Sisto  IV  a'  IO  dicembre 
i477  lo  creò  cardinale  prete  di 
s.  Lucia  in  Septisolio.  11  Papa  a- 
vea  procrastinato  questo  onore,  per- 
chè la  condotta  ed  i  costumi  di 
Giorgio  erano  più  militari  che  ec- 
clesiastici. Passati  tre  anni  ebbe  il 
vescovato  di  Passavia,  e  la  consa- 
crazione dallo  stesso  Sisto  IV.  Ciò 
diede  motivo  a  gravi  e  lunghe 
discordie  tra  la  città  ed  il  capitolo 
di  Passavia,  che  non  volevano  rico- 
noscere il  cardinale,  ed  il  Pontefi- 
ce e  l'imperatore ,  che  lo  soste- 
nevano. Si  fulminarono  censure,  e 
le  fazioni  operarono  stragi  e  tram- 
busti, onde  il  cardinale  mai  fu 
pacifico  possessore  del  vescovato. 
Mentre  conducendosi  in  Austria 
tragittava  il  Danubio  per  abboc- 
carsi coll'imperatore,  aggravandosi 
il  male  da  cui  era  stato  trava- 
gliato presso  Melnix,  finì  di  vive- 
re nel  1482  dentro  la  barca,  per 
cui  alcuni  scrìssero  che  si  annegò. 
Ninno  ne  compianse  la  morte,  e 
fu  sepolto  in  Vienna  nella  chiesa 
della  B.  Vergine  detta  della  Ripa, 
con  breve  iscrizione.  Godè  questo 
cardinale  l'amicizia  di  s,  Giovanni 


KIL 

da  Capislrano,  ma  fu  assai  diver- 
so ne'costumi  di  quel  santo,  essen- 
do di  naturale  rozzo,  di  maniere 
aspre,  ed  incolto,  per  cui  fu  da  tut- 
ti mal  veduto. 

RESSOGO  (s.),  lo  slesso  che  s. 
Mackessogo  {Vedi). 

RFARFU.  Sede  vescovile  dei 
maroniti,  ch'ebbe  per  vescovo  nel 
12  IO  Teodoro,  vicario  del  patriar- 
ca Geremia,  quando  questi  si  por- 
tò in  Roma. 

RHUORZENO.  Sede  vescovile 
della  grande  Armenia,  sotto  il  cat- 
tolico di  Sis,  al  di  cui  concilio  as- 
sistette il  vescovo  Filippo. 

RILDARE  {Kildarien).  Sede  ve- 
scovile  d'Irlanda  con  residenza  del 
vescovo,  nella  provincia  di  Leinster. 
La  città  di  Rildare,  Cellaqucrcus^ 
o  Cella  Barine^  sta  nella  contea 
del  suo  noitie,  nella  baronia  di 
Ophaly  e  Salt.  E  amenamente  si- 
tuata sopra  un'  altura,  ma  è  pic- 
cola e  rovinata.  Vi  si  vede,  fra 
gli  altri  avanzi  della  sua  antica 
importanza,  una  bella  torre  roton- 
da alta  i3o  piedi,  e  quelli  di  una 
cattedrale  e  di  due  abbazie .  Nella 
pianura  di  Curragh  vi  si  fanno 
quattro  corse  di  cavalli.  Rildare 
era  una  antica  piazza  di  guerra  ; 
i  danesi  la  saccheggiarono  e  l'ab- 
bruciarono molle  volte.  Nel  1600 
fu  quasi  annientata  e  privata  di 
tutti  isuoi  abitanti.  Nel  i643  era 
già  restaurala,  e  vi  si  pose  una 
guarnigione;  quattro  anni  dopo  i 
ribelli  se  ne  resero  padroni,  ma 
fu  loro  tolta  nel  1649.  Gfinsor- 
genti  se  ne  impadronirono  nel 
1798,  e  non  furono  cacciati  dalle 
truppe  reali,  se  non  che  dopo  a- 
vervi  commessi  grandi  eccessi.  Que- 
sta città  mandava  due  membri  al 
parlamento:  contiene  uno  scarso 
numero    di    abitanti     quasi     tutti 


KIL 

cattolici.  Carlow  o  CatJier logli j,  cit- 
tà e  capoluogo  della  contea  del 
suo  nome,  è  residenza  del  vescovo 
di  Kildare.  È  vantaggiosamente 
situata  in  un  fertile  paese,  sulla 
riva  sinistra  del  Barrow.  Vi  si 
tengono  le  assise  della  contea.  Que- 
sta città  è  assai  lunga,  non  aven- 
do che  una  strada  tagliata  ad  an- 
goli retti  da  due  altre.  Ha  un'an- 
tica chiesa  ed  un  seminano  catlo- 
Jìco  fiorente  con  più  di  cinquanta 
alunni,  un  palazzo  di  giustizia, 
una  prigione,  una  caserma  di  ca- 
valleria, ed  una  piazza  da  merca- 
to. Vi  si  scorgono  ancora  le  rovi- 
ne di  un'abbazia  fondata,  dicono, 
nel  634-  Carlow  manda  un  mem- 
bro al  parlamento.  Si  rimarcano 
sopra  un'altura  che  domina  il  fiu- 
me le  vestigia  di  un  antico  castel- 
lo, che  si  crede  fabbricato  per  or- 
dine del  re  Giovanni.  Conta  65oo 
abitanti,  e  vi  fu  ultimamente  fab- 
bricata una  magnifica   cattedrale. 

La,  sede  vescovile  di  Kildare 
fu  come  tutte  le  altre  d'Irlanda 
fondata  da  s.  Patrizio  circa  l'anno 
435,  sufifraganea  alla  metropoli  di 
Dublino,  di  cui  lo  è  tuttora.  Com- 
manville  dice  che  incominciò  ad 
avere  il  vescovo  nel  5ig,  e  che 
nel  VI  secolo  vi  fu  trasferita  la 
sede  vescovile  di  Cealussalì,  Cel- 
la Auxilii.  Nella  metà  del  secolo 
XVII  il  vescovo  di  Leighlin  fu 
sacrilegamente  ucciso  :  passò  la  sua 
diocesi  in  amministrazione  al  ve- 
scovo di  Kildare,  e  d'allora  in 
poi,  quantunque  le  due  sedi  ve- 
scovili non  sieno  state  unite,  pure 
di  fatto  il  vescovo  di  Kildare  si 
dice  ancora  di  Leighlin  {^Vedi). 
Ne  furono  ultimi  vescovi  Daniele 
Delany  di  Mountrath,  diocesi  di 
Leighlin,  fallo  vescovo  nel  1 784 
da  Pio  Vlj  Michele  Corcoran  nel 


KIL  19 

i8i5  da  Pio  VII,  che  nel  1819 
gli  diede  in  successore  Giacomo 
Doyle  agostiniano;  Edoardo  No- 
lan  nel  i834  dal  Papa  regnante 
Gregorio  XVI,  che  a'  io  genna- 
io i838  dichiarò  successore  1'  o- 
dierno  monsignor  Francesco  Healy. 
Le  contee  di  Kildare,  Carlow  e 
gran  parte  di  quella  della  regina 
costituiscono  questa  diocesi,  che 
conta  molte  città  e  villaggi.  I  cat- 
tolici della  diocesi  sono  piìi  di 
D.^o^ooOy  le  parrocchie  quarantaset- 
te,  le  cappelle  centotredici.  Le  due 
parrocchie  di  Sullow  e  di  Carlow, 
e  la  terza  parte  dell'abbazia  di 
s.  Sintano,  formano  la  mensa  ve- 
scovile. Il  clero  vive  de*  proventi 
parrocchiali  e  de'sussidii  de'fedeli. 
Oltre  il  vicario  generale,  il  vesco- 
vo tiene  cinque  vicari  foranei  nei 
rispettivi  distretti.  Vi  sono  più  di 
cento  preti,  ed  i  religiosi  agosti- 
niani, carmelitani,  domenicani,  fran- 
cescani e  gesuiti.  Quasi  tutti  i 
parrochi  hanno  uno  o  due  coadiu- 
tori. II  collegio  de'gesuiti  conta  da 
novanta  alunni  ;  in  Kildare  vi  è  uà 
convento  de'carmelitani  ;  i  conven- 
ti de'domenicani  sono  in  Newbrid- 
ge  ;  tre  monasteri  di  monache 
della  Presentazione  osservano  la 
clausura,  insegnano  e  posseggono; 
vi  è  un  accademia  ;  in  Kildare  so- 
no le  sorelle  della  Misericordia  ;  ì 
monaci  o  fratelli  laici  di  s.  Patri- 
zio hanno  una  scuola  in  Tullow  ; 
vi  è  la  congregazione  di  s.  Brigi- 
da, dalla  quale  viene  istruita  la 
gioventù,  e  l'assiste  nelle  feste.  In 
ogni  parrocchia  vi  ha  una  libre- 
ria, e  sogliono  prestarsi  i  libri.  Vi 
sono  le  confraternite  della  ss.  Eu- 
caristia, del  sacro  Cuore,  e  delia 
dottrina  cristiana.  Questo  vescovo 
ne'comizi  che  si  tengono  in  Du- 
blino   occupa    i!  primo   posto    tra 


20  KIL 

gii  altri  suffragane!.  Colle  limosine 
die  si  raccolgono  si  fabbricano 
nuove  chiese,  e  si  mantengono  le 
antiche  ;  la  fabbrica  dell'  ultima 
chiesa  costò  16,000  scudi.  Nella 
prima  domenica  dell'  avvento,  2 
dicembre  1827,  in  questa  diocesi 
fu  pubblicato  il  decreto  del  conci- 
lio di  Trento,  de  reform.  rnalr. 

RILLALA  {Alladen).  Sede  ve^ 
scovile  d' Irlanda  con  residenza  del 
vescovo,  nella  provincia  di  Con- 
naught.  La  città  di  Killala,  Kil- 
talea,  Laberus  o  Allada,  è  picco- 
la, ed  ha  il  porto  di  mare  sulla 
costa  nord  est  ,  nella  contea  di 
Mayo,  baronia  di  Tirav^^ly.  I  soli 
edifizi  osservabili  sono  il  palazzo 
"Vescovile  e  la  cattedrale.  Questa 
città  cadde  in  potere  de' francesi 
nel  1798,  ma  non  la  conservarono 
che  per  un  mese.  La  pesca  vi  è  con- 
siderabile. Il  vescovo  fa  la  sua  ordi- 
naria residenza  inBallina  oBelleek, 
piccola  città  della  stessa  contea  e  ba- 
ronia, e  giace  sulla  riva  sinistra 
del  Moy.  Essa  è  assai  bene  fabbri- 
cata. Nel  1798  fu  presa  dai  fran- 
cesi sbarcati  in  Irlanda  sotto  il  co- 
mando del  generale  Humbert.  La 
pesca  del  sermone  vi  è  conside- 
rabile. 

La  sede  vescovile  di  Killala  fu 
fondata  verso  l'anno  4^5  da  s. 
Patrizio,  e  fatta  sufFraganea  della 
metropoli  di  Tuam ,  cui  è  ancora 
soggetta.  Fu  chiamata  ancora  Cel- 
laid  e  Tir  Aniagdact ,  a  cagione 
del  territorio  adiacente.  Gli  ultimi 
vescovi  furono,  Domenico  Bellew 
d'Armagh,  fatto  vescovo  nell'  an- 
no 1769  da  Clemente  XIV;  Pie- 
tro Waidron  da  Pio  VII  nel  i8i4; 
a  questi  Leone  XII  nel  1825  die 
per  coadiutore  con  futura  succes- 
sione Giovanni  Mac-Hale  col  ti- 
tolo di  Maronia    in  partibus.    Nel 


RIL 

|835  il  Papa  regnante  Grego- 
rio XVI  fece  r  odierno  vescovo 
monsignor  Francesco  O'Finan  do- 
menicano, il  quale  trovasi  in  Ro- 
ma; indi  a*  3o  luglio  1889  dichia- 
rò amministratore  apostolico  Tom- 
maso Feeny,  col  titolo  in  partibus 
di  Tolemaide.  Sono  i  cattolici  del- 
la diocesi  circa  190,000,  le  parroc- 
chie ventisei,  molte  coppelle.  La 
diocesi  ha  sessanta  miglia  di  lun- 
ghezza e  venti  di  larghezza.  Ha  il 
capitolo  ;  ed  i  preti  ascendono  a 
trentacinque.  Vi  sono  più  scuole 
pei  cattolici.  Il  clero  vive  di  obla- 
zioni de'  fedeli,  e  de'  proventi  par- 
rocchiali. Tutte  le  terre  spettano 
agli  eretici,  ed  appartenevano  ai 
cattolici  prima  che  ne  fossero  spo- 
gliati sotto  Guglielmo  III.  Questo 
vescovato  però  è  il  meglio  provve- 
duto della  provincia,  e  ne  gode 
una  pensione  il  nominato  vescovo. 

KILLALOE  {Laonm).  Sede  ve- 
scovile con  residenza  del  vescovo, 
in  Irlanda,  nella  provincia  di  Mun- 
ster.  La  città  di  Rillaloe  è  nella 
contea^  di  dare,  baronia  di  Tul- 
lagh.  È  piccola  e  giace  sulla  riva 
destra  del  Shannon,  alla  sua  usci- 
ta dal  Lough-Deirgeart.  Assai  an- 
tica la  sua  cattedrale  fabbricata 
sopra  un'  altura,  ha  un*  esteriore 
imponente,  e  conta  quasi  settecen- 
to anni  di  esistenza.  Evvi  un  pon- 
te di  diciannove  archi,  al  di  sotto 
del  quale  una  catena  di  roccia  im- 
pedisce la  libera  navigazione  dello 
Shannon;  onde  rimediarvi  si  scavò 
un  canale  che  va  lunghesso  al  fiu- 
me. Il  vescovo  ha  risieduto  in 
Market  ed  in  Fergus,  ora  fa  la 
sua  residenza  in  Cast. 

La  sede  vescovile  di  Killaloe, 
Cella  Molvanij  Laona  seu  Cen' 
dalvan,  fu  istituita  verso  il  435 
da  s.  Patrizio  apostolo    dell'  Irlan- 


KIL 

da,  e  fatta  «uffraganea  della  me- 
tropoli di  Cashell,  di  cui  Io  è  an- 
cora. Coramanville  dice  che  ne  fu 
primo  vescosco  s.  Fanhan  circa 
l' anno  64o,  il  quale  stabilì  un'ab- 
bazia in  Cella  Molvani.  Ne  furono 
ultimi  vescovi  fr.  Michele  di  Pie- 
tro Mac-Mahon  domenicano  di  Li- 
merìk,  fatto  vescovo  nel  1769  da 
Clemente  XIV,  al  quale  Pio  VI 
nel  1798  diede  per  coadiutore 
Giacomo  O'Schaughnessy,  che  poi  gli 
successe.  Nel  181 9  Pio  VII  fece 
suo  successore  e  vescovo  di  Fesse 
in  partìbuSy  Patrizio  Mac-Mahon, 
che  divenne  efifettivo  nel  1829. 
A  questi  il  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI  nel  i835  diede  per 
coadiutore  e  vescovo  di  Leuca  in 
parLìbus  monsignor  Patrizio  Ken- 
nedy, che  gli  successe  nel  i836j 
ed  è  l'attuale  vescovo.  I  catto- 
lici della  diocesi  ascendono  a  cir- 
ca 33o,ooo,  le  cappelle  sono  mol- 
te, le  parrocchie  quarantauove  ,  i 
sacerdoti  cento.  Vi  sono  due  mo- 
nasteri di  monache;  in  Ennis  ri' 
siedono  i  francescani  ed  i  fratelli 
della  dottrina  cristiana.  Evvi  una 
casa  delle  sorelle  della  Misericor- 
dia, e  le  confraternite  del  Cuore  di 
Gesù  e  del  Carmine.  I  proventi 
delle  parrocchie  e  le  obblazìoni 
de' fedeli  danno  al  clero  come  sus- 
sistere. 

KILLFENORA  (Finaboren  ).  Se- 
de vescovile  con  residenza  del  vesco- 
vo, in  Irlanda,  nella  provincia  di  Mun- 
ster.  La  città  di  Rillfenora,  Fìnni- 
bora,  detta  ancora  Corcumroch  a 
motivo  del  territorio  adiacente,  op- 
pure anche  Gellumabroch  o  Cel- 
vinabrochf  come  si  legge  nel  pro- 
vinciale romano,  è  piccola,  appar- 
tiene alla  contea  di  Clare  nella 
baronia  di  Corcomroe,  sulla  còsta 
occidentale.  La  cattedrale    e  Tepi- 


KIL  21 

scopio  furono  distrutti,  e  vi  si  ten- 
gono due  annue  fiere.  Rinvara 
posta  ai  confini  di  questa  diocesi 
e  di  quella  di  Rilmacduagh,  e  che 
è  un  villaggio,  è  la  residenza  del 
vescovo,  che  vive  in  una  casa  pri- 
vala. Un*  altra  residenza  è  in  E- 
maystimon. 

La  sede  vescovile  di  Rillfenora 
fu  eretta  da  s.  Patrizio  circa  l'an- 
no 4351,  sotto  la  metropoli  di  Ca- 
shel,  poi  fu  fatta  suffraganea  di 
quella  di  Tuam,  indi  gli  fu  unita 
la  sede  vescovile  di  Kilmacduagh 
[Vedi).  Il  più  antico  de' suoi  ve- 
scovi che  si  conosca  è  Cristiano, 
morto  nel  1254  ^  Limerick,  cui 
gli  successero  nel  i265  Enrico, 
nel  1273  Fiorenzo  O'  Tigernach 
abbate  di  Rilsana,  nel  1281  Car- 
lo decano  del  capitolo.  Congallo 
C  Loghlan  morto  nel  1 3oo,  Si- 
mone O'Currim  morto  nel  i3o3, 
Maurizio  O'  Brien  decano  del  ca- 
pitolo morto  nel  i3i9,  Riccardo 
O'Loghlain  morto  nel  i359j  Pa- 
trizio del  1394,  Dionigi  O'  Cane 
che  rinunziò  nel  i49i>  Maurizio 
II  O' Brien  defunto  nel  i533,  ec. 
Gli  ultimi  vescovi  poi  sono,  Nico- 
la Archdeacon  di  Cork,  fatto  ve- 
scovo nel  1800  da  Pio  VII,  sotto 
del  quale  segui  l'unione  della  sede 
di  Rilmacduagh;  monsignor  Ed- 
mondo French  domenicano,  dichia- 
rato da  Leone  XII  a' 24  agosto 
1824,  che  è  l'odierno  vescovo. 
Questa  diocesi  ha  quaranta  miglia 
di  lunghezza  e  nove  di  larghezza. 
I  cattolici  ascendono  a  65,ooo.  Le 
parrocchie  sono  ventitré,  i  preti 
trenta:  sette  parrochi  hanno  i  lo- 
ro coadiutori,  gH  altri  ne  manca- 
no siccome  impotenti  a  mantener- 
li. Nella  diocesi  di  Rillfenora  i 
luoghi  migliori  sono  Ennistymon 
e  Rillfenora,  colle  loro  chiese,  men- 


22  KIL 

tre  altrove  non  si  trovano  che 
cappelle.  Manca  il  capitolo  e  le 
prebende.  Ogni  parrocchia  ha  le 
sue  scuole.  Il  seminario  di  Tuam, 
il  collegio  di  Maynooth  e  gli  altri 
collegi  fuori  del  regno  suppliscono 
alla  mancanza  del  seminario.  11 
vescovato  è  affetto  all'ordine  dei 
predicatori.  Le  obblazioni  de' fedeli 
mantengono  il  clero.  Escluso  un 
migliaio  e  più  di  persone  addette 
al  commercio,  i  cattolici  sono  po- 
veri. In  questa  diocesi  si  trovano 
circa  centoventi  eretici,  i  quali  han- 
no le  loro  cappelle  rurali  e  quat- 
tro ministri  sottoposti  al  rispettivo 
presunto  vescovo  anglicano. 

KILMACDUAGH  (Duacen).  Cit- 
là  vescovile  d'Irlanda  nella  pro- 
vincia di  Connaught  contea,  baro- 
nia di  Riltartan.  Vi  si  vedono  le 
rovine  della  sua  cattedrale,  quelle 
di  un  monastero  e  di  molte  cap- 
pelle, ciò  che  indica  la  sua  antica 
importanza.  La  sede  vescovile  fuv- 
vi  eretta  da  s.  Patrizio  verso  l'an- 
no 4'5^>  Celmacduacum  seu  Dua- 
cum,  sotto  la  metropoli  di  Tuam. 
Nel  secolo  XVII  fu  unita  a  Clon- 
fert,  e  nel  corrente  da  Pio  VII, 
dopo  essere  stata  nuovamente  di- 
visa, fu  unita  alla  sede  di  Killfe- 
nora  [Fedi).  L'ultimo  vescovo  di 
Kilmacduaghfu  Riccardo  Luca  Con- 
canen  domenicano,  fatto  vescovo  da 
Pio  VI  a' 2  1  marzo  1799.  ^^  P*'^" 
mo  vescovo  di  Killfenora  che  portò 
pure  questo  titolo  è  Nicola  Archdea- 
con  di  Coik.  Nella  diocesi  di  Rilmac- 
duagh  i  luoghi  migliori  sono  Gort, 
Kilchrist,  Crangvi^ell  ed  Ardrachan 
che  hanno  la  loro  chiesa.  La  re- 
sidenza dell'antico  vescovo  era  in 
Gort. 

KILMORE  (Kilnioren).  Sede 
vescovile  con  residenza  del  vesco- 
TO,  in  Irlanda,  nella   provincia  di 


KIL 

Ulster.  La  città  di  Rilmore,  Kìl- 
mora^  contea,  baronia  di  Longh- 
Tee,  giace  sul  lago  di  Nimty.  La 
residenza  del  vescovo  è  in  Coet- 
kill.  La  sede  vescovile  fu  eretta  da 
s.  Patrizio  verso  l'anno  4^^>  *"^' 
fraganea  della  metropoli  di  Ar- 
magli ,  come  lo  è  ancora.  Nel  VI 
secolo  vi  fu  trasferita  la  sede  di 
Triburna,  Bresmiunij  e  Nicolò  V 
nel  145*4  y^  ""1  quella  di  Ardach, 
che  poi  ne  divenne  staccata.  Ne 
furono  ultimi  vescovi  Giacomo  Dil- 
lon  di  Armagh,  traslato  dal  vesco- 
vato di  Nicopoli  in  parlibus,  in 
gennaio  180 1  da  Pio  VII;  questi 
nel  1807  gli  diede  in  successore 
Fergallo  O'Reilly,  al  quale  fece  nel 
18 19  coadiutore  e  vescovo  di  So- 
zopoli  in  parlibus  Patrizio  Magni - 
re  minore  osservante.  Dipoi  Leone 
XII  nel  1827  dichiarò  altro  coa- 
diutore con  futura  successione,  cioè 
monsignor  Giacomo  Browne,  fatto 
vescovo  di  Magida  in  partibiis,  che 
divenne  effettivo  ed  è  l' odierno 
vescovo.  A  lui  il  regnante  Papa 
Gregorio  XVI  a'  20  febbraio  i843 
nominò  coadiutore  con  futura  suc- 
cessione monsignor  Patrizio  Phe- 
lan,  col  titolo  vescovile  di  Carra 
in  pariibiis.  Questa  diocesi  abbrac- 
cia tutta  la  contea  di  Cavan,  par- 
te di  Meath,  di  Sirmanagh,  Slejo 
e  di  Seitrim.  I  cattolici  diocesani 
sono  circa  287,000  ;  le  chiese  ot- 
tanta, le  parrocchie  quarantatre.  I 
luoghi  principali  sono  Bailliebor, 
Coetekill,  Virginia,  Cavan,  Baliy- 
haise,  Ballyeoonell,  Betturlut;  Kal- 
lishandra,  Rallinamore,  Manorha- 
mitton.  I  preti  sono  novanta,  oltre 
i  religiosi  francescani.  V'è  il  semi- 
nario vescovile.  Il  clero  vive  per 
la  pietà  de'  fedeli  e  per  le  rendite 
delle  parrocchie.  Ad  onta  della  scar- 
sezza de*  mezzi  sono    stale    fabbri- 


KIN 

cale  ampie  chiese.  Nell'ottobre  del 
1834  vi  fu  tenuto  uq  sinodo,  do- 
ve si  presero  degli  utili  provvedi- 
menti pel  clero  e  pel  popolo. 

RILVARBIO  o  RILWARDBY 
Roberto,  Cardinale.  Roberto  Kil- 
varbio  o  Rihvardby  denominato 
Bibleri,  inglese  di  nazione,  religio- 
so domenicano,  non  francescano,  e 
professore  di  teologia  nell'universi- 
tà di  Parigi,  essendo  uomo  in  cui 
la  modestia  e  la  scienza  andavano 
del  pari ,  fu  contro  suo  volere  e- 
letto  provinciale  del  suo  ordine, 
nel  qual  ministero  avendo  perse- 
verato per  un  decennio,  venne  da 
Gregorio  X  nel  1272  promosso 
alla  chiesa  di  Cantorbery ,  poscia 
a'  12  marzo  1278  Nicolò  III  lo 
creò  cardinale  vescovo  di  Porto. 
Insigne  filosofo  e  teologo  com'egli 
era,  scrisse  nell'una  e  nell'altra  fa- 
coltà un  numero  prodigioso  di  o- 
pere.  Impose  con  solenne  pompa 
la  reale  corona  a  Edoardo  I  re 
d'Inghilterra,  e  celebrò  un  sinodo 
in  Londra,  in  cui  stabilì  savissime 
leggi  per  la  disciplina  del  clero,  e 
quantunque  arcivescovo  e  cardina- 
le, non  lasciò  giammai  l'abito  della 
sua  religione,  e  nel  visitare  la  dio- 
cesi, come  ancora  iu  altri  viaggi, 
volle  andare  sempre  a  piedi  iu  com- 
pagnia di  due  servi,  e  di  due  frati 
domenicani,  a'  quali  fabbricò  uu 
convento  in  Sarisbury.  Mentre  por- 
tavasi a  Roma  nel  1278,  morì  in 
Viterbo  dopo  circa  un  anno  di 
cardinalato,  non  senza  sospetto  di 
veleno,  e  rimase  sepolto  presso  la 
chiesa  di  s.  Maria  de' Gradi  del 
suo  ordine,  nel  limitare  dell'  ora- 
torio della  confraternita  del  nome 
di  Gesù  contiguo  a  detta  chiesa. 

RINEBURGA  (s.).  Figlia  diPen- 
da,  re  pagano  di  Mercia,  e  sorella 
delle  sante  Rineswida    e   Rinedri- 


RIN  23 

da.  Secondo  che  dice  Deda,  si  i^or 
so  ad  Alfrido ,  figlio  primogenito 
d'Oswi,  che  fu  re  di  Bernicia,  ed 
è  fama  che  tutti  e  due  vivessero 
in  una  perpetua  continenza.  Rima- 
sta vedova  sul  fiore  degli  anni,  ab- 
bandonò il  mondo,  e  andò  a  go- 
vernare il  monastero  di  Dormund- 
caster,  ove  diede  l'esempio  delle 
più  specchiate  virtù.  Le  sue  sorelle, 
che  rimasero  prive  del  loro  geni- 
tore mentr'erano  ancora  assai  gio- 
vanelte,  consacrarono  a  Dio  la  lo- 
ro virginità,  e  santificaronsi  an- 
ch'esse nella  vita  monastica.  I  corpi 
di  queste  sante  furono  trasportati 
a  Peterborough,  dove  anticamente 
se  ne  faceva  la  festa  a'  6  di  marzo. 
RINEDRIDA  (s.).    F.  RmEBUR- 

GA    (S.). 

RINESWIDA  (s.).  r.  RiNEBUR- 

GA    (s.) 

RliXGSBURY.  Città  della  con- 
tea  di  Dorset  nell'ovest  dell'Inghil- 
terra, nell'antico  regno  de' sassoni 
occidentali,  Kìngnesbiiriay  Kingosbu- 
ria.  Vi  fu  tenuto  un  concìlio  dopo 
Pasqua  neirSSi,  sotto  il  regno  di 
Bertulto  re  di  Mercia,  per  discu- 
tere intorno  gli  affari  del  regno  e 
del  monastero  di  Croyland,  al  qua- 
le furono  accordati  nuovi  privilegi 
colla  conferma  di  quelli  che  già 
possedeva.  Reg.  tom.  XXI;  Lab- 
bé  tom.  Vili;  Arduino  tom.  V; 
Angl.  tom.  I. 

RINGSTON.  Città  della  contea 
di  Surrey,  Kingosteniuni.  Quivi  sì 
tenne  un  concilio  nell'  838  sotto  il 
regno  d'Egberto  re  de*  sassoni  oc- 
cidentali, che  vi  assistette  col  suo 
figlio  e  coi  grandi  dell'Inghilterra. 
Fuvvi  confermata  una  donazione 
fatta  alla  chiesa  di  Cantorbery  dai 
predecessori  di  Egberto.  Reg.  tom. 
XXI  ;  Labbé  tom.  VII  ;  Arduino 
tom.  IV;  Angl.  tom.  I. 


24  KIN 

KINGSTON  (Kin^stonien  seu-fle- 
gìpolitan  ).  Città  con  residenza  ve- 
scovile dell'  Alto-Canadà  nell'Ame- 
rica settentrionale ,  capoluogo  del 
distretto  di  Midland,  sulla  riva  si- 
nistra del  fiume  s.  Lorenzo.  È  se» 
de  del  corpo  legislativo,  di  un  go- 
vernatore, e  di  un  tribunale  di  di- 
stretto, capitale  dell' Alto-Canada. 
Kingston  o  Kiogs-ton,  Regipolis^  fu 
fondata  nel  1783  sul  luogo  stesso 
dell'antico  forte  francese  di  Fron- 
tenac.  Le  strade  sono  in  linea  ret- 
ta :  per  la  maggior  parte  le  case 
sono  vaste,  comode,  e  ben  fabbri- 
cate in  pietra,  altre  sono  di  legno. 
Fra  gli  edifizi  pubblici  stanno  il 
palazzo  del  governatore,  la  corte 
di  giustizia,  diverse  chiese,  un  ospe- 
dale, un  mercato,  una  prigione, 
delle  caserme  per  la  guarnigione  e 
molti  gran  magazzini  del  governo. 
Questa  cittìi  è  l'emporio  generale 
del  commercio  fra  Montreal  e  il 
Canada  occidentale,  dal  principio 
della  primavera  sino  al  fine  del- 
l'autunno. Vi  regna  la  maggior  at- 
tività, onde  si  stabili  una  banca, 
la  sola  di  tutto  l'Alto-Canadà.  Il 
porto  è  spazioso,  comodo  e  ben 
difeso,  ma  non  può  ricevere  se  non 
navigli  che  peschino  dieciotto  piedi 
d'acqua;  l'ingresso  è  protetto  da 
due  batterie,  l'una  sopra  la  punta 
di  Mississaga,  e  l'altra  sulla  punta 
Frederick  :  queste  difese  congiun- 
tamente ai  bassi  fondi  che  si  pro- 
lungano innanzi  della  prima  punta 
bastano  a  proteggerlo.  Sulla  costa 
in  faccia  della  città,  fra  le  punte 
Frederick  ed  Henry  evvi  una  baia 
formata  dal  lago  Ontario,  che  po- 
trebbe contenere  al  sicuro  da  ogni 
vento  una  flotta  numerosa;  quivi 
sverna  d' ordinario  la  flotta  reale 
del  lago,  e  sulle  due  rive  sta  l'ar- 
8<;aale  della  marina  inglese  in  que- 


KIN 
sta   parte  del  mondo.  Evvi  ne*  din- 
torni una  sorgente  salsa  poco  pro- 
duttrice, e  cave  di  pietra  da  fab- 
brica. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nei 
primi  del  1826  da  Leone  XII, 
dismembrando  l'alto  Canada  dalla 
diocesi  di  Quebech,  e  dichiarando- 
la immediatamente  soggetta  alla 
santa  Sede.  Non  se  ne  fissò  la  sede 
in  York  perchè  vi  si  era  stabilito 
il  vescovo  pi-otestanle.  Quel  Papa 
a*  17  gennaio  1826  ne  fece  primo 
vescovo  il  vicario  generale  sufTra- 
ganeo  ausiliare  di  Quebech,  Ales* 
randro  Mac-Donnell ,  traslato  dal 
titolo  vescovile  di  Resina  in  partii 
bus,  dandogli  per  coadiutore  a' 23 
maggio  Tommaso  Weld  inglese, 
vescovo  di  Amicla  in  partibus,  che 
Pio  Vili  creò  cardinale  nel  i83o. 
11  Pontefice  che  regna  Giegorip 
XVI  sostituì  per  coadiutore  con 
futura  successione  monsignor  Re. 
migio  Gaulin  canadese,  facendolo 
vescovo  di  Trabaca  in  partibus  ai 
IO  maggio  i833:  questo  prelato 
agli  II  gennaio  1840  divenne  ve- 
scovo di  Kingston,  che  attualmen- 
te governa.  La  popolazione  della 
diocesi,  senza  comprendervi  le  tribù 
erranti,  ascende  a  35o,ooo  ;  essen- 
do i  cattolici  da  70,000  ai  100,000. 
In  sostanza  la  diocesi,  tranne  al- 
cune città  abitate  dagl'  inglesi,  è 
abitata  da  selvaggi.  Le  chiese  e  le 
cappelle  sono  sessantatre ,  quattro 
di  pietra,  le  rimanenti  formate  di 
tronchi  d'alberi.  I  luoghi  dovè  si 
trovano  le  chiese  di  pietra  sono 
Kingston ,  Toronto ,  Glingaris.  I 
preti  sono  circa  trenta.  Il  semina- 
rio vescovile  ha  comincialo  a  pro- 
gredire ;  ma  vi  vuol  tempo  perchè 
fiorisca:  ne  fu  istitutore  il  primo 
vescovo.  I  gesuiti  vi  ebbero  in  que- 
sta diocesi  ubertose    missioni.    Nel 


KIO 

1839  due  giovani  di  questa  dio- 
cesi furono  ammessi  nel  collegio 
urbano  di  propaganda. 

RINNIA  (s.),  vergine  dìrlanda, 
la  quale  fu  battezzata  da  s.  Patri- 
zio che  fiorì  nel  quinto  secolo ,  e 
ricevette  dal  medesimo  il  velo  mo- 
nacale. Nuir  altro  si  sa  di  questa 
santa  ;  ma  la  sua  memoria  è  stata 
assai  per  tempo  venerata  in  Irlanda, e 
le  sue  reliquie  erano  a  Lowth  nella 
parte  meridionale  d*  Ultonia.  Col- 
gan  e  Bollando  ne  fanno  menzio- 
ne sotto  il  primo  giorno  di  feb- 
braio. 

RIOVIA  o  RIOW  o  KIEV . 
Città  arcivescovile  della  Russia  eu- 
ropea, capoluogo  del  distretto  e 
del  governo  del  suo  nome,  residen- 
za sino  agli  ultimi  tempi  d'un  ar- 
civescovo metropolitano  delle  due 
Russie;  ed  al  presente  del  governa- 
tore civile  e  del  governatore  militare, 
non  che  d'uno  dei  quattro  metropo- 
litani russi,  e  di  un  vescovo  greco 
scismatico  come  il  metropolitano  sino 
dal  1640.  Sta  sulla  riva  destra  del 
Dnieper,  e  sull'occidentale  del  Bo- 
ristene.  Riovia  si  compone  di  quat- 
tro parti,  cioè:  la  città  vecchia,  o 
vecchia  Kiovia^  situata  sopra  una 
altura  verso  il  nord  ;  il  Podol  o  città 
bassa,  al  di  sotto  dell'altra  nella  pia- 
nura; il  Pelchersk  o  la  fortezza,  o 
cittadella,  sopra  un'altura  verso  il 
sud  presso  del  Dnieper;  e  la  ciltà 
di  TVladimiro  fondata  dall'impera- 
trice Caterina  II.  Queste  quattro  parti 
hanno  ciascuna  delle  particolari  for- 
tificazioni, e  sono  inoltre  cinte  da 
un  vasto  trinceramento,  che  le  rin- 
chiude tutte  insieme.  La  città  vec- 
chia, un  tempo  residenza  de'gran- 
duchi  di  Kiev,  rinchiude  la  chiesa 
cattedrale  di  s.  Sofia,  fondata  nei 
IO 37  dal  granduca  Jaroslaw  Wla- 
dimirowitcb,  nel  luogo  stesso  ove  ri- 


RIO  25 

portò  una  vittoria  sui  Petchenegui  ;  è 
osservabile  per  la  sua  magnificenza 
e  soprattutto  pel  sepolcro  in  mar- 
mo del  suo  fondatore  :  è  uno  de'piti 
antichi  e  più  belli  templi  della 
Russia.  Il  convento  di  san  Miche- 
le, che  sta  poco  lontano,  contie- 
ne le  reliquie  di  s.  Barbara.  Tra 
le  altre  dieci  chiese  che  si  trova- 
no ancora  in  questa  porzione  di 
Riovia  ,  si  distingue  quella  di  san 
Basilio,  fondata  da  Wladimiro  il 
Grande  sulle  rovine  di  un  tempio 
degli  antichi  slavi  ;  quella  di  s.  An- 
drea e  quella  della  Natività  della 
B.  Vergine,  fondata  pure  da  Wla- 
dimiro e  dove  questo  principe  fe- 
ce deporre  il  corpo  della  sua  avola 
Olga.  Il  Podol,  o  città  nuova  o  città 
bassa,  conservò  il  privilegio  cheavea 
ottenuto  dai  re  di  Polonia,  d'essere 
governato  dal  suo  proprio  magistra- 
to, che  oggidì  è  ancora  in  qualche 
modo  indipendente  dai  governatori 
di  Riovia.  Vi  si  rimarca  il  gran 
collegio  accademico,  uno  de'piìi  im- 
portanti della  R.ussia,  e  fondato  nel 
i63i  da  Pietro  Mohila,  metropo- 
litano di  Riovia  ;  Tedifìzio  è  in  pie- 
tra e  vastissimo:  questo  collegio  suol 
contare  circa  millecinquecento  allievi, 
ed  una  biblioteca  di  circa  diecimila 
volumi.  Il  Petchersk  o  la  fortezza  è 
la  parte  più  alta  e  la  meglio  fortifi- 
cata di  Riovia:  è  riputata  una  delle 
più  forti  piazze  della  Russia  ;  quivi  ri- 
siedono il  governatore  civile  e  mi- 
litare, e  vedonsi  le  caserme,  l'arse^ 
naie,  uno  dei  principali  dell'impe- 
ro, ed  i  magazzini  delle  truppe.  Fra 
le  chiese  si  cita  quella  di  s.  Nico^ 
la  Taumaturgo  eretta  in  legno  so- 
pra un'altura,  nel  luogo  o v'era  il 
sepolcro  del  celebre  Oskold.  Vi  si 
vede  pur  anco  il  monastero  di  Pet- 
chersk, uno  dei  primi  e  più  con- 
siderabili della  Russia,  fondato  nel 


26  KIO 

IX  secolo,  e  rimarcabile  per  la  bel- 
lezza e  ricchezza  de'suoi  ornamen- 
ti, pe'suoi  belli  edifizi  e  vaste  ca- 
tacombe che  rinchiude,  nelle  qua- 
li vi  sono  i  sepolcri  di  molli  santi 
di  rito  greco.  Queste  catacombe  so- 
no divise  in  due  parti;  le  une  por- 
tano il  nome  di  s.  Antonio ,  che 
le  scavò  con  dodici  discepoli,  e  rin- 
chiudono i  corpi  di  settantacinque 
santi;  le  altre  chiamate  catacombe 
di  Teodoro,  ne  contengono  quaran- 
tacinque. Questo  monastero  era  la 
residenza  del  metropolitano  di  Kio- 
•via,  possiede  una  biblioteca  di  cir- 
ca diecimila  volumi,  ricchissima  di 
manoscritti  greci  ed  altri,  cosi  pu- 
re una  stamperia.  Su  queste  ca- 
tacombe posseggo  un  libro  raro 
di  M.  Johannes  Herbinius:  Religio- 
sae  Kijovenses  Cryptae^  sive  KìjO' 
via  subterranea,  in  quihus  laby- 
rinllius  sub  terra,  et  in  eo  enior- 
tua,  a  sexcentis  annìs  dìvoruni  at- 
que  heroum  graeco-rulhenorum,  et 
ncc  duni  corrupta,  corpora,  ex 
nomine  atque  ad  oculum,  e  IIA- 
TEPlKfi  sclai'onica  detegit,  Jenae 
impensis  Martini  Hallervordi,  li- 
teris  Johannis  Nisii  anno  iGyS.  Un 
sobborgo  vastissimo  è  contiguo  alla 
fortezza;  evvi  un  gran  palazzo  im- 
periale, e  molte  chiese  e  conventi  , 
fra  i  quali  si  distingue  quello  di 
s.  Nicola,  che  ha  una  biblioteca 
di  cinquemila  volumi;  all'ingresso 
di  questo  sobborgo  vi  è  un  lazza- 
retto. 

Kiovia  è  considerata  dai  russi 
una  città  santa,  tanto  a  cagione  dei 
molti  edilizi  religiosi  e  reliquie  che 
in  essa  vi  sono,  quanto  perchè  nel 
suo  seno  Wladimiro  il  Grande  si 
converti  al  cristianesimo  con  tutta 
la  sua  armata  nel  989.  Si  assicu- 
ra che  i  pellegrini  che  vi  si  recano 
ogni    anno,  oltrepassano  di    molto 


KIO 

il  numero  di  cinquemila  ;  molti  fra 
loro  vengono  dalle  contrade  le  più 
lontane  della  Siberia ,  massime  i 
ruteni  scismatici.  Qui  noteremo  che 
il  nome  di  ruteni  suole  adoperar- 
si esclusivamente  per  greci  uniti . 
Si  osserva  un  bel  monumento  in- 
nalzato per  ordine  dell'imperatore 
Alessandro  I,  sulla  fontana  in  cui  fu- 
rono battezzati  i  figli  di  Wladimiro. 
Si  contano  in  questa  città  da  ven- 
ticinque chiese  greche,  una  cattolica 
ed  una  luterana,  nove  conventi  gre- 
ci, un  ospizio  per  gli  esposti,  un  a- 
silo  per  gli  orfani,  tre  ospizi  pei 
poveri,  uno  per  gli  ammalati,  un 
ginnasio  e  molte  scuole  pubbliche. 
Gli  stabilimenti  d' industria  sono 
poco  importanti,  fra'  quali  vi  sono 
tre  fonderie  di  campane.  Il  commer- 
cio coll'interno  dell'impero  è  assai 
attivo,  e  quello  che  si  fa  con  O- 
dessa  da  qualche  tempo  si  è  mol- 
to accresciuto.  Nelle  feste  di  Natale 
in  Kiovia  vi  è  un  concorso  dei  pri- 
mi possidenti  polacchi  e  russi,  che 
vi  si  recano  dai  luoghi  vicini  ed 
anco  lontani,  per  trattare  affari  sul- 
le biade,  bestiami  ed  altre  cose,  si- 
no al  valore  di  più  raiUoni  di  ru- 
bli ;  questa  specie  di  fiera  chiama- 
si i  contratti  di  Kiovia.  In  vicinan- 
za di  Kiovia  vi  sono  due  giardini 
imperiali.  Non  si  sa  niente  di  pre- 
ciso sull'  epoca  della  fondazione 
di  questa  città.  Alcuni  autori  l'at- 
tribuiscono ai  sarmati  che  sarebbe- 
ro stati  scacciali  dagli  slavi  venuti 
dalle  rive  del  Danubio;  altri  scrit- 
tori pretendono  al  contrario,  che 
sia  stata  fondata  da  tre  principi 
slavi.  Secondo  gli  annali  polacchi 
risale  all'anno  43o  di  nostra  era, 
ed  apparteneva  ai  khozarii  :  due 
principi  famosi  per  le  loro  imprese, 
Oskold  e  Dir,  avendo  scosso  il 
giogo  de' khozarii  vi  regnarono  pò- 


KIO 

scia.  Nel  IX  secolo,  Rurik,  capo 
scandinavo,  stabilì  la  sua  potenza 
in  Kiovia,  che  a  quest'epoca  diven- 
ne la  capitale  della  Russia  meridio- 
nale. Nel  loSy  fu  eretta  in  capi- 
tale di  tutta  la  Russia  dal  grandu- 
ca Jaroslaw,  ed  i  suoi  successori  vi 
tennero  la  loro  corte  sino  al  i  iSy. 
Poscia  provò  grandi  sciagure  per 
incendi  e  guerre,  e  dopo  essere 
passata  successivamente  in  potere 
di  principi  lituani,  polacchi,  tarta- 
ri, e  di  un  kan  di  Crimea,  ricad- 
de in  fine  nel  1667  fra  le  mani 
de'russi,  ai  quali  ne  fu  assicurato  il 
possesso  nel  1686.  Nel  1824  ven- 
nero scoperte  le  rovine  della  famo- 
sa cliiesa  Dekiakinnaya,  fabbricata 
nel  996  da  Wladimiro,  e  distrutta 
nel  1240  dai  tartari  mongoli.  Fu  in 
questa  città  che  il  vescovo  latino 
Zaluski  era  giunto  a  formare  una 
biblioteca  composta  di  duecento- 
mila volumi  che  lasciò  per  legalo 
alla  repubblica  di  Polonia,  e  che 
l'imperatrice  Caterina  II  nel  1795 
fece  trasportare  da  Varsavia,  dove 
trovavasi,  a  Pietroburgo,  nella  qual 
metropoli  servì  d' incomincia  mento 
all'immensa  biblioteca  imperiale  che 
va  annualmente  aumentando. 

La  vera  conversione  della  Prussia 
alla  fede  cristiana  cadde  nel  tempo 
che  si  frappose  tra  Fozio  e  Ceru- 
lario  patriarchi  di  Costantinopoli, 
pei  primi  banditori  cattolici  man- 
dati dal  patriarca  s.  Ignazio.  Si  dice 
che  sul  primo  loro  giungere  si  fon- 
dasse in  Kiovia  la  prima  chiesa  nel- 
r867,  che  fu  poco  dopo  illustrata  nel- 
1*879 da  ^^^  martiri,  Ascoldo  e  Diro. 
La  pia  granduchessa  Olga,  consorte 
del  granduca  Igor  che  regnò  dal  912 
al  945,  essendosi  convertita  al  cristia- 
nesimo, questo  non  fu  più  persegui- 
tato, anzi  venne  trattato  con  larga 
hidulgenza.    Ricévuto    il    battesimo 


RIO  27 

col  nome  di   Elena,  Olga  fabbricò 
in  Kiovia  una   chiesa    in  onore  di 
s.  Nicola  nel  956,  e  morì  santamen- 
te nel  969.    Wladimiro  il  Grande 
che    regnò  dal    980    al   ioi4>    ^^ 
caldo  idolatra    ricevette    il  battesi- 
mo nel  988   e  divenne  zelante  cat- 
tolico.   Fece    abbattere    gl'idoli    di 
Kiovia;  i  boiari  ed  i  popoli  a  tor* 
me    ricevettero    il    battesimo    alle 
sponde  del  Dnieper  o  Nieper.  Miche- 
le fu  il  primo  vescovo  dei  russi  e  che 
li  battezzò.  Eg4i  era  di  Siria,  e  fu 
mandato  da  Costantinopoli   nel  988 
dal  patriarca  Nicola  Crisobergo.  Oc- 
cupò   la     sede    di   Kiovia,    da    lui 
fondata,    quattro    anni,   e  gli    suc- 
cesse Leone  o  Leonzio,  ed    a  que- 
sti Giona    o    Giovanni.    Nell'anno 
io35    divenne    vescovo    Teopente, 
sotto    del     quale    e    del    granduca 
Jaroslaw  la    cattedrale   di    s.  Sofìa 
di  Kiovia  fu  nel  1087  innalzata  alla 
dignità    metropolitana    di    tutta  la 
Russia,  unita    alla    chiesa  romana, 
come    lo  erano    allora    i  patriarchi 
di  Costantinopoli  da'quali  era  deriva- 
ta. I  patriarchi  però  di  quella  chiesa 
se  ne  divisero  sotto  Cerulario,  mentre 
quella  di  Kiovia,  e  la  chiesa  russa 
mantenne  pii^i  a  lungo  l'unione  con  la 
romana,  che  la  sua  sorella  la  greca. 
Il  vescovo  di  Kiovia  divenne  arci- 
vescovo, metropolita,    ed  esarca  di 
tutta  la  Russia,  con  dodici  sedi  ve- 
scovili per  suffraganee;  cioè  Leopo- 
li,    Premislia ,    Chelma ,    Msteslaw, 
Mohilow,  Alicia  o  Hallicia,  Luceo- 
ria,    Wolodimira,    Polosko,    Wite» 
peskj  Piaski  e  Wilna,  secondo  Com- 
manville.  In  progresso  di  tempo  al- 
cune di  dette  sedi  furono  elevate  al 
grado  arcivescovile  con  suffraganei. 
A  Teopente    nel    io5i    successe  il 
virtuoso    Ilario,  eletto    per  coman- 
do del  granduca    Jaroslaw  dai    ve- 
scovi russi  nel  concilio  di  Kiovia,  sea- 


28  KIO 

za  cooperazione  alcuna  del  patHar- 
ca  di  Costantinopoli.  Egli  come  i 
di  lui  successori  metropolitani,  cioè 
Giorgio  del  1072,  Giovanni  I  del 
1080,  Giovanni  li  del  1089,  Efrai- 
ino  I  del  1090,  e  Nicola  I  del 
1096,  furono,  quantunque  greci,  dal- 
lo scisma  del  Cerulario  del  tutto 
alieni;  che  anzi  diedero  prove  del- 
l'inlima  loro  unione  con  la  Chiesa 
romana  e  col  sommo  Pontefice,  i 
cui  legati  furono  dai  russi  ricevuti 
onorevolmente,  dopo  aver  scomuni- 
cato l'infelice  e  perfido  Cerulario. 
In  questo  tempo  la  chiesa  metro- 
politana di  Kiovia  venne  chiamata 
per  eccellenza  il  vescovato  de'russi. 

Fra  gli  altri  metropoliti  di  Rio- 
via  nomineremo  i  seguenti.  Gio- 
vanni III  del  II 64  si  mantenne 
in  amichevole  corrispondenza  col 
Papa  Alessandro  III.  Durava  an- 
cora la  concordia  tra  la  chiesa 
russa  e  la  romana  ;  i  preti  latini 
lavoravano  tranquillamente  a  canto 
i  preti  russi,  persino  nel  centro 
della  loro  chiesa  di  Kiovia.  I  ve- 
scovi latini  vennero  in  questa  cit- 
tà per  commissione  e  in  compagnia 
de'  principi  cattolici  dell'occidente, 
ed  ebbero  ospitalissima  accoglienza 
dal  clero  e  dal  popolo  del  paese. 
Venera  ancora  al  dì  d*  oggi  la 
chiesa  russa  il  pio  monaco  Anto* 
nio  detto  il  romano,  il  quale  ve- 
nuto dalla  parte  di  Lubecca  in 
Russia  fondò  un  monastero  sulle 
sponde  del  Wolchof,  a  modello 
di  quello  delle  grotte  di  Kiovia, 
e  vi  si  adalicò  instancabilmente  a 
propagare  il  cristianesimo.  Il  me- 
tropolita Costantino  fiorito  nel  1 177 
è  venerato  dai  russi  come  un  san- 
to. Questa  città  ebbe  pure  i  suoi 
vescovi  latini,  sotto  il  patriarca  di 
Costantinopoli.  Ivone  successore  di 
Vincenzo,  vescovo  di  Cracovia,  cs- 


KIO 

sendo  andato  a  Roma,  e  rimasto 
molto  edificato  di  s.  Domenico  fon- 
datore dell'  ordine  de'  predicatori, 
nel  quale  s.  Giacinto  suo  compa- 
triotta  e  canonico  di  Cracovia 
era  entrato,  domandò  al  santo 
fondatore  ed  ottenne  Giacinto  con 
tre  altri  suoi  discepoli  ,  che  con- 
dusse seco  lui  in  Cracovia.  Diede 
loro  una  chiesa,  e  tutto  ciò  ch'e- 
ra necessario  pel  servigio  divino, 
con  promessa  di  farne  costruire 
una  più  grande  in  onore  della  B. 
Vergine.  Giacinto  si  affaticò  per 
la  propagazione  della  fede  cattoli- 
ca in  Polonia  ed  in  Russia.  Fu 
ricevuto  nel  1112  in  Kiovia  coi 
suoi  tre  compagni  domenicani,  cioè 
Godino,  Floriano,  e  Bernardo  o  Be- 
nedetto, colle  dimostrazioni  più 
grandi  di  amore  e  venerazione; 
vi  dimorò  quattr'  anni  e  fondovvi 
il  magnifico  monastero  dedicato  al- 
la ss.  Vergine,  il  di  cui  governo 
alla  sua  partenza  dalla  Russia  fu 
assunto  da  fr.  Godino.  Molli  pre- 
ti ed  ecclesiastici  di  Kiovia,  i  qua- 
li in  que'  tempi  doveano  apparte- 
nere alla  chiesa  greca,  vestirono 
l'abito  del  novello  ordine.  Bernar- 
do fu  fatto  vescovo  di  Alicia  o 
Hallicianel  i233  dal  Pontefice  Gre- 
gorio IX,  ed  ivi  ottenne  la  palma 
del  martirio  per  la  fede  di  Gesù 
Cristo.  La  sede  latina  di  Kiovia 
vanta  per  suo  primo  vescovo  Ales- 
sio fatto  dal  Papa  Benedetto  Vili 
nel  1021  ad  istanza  di  Jaroslaw 
duca  di  Kiovia,  e  perciò  quel  Pon- 
tefice fu  fondatore  del  vescovato 
latino.  Il  secondo  vescovo  poi  fu 
Gerardo  domenicano  fatto  da  Gre- 
gorio IX,  ed  il  terzo  Enrico  pur 
domenicano  creato  da  Giovanni 
XXII.  Il  metropolita  di  Kiovia 
Massimo,  nel  1299  trasferì  la  sua 
sede  a  Wladimiria  ;    ed    il  metro- 


RIO 

polita  Pietro,  nominato  nel  i3o8, 
la  trasferì  invece  a  Mosca.  Alessio 
arcivescovo  di  Riovia  nel  i353  fu 
forte  difensore  delia  Chiesa  roma- 
na, e  mori  in  odore  di  santità.  Ai 
tempi  di  Alessio  fiorì  il  quarto 
vescovo  Ialino  di  Riovia,  Giacomo 
domenicano  dell'anno  iSyy.  La 
concordia  che  regnò  tra  le  due 
chiese  sotto  i  metropolitani  Pietro 
ed  Alessio,  fu  soltanto  di  passaggio 
turbata  dal  metropolitano  Pimen, 
il  quale  dopo  la  morte  del  metro- 
polita Michele,  che  occupò  soltan- 
to  pochi  mesi  la  sede  di  Mosca  e 
morì  nel  1379,  si  mise  a  conten- 
dere al  pio  e  religiosissimo  metro* 
polita  Cipriano  nel  i38o  il  pos- 
sesso di  sua  dignità;  ma  egli  fu 
finalmente  degradato  dal  clero  e 
dal  popolo  in  un  concilio,  e  finì 
di  vivere  in  prigione  nel  1389. 
Cipriano  è  lodato  per  uno  de'  piìi 
leali  amici  e  veneratori  della  Chie- 
sa romana;  si  acquistò  meriti  im- 
mortali presso  la  sua  chiesa ,  e  fu 
chiamato  il  ristoratore  delle  scien- 
ze nella  Russia.  Al  suo  tempo  tutte 
le  sedi  vescovili  russe  di  Lituania 
passarono  all'  unità.  Cipriano  mo- 
rì nel   i4o6. 

Dopo  la  sua  morte  sorsero  lem* 
pi  turbolenti  per  la  chiesa  russa , 
pei  semi  delio  scisma  sparsi  da 
Pimen  nel  clero,  che  Cipriano  a- 
vea  soffocato.  Per  mala  ventura 
della  chiesa  russa,  salì  sulla  sedia 
metropolitana,  co*  maneggi  i  più 
detestabili,  l'ambizioso  Fozio  greco 
avarissimo.  Crescendo  le  sue  ini- 
quità, e  divenuto  peggior  di  un 
pagano,  i  vescovi  della  Russia  me- 
ridionale, co'  principi,  boiari  e  gran- 
di dell'impero,  si  adunarono  in 
Riovia  l'anno  14^4  ^  dichiararo- 
no Fozio  decaduto  dalla  sua  di- 
gnità^ sostituendogli  il  pio,  mode- 


RIO  29 

sto  e  dotto  Gregorio  Zamblak.  Sì 
portò  in  Costantinopoli  per  rice- 
vere dal  patriarca  e  dall'impera- 
tore r  istituzione  canonica,  ma  non 
li  trovò  inclinati  ad  ascoltare  le 
universali  lagnanze  contro  Fozio, 
ne  dare  retta  alle  preghiere  del 
clero  russo,  perchè  vedevano  am- 
bedue il  danno  che  loro  proveni- 
va per  la  divisione  della  sedia  me- 
tropolitana di  Russia,  la  quale  per 
essi  era  una  miniera  inesauribile 
d'oro.  Con  tuttociò  appena  Grego- 
rio ritornò  a  Riovia,  i  vescovi  della 
Russia  meridionale  si  radunarono 
in  Nowogrodek  nel  1^1 5,  e  confer- 
marono a  dispetto  del  patriarca  di 
Costantinopoli  la  nomina  di  Gre- 
gorio, scomunicando  Fozio,  con  so- 
lenne atto  in  cui  Riovia  è  chiama- 
ta la  madre  delle  chiese  russe,  la 
madre  di  tutte  le  città  russe.  Io 
tale  documento  si  dice,  che  antica- 
mente avevano  i  vescovi  il  diritto 
d' istituire  il  metropolitano ,  e  al 
tempo  del  granduca  Isaslaw  elesse- 
ro e  consecrarono  Clemente.  Con- 
servare le  tradizioni  de'  ss.  padri, 
condannare  l'eresia,  venerare  il  pa- 
triarca di  Costantinopoli,  avere  la 
medesima  fede,  ma  solo  rigettare 
r  illegittima  autorità  che  si  erano 
arrogati  gì*  imperatori  greci,  poiché 
non  il  patriarca ,  ma  l' imperatore 
ormai  dava  i  metropolitani,  facen- 
do vile  traffico  delle  prime  dignità 
ecclesiastiche.  Quindi  per  tale  scon- 
venevolezza essersi  eletti  da  loro  un 
degno  metropolitano.  Da  quell'epo- 
ca la  sedia  metropolitana  di  Rus- 
sia fu  divisa  in  quella  di  Riovia 
e  di  Mosca  ;  la  prima  governò  gli 
esarcati,  ossia  vescovati  del  mezzo- 
giorno ;  la  seconda  quelli  del  set- 
tentrione. Questo  avventuroso  av- 
venimento preparò  l*  unione  della 
chiesa  russa  pel  secolo  XVL  I  me- 


3o  RIO 

Iropolitani  di  Mosca  sì  appigliaro- 
no a  tutti  i  mezzi  per  riunire  la 
sede  di  Rio  via  con  la  loro,  ma  in- 
darno. I  metropolitani  di  Riovia 
sostennero  la  loro  indipendenza,  e 
siccome  i  metropolitani  di  Mosca 
spalleggiati  dai  loro  granduchi  si 
mantennero  nella  loro  dignità,  così 
anche  gli  ultimi  cercarono  di  raf- 
forzarsi nella  loro  per  la  protezio- 
ne de'  principi  di  Lituania  e  dei 
re  di  Polonia.  Alla  sede  unita  di 
Riovia  s'incorporarono  le  diocesi 
di  Bransk,  Smolensko,  di  Permìs- 
lia  o  Premislia,  di  Turow,  di  Luzk 
o  Luck,  di  Wladimiro  nella  Vo- 
linia,  di  Polosko,  di  Clielma,  di 
Haliz  o  Allicia  ,  e  perseverarono 
nella  unione  della  Chiesa  romana 
fino  verso  Tanno  i52o.  Qui  no- 
teremo che  quinto  vescovo  latino 
fu  Filippo  domenicano;  e  che"  la 
restaurazione  della  sede  vescovile 
latina  in  Riovia,  si  attribuisce  a 
Jagellone  o  Wladislao  V  re  di  Po- 
ionia,  ed  all'anno    i^ii. 

L'imperatore  Emmanuele  TI  Pa- 
leologo,  ed  il  pio  e  dotto  patriar- 
ca Giuseppe  di  Costantinopoli  mo- 
straronsi  assai  propensi  ad  accostarsi 
all'unione,  quale  fu  conchiusa  so- 
lennemente mediante  lo  zelo  del 
metropolita  di  Riovia  Gregorio  già 
mentovato.  Questi  fu  nel  i4i8 
mandato  dall'  imperatore  alla  testa 
di  venti  vescovi  greci,  con  uno  splen- 
dido seguito  di  principi  e  magna- 
li, al  concilio  di  Costanza  presie- 
duto dal  Papa  Martino  V;  laonde 
dopo  poche  sessioni  fu  celebrata 
l'unione  di  ambedue  le  chiese,  il 
Pontefice  si  mostrò  assai  amorevo- 
le, dichiarando  i  regnanti  di  Po- 
lonia e  di  Lituania,  probabilmente 
ad  istanza  di  Gregorio,  vicari  della 
santa  Sede,  ciascuno  nel  proprio  re- 
gno, nominatamente  però  negli  stali 


RIO 

russi.  Contemporanei  di  Gregorio 
furono  Michele  1  e  Andrea  vescovi 
Ialini  di  Riovia:  sotto  il  secondo 
avendo  i  tartari  in  un  alla  città 
spogliato  la  cattedrale  verso  il  i4i6, 
il  vescovo  latino  Michele  II  la  re- 
staurò e  fornì  di  sacre  suppellet- 
tili. A  Gregorio  nel  i4^9  degna- 
mente successe  Gerasimo,  al  pa- 
ri del  predecessore  unito  colla  Chie- 
sa romana,  e  non  dimostrò  mono 
ardore  per  propagare  l'unione.  Tut- 
tavolta  l'unione  della  chiesa  orien- 
tale, come  anche  di  tutta  la  chiesa 
russa  non  sortì  il  pieno  suo  effet- 
to prima  del  concilio  generale  di 
Firenze  celebrato  da  Eugenio  IV, 
avendola  ritardata  T  invasione  dei 
turchi.  Contribuì  di  molto  al  con- 
seguimento di  questo  scopo  tanto 
sospirato  ,  la  vacanza  delle  sedie 
metropolitane  del  nord  per  la  mor- 
ie di  Fozio  e  di  Gerasimo,  il  quale 
perì  vittima  d'un  odio  politico  nel 
1433.  Il  patriarca  di  Costantino- 
poli Giuseppe,  zelantissimo  dell'  u- 
nfone  della  chiesa  orientale  coll'oc- 
cidentale ,  colse  questa  favorevole 
opportunità,  e  nominò  nel  14^7 
metropolitano  di  tutta  la  Russia , 
il  non  men  pio  che  dotto  ed  elo- 
quente Isidoro  di  Salonicco  o  Tes- 
salonica  vescovo  dell'llliria.  Per  tal 
modo  la  sedia  metropolitana  di 
Mosca  fu  di  nuovo  unita  a  quella 
di  Riovia,  il  che  agevolò  l'unione 
di  tutta  la  chiesa  russa  con  la  ro- 
mana. Nel  1437  portatosi  a  Mo«ca 
vi  fu  ricevuto  dal  granduca  Wa- 
silio  o  Basilio  III,  che  indusse  al- 
l'unione, ma  a  malincuore  accon- 
sentì che  partisse  pel  concilio  ge- 
nerale, seguito  da  splendido  accom- 
pagno di  sopra  cento  ragguardevoli 
personaggi,  di  ecclesiastici,  boiari  e 
di  altri  grandi  deli'  impero,  i  quali 
tulli  furono  accolli  con   onorifiche 


RIO 

dimostrazioni.  Nel  concilio  vi  eb- 
bero principalissima  parte  l'attivi- 
tà del  celebre  Cessarione  arcive- 
scovo di  Nicea,  e  lo  zelo  d'Isidoro 
metropoli lano  di  Russia.  JNel  gior- 
no della  festa  de'  ss.  Pietro  e  Paolo 
del  1439,  il  cardinal  Giuliano  Ce- 
sarmi lesse  il  decreto  di  unione  in 
lingua  latina  e  Bessarione  in  gre- 
co, con  inesprimibile  gioia  del  ma- 
gnanimo Pontefice  Eugenio  IV.  In- 
di volle  rimeritare  Isidoro  di  Rio- 
via  delle  tante  fatiche  sostenute, 
dichiarandolo  con  bolla  de'  17  a- 
gosto  suo  legato  a  Intere  nella  Li- 
tuania, Livonia,  Russia,  ed  in  un 
al  Bessarione  a'  18  dicembre  lo 
creò  cardinale.  Partito  Isidoro  da 
Firenze  e  giunto  a  Buda ,  quivi 
scrisse  lettere  pastorali  in  Russia, 
come  metropolitano  di  Kiovia  e  di 
tutte  le  Russie  e  legato  pontifìcio, 
e  principalmente  ai  vescovi  della 
metropoli  meridionale,  nelle  quali 
loro  notificò  T  unione  di  ambe  le 
chiese  di  recente  conchiusa  in  Fi- 
renze, esortandoli  ad  accettarne  il 
decreto,  ed  incoraggiando  a  un  tem- 
po i  vescovi  latini  di  Polonia,  di 
Lituania  e  di  Livonia  ad  amar  i 
greci  come  fratelli,  e  mantenere 
con  loro  nelle  cose  di  fede  e  nel 
culto  divino  perfetta  armonia,  non 
badando  alla  differenza  del  rito  ec- 
clesiastico. 

Giunto  in  Kiovia  il  cardinal  I- 
sidoro,  vi  fu  ricevuto  con  giubilo 
universale,  non  che  dal  popolo  e 
clero,  eziandio  dai  sovrani  di  Po- 
lonia e  Lituania.  L'unione  non  in- 
contrò opposizione  alcuna,  tutti  l'ac- 
colsero con  piacere;  ma  non  cosi 
a  Mosca,  dove  il  cardinale  si  recò 
nella  primavera  del  i44o>  aspet- 
tato per  la  precorsa  fama  della 
conchiusa  unione  con  generale  ir- 
ritazione degli   animi.    Ciò    nondi- 


RIO  3i 

meno,  dotalo  com'egli  era  di  co- 
raggio, si  portò  subito,  preceduto 
dalla  croce  latina  e  da  tre  pasto- 
rali di  argento,  alla  chiesa  della  ss. 
"Vergine  sul  K  rem  li  no,  ove  fu  ri- 
cevuto dal  clero,  dai  principi  e  bo- 
iari,  e  da  numeroso  popolo.  Ognu- 
no meravigliato  per  tale  novità, 
era  ansioso  veder  che  ne  sarebbe 
seguito.  Isidoro  dopo  aver  ringra- 
ziato Dio  del  suo  felice  ritorno , 
fece  salir  sul  pulpito  un  diacono 
che  annunziò  a'  circostanti  il  de- 
creto dell'unione  del  concilio  fio- 
rentino. Tutti  scossero  il  capo,  e 
senza  manifestare  pubblicamente  il 
loro  sdegno,  se  ne  ritornarono  alle 
case  pieni  di  stupore.  Intanto  Isi- 
doro presentò  al  granduca  Wasi- 
lio  ni  un  breve  di  propria  mano 
di  Eugenio  IV,  concepito  con  pa- 
role cortesi  ed  afFettuosissime,  con 
cui  lo  esortava  ad  acconsentire  al- 
l'unione,  accogliere  benignamente 
il  metropolitano,  e  consentirgli  il 
tranquillo  e  pacifico  -possesso  dei 
suoi  diritti.  Il  granduca  però  non 
volle  saper  nulla  dell'unione,  seb- 
bene nel  modo  il  più  eloquente 
Isidoro  gliela,  rappresentasse  assai 
profittevole  al  bene  e  miglioramen- 
to della  Russia  ;  che  anzi  passali 
pochi  giorni,  fece  prendere  e  tras- 
portare il  metropolitano  nel  mo- 
nastero di  Tschudow ,  ove  stette 
per  due  anni  prigione  in  un  con 
Atanasio  e  Gregorio  monaci  suoi 
amici,  insieme  a'  quali  a'  i5  set- 
tembre i44^  g^>  venne  fatto  fug- 
gire in  Roma  al  modo  detto  alla 
sua  biografìa,  ove  morì  e  fu  con 
solenne  pompa  funebre  sepolto  in 
s.  Pietro  Vaticano.  Ai  di  lui  tempi 
fu  vescovo  latino  di  Kiovia  Gio- 
vanni, ch'ebbe  in  successore  Cle- 
mente. Con  la  fuga  d'Isidoro  si 
divise  di  nuovo    la    sede  melropo- 


32  RIO 

litana  di  Russia,  per  sì  poco  tem- 
po unita,  in  quella  di  Riovia  e 
in  quella  di  Mosca.  Ad  Isidoro 
fu  sostituito  il  suo  fedele  ed  inse- 
parabile compagno,  il  pio  e  pacifi- 
co Gregorio,  col  nome  di  Gregorio 
II.  Eugenio  IV  medesimo  lo  con- 
secrò  in  Pioma  nel  i444-  Nell'an* 
no  seguente  ritornò  a  Riovia  elet* 
to  metropolitano  di  tutta  la  Russia, 
munito  di  lettere  pontificie  a  Ca- 
simiro IV  re  di  Polonia  e  gran 
principe  di  Lituania,  ed  a  Casimi- 
ro II  duca  di  Lituania,  cioè  allo 
stesso  re  che  qual  principe  di  Li- 
tuania portava  il  nome  di  Casimi- 
ro lì.  1  tentativi  del  re  per  paci* 
ficar  il  granduca  di  Russia,  e  ri- 
conoscere il  nuovo  metropolitano, 
andarono  a  vuoto.  Wasilio  III 
convocò  subito  i  vescovi  della  me- 
tropoli a  Mosca,  e  nel  i447  ^^' 
mandò  loro,  senza  punto  consulta- 
re il  patriarca  di  Costantinopoli, 
di  eleggere  un  altro,  che  fu  il  fo* 
coso  Giona  per  prepotenza  nomi- 
nato. Il  virtuoso  e  dotto  Gregorio 
Il  venne  bandito  nel  14^1  per 
la  sua  costante  perseveranza  all'ob- 
bedienza della  Chiesa  romana,  indi 
portatosi  in  Roma  vi  mori  nel 
1459.  Giona,  siccome  nemico  del- 
l'unione, fece  di  tutto  per  assog- 
gettarsi la  metropoli  di  Riovia,  per- 
ciò il  Pontefice  Pio  II  con  una 
lettera  lo  ripigliò  con  amari  rim- 
proveri, e  vendicò  i  diritti  metro- 
politani della  sede  metropolitana  di 
Riovia,  come  la  più  antica  e  come 
la  culla  della  chiesa  russa.  I  re- 
gnanti di  Polonia  e  Lituania  cer- 
carono con  non  minor  zelo  di  quel- 
lo de*  Papi  di  mantenere  stretta 
l'unione  nella  metropoli  della  Rus- 
sia meridionale.  Il  predecessore  di 
Casimiro  IV  avea  esteso  con  suo 
editto  agli  uniti  vescovi   di  questa 


RIO 

mefropoli  i  medesimi  diritti  e  pri* 
vilcgi  che  godevano  i  vescovi  lati- 
ni del  suo  regno  ;  quindi  Casimiro 
IV  avendo  unito  Riovia  a'  suoi 
stati,  nel  li^'jS  vi  fece  nominare 
Alberto  in  vescovo  latino  suffraganeo 
di  Leopoli,  colla  qualifica  di  senatore 
del  regno  come  gli  altri  prelati, 
ma  non  fu  che  di  titolo,  dappoi- 
ché i  cosacchi  non  lo  vollero  sof- 
frire, come  scrive  Commanville ,  il 
quale  chiama  Riovia  capitale  del- 
l'Ukrania. 

Giona  metropolita  di  Mosca  mo- 
vi  nel  1461,  ma  le  due  metropoli 
entrarono  in  vicendevole  lotta  :  gl'im- 
mediati suoi  successori  nella  sede 
di  Mosca,  non  finirono  mai  di  lan- 
ciare scomuniche  contro  i  vescovi 
uniti  con  Riovia  e  con  Roma , 
chiamandoli  apostati  e  traditori  del- 
la fede.  A  Gregorio  II  successe  Mi- 
chele 0  Michal,  il  quale  non  fu 
meno  giusto  e  pio  del  predecesso- 
re. Portandosi  in  Roma  nel  147^» 
presentò  al  Papa  Sisto  IV  i  soliti 
omaggi  di  fedeltà  ed  obbedienza 
de'  vescovi  russi.  Autorizzato  dal 
Pontefice  nel  suo  ritorno  in  Rus- 
sia promulgò  il  giubileo  dell'anno 
santo  1475  a  spirituale  vantaggio 
de'  fedeli  greci,  e  mori  benedetto 
nel  1489.  Giona  I  che  gli  succes- 
se poco  visse,  COSI  pure  Macario  I, 
onde  fu  eletto  Giuseppe  lituano  che 
difese  l'unione  e  la  propagò,  cele- 
brando nel  i5o9  un  concilio  dei 
suoi  vescovi  a  Vilna  onde  provve- 
dere alla  disciplina  ecclesiastica. 
Sgraziatamente  dopo  breve  tempo 
morì,  e  la  sede  metropolitana  di 
Riovia  ritornò  ne'  successori  di  lui 
allo  scisma,  massime  pel  matrimo- 
nio di  Alessandro  I  re  di  Polonia 
con  Elena  figlia  del  granduca  I- 
wan  III,  la  quale  operò  secondo 
gì'  interessi  e  credenza  del  padre , 


KIO 

tlisprezzando  iì  cullo  cattolico,  e 
fovorcndo  i  greci  scismatici  ;  quin- 
di questi  ebbero  il  predominio  nella 
Lituania,  e  l'unione  si  sciolse  affat- 
to, ad  onta  dello  zelo  del  Papa  A- 
lessandro  VI.  11  re  Stefano  Batto- 
li col  suo  attaccamento  per  la 
Chiesa  romana  preparò  il  glorioso 
ritorno  della  metropoli  meridiona- 
le di  Russia  all'unità,  sotto  il  suc- 
cessore Sigismondo  HI;  nel  i589 
Geremia  patriarca  di  Costantinopoli 
essendosi  portato  in  Mosca  dichia- 
rò il  metropolitano  Giobbe  pa- 
triarca di  tutta  la  Russia  per  in- 
trighi e  donativi,  ed  insieme  indi- 
pendente da  quello  di  Costantino- 
poli. Tultavolta  l'erezione  del  nuo- 
vo patriarcato  della  chiesa  russa 
trovò  grandi  ostacoli  non  solo  nel- 
la sede  costantinopohtana,  ma  in 
quelle  stesse  soggette  al  patriarca 
russo.  L'orgoglio  di  Giobbe  e  di 
Geremia  trattarono  tirannicamen- 
te Michele  Nahosa  elevato  nel  i589 
alla  metropoli  di  Riovia,  ed  i  suoi 
vescovi  suffragane .  Non  potendo 
Michele  più  sopportare  tante  ves- 
sazioni ed  ingiurie,  convocò  i  ve- 
scovi della  sua  metropoli  in  un 
concilio  a  Bresta,  e  consigliossi  con 
loro  a  qual  capo  della  Chiesa  si 
avesse  ormai  ad  obbedire,  se  al  re- 
cente patriarca  Giobbe  di  Russia, 
ovvero  al  santo  patriarca  di  tutta 
la  Chiesa  cattolica  di  Cristo  il  Pa- 
pa. Tutti  unanimamente  dichiara- 
rono, ch*essi  in  avvenire  volevano 
soltanto  obbedire  al  sommo  Pon- 
tefice di  Roma ,  successore  di  s. 
Pietro,  e  ritornare  nel  grembo  del- 
l' una,  vera  ed  apostolica  Chiesa. 
Dopo  poche  sessioni  stesero  li  2 
dicembre  iSpS  il  decreto  di  deli- 
berazione dell'unione,  in  cui  espo- 
sero con  semplici,  ma  nobili  e  sante 
parole,  le  ragioni  di  tale  risoluzio- 
VOL,  xxxvw. 


KIO  33 

ne  al  mondo  cristiano,  nominata- 
mente a*  fedeli  del  loro  rito,  men- 
tre Giobbe  col  suo  clero  lanciò 
orrende  maledizioni  contro  le  de- 
liberazioni de'  padri  di  Bresta.  In 
questo  tempo  era  XIV  vescovo  la- 
tino di  Riovia,  Giacomo  duca  Wo- 
roniecius,  successore  di  Nicolao  Pac. 
JNell'anno  seguente  ivi  i  vescovi  della 
metropoli  di  Riovia  con  Michele  si 
radunarono  in  concilio  ed  inviaro- 
no a  Roma  un'ambasceria  per  no- 
tificare a  Clemente  Vili  la  loro 
riunione  colla  santa  Sede,  compo- 
sta di  due  dotti  vescovi. 

Questi  legati  del  clero  ruteno , 
con  numeroso  seguito  di  ecclesia- 
stici e  di  principi  polacchi  e  rute- 
ni, furono  accolti  dal  Papa  cori 
amorevole  cortesia  in  pubblico  con- 
cistoro. Ivi  si  lesse  ad  alta  voce  in 
ruteno  ed  in  latino  la  lettera  dei 
metropolitani  e  de'  vescovi,  cui  ri- 
spose in  nome  pontificio  il  celebre 
Silvio  Àntoniani  poi  cardinale.  L'u- 
nione si  fece  sotto  le  medesime 
condizioni  con  che  era  stata  con- 
chiusa nel  concilio  di  Firenze.  La 
Sede  apostolica  accordò  loro  tutti 
i  diritti,  libertà  e  privilegi  di  cui 
avevano  sino  allora  goduto,  e  la- 
sciò loro  tutti  i  riti  e  Ife  cerimo- 
nie nell'amministrazione  de*  sagra- 
menti  e  nella  celebrazione  delle 
altre  ecclesiastiche  funzioni  in  uso 
presso  di  loro  innanzi  all'unione, 
purché  non  ripugnassero  ai  dora- 
mi della  Chiesa  cattolica.  Il  Papa 
confermò  il  metropolita  di  Riovia 
nel  suo  possesso  degli  antichi  di- 
ritti e  giurisdizioni,  compreso  quel- 
lo di  consacrare  i  vescovi  della 
sua  metropoli,  chiedendone  prima 
la  conferma  alla  santa  Sede,  per 
mezzo  del  nunzio  pontificio  in  Po- 
lonia, cui  verrebbe  comunicata  per 
quello  della  congregazione  di  car- 
3 


34  KIO 

diiiali  stnhilita  per  .questi  affa- 
ri, che  fu  poi  quella  di  propa- 
ganda fide.  D'ora  in  poi  l'epi- 
scopato ruteno  fu  dipendente  da 
questa  insigne  e  benemerita  con- 
gregazione. L'elezione  poi  del  me- 
tropolita seguiva  sotto  la  presi- 
denza del  medesimo  nunzio,  il  qua- 
le convocava  lutti  i  vescovi  della 
metropoli  ,  il  proto  archimandrita 
e  i  primari  prelati  del  clero  seco- 
lare e  monastico  in  un  concilio. 
Fatta  l'elezione  il  nunzio  mandava 
gli  atti  in  lloma  alla  congregazio- 
ne di  propaganda,  la  quale  li  pro- 
poneva all'approvazione  del  Papa. 
Se  questi  li  confermava,  il  metro- 
politano veniva  da  lui  preconizza- 
to in  concistoro^  ed  otteneva  me- 
diante la  congregazione  medesima 
la  bolla  d*  istituzione  ed  il  paUio. 
Così  dunque  l'unione  del  clero  ru- 
teno con  la  Chiesa  romana  av- 
venne, senza  altra  forza  che  quel- 
la della  persuasione  della  verità. 
Appena  i  legati  ruteni  ritornarono 
nella  loro  patria ,  tutti  i  vescovi 
ruteni  si  raccolsero  a  concilio  in 
Bresta  sotto  la  presidenza  del  me- 
tropolita, e  ratificarono  di  nuovo 
l'unione  e  quanto  si  era  fatto  in 
Roma.  Giobbe  patriarca  di  Russia 
convocò  del  pari  un  sinodo  a  Mo- 
sca, slanciò  scomunica  contro  Mi- 
chele metropolita  di  Kiovja,  e  ma- 
Icdì  tutte  le  decisioni  intorno  al- 
l'unione emanate  in  Bresta;  quin- 
di scoppiarono  le  più  crudeli  per- 
secuzioni del  clero  russo  contro  il 
ruteno.  Costantino,  potente  princi- 
pe di  Ostrog,  si  separò  dall'  unio- 
ne, e  vi  persuase  i  vescovi  di  Leo- 
poli  e  di  Premislia.  Michele  morì 
benedetto  nel  iSgg,  e  gli  successe 
Ippazio  già  ambasciatore  del  clero 
in  Roma,  che  per  zelare  il  man- 
tenimento dell'unione    fu  bersaglio 


KIO 

di  gravi  persecuzioni.  Nel  i6i3  fu 
eletto  Giuseppe  Velamin,  pel  quale 
sotto  Urbano  Vili  quasi  tutti  i 
ruteni  uniti  accettarono  T  unione , 
tranne  pochi  che  rimasero  nello 
scisma.  1  nemici  lo  perseguitarono 
a  morte,  e  questa  dierono  al  suo 
amico  Giosafat  arcivescovo  di  Po- 
losko,  che  Urbano  Vili  beatificò. 
Paolo  V  a  ribattere  le  menzogne 
degli  scismatici,  nel  16 1 5  confermò 
il  rito  greco  ai  ruteni,  ed  invitò  il 
metropolita  a  mandare  quattro  gio- 
vani in  Roma^  per  essere  educati 
in  quel  rito  nel  collegio  greco.  I 
re  ed  i  vescovi  di  Polonia  per  con- 
discendenza ai  reclami  degli  scisma- 
tici si  trovarono  costretti  di  lolle- 
rare  la  loro  gerarchia.  Accanto  del- 
le sedi  vescoviU  degli  uniti,  gli  scis- 
matici eressero  e  conservarono  le  lo- 
ro antiche  denominazioni.  Il  metro- 
polita scismatico  di  Kiovia,  per  con- 
cessione del  re  Sigismondo  III,  eb- 
be il  medesimo  titolo  del  cattolico, 
ed  esercitò  sopra  il  suo  clero  e  po- 
polo i  medesimi  diritti  ;  anzi  il  re 
Ladislao  o  Wladislao  VII  nel  i635 
approvò  la  celebre  università  di 
Rio  via ,  fondala  per  ammaestra- 
mento del  clero  dal  metropolita 
scismatico  Pietro  Mohila,  uomo 
dottissimo,  ma  altrettanto  fiero  ne- 
mico delia  Chiesa  cattolica  ;  la  dotò 
di  pingui  rendite  e  l'arricch'i  d'una 
stamperia  ragguardevole,  dalla  qua- 
le poi  uscirono  tante  opere  ingiu- 
riose contro  l'unione  e  la  Chiesa 
cattolica.  A  questa  epoca  era  XVIII 
vescovo  di  rito  latino  di  Kiovia 
Buguslao.  Giovanni  Casimiro  re  di 
Polonia,  già  gesuita  e  cardinale,  per- 
mise al  metropolita  scismatico  di 
Kiovia  di  poter  passare  sotto  la  giu- 
risdizione del  patriarca  di  Mosca . 
Gli  scismatici  fatalmente  ottennero 
ancora  la  facoltà  di  erigere  nuove 


RIO 

sedie  vescovili,  sebbene  non  ne  ave- 
vano adatto  bisogno.   Il   metropoli- 
ta cattolico  di  Kiovia  Gabriele  Cor- 
sak,  cacciato  dalla  sua  sede  per  le 
turbolenze  eccitate  dal  patriarca  di 
Costantinopoli,  che    avea  nominato 
lo  scismatico,  nel    1642  si  ritirò  in 
Roma.   Però  sotto    il  re    Giovanni 
III  eletto  nel    1674,  le  sedi  vesco- 
vili di  Leopoli  e  di  Premislia  tor- 
narono all'unità    cattolica,  sebbene 
la  forza  politica  della  Polonia  fos- 
se   allora    notabilmente    diminuita, 
e  perciò  la    risoluzione    di  tali  ve- 
scovi affatto  scevra  d'ogni  basso  ri- 
guardo. Eziandio  il  vescovo  di  Smo- 
lensko,  città  in  quei  tempi  venuta 
in  potere  della  Russia,  si  sottomise 
alia  Chiesa  cattolica.    JVel    1678  al 
\escovo  latino  di  Kiovia  Francesco 
Prazmovio,  successe  il  celebre  conte 
Andrea  Crisostomo  Zaluski,  XXVII 
vescovo  latino,    ed  autore  di  mol- 
te pregiate    opere.    Il    metropolita 
di  Kiovia  Leone  Kirszka  nel    1720 
celebrò  il    sinodo   nazionale  di  Za- 
raoscia  nella  waiwodia  di  Lublino, 
sinodo    confermato  dalla  santa  Se- 
de   nel    1723.    Atanasio    Scepticki 
divenne  metropolita    di  Kiovia  nel 
1729,  traslata  lo  da  Leopoh,  lodato 
per  le  sue  belle  qualità.  Nel    174B 
gli  successe  Floriano  Krebnicki  già 
arcivescovo   di    Polosko,  a   cui    gli 
fu   dato  nel   1756    per    coadiutore 
con    futura     successione    Feliciano 
Wololkowicz    vescovo    di  Chelma, 
il   quale  diventò  metropolitano  nel 
1758.  A  questi  sotto  Clemente  XIII 
nel    1762    fu   fatto    coadiutore  con 
futura    successione  Leone  Lodovico 
Scepticki  vescovo  di  Leopoli  e  Ka- 
nùenec   dell'ordine  di  s.  Basilio,  che 
nel   1778    gli    successe.    Nel    1763 
in  Varsavia  si  stampò  questo  libro 
ora  rarissimo,    cioè  la  storia  e    la 
serie  de'  vescovi  kiovesi  di  rito  la- 


RIO  3j 

tino.  De  episcopatu  Kioviensi  cti/us 
sedes  olìm  fuit  Kioi'iae  nunc  vero 
Zylomiriae  in  Ukrania  ejusque 
praesulibus  ,  brevis  commcntalio 
quani  ex  Simonis  Okolscii  opere 
et  ex  variis  wiliquioribus  menu- 
mentis  descripsil  ad  praesensque 
usque  tempiis  produxit,  Christia- 
niis  Gottlieb  Friesius.  Quanto  poi 
alla  serie  de'metropolitani  ruteni 
di  rito  greco-unito,  è  riportata  nel- 
l'opera che  citeremo  del  eh.  padre 
Theiner.  Si  trova  pure  in  quella 
dell'abbate  basiliano  ruteno  Igna- 
zio Kulczynski,  intitolata.  Speci* 
men  ecclesiae  rathenae  ciim  san- 
ata Sede  apostolica  romana  semper 
unitae,  Romae    1733. 

Nel  pontificato  di  Clemente  XIII 
per  un  trattato  imposto  dalla  Russia 
alla  Polonia,  i  greci  non  uniti  acqui- 
starono gli  stessi  diritti  civili  e  re- 
ligiosi degli  uniti  cattolici,  stabilen- 
dosi che  le  chiese  dipendenti  dal 
metropolitano  di  Kiovia  apparte- 
nessero perpetuamente  alla  religione 
greca  orientale.  Nel  1772  la  Russia, 
la  Prussia  e  l'Austria  sentenziarono 
la  Polonia  ad  uno  smembramento, 
quindi  la  chiesa  greco- unita  si  tro- 
vò esposta  ai  travagli  ed  alle  per- 
secuzioni della  Russia.  Ella  oppose 
vigorosa  resistenza,  e  gloriosamente 
pugnò  per  la  sua  libertà  e  salvez- 
za. 11  clero  secolare  fece  mostra  di 
eroiche  virtìi,  laddove  i  basiliani 
per  conservare  le  ricche  loro  pos- 
sessioni stettero  spettatori  oziosi . 
Nella  schiera  de*  magnanimi  cam- 
pioni della  fede  si  segnalarono  gli  a- 
lunni  de' seminari  pontificii  di  Vil- 
na e  Leopoli,  perciò  giustamente 
colmati  di  elogi  dal  prelato  Ga- 
rampi  2elanle  e  dotto  nunzio  di  Po- 
lonia e  spettatore  degli  avvenimenti, 
il  quale  con  dolore  biasimò  l'infin- 
gardaggine dei   basiliani.  Quest'or- 


36  RIO 

dine  religioso  nei  primi  tempi  si 
avea  acquistato  molti  meriti  presso 
la  chiesa  greco-cattolica,  ma  negli 
ultimi  per  rilassamento  di  zelo  cer- 
cò di  sottrarsi  alla  giurisdizione  del 
metropolita  di  Riovia,  e  mirò  a 
dominare  il  clero  secolare.  L'ordine 
era  diviso  in  due  congregazioni,  una 
della  ss.  Trinità,  l'altra  di  Nostra 
Signora  o  del  Patrocinio  della  Beata 
Vergine^  che  ben  tosto  s'impadro- 
nirono di  tutte  le  dignità  primarie 
del  clero  secolare  :  i  capitoli  e  le 
collegiate ,  massime  di  Lituania  , 
giunsero  a  comporsi  di  soli  basilia- 
ni,  a  fronte  delle  reiterate  ammo- 
nizioni della  santa  Sede  da  Bene- 
detto XIV  in  poi.  11  piti  dei  basi- 
liani  erano  polacchi  passati  dal  ri- 
to latino  al  greco,  con  intendimen- 
to di  venir  promossi  a'  vescovati,  a 
pi'elature  ed  altre  dignità  della  chie- 
sa greco-unita.  Nel  primo  smem- 
bramento della  Polonia,  la  gerar- 
chia della  chiesa  unita  soggiacque 
a  notabili  alterazioni.  Ciò  non  per- 
tanto il  metropolita  continuò  ad  e- 
sercitare  i  suoi  diritti  di  giurisdi- 
zione su  lutti  i  vescovi  ruteni  di 
tutti  e  tre  i  regni,  come  innanzi  al- 
la divisione,  e  conservò  sino  all'  ul- 
timo il  titolo  di  arcivescovo  di  Rio- 
via,  di  Halicz  e  di  metropolitano 
di  tutta  la  Russia.  Il  metropolita 
Leone  Scepticki  calcando  le  orme 
del  suo  antecessore  e  congiunto  A- 
tanasio,  si  acquistò  meriti  immor- 
tali per  la  conservazione  e  restau- 
ra mento  della  chiesa  unita,  reggen- 
do a  un  tempo  anche  la  porzione 
della  diocesi  di  Ramienec  rimasta 
alla  Polonia.  Meritò  degne  lodi  per 
avere,  benché  basii iano,  chiamalo 
alle  più  cospicue  cariche  della  sua 
diocesi  in  un  co'monaci  del  suo  ordi- 
ne, i  più  dotti  e  meritevoli  del  clero 
secolare.   J-a  tempesta  fuiiosa   che 


RIO 

fin  ddl  sesto  decennio  di  questo  se- 
colo ruppe  sulla  chiesa  unita,  risve- 
gliò nel  clero  e  nel  popolo  nuovo 
zelo  per  la  religione.  Riconoscen- 
dosi necessaria  migliore  educazio- 
ne nel  clero  ,  Massimiliano  Ryllo 
basiliano  di  Rlusco  diocesi  di  Vil- 
na, fatto  coadiutore  del  vescovo  di 
Chelma  sino  dal  lySg,  e  più  che 
benemerito  della  chiesa,  fondò  del 
suo  un  seminario  pei  chierici  della 
sua  diocesi,  dotandolo  di  centomila 
fiorini  polacchi;  nel  1779  era  di- 
venuto vescovo  di  Chelma.  JVe  af- 
fidò il  reggimento  a'basiliani  della 
congregazione  Lituana  della  ss.  Tri- 
nità, chiamandovi  gli  uomini  più 
dotti  e  più  degni  dell'ordine.  Pio 
VI  con  breve  del  1780  approvò  e 
confermò  questa  fondazione,  già  nel 
precedente  anno  sanzionata  dalla 
congregazione  di  propaganda  Jìde. 
Per  mala  sorte  il  metropolita 
Leone  durò  poco  e  morì  nel  1781. 
Il  suo  successore  Giasone  Junozza 
Smogorzevrskì,  anch'egli  basiliano, 
però  si  tenne  nelle  sue  pedate  e 
governò  col  medesimo  spirito;  im- 
plorò ed  ottenne  da  Pio  VI  distin- 
zioni e  privilegi  in  premio  ai  sa- 
cerdoti secolari  che  si  segnalavano 
per  tener  salda  l'unione.  Nel  1785 
gli  fu  dato  a  coadiutore  Teodosio 
Rostocki ,  già  alunno  del  collegio 
greco  di  Roma,  e  vescovo  di  Chel- 
ma non  che  basiliano.  Successe  nella 
cattedra  metropolitica  nel  1787, 
ed  allora  per  la  sua  pietà  specchia- 
ta e  vasta  erudizione  e  vivo  zelo 
spuntò  raggio  di  speranza  di  poter 
cambiare  in  meglio  il  lagriraevole 
stalo  della  chiesa  unita;  per  la  qua- 
le non  inlramise  di  adoperarsi  in- 
defesso sostenitore.  Il  celebre  statu- 
to emanato  nel  1791  dalla  dieta 
polacca,  in  cui  si  vendicarono  i  di- 
ritti della  Chiesa  cattolica  dell'uno 


RIO 

e  deirallro  rito,  fu  distrutto  dall'im- 
peratrice di  Russia  Caterina  II . 
Questa  nel  1798  divenne  sovrana 
dei  ricchi  palatinali  di  Riovia,  dì 
Braclavia  e  di  Podolia;  il  terzo 
smembramento  della  Polonia  ebbe 
quindi  luogo  nel  1795.  Intanto  il 
benemerito  Teodosio  Rostocki  nel 
1794  fu  strappato  da  Riovia,  con 
cui  non  potè  più  durante  l'infelice 
sua  vita  comunicare;  dopo  molti 
anni  di  cattività  e  di  santa  vita  mori 
vittima  del  furore  scismatico  in  Pie- 
troburgo, e  con  lui  fini  la  metro* 
polia  di  Riovia.  Prima  in  questa 
città  eranvi  venticinque  chiese  catto- 
liche, passate  poi  in  potere  degli 
scismatici.  Vi  era  un  numeroso  clero 
secolare,  oltre  i  basiliani  che  vi  a- 
\eano  molti  monasteri.  Eranvi  pu- 
re diversi  conventi  e  pii  stabilimenti 
di  carità,  così  ruteni  come  latini, 
tutti  egualmente  occupati  dagli  sci- 
smatici, li  metropolitano  godeva  ot- 
tomila scudi  di  rendita;  seimila  ne 
assegnò  Caterina  II  al  Rostocki ,  e 
tremila  al  sufFraganeo  Butrimowicz. 
Qui  noteremo,  che  la  sua  sede  me- 
tropolitica, con  autorità  apostolica 
divenne  vacante  dopo  che  fu  invasa 
dagli  scismatici.  Negli  ultimi  tempi  era 
in  Rutomiria  vicino  a  Riovia  nell'U- 
krania.  Il  medesimo  s'intitolava  me- 
tropolita di  Kiovia  e  di  Alicia.  La 
ragione  è  che  due  erano  i  principati 
di  queste  parti,  Ukrania  e  Galizia,  e 
due  le  capitali  Ahcia  o  Halicia  o 
Hallicia,  e  Riovia,  e  due  i  me- 
tropoliti. Distrutta  dalle  ingiurie 
de'  tempi  e  dalle  armi  Alicia,  il 
principato  di  Galizia  occupata  Rio- 
via  si  trasferì  in  questa  città,  do- 
ve pure  andò  ad  abitare  il  metro- 
politano di  Alicia.  Quindi  avvenne 
che  uno  solo  rimase  dei  due  metro- 
politi, che  però  conservò  i  titoli  di 
Riovia  e  di  Alicia  o  Hallicia,  dove 


RIO  37 

risiedeva  un  vicario  generale.  Questi 
aveva  il  diritto  di  dare  l'istituzio- 
ne canonica  e  di  consecrare  i  ve- 
scovi, che  doveano  prendersi  dai 
monaci  basiliani,  presso  i  quali  si 
poterono  coltivare  le  scienze. 

A  ridurre  i  greci  uniti  alla  chie- 
sa russa,  Caterina  II  nel  1794  fe- 
ce stabilire  un  collegio  di  missiona- 
ri scismatici  dipendenti  da  un  ve- 
scovo della  chiesa  russa,  al  che  no- 
minò Vittore  Sadkovpschi  archiman- 
drita di  Sluck,  arcivescovo  e  vica- 
rio della  metropoli  russa  di  Riovia, 
il  cui  palatinato  perdette  la  maggior 
parte  delle  chiese.  Poscia  con  appo- 
sito editto  Caterina  II  abolì  per- 
petuamente la  metropoli  di  Riovia. 
Assunto  air  impero  Paolo  I  nutrì 
sentimenti  più  miti  e  più  umani 
per  la  Chiesa  cattolica  e  per  la  san- 
ta Sede.  Non  indugiò  ad  intavola- 
re ti'attative  con-  Roma,  richieden- 
do a  Pio  VI  un  nunzio  apostolico 
per  ricomporre  le  cose  della  chie- 
sa latina  e  rutena.  Il  Papa  vi  de- 
stinò monsignor  Lorenzo  Litta  ar- 
civescovo di  Tebe,  già  nunzio  apo- 
stolico di  Varsavia.  Giunto  il  pre- 
lato nel  1797  in  Pietroburgo,  i 
punti  sui  quali  particolarmente  in- 
sistette furono  la  restaurazione  del- 
la metropoli  greco-unita  di  Riovia 
e  di  tutte  le  sedi  vescoviU  da  Ca- 
terina lì  aboHte;  il  ritorno  del  me- 
tropolita Rostocki  alla  sua  chiesa 
e  di  tutti  gli  altri  vescovi  ruteni 
alle  loro  sedi  colla  primiera  giuris- 
dizione, libertà  di  culto  già  pro- 
messa da  Ivano  III  e  da  altri  prin- 
cipi russi  ai  cattolici  d'ambo  i  riti, 
e  da  Caterina  II  per  ben  tre  vol- 
te solennemente  giurata.  Ma  le  fa- 
vorevoli intenzioni  di  Paolo  I  e  le 
sollecitudini  del  nunzio  non  sorti- 
rono in  tutto  il  bramato  effetto,  pei 
duri    intoppi  che  incontrarono   nel 


38  RIO 

COSI  detto  santo  sinodo  e  nel  nuo- 
vo arcivescovo  di  Mohilow  Sie- 
strzencewicz,  il  quale  secondò  gli  sci- 
smatici nel  ripugnar  il  ristabilimen- 
to della  metropoli  rutena,  siccome 
avidissimo  d'intitolarsi  e  dominare 
qual  metropolita  della  Chiesa  catto- 
lica d'ambo  i  riti,  giacché  a  fronte 
delle  rimostranze  pontificie,  arbitra- 
riamente ne  avea  assunto  il  conte- 
gno e  le  veci.  La  Russia  avea  sem- 
pre agognato  l'assoluto  conquisto 
della  sede  di  Kiovia  ,  culla  del 
cristianesimo  nel  reame  ;  la  qua- 
le stava  molto  a  cuore  de' vescovi 
russi j  non  tanto  per  essere  la  più 
antica  e  primaria  sede  episcopale 
della  Russia,  quanto  perchè  loro  ri- 
cordava continuamente  la  loro  se- 
parazione dalla  vera  Chiesa  di  Ge- 
sìi  Cristo.  Ora  per  togliersi  dinan- 
zi agli  occhi  questa  ingrata  rimem- 
branza, e  appuntellare  la  loro  van- 
tata ortodossia,  essi  la  vollero  per- 
petuamente distrutta.  Ciò  nondi- 
meno per  la  somma  giustizia  dell'im- 
peratore e  pel  zelo  indefesso  del  nun- 
zio, la  chiesa  rutena  fu  rianimata, 
onde  si  ristabilirono  diverse  sedi 
vescovili,  come  Polosko,  Luck  e 
Bresta.  L'ordine  de'basiliani  fu  re- 
staurato; ed  il  nuovo  nunzio  Tom- 
maso Arezzo  arcivescovo  di  Seleu- 
cia  ridusse  a  compimento  le  cose 
stabilite  dal  predecessore,  sotto  l'im- 
peratore Alessandro  I. 

La  citata  storia  e  serie  de*  ve- 
scovi latini  di  Kiovia  viene  ter- 
minata con  Gaetano  Ignazio  Sol- 
tyk  di  Cracovia,  già  coadiutore  di 
Samuele  de  Ossa  Ozga,  e  vescovo 
d'Emaus  in  partibus  sino  dal  1749- 
Quindi  succede  la  vita  del  XXXIV 
vescovo  latino  di  Kiovia,  Giuseppe 
Andrea  conte  Zaluski  di  Seldeck 
diocesi  di  Gnesna,  fatto  nel  lySg, 
col   novero  delle  sue  opere,  di  ver- 


RIO 

se  delle  quali  appartengono  alla 
storia  ecclesiastica  e  civile  della 
Polonia.  I  successori  si  leggono  nel- 
le annuali  Notizie  di  Roma  e  so- 
no i  seguenti:  Giuseppe  Olendzki 
delle  scuole  pie,  della  diocesi  di 
Chelma,  nel  1763  fu  fatto  vesco- 
vo di  Cambisopoli  in  partibus  e 
suffraganeo  di  Giuseppe  Andrea. 
A  questo  ultimo  nel  1774  succes- 
se Francesco  Candido  Ossolinski 
minore  conventuale  della  diocesi 
di  Posnania,  già  coadiutore.  Nel 
1775  fu  dato  a  Francesco  per 
coadiutore  con  futura  successione 
Gaspare  Colonna  Cieciszewski  della 
diocesi  di  Posnania,  fatto  vescovo 
di  Tebessa  in  partibus.  Egli  diven- 
ne effettivo  nel  1784;  naa  già  si- 
no dal  1781  era  stato  fatto  da  Pio 
VI  vescovo  di  Bardana  in  parti- 
bus  Francesco  R.emigio  Zambrzy- 
cki  della  diocesi  di  Polosko,  e  suf- 
fraganeo del  vescovo  latino  di  Kio- 
via. Col  termine  del  secolo  XVIII 
finirono  pure  per  le  vicende  dei 
tempi  i  vescovi  latini  di  Kiovia, 
nella  cui  sede  fiorirono  molti  per- 
sonaggi chiari  per  santità  di  vita, 
dottrina,  nobiltà  cospicua,  ed  altre 
singolari  doti.  Il  capitolo  latino 
componevasi  di  otto  pielati  o  di- 
gnità, cioè  il  decano,  il  prevosto, 
l'arcidiacono,  lo  scolastico,  il  custo- 
de, il  cantore,  il  cancelliere  e  l'ar- 
cidiacono, non  che  di  undici  ca- 
nonici. La  cattedrale  antica  del  ve- 
scovo, capitolo  e  clero  latino,  era 
dedicata  a  s.  Sofia;  fu  distrutta  dai 
tartari  e  sebbene  nel  1 4 1 2  la. restau- 
rasse Jagellone  o  Uladislao  V,  tornò 
poscia  a  cadere  in  rovina,  onde  di 
nuovo  fu  rifabbricata.  Allorché  in- 
sorse lo  scisma,  vi  ulììziarono  i 
greci,  ma  la  proprietà  restò  sem- 
pre de' latini,  finché  nel  i632  se 
ne  impadronirono  sotto  Pietro  Mo- 


KIO 

Iiila,  ad  onta  che  il  re  di  Polonia 
Sigismondo  III  vi  ripugnasse,  la- 
sciando i  greci  l'antica  metropoli 
di  s.  Michele.  Servi  ai  latini  an- 
che di  cattedrale  la  chiesa  de'  ss. 
Pietro  e  Paolo  edificata  in  legno, 
e  poi  quella  da  s.  Giacinto  edifi- 
cata nell'area  concessagli  da  Ulo- 
diniiro,  presso  la  porla  Kozomiacka 
o  Ramiriana  presso  il  monte  lad- 
now. 

Nel  i8o5  essendo  morto  l'egre- 
gio Rostocki  senza  essere  slato  rein- 
tegrato ne'diritti  di  metropolitano 
di  Kiovia  e  di  Halicz,  l'arcivesco- 
vo di  Polosko  Eraclio  Lisowski , 
capo  della  sessione  rutena  del  col- 
legio cattolico  fondato  in  Pietro- 
burgo nel  1801,  a  nome  ancora 
de'due  vescovi  suoi  colleghi,  sup- 
plicò r  imperatore  per  la  restitu- 
zione del  metropolitano  della  chiesa 
greca.  Ne  secondò  l'inchiesta  il  nun- 
zio, ed  Alessandro  I  per  la  giustizia 
della  domanda  l'esaudì  malgrado  le 
rimostranze  del  metropohta  latino 
di  Mohilow,  e  quelle  dei  scismati- 
ci del  cosi  detto  santo  sinodo.  Lo 
stesso  arcivescovo  di  Polosko  Li- 
sowski a' 24  luglio  1806  fu  no- 
minato a  metropolita  di  tutta  la 
chiesa  greco-cattolica  nella  Russia^ 
e  rimesso  nel  possesso  di  tutti  i 
diritti  e  privilegi  ecclesiastici  di 
cui  godevano  i  suoi  antecessori. 
Con  tutto  ciò,  mercè  un  rapporto 
del  cosi  detto  santo  sinodo  all'im- 
peratore, il  Lisowski  non  riuscì  ad 
ottenere  ne  la  sede,  ne  il  titolo 
di  Kiovia,  ma  venne  solo  chiama- 
to nell'imperiale  decreto  di  nomi- 
na, metropolita  unìtaruni  ecclesia- 
rum  in  Russia,  col  qual  titolo  do- 
vevano altresì  nominarsi  ì  suoi  suc- 
cessori. Pio  VII  col  breve  In  uni- 
versalìs  Ecclesiae  regimine^  de*  2  5 
febbraio    1807,    ^^^^^    ^^^    diritto 


KIO  39 

metropolitico  di  Kiovia  le  chiese 
vescovili  di  rito  ruteno,  Leopoli, 
Chelraa  e  Premislia.  Nel  1809  Li- 
so nski  si  elesse  a  successore  Gregorio 
Kochanowicz  vescovo  di  Luck,  e  lo 
investì  di  tutti  i  diritti  propri  dei 
metropoliti  :  l'imperatore  con  suo 
decreto  approvò  queste  disposizio- 
ni. Gregorio  morì  nel  18 14,  ed 
Alessandro  I  nominò  metropolita 
Giosafalte  Bulhak,  della  chiesa  gre- 
co-unita nella  Russia,  esimio  pre- 
lato ch'era  stato  alunno  nel  col- 
legio Urbano  della  propaganda  in 
R.oma,  ed  ordinato  sacerdote  nella 
chiesa  di  s.  Atanasio  del  collegio 
greco.  Egli  richiese  alla  santa  Se- 
de r  istituzione  canonica,  che  i  suoi 
antecessori  Eraclio  e  Gregorio  non 
avevano  potuto  conseguire,  e  l'ot- 
tenne nel  18 18  con  bolla  di  Pio 
VII.  Avendo  egli  inoltre  supplica- 
to il  Papa  a  fare  caldi  uffizi  all'im- 
peratore, perchè  venisse  tolto  lo 
sconcerto  ripugnante  a'canoni  e  alla 
disciplina  .ecclesiastica  della  Chiesa, 
di  una  metropoli  indeterminata  ed 
errante,  al  modo  che  abbiamo  det- 
to più  sopra,  e  ove  tal  domanda 
non  sortisse  il  bramato  effetto,  il 
Pontefice  supplisse  coli'  apostolica 
autorità,  confermandogli  i  diritti  e 
privilegi  goduti  dai  metropolitani 
predecessori.  Riuscendo  vane  le  sol- 
lecitudini della  santa  Sede  a  dare 
forma  fissa  e  durevole  alla  metro- 
politana greco-unita,  per  le  oppo- 
sizioni del  così  detto  santo  sinodo 
e  del  metropolita  latino,  Pio  VII 
conferì  al  Bulhak  la  dignità  me- 
tropolitica come  delegato  pontifìcio, 
confermandogli  i  diritti  e  privilegi, 
riserbandosi  in  avvenire  di  provve- 
dere con  le  consuete  forme.  Bulhak 
recatosi  a  Pietroburgo  per  assu- 
mervi la  presidenza  della  sessione 
rutena  del  cattolico  collegio  eccle- 


4o                    KIO  RIO 

siastico,    governò   in  pace    la    sua  Bulhak    fu  escluso    da    qualunqfie 
chiesa  sino  alla  morte  del  magna-  ingerenza  negli  affari  di  religione  ; 
nimo  Alessandro  I,  dal    quale  era  resistette  alle  innovazioni,  e  riget- 
tenuto    in    riverenza    ed    onorato,  tb  tutti    gli  artifizi    e    le    lusinghe 
Nel   1825  gli  successe    il  regnante  colle  quali    si  procurò   corromper- 
imperatore  Nicolò  I,  che  tra  le  sue  lo.  Furono    istituiti    più    vescovati 
riforme    decretò    che    l'  offizio  di  scismatici,  collo  stesso  nome    degli 
metropolitano  si  limitasse    a    puro  antichi    greco-cattolici,    onde    pro- 
grado di  onore,  sostituendogli  nel-  durre  la  rovina  delle  metropolita- 
la  potestà    il   collegio   ecclesiastico  ne  rutene    della    Russia    Bianca    e 
di  Pietroburgo,  sotto  la  dipenden-  della  Lituania.    I  piti   de' sacerdoti 
za  del  ministro    degli  affari    eccle-  ruteni  in  un    al  popolo    si    segna- 
siastici.  Indi  con  altro    decreto  in-  larono  per    eroica    fermezza,     ma 
trodusse    nella    chiesa    greco  unita  furono  rigorosamente  puniti;  intie- 
assai    innovazioni  funeste    alla    di-  re  ville    e  grosse  terre  furono  co- 
sciplina,    alla    gerarchia ,    ed    alla  strette    a     cacciarsi    nello    scisma  ; 
costituzione  della  medesima.  inutili  i  reclami  e  le  preghiere  di 
Nel   i832  la  Polonia  venne  di-  que' campioni  di    fedeltà   religiosa, 
chiarata  parte  integrante  della  Rus-  preparati  a  morire  anziché  rinun- 
sia,  e  gravissime  sciagure  piomba-  ziare    alla    credenza   verace    degli 
l'ono  per  disposizioni  imperiali  per  avi.  Siemaszko  e  Luzinski  altro  vi- 
la  Chiesa  cattolica  d'ambo  i  riti,  sì  cario    metropolitano  ,     agognando 
nella    Russia    che    nelle    provincie  veder  scomparso    ogni    vestigio   di 
polacche.     Il    collegio    ecclesiastico  cattolicismo    nelle  loro    metropoli, 
ruteno  ch'era  stato  incorporato    al  moltiplicarono    corruttele    e    vessa- 
sinodo  scismatico,  ebbe  a  presiden-  ziotìi  per  trarre  in  inganno  i  pre- 
te della  sessione    rutena    del    cosi  ti  piti  deboli  ed  ignoranti  delle  Io- 
detto  santo  sinodo,  il  prelato  Giù-  ro  diocesi,    facendoli    soscrivere    a 
seppe  Siemaszko  vescovo  di  Litua-  formale  giuramento    di    non    frap- 
nia,  uomo    di  smodata    ambizione  porre  il  più  leggiero    ostacolo    al- 
e  di  perduta  coscienza,  cui    l'illu-  l'unione  di  tutte    le  chiese    rutene 
stre  metropolitano  Giosafatte   Bui-  colla  russa.  11  clero  maggiore,  sal- 
hak  fu  costretto  nominare  suo  vi-  \o  poche  eccezioni,  si    mostrò  di- 
cario nella  Lituania,  ripugnandovi  sposto  di  rinunziare   all'unità    cat- 
lunga  pezza    perchè    ne    conosceva  tolica  ;  solo  il  clero    inferiore    fece 
i    scismatici    sentimenti.    Giuseppe  resistenza  degna  della  sua  vocazio- 
giurò  di  domandare  alla  santa  Se-  ne,  sfidando  la  morte  per  serbare 
de  l'istituzione    canonica,    ma    poi  il  sacro  deposito  della  fede:  il  co- 
non  arrossì  di  farsi  spergiuro.    Da  raggio  de' semplici  sacerdoti    e  del 
questo  punto  l' infelice   chiesa    ru-  popolo  ruteno  giunse  all'eroismo,  e 
tena  diventò  semplice    parte    della  col  loro  martiiio  redimevano  il  piis- 
scismatica.  I  sinodaU  d'accordo  con  simo  popolo  ruteno  dall'orrendo  mis- 
Giuseppe  formarono  il  vasto  e  de-  fatto  commesso  dai  suoi  vescovi  con- 
plorabile    disegno    di    ridurre   allo  tro  Dio  e   la  Chiesa.    Tra    gì'  illu- 
scisma  tutta  la  chiesa    greco-catto-  stri  confessori    della    fede    primeg- 
lica,  con  ogni  maniera  di  macchi-  giò  il  padre  dell'apostata    e  inde- 
nazioui.  11  rispettabile  metropolita  gno   vescovo    Siemaszko,  il   quale 


KIO 

in  riguardo  alle  sue  canìzie  si  con- 
tentò di  farlo  portare  in  Siberia. 

Finalmente  nel  i838  ebbe  luo- 
go in  Polosko  l'atto  d*  unione  di 
professare  pubblicamente  Io  scisma, 
che  ad  onta  delle  lusinghe,  degli 
ordini  e  delle  minaccie  il  metro- 
polita Bulhak  ricusò  sottoscrivere 
con  ecclesiastica  e  mirabile  intre- 
pidezza. Questo  prelato  dopo  qua- 
rantadue anni  di  episcopato,  deco- 
ro e  sostegno  della  chiesa  rutena, 
nel  declinar  del  i838  morì  santa- 
mente, e  l'imperatore  gli  fece  ren- 
dere grandi  onori  con  rito  scismati- 
co, e  tumulare  nelle  tombe  de'metro- 
politani  russi  nel  convento  di  Ales- 
sandro Newski.  Allora  Siemaszko 
e  i  suoi  colleghi  non  avendo  più 
nulla  a  temere ,  deliberarono  di 
pubblicar  l'atto  della  fatale  unione 
scismatica  alla  chiesa  russa  ;  indi 
a'2  febbraio  1889  emanarono  il 
Jagiimevole  decreto  di  separazione 
della  sola  vera  cattolica  Chiesa  la 
romana,  e  di  unione  alla  russa 
scismatica,  e  sommessamente  obbe- 
diente al  così  detto  santo  sinodo 
di  tutte  le  Russie.  Siemaszko,  qual 
rappresentante  del  popolo  e  cle- 
ro greco-unito,  lieto  di  aver  con- 
seguito il  sospirato  intento,  toIò 
a  Pietroburgo  per  fare  approvare 
dall'  imperatore  gli  atti  del  consu- 
mato scisma,  ond'egli  e  il  così  det- 
to santo  sinodo  li  confermarono  e 
lodarono ,  sottoscrivendosi  *tra  gli 
altri  Filareto  metropolita  scisma- 
lieo  di  Riovia.  Si  volle  menar 
trionfo  di  tanto  avvenimento^  e  so- 
lennizzarlo con  grandissima  pompa  ; 
così  passò  la  chiesa  rutena  nel 
grembo  della  russa  per  opera  prin- 
cipalmente di  Siemaszko,  il  quale 
fu  perciò  innalzato  al  grado  arci- 
vescovile. La  Gallizia  anche  nel 
.1839,   siccome    nel    1795^  aprì  le 


RIO  4i 

ospitali  sue  porle  agl'illustri  sacer- 
doti ruteni.  Il  governo  austriaco 
ricettò  pietosamente  le  vittime  sven- 
turate della  persecuzione  con  pater- 
na amorevolezza,  provvedendo  i  mi- 
seri d'onorato  sostentamento.  Lo 
scisma  pertanto  degli  uniti,  avve- 
nuto nel  1839,  può  essere  memo- 
rabile negli  annali  ecclesiastici,  co- 
me dicono  i  rappresentanti  della 
chiesa  russa,  non  già  pel  libero 
ed  unanime  consentimento  del  cle- 
ro e  del  popolo  ruteno,,  ma  ben- 
sì per  le  inaudite  ed  inenarrabili 
violenze,  con  che  gli  si  diede  la 
mossa,  e  fu  mandato  ad  efi'elto, 
il  tutto  diffusamente  leggendosi 
nella  dotta  opera  del  eh.  p.  Ago- 
stino Theiner  sacerdote  filippino, 
intitolata  :  Vicende  della  Chiesa 
cattolica  di  ambedue  i  riti  nella 
Polonia  e  nella  Russia ^  da  Ca- 
terina II  sino  a'  nostri  di,  prece* 
dule  da  un  rapido  cenno  sull'ori- 
gine e  sulle  relazioni  della  chiesa 
russa  con  la  santa  Sede  sino  ai 
tempi  di  Pietro  il  Grande,  Luga- 
no 1843  dalla  tipografia  Veladini. 
Quanto  fece  per  la  chiesa  greco- 
unita  ,  quanto  deplorò  il  luttuoso 
avvenimento  della  caduta  de'  ve- 
scovi ruteni  il  regnante  Papa  Gre- 
gorio Xyi  [Vedi),  r  indicammo  a 
quell'articolo.  Egli  nel  concistoro 
de'  22  novembre  1889  annunziò 
al  mondo  il  triste  avvenimento , 
col  semplice,  commovente  ed  ini- 
mitabil  candore  di  verità,  e  lo  tra- 
mandò al  giudizio  imparziale  de'po- 
steri  con  parole  di  carità  soavissi- 
me verso  de'  miseri  sedotti ,  e  di 
coloro  che  cooperarono  all'enorine 
misfatto.  Indi  nel  concistoro  de'  22 
luglio  1842  il  medesimo  Pontefice 
con  moderazione  evangelica  mani- 
festò le  crude  piaghe  della  chiesa 
polacca^  propugnando  i  diritti  della 


42  KIR 

Chiesa  nella  Polonia  e  nella  Rus- 
sia violati  dalla  podestà  secolare, 
con  parole  di  verità  svelò  a  tutto 
l'orbe  cristiano  ed  alla  chiesa  uni- 
versale i  fatti  di  sì  grave  e  dolo- 
roso argomento.  Quindi  nel  dicem- 
bre 1845,  nella  venuta  in  Roma 
dell'imperatore  Nicolò  1,  si  narra 
che  il  medesimo  Pontefice  Grego- 
rio XVI  in  coerenza  delle  cose  fat- 
te, collo  stesso  zelo,  franchezza  a- 
postolica  e  paterna  dolcezza,  aven- 
do affettuosamente  perorato  la  cau- 
sa de' cattolici,  il  suo  animo  fu 
confortato  con  lusinghiere  speran- 
ze dal  cortesissimo  monarca  ;  il 
quale  restò  commosso  dalla  beni- 
gna presenza  e  dalle  soavi  parole 
del  venerabile  capo  della  Chiesa 
cattolica.  Da  questo  meraviglioso 
avvenimento,  tutto  il  mondo,  mas- 
sime i  cattolici,  ne  hanno  concepi- 
to un  più  lieto  e  glorioso  avve- 
nire,  f^.  Russia  e  Ruteni. 

RIOVIA.  Sede  vescovile  di  rito 
latino  in  Polonia.  V.  Rio  vi  a,  cit- 
tà arcivescovile  della  Piussia. 

RIRCHER.  Atanasio. Gesuita,  na- 
to a  Fulda,  dotto  e  filosofo  che 
si  acquistò  molta  fama  per  la  sua 
vasta  scienza,  profonda  erudizione 
e  pietà.  Egli  insegnava  a  Wurz- 
burgo  nella  Franconia  quando  gli 
svedesi  turbarono  il  suo  riposo  nel 
i63i.  Ritiratosi  quindi  in  Francia, 
si  fermò  per  qualche  tempo  nei 
collegio  che  i  gesuiti  avevano  in 
Avignone.  Andò  poi  a  Roma  dove 
nel  Collegio  romano  fondò  un  ce- 
lebre museo,  che  ancora  ne  por- 
ta il  suo  illustre  nome,  ed  ivi  morì 
nel  1680  d'anni  ottantadue,  dopo 
aver  composto  e  pubblicate  molte 
opere  della  più  importante  erudi- 
zione. Le  principali  sono:  Praelu- 
siones  magncticaej  Prim'uiae  gno- 
monicae  caloplricaej  Ars   magnae 


RLE 

lucìs  et  umhrae;  Musurgid  unwer' 
salisj  Obeliscus  Paniphìlius,  Oe- 
dipus  Aegyptiacus;  Obeliscus  Ae- 
f^yptiacus  j  Mundiis  siibterraneus  ; 
China  illustrata;  Historia  Eusta- 
chio M ariana j  Romani  collegii  mu- 
senni  exposilnni  a  Georgia  de  Le- 
pibus;  Latiunij  idest  nova  et  pa- 
ralella  Latii  tuni  veteris,  tuni  no- 
vi descriptio.  Le  altre  opere  sono, 
sull'arte  di  scrivere  in  cifre;  con- 
cordanze greche  della  versione  dei 
settanta  ;  1'  arca  di  Noè  ;  la  torre 
di  Babele,  ec.  Egli  parlava  e  scri- 
veva ventiquattro  lingue  diverse  ; 
in  ciò  superò  gli  antichi  poliglotti, 
compreso  Mitridate  che  ne  parlava 
dieciotto  o  ventidue,  laonde  solo  ai 
nostri  giorni  è  stato  superato  dal 
bolognese  cardinal  Mezzofanti. 

RIRLINGTON.  Luogo  dell' an- 
tico  regno  degli  inglesi  orientali, 
dove  fu  tenuto  un  concilio  dopo 
la  festa  di  Pasqua  dell'anno  977, 
in  presenza  del  re  s.  Odoardo  II, 
e  di  Dunstano  arcivescovo  di  Can- 
torbery.  Venne  in  esso  prescritto 
un  pellegrinaggio  ad  una  chiesa 
della  Beata  Vergine.  Il  luogo  dove 
si  tenne  questo  concilio,  che  i  la- 
lini  chiamarono  Kirlingtonum^  chia- 
mavasi  altre  volte  Kirling  o  Ralla- 
gè.  Reg.  t.  XXV  ;  Labbé  t.  IX  ;  Ar- 
duino t.  VI  ;  Angl.  t.  L 

RLESSELIO  Melchior,  Cardi- 
nale. Melchior  Rlesselio  trasse  nel- 
l'Austria la  sua  origine  da  un  po- 
vero fornaro,  quantunque  non  man- 
chi chi  lo  faccia  di  nobile  -  stirpe. 
Sortito  avendo  dalla  natura  un  in- 
gegno vivace  e  penetrante,  ne  die- 
de manifeste  prove  in  Ingolstadt, 
predicando  dal  pulpito  con  tal  e- 
nergia  ed  eloquenza  che  venne  con- 
siderato quale  altro  Cicerone.  Ot- 
tenne un  canonicato  di  Uralislavia 
e  poi  la    prepositura    nella    chiesa 


KLE 

di  Vienna,  colla  carica  di  cancel- 
liere dell'archiginnasio  di  questa 
città.  11  suo  naturale  nato  fatto 
pei  maneggi  e  pei  costumi  della 
corte,  gli  diede  agio  d' introdursi 
nella  grazia  dell'arciduca  poi  im- 
peralore  Mattia,  di  cui  seppe  così 
bene  guadagnarsi  raflfetto  ed  insi- 
nuarsi per  modo  nel  suo  spirito  ,• 
che  quel  principe  si  servì  di  lui 
come  unico  mezzo  per  combinar 
i  suoi  interessi,  consigliandosi  in 
ogni  negozio  importante  e  rimet- 
tendo nelle  sue  mani  gli  affari  i 
più  segreti  ;  ond'è  che  qual  direttore 
e  presidente  del  dipartimento  ec- 
clesiastico e  primo  ministro  di  sla- 
to, di  tutto  disponeva  a  suo  talen- 
to. Non  meno  insigne  teologo  che 
eccellente  oratore,  ridusse  non  po- 
chi tra  gli  eterodossi  alle  verità 
cattoliche,  per  cui  gli  riuscì  facile 
essere  promosso  a  vescovo  di  Vien- 
na, e  di  ottenere  da  Paolo  V  ad 
istanza  di  cesare,  che  a'  2  dicem- 
bre 161 5  lo  creasse  cardinale  pre- 
te col  titolo  di  s.  Maria  della  Pa- 
ce, oltre  r  amministrazione  della 
chiesa  di  Newstadt.  Passò  sempre 
tra  il  cardinale,  il  re  de'  romani 
Ferdinando  II  e  l'arciduca  Massi- 
miliano pochissima  corrispondenza; 
ed  il  millantare  soverchiamente  l'au- 
torità che  godeva  presso  l'impera- 
tore, con  r  abuso  che  talvolta  ne 
faceva,  gli  procurarono  l' invidia  e 
r  odio  de*  magnati ,  massime  dei 
principi  di  casa  d'Austria.  D'ordi- 
ne di  questi  nella  sera  de'  20  lu- 
gho  16 18  fu  arrestato  nel  palazzo 
imperiale,  forse  nell'atto  che  da 
Presbourgh  si  restituiva  a  Vienna, 
con  estremo  rammarico  dell'  impe- 
ratore, di  Paolo  V  e  de'  cardinali, 
indi  ritenuto  in  un  monastero.  Il 
Pontefice  a  persuasione  del  cardi- 
nal Bellarmino,  si  contenne  dai  ful- 


KLE  43 

minar  Tanatema  contro  gli  autori  di 
siffatto  attentato,  come  avea  stabi- 
lito di  fare;  non  mancò  però  di 
spedire  immantinente  in  Vienna 
l'uditore  di  rota  Verospi,  affmchè 
seco  portasse  in  Roma  il  cardinale. 
In  Vienna  per  lo  contrario  si  pre- 
tendeva, che  da  Roma  si  depu- 
tassero giudici  per  procedere  sulla 
faccia  del  luogo  per  la  decisione 
della  causa,  onde  il  prelato  ritor- 
nò in  Roma  senza  aver  nulla  con- 
chiuso. Eletto  nel  1621  Gregorio 
XV,  ad  istanza  del  sacro  collegio 
tornò  a  spedire  il  Verospi  in  Ger- 
mania, con  ordine  espresso  di  noa 
restituirsi  in  Roma  se  non  col  car- 
dinale, ciò  eh'  egli  eseguì  con  in- 
trepido coraggio.  Dappoiché  essen- 
do egli  occupato  nello  scrivere  la 
sentenza  di  scomunica  contro  il  ma- 
gistrato che  ricusava  di  soddisfar 
le  sue  istanze,  esso  atterrilo  e  com- 
mosso dalla  costanza  del  prelato, 
gli  consegnò  il  cardinale,  che  giun- 
to in  Roma  fu  posto  in  Castel  s. 
Angelo.  I  supposti  di  lui  delitti  si 
ridussero  alle  venalità  colle  quali 
pretendevasi  avesse  corrotto  il  mi- 
nisterio  primario  dell'  imperatore 
Mattia;  e  di  larga  indulgenza  al  par- 
tito eretico,  mediante  l'esazione  di 
grosse  contribuzioni.  Risultò  però 
dal  processo  fiscale,  palese  l' inno- 
cenza dell'accusato;  quando  già  l'in- 
ventario fatto  all'improvviso  delle 
sue  sostanze  nell'atto  della  cattu- 
ra, lo  giustificavano  talmente  po- 
vero, che  restarono  smentite  le  in- 
colpazioni di  cui  l'altrui  malignità 
avealo  diffamato.  Esaminate  le  ec- 
cezioni fiscali  de'  testimoni ,  udita 
l'eloquente  perorazione  del  cardi- 
nale, questi  per  sentenza  del  Papa 
fu  dichiarato  innocente  e  coli' ap- 
provazione rimandato  alla  sua  chie- 
sa di  Vienna,  Fu  il  Klesselio  d'a- 


44  KNI 

nimo  granile  e  magnanimo,  dota- 
to d'incomparabile  fortezza  d'ani- 
mo, incapace  di  lasciarsi  abbattere 
dalle  disgrazie,  amatore  de'  poveri, 
temperante  nel  vitto  e  di  gran  can- 
dore di  costumi.  Mori  in  Vienna 
nel  i63o  in  età  di  settantasette 
anni,  e  fu  sepolto  nella  sua  chiesa. 
Non  manca  chi  dica,  che  il  cardi- 
nale fosse  propenso  alle  novità,  e 
che  a  gran  pregi  unisse  non  pochi 
difetti. 

KNIN  (Tinien).  Città  con  resi- 
denza vescovile  della  Dalmazia  nel 
regno  di  Croazia,  capoluogo  di  di- 
stretto ,  giace  sulla  riva  destra  del 
Kerka  ossia  Tizio,  Tìlìum,  a'piedi 
d'una  ripida  montagna,  su  cui  è 
costrutta  una  fortezza  importante 
eretta  dai  turchi,  ed  alla  quale  i 
veneziani,  che  dal  1688  la  posse- 
dettero, aggiunsero  qualche  fortifi- 
cazione, considerandola  punto  in- 
teressante. I  romani  aveano  fon- 
dato in  questo  sito  il  forte  Arda- 
he,  onde  è  chiamata  Arduha  seu 
Tininium.  Questa  piccola  città  è 
cinta  da  mura,  con  mediocri  abi- 
tazioni soggette  alle  inondazioni  del 
Kerka,  le  quali  qualche  volta  co- 
prono interamente  il  ponte  di  pie- 
tra che  i  turchi  vi  aveano  un  tem- 
po eretto.  Gli  abitanti  sono  circa 
mille,  i  quali  combattono  col  cat- 
tivo clima  e  colla  penuria  di  acqua 
potabile.  Knin  è  distante  quindici 
leghe  da  Zara:  Commanville  la 
chiama   Tinìa  seu   Qiierca. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  ad 
istanza  dei  re  di  Croazia  verso  la 
fine  del  secolo  XI,  sotto  la  metro- 
poli di  Spalalro.  Commanville  dice 
che  il  suo  vescovo  deve  essere 
stato  il  vescovo  della  corte  dei 
re  croati  ,  il  quale  dovea  seguirla 
ovunque  fosse  andata.  Occupata 
per  lungo  tempo  la  città  dai  tur- 


KOL 

chi,  la  sede  vescovile  restò  vacan- 
te: questa  al  presente  è  suffraga- 
nea  dell'  arcivescovo  di  Colocza.  Ne 
furono  gli  ultimi  vescovi,  Giusep- 
pe Carlo  Zbisko  di  Strigonia,  di- 
chiarato da  Benedetto  XIV  nel  con- 
cistoro de'  i5  dicembre  iy55.  Giu- 
seppe Pierer  di  Giavarino,  fatto  da 
Pio  VI  nel  1779.  David  Zsolnai 
di  Giavarino,  nominato  nel  1806 
da  Pio  VII,  il  quale  nel  i8i5gli 
diede  per  successore  Ladislao  Csa- 
ky  di  Scepusio.  Il  Papa  regnante 
Gregorio  XVI  in  sua  morte  pre- 
conizzò per  vescovo  a'  28  febbraio 
i83i  Alessio  Jordansky  di  Casso- 
via;  e  per  quella  di  questo,  nel 
concistoro  de'  i4  dicembre  1840, 
fece  r  odierno  vescovo  monsignor 
Martino  Miskolczy  di  Galgocz,  ca- 
nonico della  metropolitana  di  Stri- 
gonia ed  abbate  della  Beata  Ver- 
gine Maria  di  Koloss;  abbazia  e 
canonicato  che  con  dispensa  apo- 
stolica gli  sono  stati  conservati. 
Ancora  si  vedono  gli  avanzi  della 
chiesa  cattedrale,  sotto  il  titolo  di 
s.  Giovanni  evangelista.  Il  vescovo 
non  ha  episcopio  ne  mensa  vesco- 
vile ,  essendo  i  beni  occupati  dai 
turchi.  Le  sue  rendite  erano  tas- 
sate nei  libri  della  camera  apo- 
stolica in  fiorini  centocinquanta. 

ROLLONITZ  Leopoldo,  Cardi- 
nale. Leopoldo  de'conti  di  Rollonitz, 
nato  nella  fortezza  di  Camoromio 
in  Germania,  di  cospicua  famiglia, 
fu  condotto  in  Vienna  per  appli- 
car alle  scienze  e  nel  tempo  istes- 
so  per  trattenersi  nella  corte  di 
Ferdinando  IV  re  d'Ungheria,  fi- 
glio dell'  imperatore,  dove  fece  spic- 
care la  sua  costante  pietà  e  reli- 
gione, la  pudicizia  e  modestia,  ed 
altre  virtù  che  lo  resero  accetto  a 
tutti  i  principi.  Mandato  dall'  im- 
peratore Ferdinando  111   a  milita- 


KOL 

re  tra  i  cavalieri  di  Malta,  essen- 
do già  ascrìtto  al  loro  ordine,  fece 
prodigi  tali  di  valore,  che  meritò 
di  essere  fatto  castellano  dell'isola, 
nella  quale  occasione  abolì  il  turpe 
Iraffico  che  facevano  de'  loro  figli 
a  vii  prezzo  i  maomettani.  Per 
queste  ed  altre  gloriose  azioni,  al- 
cuni invidiosi  gli  propinarono  il 
i^eleno,  quale  essendo  bevuto  da 
altro,  Leopoldo  commosso  dal  pe- 
ricolo corso  abbracciò  lo  stato  ec- 
clesiastico. Dipoi  nel  1 665  fu  fatto 
da  Alessandro  VII  vescovo  di  Ni- 
tria,  chiesa  che  dovette  rinunziare 
perchè  a  cagione  de'  tempi  non 
poteva  governare  a  suo  modo,  on- 
de fu  traslata to  a  quella  di  Neu- 
stadt  in  Austria.  Kell'  assedio  di 
Vienna  del  i683  anziché  fuggire, 
restò  intrepido  nell'  angustiata  cit- 
tà, per  cui  recò  ad  essa  gran  gio- 
Tamento.  Faceva  da  soldato,  da 
capitano,  visitava  intrepido  le  for- 
tezze e  i  baloardi,  i  magazzini  delle 
munizioni;  esortava  gli  assediati  al 
pentimento  delle  loro  colpe,  ed  alla 
perseverante  difesa.  Nella  celebre 
disfatta  de'  turchi,  mentre  tutti  e- 
rano  intenti  al  bottino,  il  prelato 
andò  cercando  pel  campo  i  fan- 
ciulli ivi  rimasti,  ne  potè  riunire 
cinquecento  che  fece  battezzare,  ed 
a  sue  spese  cristianamente  educa- 
re. In  premio  di  tante  belle  azio- 
ni, a'  2  settembre  1686  Innocenzo 
XI  lo  creò  cardinale  prete  del  ti- 
tolo di  s.  Girolamo  degli  Schiavoni, 
ad  istanza  dell'  imperatore  Leopol- 
do I  di  cui  era  confessore.  11  car- 
dinale si  mostrò  sempre  pieno  di 
zelo  contro  gli  eretici,  aiutò  con 
tutte  le  forze  l'imperatore  nelle 
guerre  co'  turchi  ;  e  nelle  ribellioni 
dell'Ungheria  si  tenne  sempre  unito 
con  cesare,  facendo  efficaci  esorta- 
zioni pubbhche  e  private  per  man- 


KOL  4^ 

tenere  i  popoli  nella  divozione  ed 
obbedienza  al  sovrano.  Appartenne 
al  consiglio  ecclesiastico  imperiale, 
e  successivamente  fu  vescovo  di 
Giavarino,  nel  1691  di  Colocza,  e 
nel  1695  dell'altra  metropolitana 
di  Strigonia.  Sono  senza  numero 
gli  eretici  che  convertì  ,  gli  ebrei 
ed  i  turchi  che  battezzò.  In  Tri- 
navia  fondò  il  collegio  illirico,  so- 
lendo dire  ch'era  in  coscienza  ob- 
bligato estirpare  l'eresia  luterana 
dall'  Ungheria,  perchè  uno  de'  suoi 
antenati  ve  l'avea  introdotta.  Do- 
po essere  intervenuto  alla  elezione 
di  tre  Papi,  mori  d'anni  settanta- 
sei a*  20  gennaio  1707  in  Vien- 
na, da  dove  trasferito  il  cadavere 
in  Presburgo  fu  sepolto  nella  chie- 
sa di  s.  Salvatore. 

ROLLONITZ  Sigismondo,  Car- 
dinale. Sigismondo  de'conti  di  Rol- 
lonitz,  nipote  del  cardinal  Leopol- 
do, nacque  in  Germania  nel  1677 
a'  28  maggio.  Portatosi  a  Roma 
nel  1693  fu  ammesso  nel  collegio 
germanico,  ove  si  diede  con  fervore 
allo  studio  delle  scienze  filosofiche 
e  teologiche.  Restituitosi  in  patria 
si  pose  sotto  la  cura  e  direzione 
delio  zio,  che  gli  conferì  un  ca- 
nonicato nella  sua  metropolitana 
di  Strigonia,  della  quale  poi  ebbe 
la  dignità  di  arcidiacono.  Fu  pro- 
mosso al  vescovato  di  Vaccia,  che 
governò  con  singoiar  vigilanza  ed 
esemplarità,  donde  fu  trasferito  a 
quello  di  Vienna  di  cui  fu  il  pri- 
mo arcivescovo.  Indi  ad  istanza 
dell'  imperatore  Carlo  VI,  il  Papa 
Benedetto  XIII  a'  26  novembre 
1727  lo  creò  cardinale  prete  col 
titolo  de'  ss.  Marcellino  e  Pietro , 
annoverandolo  alle  congregazioni  di 
propaganda,  del  concilio,  de'  vesco- 
vi e  regolari  ed  altre.  Fu  fatto 
inoltre  protettore  della   Germania 


4S  KON 

e  degli  stati  austriaci  presso  la  santa 
Sede,  principe  del  sacro  romano 
impero,  ed  intimo  consigliere  cesa 
reo.  Zelante  pel  decoro  e  splendo- 
re del/a  sua  chiesa,  per  la  disci 
plina  del  clero  e  pei  vantaggi  del 
popolo,  introdusse  in  Vienna  la  di- 
vozione delle  quarant'orej  persuase 
I*  imperatore  a  deputar  pie  perso- 
ne, che  invigilassero  ne'  sacri  tem- 
pli, massime  nella  celebrazione  dei 
divini  uffizi,  e  che  i  giovani  discoli 
e  le  femmine  cattive  non  recassero 
scandalo  a'  fedeli.  Si  mostrò  pro- 
fuso co'  poveri  e  generoso  in  sov- 
venire gli  ospedali  ed  altri  luoghi 
pii.  Fondò  nel  castello  di  s.  Vito 
presso  Vienna  una  chiesa  in  ono- 
re di  quel  santo,  oltre  un  collegio 
che  edificò  in  Gleystorf  per  l'edu- 
cazione della  gioventù.  Dopo  aver 
contribuito  col  suo  suffrasio  alle 
elezioni  di  Clemente  XI 1  e  Bene- 
delto  XIV,  morì  santamente  in 
Vienna  agli  ii  aprile  lySi  d'anni 
settantaquattro,  e  fu  sepolto  nella 
sua  metropolitana  con  breve  epi- 
taffio, avendo  lasciato  suoi  eredi  i 
poveri  pupilli  e  gli  orfani  d'ambo 
ì  genitori. 

KOLMOGORA.  Sede  vescovi- 
le  della  diocesi  di  Moscovia  sulla 
Downa,  distante  v^nti  miglia  d'  Ar- 
gel  verso  l'oriente.  Vi  fu  unita  la 
sede  di  Vaga,  cosi  chiamata  dal 
piccolo  fiume  di  tal  nome. 

KONIGSGRATZ  (Regino  Gra- 
diceli ).  Città  con  residenza  vesco- 
vile in  Boemia,  chiamata  ancora 
Kralowlhrades  ,  Reginae  Gradi- 
cium  o  Kradium  Rcginae.  E  capo- 
luogo di  circondario  al  confluente 
dell'Adler  e  dell'Elba,  dieciotto  le- 
ghe da  Praga.  E  piccola  città,  ma 
fortificata,  con  tre  sobborghi,  di- 
verse chiese  fra  le  quali  primeggia 
la  cattedrale,  un  ginnasio,  il  semi- 


KON 

nario,  due  ospedali,  un  orfanotro- 
fio ed  altri  stabilimenti.  Le  case 
sono  bene  fabbricate.  Ne*  suoi  din- 
torni vi  sono  i  bagni  minerali  di 
Koukous  o  Roukous-bad.  Fu  que- 
sta ci  Ita  presa  dai  prussiani  negli 
anni  ly/p,  i744j  ^7^^  e  1762: 
in  questo  ultimo  anno  fu  moltissi- 
mo danneggiata,  per  essere  saltato 
in  aria  un  magazzino  del  gover- 
no. Questa  città  fu  già  l'appan- 
naggio della  regina  di  Boemia. 

La  sede  vescovile  ad  istanza  del- 
l'imperatore Ferdinando  II  fu  e- 
retla  nel  i655  dal  Pontefice  Ales- 
sandro VII,  dichiarandola  suffraga- 
nea  della  metropoli  di  Praga,  co- 
me lo  è  tuttora.  A  tale  ell'etto  il 
Papa  smembrò  dalla  diocesi  di 
Praga  gli  otto  decanati  di  Gradicz, 
Giezin,  Bidzow,  Glacz,  Dobruska, 
Credi n,  Kostelcolz  e  Broncow,  for- 
manti in  tutto  duecento  quaranta- 
tre parrocchie.  Ecco  la  serie  dei 
vescovi  di  Ronigsgratz.  Ne  fu  il 
primo  Giovanni  Caramuele  di  Lob- 
kowiz  cistcrciense,  dottore  di  teo- 
logia neir  università  di  Lovanio  , 
abbate  di  Dessemberg  nel  palatina- 
Io  di  Monserrato  a  Praga  :  era 
stato  nominato  da  Ferdinando  III, 
ma  prima  di  essere  ordinato  ot- 
tenne nel  1657  dal  medesimo  A- 
lessandro  VII  la  sede  di  Campa- 
gna nel  regno  di  Napoli.  Traslata- 
to  a  Vigevano,  vi  mori  nel  1682, 
con  flima  d'uno  de'  più  dotti  pre- 
lati del  suo  secolo.  Tutta  volta  per 
primo  vescovo  si  considera  Matteo 
Ferdinando  Bilenberg  abbate  be- 
nedettino di  s.  Giovanni  a  Skaleii 
e  di  s.  Nicola  a  Praga  ;  fu  ordi- 
nato nel  1659  e  venne  trasferito 
a  Praga  nel  1668.  Giovanni  Fe- 
derico conte  di  Waldestein ,  suc- 
cesse al  precedente,  indi  traslato  a 
Praga.  Giovanni  Francesco  Cristo- 


RON 

foro  barone  di  Talcubery,  nomi- 
nato nel  1676,  morì  nel  17 io. 
Giovanni  Adamo  di  Vratislavia  con- 
te di  Milrowilz,  ordinalo  nel  i  7  1 1, 
fu  trasferito  a  Leitmeritz  nel  1721. 
Venceslao  Francesco  conte  di  Koschin 
canonico  e  curalo  della  cattedrale 
di  Olmiitz,  ordinalo  nel  1722. 
Giovanni  Giuseppe  de'  conti  di 
Wratislaw,  fatto  vescovo  nel  1733. 
Antonio  de  Przichowisky  di  Shwe, 
venne  eletto  nel  1754.  Ermanno 
de  Blumegen  di  Vienna,  fu  preco- 
nizzato nel  1764.  Giuseppe  de  conti 
d'Arco  di  Salisburgo,  creato  nel 
1776.  Gio.  Leopoldo  ab-Hay  di 
Fulneck,  fatto  vescovo  nel  1780. 
Taddeo  a  Trautmansdorffdi  Gralz, 
eletto  nel  1795.  Luigi  Rrakowski 
de'  conti  Kollowrat  fu  da  Pio  VII 
nel  concistoro  de'  i5  marzo  181 5 
traslato  da  Sarepta  in  partibiis.  Per 
la  sua  traslazione  all'  arcivescovato 
di  Praga,  il  Papa  regnante  Grego- 
rio XVI,  nel  concistoro  de'  24  feb- 
braio i832,  preconizzò  l'odierno 
■vescovo  monsignor  Carlo  Hanl  del- 
la diocesi  di  Leitmeritz,  canonico 
della  metropolitana  di  Praga. 

La  cattedrale,  edifizio  di  antica 
struttura,  è  dedicata  allo  Spirito 
Santo,  ed  anche  in  onore  di  s.  Cle- 
mente. Il  capitolo  si  compone  del- 
la dignità  del  decano,  di  otto  ca- 
nonici compresi  il  teologo  ed  il 
penitenziere,  di  sei  canonici  ono- 
rari, e  di  altri  preti  e  chierici  ad- 
detti al  divino  servigio.  La  cura 
d'anime  della  cattedrale,  eh' è  mu- 
nita del  battisterio,  è  affidata  alla 
dignità  del  decano.  Alquanto  di- 
stante dalla  cattedrale  è  l'episcopio. 
Niuna  altra  parrocchia  vi  è  nella 
ciltà,  né  religiosi  ;  vi  è  il  monte 
di  pietà.  La  diocesi  è  ampia  e  con- 
tenente molti  luoghi  e  parrocchie. 
I  fruiti  della  mensa  vescovile  sono 


KYR  47 

tassati  nei  libri  della  camera  apo- 
stolica in  fiorini  44^  >  corrispon- 
denti alle  rendite  che  ascendono 
a  circa  9600  fiorini  aliquibus  o- 
nerihiis  gravati. 

RORELA.  Sede  vescovile  di  Mo- 
scovia,  unita  presentemente  a  La- 
doga,  nella  provincia  di  Nowogo- 
rod,  ai  confini  dell'  Ingria  e  della 
Svezia. 

KRONLITSKIA.  Sede  arcive- 
scovile di  Moscovia,  unita  alle  chie- 
se di  Sarski  e  di  Podonski. 

KYRIE  ELEISON.  Preghiera  e 
parole  greche  che  significano:  Si- 
gnor e,  abbiale  pietà  di  noi  (Domi- 
ne, miserere  nobis)j  dalla  parola 
Kyriof,  Signore,  e  da  elecin,  aver 
pietà,  all'imperativo  e/e/*o«,  abbia- 
te pietà.  Il  Kyrie  eleison  si  dice 
nove  volte  dopo  l'introito  alterna- 
tivamente nella  messa  dal  sacerdo- 
te col  ministro,  cioè  tre  volte  Ky- 
rie  eleison  3  tre  Chris  te  eleison,  e 
tre  Kyrie  eleison.  Se  il  ministro  o 
quelli  che  assistono  al  celebrante 
non  rispondessero ,  esso  solo  do- 
vrebbe dirli  tutti  e  nove,  come  pre- 
scrive il  Missal.  Rom.  par.  2,  tit. 
4,  n.  2.  Il  sacerdote  colle  mani 
giunte  innanzi  al  petto,  ed  in  mez- 
zo all'altare,  dice  alternativamente 
col  ministro,  e  con  voce  intelligi- 
bile e  ordinaria  tre  volte  il  Ky^ 
rie,  tre  il  Christe,  e  di  nuovo  tre 
volte  il  Kyrie.  Avverte  il  Merati 
par.  2,  tit.  4>  i'"b.  2,n.  8,  che  erra- 
no quelli  che  incominciano  il  Ky- 
rie prima  di  portarsi  in  mezzo  al- 
tare, e  molto  più  ancora  quelli  che 
non  avendo  ancora  terminato  l'in- 
troito, partono  dal  messale  per  por- 
tarsi a  dire  il  Kyrie.  Il  sacerdote 
con  questa  orazione  domanda  a 
Dio  misericordioso,  di  essere  degno 
intercessore  presso  la  divina  mae- 
stà per  il  popolo  cristiano.    Dicesi 


48  KYR 

nove  volle  nella  messa  il  Kyrie 
eleisoìiy  in  onore  della  ss.  Trinità; 
ed  è  perciò  che  le  Ire  seconde  s'in- 
dirizzano a  Gesù  Cristo  :  Christe  e- 
leisoriy  cioè  Gesti  Cristo ^  abbiale 
pietà  di  noi.  Anticamente  il  nu- 
mero dei  Kyrie  non  era  fissato  a 
nove,  ma  cantavasi  finche  il  po- 
polo fosse  riunito,  ovvero  finché  il 
celebrante  faceva  segno  di  cessare. 
Ciò  che  ha  potuto  determinare  il 
numero  de'  Kyrie  a  quello  di  no- 
ve, è  che  aulicamente  triplicavasi 
d'ordinario  la  Litania  (Vedi)^  che 
canlavasi  andando  processionai  men- 
te alla  chiesa  stazionale,  cioè  al 
luogo  indicato  per  cantare  o  cele- 
brare Ja  messa,  onde  cosi  prolun- 
garla in  fino  a  che  si  arrivasse  al- 
la chiesa,  ed  ivi  s'incominciasse  la 
messa  ;  di  maniera  che  ciascuna 
invocazione,  per  esempio  Sancta 
Maria y  ora  prò  ìiobis,  era  ripetuta 
tre  volte;  una  volta  dal  cantore, 
un'altra  dal  primo  coro ,  la  terza 
dal  secondo  coro,  per  cui  questa 
Litanìa  chiamavasi  ternario.  Nelle 
Litanie  dunque,  le  quaU  termina- 
vano con  Kyrie  eleison ,  Christe 
eleison,  queste  jiarole  erano  tripli- 
cale e  ripetute  tre  volte  cadauna, 
locchè  produceva  il  numero  di  no- 
ve, che  fu  conservato  in  seguito. 
11  Marangoni  w^W  Istoria  di  san- 
cta sanclonun  ,  e  deW  immagine 
del  ss.  Salvatore,  a  p.  1 16  e  148, 
parlando  della  processione  che  con 
detta  ss.  immagine  si  faceva  per 
Roma,  massime  nella  vigilia  del- 
l'Assunta,  dice  che  posta  la  me- 
desima sulle  scale  di  s.  Maria  Nuo- 
va, tutto  il  popolo  genuflesso  l'ado- 
rava, e  percuotendosi  contrito  il  pet- 
to ,  gridava  cento  volte  Kyrie  eleison, 
cento  volle  Christe  eleison,  ed  al- 
trettante Kyrie  eleison.  Aggiunge 
il  Severano  a  pag.    5*]  i    Memorie 


KYR 

5arre,  che  mentre  il  popolo  faceva 
tali  divote  acclamazioni,  i  cantori 
dicevano  mattutino  di  tre  lezioni, 
ed  intanto  al  Papa  si  lavava  i  pie- 
di col  basilisco,  secondo  il  solito 
delle  processioni  lunghe,  in  cui  essi 
andavano  scalzi.  Il  Marangoni  de- 
scrive pure  le  Lavande  de  piedi 
(Vedi)  dell'immagine  sei  volte, 
cioè  avanti  l' ospedale  di  s.  Gio- 
vanni, avanti  la  chiesa  di  s.  Cle- 
mente, di  s.  Maria  Nuova ,  di  s. 
Adriano,  di  s.  Pra ssede,  e  la  sesta 
avanti  la  chiesa  di  s.  Giuliano.  Qui 
noteremo  che  il  Galletti  nel  suo 
PrimicerOy  a  pag.  117  e  118,  narra 
che  Sergio  III  donò  ad  Eufemia 
abbadessa  di  s.  Maria  di  Roma  nel 
go5  alcuni  beni,  acciò  le  sue  sacre 
vergini  ogni  giorno  recitassero  per 
rimedio  della  di  lui  anima  cento 
Kyrie  eleison  e  cento  Christe  elei- 
son. Nel  926  Giovanni  X  diresse 
una  bolla  a  Leone  abbate  di  Su- 
biaco  di  conferma  di  un  privilegio, 
coH'obbligo  però,  che  debbano  quei 
monaci  dopo  il  mattutino  in  ogni 
tempo  avvenire,  per  la  redenzione 
della  di  lui  anima,  recitare  cento 
Kyiie  eleison  e  cento  Christe  elei- 
son. 

L'  uso  di  diie  i  Kyrie  eleison  è 
antichissimo  nella  Chiesa.  Ariano,  il 
quale  vivea  nel  II  secolo  dell'  era 
nostra,  dice  espressamente  nel  cap. 
7  del  lib.  II  della  sua  dissertazio- 
ne sopra  Epitelio,  che  i  pagani 
invitavano  la  divinità  col  Kyrie  e- 
leison,  Deiini  invocantes  precamur 
cum  Kyrie  eleison.  Il  Vossio  è  di 
opinione  che  avessero  imparato  que- 
sta preghiera  dai  cristiani,  ma  in 
vece  il  Rrisson  sostiene  nelle  sue 
formule,  che  fu  dai  pagani  che 
l'appresero  i  cristiani  :  yò/i/cm  hujus 
precationis  esse  a  paganorum  con- 
suetudine. Il  Macri  nella    Not.  de* 


RYR 
vocab.  eccl.  dice  che  i  Kyrie  elei- 
son  furono  introdotti  nella    Chiesa 
dal  Papa  s.  Silvestro    I    del  3i4; 
ma  che  essendosi  tralasciati,  furono 
poi  rimessi  da  s.  Gregorio    I    Ma- 
gno del   5go,    com'esso    medesimo 
scrive  a  Giovanni  vescovo  di  Sira- 
cusa nell'epist.  63  del  lib.  7,  nella 
quale  il  santo  Pontefice  si  discolpa 
della  calunnia  impostagli    di   avere 
introdotti    nella    Chiesa    latina  riti 
greci  ;  dappoiché   al    dire    del  Bel- 
larmino, De  Missa,  lib.  II,  cap.  16, 
erano  in  uso  per  tutta  l'Italia  cen- 
tocinquant' anni  prima  di    s.    Gre- 
gorio I.  Scrive  il  Novaes  che  que- 
sto Papa  aggiunse  alla  messa    no- 
ve volte  il  Kyrie  eleison,   secondo 
alcuni.  Si  legge  inoltre  nel  Le-Brun, 
Della  Messa  part.  II,  art.  2,  n.  2, 
che  nei  primi  quattro  secoli    della 
Chiesa    in    quasi    tutti  i  riti    delle 
chiese  greche  si  trova    che    questa 
preghiera  si  faceva  pei  catecumeni, 
dicendo  un  diacono  ad   alta  voce  : 
Catecumeni  orate,  che  i  fedeli  pre- 
gano  per  voi,  e  dicono  Kyrie  elei- 
son.  Dipoi  il  concilio  li  di  Vaison 
ordinò  che  in  tutte  le  chiese  delle 
Gallie,  dove  nel    529    non  ancora 
dicevasi   nella    messa,    in    avvenire 
si  dicesse  non  solo  nella  messa,  ma 
eziandio  al  mattutino  ed  al  vespe- 
ro.    Il    terzo    canone    poi  di  detto 
concilio    nota    che  questa  orazione 
in  Roma,  in  Italia,    e    in  tutte   le 
Provincie    dell'  oriente    era   in    uso 
sino  dal  VI  secolo.    Il    concilio  5i 
Bazas    del    i529  meglio   stabiFi  in 
Francia    V  uso    del    Kyrie    eleison. 
Questo  è  spesso  usato  dalla  chiesa 
greca    nella  messa    ed    altri    divini 
uffizi,  così  ancora  nel  rito    ambro- 
siano. Nella  chiesa  greca  però  non 
si    dice    Christe    eleison ,   ma  sola- 
mente Kyrie  eleison;    e  secondo  il 
rito  della  chiesa  ambrosiana  si  dice 
VOL.  xxxvii. 


KYR  49 

tre  volte  Kyrie  eleison  y  dopo  il 
Gloria  in  excelsis y  tre  altre  volte 
dopo  Tevangelo,  e  tre  volte  dopo 
la  comunione.  A  Lione  non  si  dice 
che  una  sola  volta  Kyrie^  una  vol- 
ta Christe  ed  un'altra  volta  Kyrie. 
Sull'antichità  del  Kyrie  eleison  nel- 
la chiesa  latina,  veggasi  il  Sarnelli, 
Leti.  eccl.  t.  VIII,  lett.  18,  n.  io. 
Nella  chiesa  anglicana  si  cominciò 
a  cantare  il  Kyrie  eleison  l'anno 
mille  circa,  quando  il  vescovo  s. 
Dunstano  volendo  celebrare  la  mes- 
sa si  addormentò,  e  rapito  in  estasi 
udì  gli  angeli  che  lo  cantavano  alla 
ss.  Trinità,  come  si  ha  dal  Macri, 
citando  Vincent  lib.  i4,  cap.  85. 
Il  medesimo  Macri  aggiunge  che 
da  queste  parole  si  formò  il  vo- 
cabolo Kyrilies  j  per  denotare  le 
voci  del  popolo  replicate  nelle  pub- 
bliche processioni,  colle  solite  preci. 
Il  Kyrie  eleison  s' indirizza  alle 
tre  persone  della  ss.  Trinità,  e  si 
ripete  tre  volte  per  ciascuna,  per- 
chè tutte  e  tre  cooperano  indivisi- 
bilmente alla  misericordia  che  si 
domanda  a  Dio  con  questa  formo- 
la:  il  Padre  mandando  suo  Figlio 
per  riscattare  l' uomo  ;  il  Figlio 
prendendo  una  carne  umana,  sof- 
frendo e  morendo  ;  Io  Spirito  San- 
to formando  nel  seno  delia  Vergi- 
ne l'umanità  del  Verbo,  ed  appli- 
candoci i  suoi  meriti  coli'  infusione 
della  grazia.  V.  s.  Tommaso,  par. 
3,  quaest.  83,  art.  4?^^  Innocen* 
zo  III,  lib.  2,  cap.  19.  In  una  pa- 
rola il  Kyrie  eleison  è  una  pro- 
fessione di  fede  compendiata  sul 
mistero  della  ss.  Trinità,  come  os- 
serva il  Bergier.  Del  resto  non  si 
deve  far  meraviglia  che  la  Chiesa 
faccia  uso  di  queste  parole  greche 
nella  sua  liturgia.  Essa  si  serve  al- 
tresì, per  un'usanza  che  deriva  da- 
gli apostoli,  di  alcune  parole  ebrai- 

4 


So  KYR 

che,  come  Amen,  Alleluja,  Ho^ 
sauna  ec.  {Vedi),  per  far  "vedere 
l'unione  di  tutta  la  Chiesa,  mal- 
grado la  differenza  delle  lingue,  e 
perchè  queste  tre  lingue,  l'ebraica 
o  caldaica,  la  greca  e  la  latina  fu- 
rono  in  certo  modo  consecrate  col 
titolo  della  croce  di  Gesti   Cristo , 


KYR 

dalla  sacra  Scrittura  e  dalle  piìi 
antiche  liturgie ,  le  quali  furono 
scritte  in  una  di  quelle  tre  lingue. 
V,  il  Barbosa,  cap.  XXXI,  De  Ky- 
rie eleisonj  Christ.  Goffridi  Rra- 
benier,  Stricturae  historicae  de  for- 
mula Kyrie  eleison,  Dresdae  I744ì 
ed  il  Giorgi  tom.  II,  e.  12,  p.  78. 


LAB 


LAB 


LiABADlSTL  Erelici,  discepoli 
(li  Giovanni  Labadia  o  Labadie  di 
Bourg  nella  Guienna,  fanatico  e  vi- 
sionario del  secolo  XVII.  Questi 
dopo  essere  sialo  religioso,  divenne 
iTìinislro  protestante  calvinista  in 
Monlauban,  fu  capo  d'una  setta  i 
cui  errori  partecipavano  di  quelli 
di  Molinos,  dei  calvinisti,  degli  a- 
nabattisti,  de*  lietisli  e  degli  ernuti. 
Dopo  essersi  sposato  alla  fannosa 
Schurman  dotta  nelle  lingue,  mori 
in  Holstein  nel  1674.  Ecco  i  prin- 
cipali errori  che  sostennero  Laba- 
dia e  i  di  lui  partigiani,  i.  Credeva- 
no che  Dio  possa  e  voglia  ingan- 
nare gli  uomini,  e  di  fatto  qualche 
volta  gl'inganni.  2.  Secondo  essi  lo 
Spirilo  Santo  opera  immediatamen- 
te sulle  anime,  o  loro  dà  diversi 
gradi  di  rivelazione  come  sono  ad 
esse  necessari,  perchè  possano  risol- 
versi e  dirigersi  da  sé  medesime 
nella  via  della  salute.  3.  Accorda- 
vano che  il  battesimo  è  un  sigillo 
dell'alleanza  di  Dio  cogli  uomini,  e 
pensavano  esser  bene  che  lo  si  das- 
se  a' fanciulli  appena  nati;  ma  con- 
sigliavano differirlo  sino  ad  un'età 
avanzata,  perchè,  dicevano,  questo 
è  un  segno  di  essere  morti  al  mon- 
do, e  risuscitati  in  Dio.  4-  Preten- 
devano che  la  nuova  alleanza  am- 
metta soltanto  degli  uomini  spiritua- 
li, e  li  ponga  in  ima  così  perfetta 
libertà,  che  non  abbiano  piìi  me- 
stieri di  legge,  né  di  cerimonie;  che 
questo  è  un  giogo  da  cui  Gesù  Cri- 
sto liberò  i  veri  fedeli.  5.  Asseriva- 
no che  Dio  non  preferì  un  giorno 


all'altro;  che  l'osservanza  del  giorno 
di  riposo  è  una  pratica  indifferente; 
che  Gesù  Cristo  non  proibì  di  la- 
vorare in  questo  giorno,  come  ia 
tutto  il  resto  della  settimana;  eh' è 
permesso  farlo  purché  si  lavori  di- 
votaraente .  6.  Distinguevano  due 
chiese,  una  in  cui  il  cristianesimo 
ha  degenerato  e  si  corruppe,  l'altra 
ch'è  composta  di  soli  fedeli  rigene- 
rati e  distaccati  dal  mondo.  Am- 
mettevano ancora  il  regno  dei  mille 
anni,  durante  il  quale  Gesù  Cristo 
dovea  venire  a  dominare  sulla  ter- 
ra, convertire  i  giudei,  i  pagani,  e 
i  cattivi  cristiani.  7.  Non  credevano 
la  presenza  reale  di  Gesù  Cristo 
nell'Eucaristia;  secondo  essi  questa 
sacramento  è  soltanto  la  comme- 
morazione della  morte  di  Gesù 
Cristo;  e  che  questo  si  riceve  sol- 
tanto spiritualmente,  quando  si  co  - 
raunica  colle  necessarie  disposizio- 
ni. 8.  La  vita  contemplativa,  secon- 
do la  loro  idea,  è  uno  stato  di  gra- 
zia e  di  unione  divina:  la  perfetta 
felicità  di  questa  vita  è  il  sommo 
della  perfezione.  Su  questo  punto 
aveano  un  linguaggio  di  spirituali- 
tà che  la  tradizione  non  insegnò,  e 
che  ignorarono  i  migliori  maestri 
della  vita  spirituale  .  I  labadisti 
funestarono  principalmente  il  paese 
di  Cleves. 

LABARO.   V.  Bandiera. 

LABBÉ  Filippo.  Gesuita  nato 
a  Bourges  nel  1607  d'una  buona 
famiglia.  Insegnò  teologia  morale 
per  cinque  aimi,  ora  in  Bourges,  ora 
in   Parigi ,    dove    morì    nel    marzo 


52  LAB 

1667.  Aveva  una  memoria  prodi- 
giosa, ed  una  estesissima  erudizione, 
che  unite  ad  un  assiduo  travaglio 
fecero  sì  ch'egli  pubblicasse  nume- 
rosissime opere,  la  maggior  parte 
delle  quali  però  sono  collezioni  da 
lui  ridotte  in  corpo.  Tra  le  sue  o- 
pere  nomineremo:  Concordia  sacrae 
et  proplianae  chronologìae  annorum 
5691  ab  orbe  condito  ad  annum 
Christi  1628.  Nuova  traduzione  del 
martirologio  romano.  Galliae  syno- 
doruni  conciliorumque  brevis  et  ac' 
curata  historia.  De  bysantinae  hi- 
storiae  scriptoribus  publìcam  in 
luceni  eniittendis  protrepticon.  L'an- 
no santo  de  cattolici  coi  santi  e  le 
sante  più  rimarcabili.  Regia  epito- 
me historiae  sacrae  et  profanae  ab 
orbe  condito  usque  ad  annum  1 65 1 . 
Specimen  novae  bibliothecae  manu- 
scriptorum  etc.  Bibliotheca  chrono- 
logica  ss.  Patrum  theologorum  seri- 
ptorum  ecclesìasticorunt.  Concilio - 
rum  general,  national.  prò  linciai, 
dioecesanorum  etc.  hystorica  synop- 
sis.  Bibliotheca  bibliothecarum.  Una 
collezione  di  concilii  che  usc\  com- 
pleta nel  1672  in  XVII  volumi.  Li 
otto  primi  erano  stampati  quando 
morì  il  p.  Labbé.  Siccome  erano 
principiati  il  IX  e  X,  tutto  il  XII  e 
li  tre  seguenti,  il  p.  Gabriele  Cossart, 
pure  gesuita,  non  solo  rivide  tutta 
l'opera,  ma  terminò  i  volumi  prin- 
cipiati e  compì  gli  altri. 

LABICO  o  LAVICO,  Labicum, 
Lavicum.  Sede  vescovile  non  più 
esistente  nella  Campagna  di  Roma, 
nella  via  Labicana,  celebre  negli 
atti  ecclesiastici  e  ne'  martirologi 
pei  tanti  santi  martiri  che  vi  pa- 
tirono il  martirio,  e  pei  cimiteri  che 
ancora  vi  sono  rimasti  in  venera- 
zione. Nei  primi  secoli  della  Chiesa 
e  forse  nel  VI  vi  fu  stabilita  la  sede 
vescovile  immediatamente   soggetta 


LAB 
alla  santa  Sede,  e  1'  Ughelli,  Italia 
sacra  t.  X,  p.  119,  riporta  la  se- 
rie de'seguenti  dieci  vescovi.  Lumi- 
noso che  fu  al  concilio  Lateranense 
nel  649,  celebrato  dal  Papa  s.  Mar- 
tino I  ;  Pietro  che  intervenne  a 
quello  del  761  tenuto  in  Roma  dal 
Pontefice  s.  Paolo  I;  Lunisso  che 
fu  all'altro  del  964;  Benedetto  sot- 
toscritto a  quello  pur  di  Roma  del 
998;  Domenico  a  quello  roma- 
no del  1029,  ed  a  quello  del  1087; 
Giovanni  che  fu  al  concilio  di  Ro- 
ma contro  il  patriarca  d'Aquileia; 
Pietro  cardinal  vescovo  nominato 
nel  io55  da  Vittore  II;  Minucio 
che  sedeva  nel  1 080  ;  Bobone  o  Bobo 
creato  cardinale  vescovo  di  Labico 
da  Urbano  II  ;  e  Bono  che  assistette 
nel  1 1 1 1  all'incoronazione  di  En- 
rico V,  fatta  da  Pasquale  II  in  s.  Pie- 
tro, e  fece  l'elogio  di  quel  principe. 
L'antica  città  di  Labico  fu  così 
chiamata,  al  dire  di  alcuni,  dal  no- 
me di  Glauco  figlio  di  Minos,  co- 
sì detto  dallo  scudo  militare,  den- 
trovi  il  bracciale  o  manico,  il  cui 
uso  egli  pel  primo  introdusse  in  I- 
talia,  chiamato  dai  latini  Merubium 
e  dai  greci  Ansa,  che  è  lo  stesso 
che  Labico.  Altri  dissero  che  fosse 
edificato  ovvero  ampliato,  onde  ne 
prese  poi  il  nome,  da  Tito  Labie- 
no  legato  di  Cesare  nelle  Gallie  e 
celebre  capitano  romano,  o  da  qual- 
che altro  di  sua  illustre  famiglia  e 
prima  di  lui.  Certo  è  che  fu  no- 
bile colonia  romana  e  città  celebre, 
che  dicesi  meglio  fondata  dai  tu- 
sculani  o  piti  probabilmente  dagli 
albani.  Alcune  sue  notizie  le  ripor- 
tammo all'articolo  Colonna  (Vedi)y 
perchè  alcuni  credettero  che  il  pre- 
sente borgo  della  Colonna  ne  oc- 
cupi il  sito;  altre  le  riportammo 
all'articolo  Frascati  (  Vedi  ),  par- 
lando del  Tusculo  e  luoghi  convi* 


LAB 

cini,  ed  a  p.  i8o  delie  sue  chiese; 
nel  medesimo  voi.  XXVII,  p.  3i5, 
si  disse  come  gli  abitanti  della  Co- 
lonna festeggiarono  il  passaggio  di 
Gregorio  XVI.  Altri  dicono  che 
l'antico  Labico  sia  la  città  di  Val- 
montone,  ed  altri  Zagarolo;  della 
prima  ne  tratteremo  all'articolo  Vel- 
LETRij  del  secondo  a  quello  di  Ti- 
voli. Il  p.  Kircher  discorre  di  La- 
bico nel  suo  Latium.  Abbiamo  da 
Francesco  Ficoroni  :  Le  memorie 
vitroi'ate  nel  territorio  della  prima 
e  seconda  città  di  Labico  e  i  loro 
giusti  siti.  Roma  1 7  45.  Questo  dot- 
to antiquario  volle  provare  che  La- 
bico fòsse  sul  Colle  dei  Quadri, 
presso  la  sua  patria  Lugnano,  co- 
mune soggetto  al  governo  di  Val- 
montone;  ma  vi  si  oppose  il  Vita- 
le coll'opera  che  citammo  al  suddetto 
volume,  p.    169. 

LABORANTE,  Cardinale.l.2ho- 
rante  di  Pontormo  nella  Toscana, 
si  applicò  con  grande  ardore  agli  slu- 
di neir  università  di  Parigi,  dove 
ottenne  il  titolo  di  maestro.  Dalle 
Gallie  si  trasferì  in  Germania  per 
sempre  piìi  avanzarsi  nella  cogni- 
zione delle  scienze.  Indi  pe'suoi 
gran  meriti  nel  settembre  del  1171 
o  1  173  Alessandro  III  Io  creò  car- 
dinale diacono  di  s.  Maria  in  Por- 
tico e  poi  prete  del  titolo  di  s. 
Maria  in  Trastevere.  Si  rese  insi- 
gne per  molte  e  gravi  legazioni  che 
sostenne  in  vantaggio  della  Sede 
apostolica  sotto  cinque  Papi,  non 
meno  che  per  la  vasta  sua  erudi- 
zione nelle  facoltà  filosofiche,  teo- 
logiche e  legali,  come  lo  dimostra 
una  ben  disposta  collezione  di  ca- 
noni da  lui  indirizzata  a  Pietro  ve- 
scovo di  Pamplona,  nella  composi- 
zione della  quale  impiegò  ben  venti 
anni,  avendola  compita  nel  1182 
che  manoscritta  fu  depositala  nella 


LAC  53 

biblioteca  vaticana.  Fu  accettissimo 
a  Guglielmo  I  il  Malo  re  di  Sici- 
lia, innanzi,  al  quale  valorosamen- 
te disputò,  ed  egli  nel  governo  del 
regno  si  valse  de'savi  consigli  di 
Laborante.  Morì  nel  1190  con  dis- 
piacere di  tutti  in  Roma  ,  dopo 
essere  intervenuto  alle  elezioni  di 
quattro  Pontefici.  Compose  altre 
opere  che  riporta  il  Cave  nel  t.  II, 
p.  245,  della  Storia  degli  scrittori 
ecclesiastici. 

LABORANTI,  Lahorantes.  Chie- 
rici che  avevano  cura  di  seppellire 
i  morti,  r.  il  voi.  XXVIII,  pag.  3o 
del  Dizionario. 

LACABENA.  Sede  vescovile  gia- 
cobita^  nella  diocesi  d'Antiochia. 
Ebbe  per  vescovi,  Basilio  deposto 
da  Atanasio  VIII  nel  ii43;  Eu- 
dossio  che  assistette  all'elezione  d'I- 
gnazio II  nel  1222  ;  Atanasio  I  tras- 
ferito nel  1246  alla  sede  di  To- 
lemaide;  Aronne  nominato  da  I- 
gnazio  II;  Gregorio  Bar-Ebreo  o 
Abulfaragio,  traslato  da  Guba^  au- 
tore della  cronaca  de'giacobiti,  poi 
vescovo  di  Aleppo;  e  Atanasio  II 
del  1253.  Oriens  christ.  t.  II,  p. 
i5io. 

LACEDEMONE  o  LACEDE- 
MONI A.  Città  vescovile  della  pro- 
vincia Eliade  o  Achea,  nella  dioce- 
si deirilliria  orientale  o  esarcato  di 
Macedonia,  sotto  la  metropoli  di 
Corinto,  eretta  nel  V  secolo.  Chia- 
mossi  anticamente  Sparta  o  Heca- 
tompilosj  perchè  comandava  a  cento 
città,  di  cui  sole  trenta  però  ne  con- 
servava a  tempo  di  Strabone;  in 
oggi  chiamasi  Misistra  o  Mistra, 
città  delia  Grecia  antica,  capitale 
della  Morea ,  cosi  detta  dai  for- 
maggi de'suoi  dintorni.  Sta  una  le- 
ga ovest  dalle  rovine  della  celebre 
Sparta,  i  cui  avanzi  servirono  in 
parte  alla  sua   costruzione,  in  uoa 


54  LAG 

amenissima  situazione,  in  forma  di 
anfiteatro,   sopra    una    collina    del 
Taigete,  presso  un  ruscello  tributa- 
rio del  fiume  Iri.  Domina  una  pia- 
nura coperta  di  gelsi  ed  olivi,  ed  è 
essa  stessa  dominata  da  un  castello 
fortificato.  Cinta  di  mura  quasi  ro- 
vinose, ha  due  porte,  con  quattro 
sobborghi,    uno  de' quali    occupato 
dagli    ebrei.  E  residenza  d'un   ve- 
scovo greco.  I  veneziani  la  presero 
nei   1687,  ma  fu   poco  dopo  ricu- 
perata   da*  turchi.  Mollo  soffrì    per 
parte  dei  russi  nel  1770,  e  più  le 
furono  funeste  le  ultime  stragi  che 
Je  cagionò  l'armata    egiziana  a'no- 
stri  tempi.  Aveva  alcune  chiese  gre- 
che  ed   armene,    un   collegio,  una 
sinagoga,    e    molti   stabilimenti    di 
carità.  Secondo   la  nuova  divisione 
della  Grecia  è  il    capoluogo  del  di- 
partimento di    Laconia.  Lacedemo- 
ne   fu  celebre  ed    antica  città    del 
Peloponneso,  situata    alla    riva  de- 
stra  ad   occidente    dell'  Eurola.    In 
questa  città,  dice  Terpandro,  regnò 
il    valore   padre    della   vittoria,    la 
musica  maschia  che  lo  ispira,  e  la 
giustizia  che  sostenne  la  gloria  delle 
armi .    Quantunque    fosse    quattro 
volte  meno  grande    di  Atene,  des- 
sa  la  eguagliava  in  potenza  e  la  sor- 
passava in  virtù.  Stette  seicento  an- 
ni senza  mura,  credendosi  forte  ab- 
bastanza pel  coraggio  dei  suoi  abi- 
tanti .  Si  chiamò  da  principio  Spar- 
ta,   poi    Lacedemone,  indi  Misistra. 
Per  spartani  s'intendono    i  cittadi- 
ni di  Sparta,  e  per  lacedemoni  gli 
abitanti  della  Laconia,  tranne  gl'i- 
loti risguardati  come  schiavi. 

La  sede  vescovile  fu  dall'  impe- 
ratore Alessio  Comneno  eretta  in 
metropoU  nel  1082;  Commanville 
dice  che  ciò  segui  sotto  il  patriar- 
ca Eustrato  verso  il  1087,  con 
quattro  chiese  vescovili  per  suffra- 


LAC 

ganee,  cioè  Chariopoli  o  Cheropo- 
li,  Messene,    Amycla    o    Taigeta  o 
Vordonia,  e  Talamo  ossia  Brestene. 
La  chiesa  metropolitana  è  dedicata 
alla  Beata    Vergine.    La    serie  dei 
vescovi  ed  arcivescovi  greci  che  oc- 
cuparono la  sede  di    Lacedemone, 
si  legge  nel  p.  Le  Quien ,    Oriens 
chrìst.  tom.    Ili,  pag.    190    e   seg. 
Vi  fu  eretta  anche  una  sede  vesco- 
vile di  rito  latino.    Aimone    n'  era 
vescovo   verso  il    1278;    Giacomo 
domenicano  fu  nominato  da  Inno- 
cenzo Vili     nel    149"  5    Giovanni 
del  medesimo    ordine     sedeva    nel 
1 5oo.  Oriens  chrìst.  t.  III,  p.  902. 
Al  presente  Lacedemonia,  Lacede- 
monien,  è    un    titolo    arcivescovile 
in  partibus  che  conferisce  la  santa 
Sede,  cui  sono  soggetti  i  titoli  ve- 
scovili   pure  in  partibus  di    Tena- 
ria ed  Amycla. 

LACEDONIA  o  LACEDOGIVA 
(Laquedonien).  Città  con  residen- 
za vescovile  del  regno  delle  due 
Sicilie,  nella  provincia  del  Princi- 
pato Ulteriore,  capoluogo  di  canto- 
ne. E  situata  a  piedi  degli  A  pen- 
nini in  mezzo  all'  estremo  picco 
boreale  del  Monte  Jarminio ,  che 
guarda  la  pianura  di  Puglia  tra  il 
Carapelle  e  l'Ofanto.  Ha  una  bella 
cattedrale,  diverse  chiese  minori,  e 
due  benefici  ospizi.  Fu  un  tempo 
città  di  qualche  considerazione,  e 
sì  chiamò  pure  Cedogna.  La  terra 
di  Carbonara  è  stata  creduta  da 
Ciuverio  l'antica  Aquilonia^  come 
dal  Cittadini  e  dall' Holstenio  si  è 
attribuito  un  tale  onore  a  Lacedo- 
nia.  Aqiiìlonia  fu  inoltre  detta  cit- 
tà sannilica,  fra  Benevento  e  Ca- 
nusio;  altri  la  fissano  presso  Agno- 
ne,  ma  le  questioni  restano  indeci- 
se, non  rimanendone  alcun  vestigio. 
Nel  1497  Federico  I  re  di  Napoli 
in  rimunerazione  de'  servigi  prestati 


LAG 

dal  cardinal  Ascanio  Maria  Sfoiva 
vicecanceliiere,  l' investì  della  città 
di  Lacedonia,  di  Rocchetta  e  Car- 
bonara, con  suo  diploma,  la  quale 
ultima  nell'anno  seguente  il  cardi- 
nale la  donò  a  Sforzino  Sforza  si- 
gnore di  Castell'Arquato,  con  ap- 
provazione di  detto  re. 

La  sede  vescovile,  secondo  Com- 
manville,  fu  eretta  avanti  V  anno 
I  loo,  e  fatta  suftlaganea  della  me- 
tropoli di  Gonza  della  quale  è  tut- 
tora. Però  r  Ughelli  che  nel  tomo 
VI,  pag.  838  deW Jialìa  sacrane 
riporta  la  serie  de'  vescovi  che  qui 
riproduciamo,  dice  che  il  primo  fu 
Angelo,  il  quale  assistette  al  conci- 
lio generale  Laleranense  IH,  cele- 
brato nel  II 79  da  Alessandro  III. 
Ne  furono  successori,  Antonio  del 
1265.  Rogero  del  1275.  Nicolò  che 
morì  nel  i345.  Fr.  Francesco  de 
Marzi  francescano,  fatto  da  Clemen- 
te VI  nel  1845.  Paolo  Manassei 
di  Terni  del  i38i.  Antonio  del 
i386.  Fr.  Guglielmo  Neritono  fran- 
cescano, eletto  da  Bonifacio  IX  nel 
i3g2.  Giovanni  trasiato  da  Galli- 
poli dal  medesimo  Papa  nel  iSgG, 
il  quale  ne  lo  privò  nel  1899  so- 
stituendogli Giacomo  de  Marzi  di 
Lacedonia.  Adinolfo  morì  nel  i4i8. 
Jaquinto  canonico  vaticano  nomi- 
nato subito  successore  da  Martino 
V.  Nicola  eletto  nel  i425.  Anto- 
nio Cozza  della  diocesi  di  Bovino 
del  1428.  Giovanni  che  morì  nel 
i45>2.  Giacomo  de  Cavallini  cano- 
nico di  Benevento  gli  successe  nel- 
lo stesso  anno.  Pietro  fiorì  nel 
1471.  Giovanni  de  Porcari  di  A- 
cerenza  di  nobil  gente,  eletto  nel 
i48r  ,  morì  nel  i486.  In  tale  an- 
no divenne  vescovo  Nicola  Rubini 
vicanus,  cui  Giulio  li  nel  i5o6 
die  in  successore  Antonio  Dura  no- 
bile napoletano,  che  morì  nel  i538. 


LAG  55 

Allora  Paolo  IH  fece  amministra- 
tore il  cardinal  Antonio  Sanseveri- 
no  a*  25  febbi-aio:  per  sua  dimis- 
sione a'  24  settembre  nominò  ve- 
scovo il  suo  parente  Scipione  Du- 
ra patrizio  napoletano.  Morto  nel 
i55i,  Giulio  III  dichiarò  vescovo 
Paolo  Cappelletti  piacentino,  il  qua- 
le ebbe  a  successori  :  nel  1 564  Gio. 
Francesco  Carducci  nobile  di  Bari, 
illustre  per  virtù  e  dottrina.  Nel 
i584  Marco  Pedacca  della  Miran- 
dola, abbate  benedettino  di  s.  Vi- 
tale di  Ravenna,  peritissimo  mate- 
matico. Nel  1602  fr.  Gio.  Paolo 
Palenteri  di  Castel  Bolognese  fran- 
cescano. Nel  1606  Giacomo  Can- 
dido nobile  siracusano,  insigne  per 
virtù  e  pietà,  morto  nel  i6o8.  Gli 
successe  subito  Gio.  Girolamo  Cam- 
panile napoletano,  che  traslato  nel 
1625  ad  Iserniagli  venne  sostituito 
fr.  Ferdinando  Bruno  fiorentino  dei 
minori.  Nel  1649  fu  fatto  vescovo 
Gio.  Giacomo  Cristoforo  della  dio- 
cesi di  Capaccio,  che  morì  in  Ro- 
ma appena  consecrato,  e  fu  sepol- 
to in  s.  Maria  in  Aquiro.  Nello  slesso 
anno  fu  eletto  fr.  Ambrogio  Viola  do-, 
menicano.  Nel  i65r  Giacomo  Gior- 
dano di  Trevico,  abbate  di  Monte 
Vergine,  dotto  ed  erudito  :  rifece 
l'episcopio  e  V  ampliò  per  l'  abita- 
zione de*  famigliari.  Pietro  Antonio 
Capobianchi  patrizio  beneventano, 
chiaro  filosofo  e  teologo  del  i663. 
Benedetto  Bartolo  patrizio  siciliano 
del  1672.  Gio.  Battista  Morea  di 
Bitonto  del  1684,  di  sommo  zelo 
e  religione,  per  cui  abolì  le  feste 
quasi  baccanali  che  il  popolo  cele- 
brava nella  vigilia  dell'  Epifiiuia  : 
a  sua  insinuazione  fu  riedificata  la 
cattedrale,  alla  quale  solennemente 
pose  la  prima  pietra  ,  e  morì  lo- 
datissimo  nel  1710.  Clemente  XC 
nel  1718  nomiBÒ    Gennaro    Scala 


56  LAG 

patrizio  di  Terlizzi.  Gli  altri  ve- 
scovi del  secolo  passato  e  del  cor- 
rente sono  notati  nelle  annuali  No- 
tizie di  Roma.  Mentre  n'era  vesco- 
vo Francesco  Ubaldo  Romanzo  del- 
la diocesi  di  Gonza,  fatto  vescovo 
da  Pio  VI  nel  1795,  ad  istanza 
del  re  Ferdinando  I  il  Papa  Pio 
VII  nel  18 18  soppresse  la  sede 
vescovile  di  Trevico  (Vedi),  e  Tu- 
nì  a  Lacedonia.  Inoltre  Pio  VII 
nel  18 19  fece  vescovo  Vincenzo 
Ferrari  domenicano  di  Napoli.  Leo- 
ne XII  nel  1828  Giuseppe  Botti- 
celli  de' minimi  di  Sora.  Il  regnan- 
te Gregorio  XVI  nel  i834  Mi- 
chele Lanzetta  della  diocesi  di  Sa- 
lerno, trasferito  dà  Oria  ;  nel  i843 
gli  diede  in  successore  monsignor 
Luigi  Giamporcaro  della  diocesi  di 
Girgenli  ,  che  avendo  traslatato 
a  Monopoli  nel  i844)  "^^  conci- 
storo de'  20  gennaio  i845  preco- 
nizzò l'odierno  vescovo  monsignor 
Luigi  Napolitano  della  diocesi  di 
Nola. 

La  cattedrale  è  sacra  a  Dio,  ed 
in  onore  della  Beata  Vergine  As- 
sunta in  cielo.  Il  capitolo  si  com- 
pone di  cinque  dignità,  prima  delle 
quali  è  l'arcidiacono ,  di  sette  ca- 
nonici comprese  le  prebende  del 
teologo  e  penitenziere,  di  due  ca- 
nonici soprannumerari,  di  quattro 
mansionari  e  di  altri  preti  e  chie- 
rici addetti  al  servigio  divino.  Nel- 
la cattedrale  vi  è  il  fonte  battesi- 
male, esercitandosi  le  funzioni  di 
parroco  dall'arcidiacono.  L'episco- 
pio è  prossimo  alla  cattedrale,  ol- 
tre la  quale  non  vi  sono  parroc- 
chie nella  città.  Esistono  tre  con- 
fraternite ed  il  monte  di  pietà.  La 
diocesi  a  più  miglia  si  estende, 
comprendendo  nove  luoghi  e  ca- 
stelli. I  frutti  della  mensa  vescovile 
SODO  tassati  ne'  libri  della   camera 


LAG 

apostolica  in  fiorini  cento,  ascenden- 
do le  rendite  ad  annui  ducati  na- 
poletani tremila  circa,  publìcis  non 
deductis  oneribus. 

L  ACISRI,LANGISRI  oLENCZY, 
Lancicia  o  Lencicium.  Città  della 
bassa  Polonia,  woiwodia  di  Maso- 
via^  capoluogo  di  obvs^odia  lunge 
dieci  leghe  da  Gnesna,  giace  in 
paese  paludoso  ;  è  cinta  di  mura 
e  rinchiude  cinque  chiese,  due  con- 
venti ed  una  sinagoga.  Quivi  fu- 
rono tenuti  diversi  concilii. 

Concita  di  Laciski  o  Lanciski. 

Il  primo  si  adunò  nel  1181  in- 
torno a  diversi  affari  del  regno. 

Il  secondo  nel  1 188  per  doman- 
dar le  decime  di  sovvenzione  per 
far  la  guerra  a  Saladino  sultano 
d'  Egitto  e  di  Siria ,  in  favore  di 
Terrasanta.  Labbé  tom.  X;  Ardui- 
no tom.   VI. 

Il  terzo  ebbe  luogo  nel  1197,  in 
cui  fu  ordinato  il  celibato  a'  preti 
e  prese  provvidenze  sui  matrimo- 
ni.  Ibidem. 

Il  quarto  nel  1246  contro  Cor- 
rado duca  di  Masovia,  usurpatore 
de'  beni  di  Chiesa.  Labbé  t.  XI  ; 
Arduino  t.   VII. 

Il  quinto  nel  1257  contro  Bo- 
leslao  duca  di  Slesia,  che  teneva 
prigioniero  il  vescovo  di  Breslavia. 
Labbé  t.  XI;  Arduino  t.  VII. 

11  sesto  nel  i285  a'  6  gennaio 
dall'arcivescovo  di  Gnesna  con  quat- 
tro vescovi,  sull'immunità  della 
Chiesa.  Vi  fu  scomunicato  Enrico 
IV  duca  di  Slesia  per  avere  occu- 
pati tutti  i  beni  del  vescovo  di 
Breslavia,  e  tutte  le  decime  del 
clero.  Ibidem,  e  Diz.  de  concilii. 

Il  settimo  nel  i4^3  contro  gli 
ussiti.   Chocleus,  Hisl.  hussit. 


LAD 

L'ottavo  nel  i466  intorno  ai 
costumi. 

Il  nono  e  il  decimo  nel  i523 
contro  Lutero.  Rinaldi  ad  hunc 
annuni. 

LADISLAO  I  (s.),  re  d'Unghe- 
ria,  figlio  di  Bela  L  Nacque  nel 
io4i,  e  nel  1080  fu  chiamato  a 
salire  sul  trono.  Tosto  si  diede  alla 
riforma  delle  leggi  e  della  disci- 
plina. Ammiravasi  in  lui  quella 
castità,  quella  dolcezza  e  gravità, 
quella  tenerezza  verso  i  poveri,  e 
quello  spirito  di  pietà  che  fin  da 
fanciullo  avea  fatto  la  sua  qualità 
distintiva.  Ripieno  delle  massime 
dell'evangelio,  aveva  il  cuore  affat- 
to alieno  dalle  grandezze  e  dalle 
ricchezze  della  terra.  La  vita  che 
menava  nel  suo  palazzo  era  auste- 
rissima  :  seguiva  a  tavola  le  regole 
d'una  esatta  sobrietà ,  e  non  face- 
va mai  uso  di  vino.  Nulla  trascu- 
rava perchè  si  facesse  ragione  ai 
suoi  sudditi  senza  parzialità,  e  fu 
gelosissimo  di  conservare  i  diritti 
della  Chiesa,  e  di  difendere  il  suo 
stato,  cui  aggiunse  la  Dalmazia  e 
la  Croazia  ;  cacciò  gli  unni,  e  vin- 
se i  polacchi,  i  russi  ed  i  tartari. 
Gli  fu  dato  il  comando  della  gran 
crociata  contro  i  saraceni  ;  ma  non 
potè  egli  partire  alla  volta  della 
Palestina,  essendo  morto  a'  3o  di 
luglio  1095.  Fu  seppellito  a  Wa- 
radino,  e  i  suoi  miracoli  persua- 
sero Celestino  Ili  a  canonizzarlo 
nel  1198.  Nel  martirologio  roma- 
no è  nominato  ai  27  di  giugno , 
giorno  in  cui  si  fece  la  traslazione 
delle  sue  reliquie. 

LADISLAO  DI  GiEiNiow  (beato). 
Nacque  nel  borgo  di  tal  nome  nella 
Polonia,  dipendente  dalla  diocesi  di 
Gnesna,  ed  ebbe  la  bella  sorte  di 
essere  del  numero  dei  religiosi  fran- 
cescani, cui  s.  Giovanni   da    Capi- 


LAD  57 

strano  dirigeva  alla  perfezione  col- 
le sue  lezioni  e  co'  suoi  esempi. 
Intraprese  con  dodici  compagni  una 
missione  in  mezzo  ai  tartari  cal- 
muchi,  seguaci  dell'  idolatria  o  del 
maomettismo  ;  ma  gli  ostacoli  che 
incontrò  per  parte  del  governo  rus- 
so, impedirono  il  buon  esito  di 
questa  santa  impresa.  Ritornalo  ia 
Polonia ,  si  diede  interamente  al 
compimento  dei  doveri  di  sua  pro- 
fessione. Dimostrò  la  sua  consu- 
mata prudenza  nelle  cariche  di 
guardiano  del  convento  di  Varsa- 
via e  di  provinciale  del  suo  ordi- 
ne, e  si  acquistò  grande  riputazio- 
ne come  predicatore.  Mori  a  Var- 
savia nel  i5o5.  I  polacchi  ed  i 
lituani,  che  ne  conobbero  i  meriti 
e  la  santità ,  lo  scelsero  per  uno 
dei  loro  primi  patroni.  Il  Papa  Be- 
nedetto XIV  permise  che  Ladislao 
fosse  onorato  come  bealo  ;  e  l' or- 
dine di  s.  Francesco  ne  celebra  la 
festa  ai  22  d'ottobre. 

LADOGA.  Sede  vescovile  della 
provincia  di  Noivogorod  nella  dio- 
cesi di  Moscovia,  sotto  l'arcivesco- 
vo di  Nowogorod  e  di  Veliki-Louki. 

LADVOCAT  Nicola.  Dottore 
della  casa  e  società  di  Sorbona , 
soprannominato  Billiad,  pio  e  dot- 
to vescovo  di  Boulogne,  dove  mori 
nel  1679.  Abbiamo  di  lui:  Fin- 
diciàe  partlienicae,  nella  quale  di- 
fende r  assunzione  corporale  della 
Beata  Vergine.  Non  bisogna  con- 
fonderlo con  Gio.  Battista  Ladvo- 
cat  di  Vancouleurs,  professore  di 
lingua  ebraica  e  bibliotecario  di 
Sorbona,  il  quale  ebbe  parte  nel  Di' 
zionario  geografico  portatile.  Scrisse 
pure  una  lettera  sui  rinoceronti  ; 
sul  naufragio  di  s.  Paolo  ;  la  gram- 
matica ebraica  ;  ed  il  Dizionario 
storico  portatile  diviso  iu  sette  to- 
mi. Ne  furono  fatte  diverse  edizio- 


53  LAG 

ni,  e  tra  le  traduzioni  italiane  ci- 
teremo l'edizione  di  Bassano  i8a4- 

LAG  ANI  A.  Sede  vescovile  della 
prima  Galazia,  nella  diocesi  di  Pon- 
to, sotto  là  metropoli  d'Ancira.  An- 
ticamente trovavasi  nel  centro  della 
Galazia,  e  pare  che  sia  la  stessa 
città  che  Jerocle  chiama  Regalia- 
galìa.  In  tempo  del  concilio  di  Cal- 
cedonia  apparteneva  alla  prima  Ga- 
lazia. Ne  furono  vescovi  Eretrio, 
ed  Eufrasio  che  sottoscrisse  il  con- 
cilio di  Calcedonia  e  la  lettera  del- 
la sua  provincia  ali*  imperatore 
Leone.  Oriens  christ,  tom.  I,  pag. 
487. 

LAGANIA  oLAGINA.  Sede  ve- 
scovile  della  seconda  Pamphilia, 
nell'esarcato  d'Asia,  sotto  la  me- 
tropoli di  Pirgi,  eretta  nel  V  se- 
colo. Si  conoscono  quattro  vesco- 
\i  che  occuparono  questa  sede. 
Zaccaria  che  fu  al  concilio  in  Trul- 
lo ;  Costante  al  settimo  concilio  ge- 
nerale; Eliseo  al  concilio  che  ri- 
stabilì Fozio  sulla  sede  di  Costan- 
tinopoli; Basilio  che  trovossi  al 
suddetto  concilio.  Oriens  christ.  t. 
I,  pag.    io32. 

LAGNY,  Latìnìacum.  Città  di 
Francia,  dipartimento  di  Senna  e 
Marna,  capoluogo  di  cantone^  in 
una  situazione  deliziosa,  sulla  riva 
sinistra  della  Marna.  È  antichissi- 
sima^  e  possedeva  una  celebre  ab- 
bazia di  benedettini  fondata  nel 
VII  secolo  da  s.  Furcy.  Presa  nel 
l358  dagli  inglesi,  fu  poi  tiran- 
neggiata da  Laerico,  indi  nel  i4i8 
assoggettata  dagli  Armagnac.  Asse- 
diata dal  duca  di  Bedford,  il  re 
Carlo  VII  la  liberò.  Poscia  nella 
guerra  della  lega  fu  presa  dal  du- 
ca Alessandro  Farnese.  Ribellatasi 
sotto  Francesco  I,  aspramente  la 
punì  il  maresciallo  Lorgcs.  Nel 
114*2  fuvvi  tenutp  un  concilio  dal 


LAI 

cardinal  Ivone  legato  della  santa 
Sede,  per  terminar  diverse  differen- 
ze ch'erano  insorte  tra  il  vescovo 
d'Arras,  ed  i  religiosi  dell'abbazia 
di  Marchienne.  Labbé  t.  IX;  Ar- 
duino t.  VI. 

LAGRIMANTI  o  GRIDATORL 
Eretici  anabattisti,  i  quali  credeva- 
no che  non  si  potesse  ottenere  mi- 
sericordia da  Dio  se  non  colle  la- 
grime e  colle  grida.  Questi  fana- 
tici comparvero  verso  l'anno  i544' 

LAICO,  Laiciis.  I  religiosi  lai- 
ci sono  quelli  che  negli  ordini  re- 
ligiosi in  cui  professano  o  eserci- 
tano gli  ulBzi  minori,  non  possono 
arrivare  al  chiericato  né  agli  ordi- 
ni sacri,  ed  in  alcune  cose  fanno 
da  domestici  a  quelli  che  si  chiamano 
religiosi  di  coro  o  padri,  o  sacerdoti 
ed  oblati,  massime  ai  superiori  :  non 
che  ciò  le  regole  prescrivano,  ma 
per  una  consuetudine  introdotta 
per  condiscendenza  de'm edesi  mi  lai- 
ci, dappoiché  alcuni  di  questi  seb- 
bene di  famiglie  distinte  e  colti, 
per  umiltà  preferirono  questa  con- 
dizione, reputandosi  non  degni  del 
sacerdozio.  Di  questo  sentimento 
edificante  furono  s.  Francesco  di 
Asisi,  e  s.  Francesco  di  Paola  am- 
bedue fondatori  de'loro  ordini.  I 
frati  laici  destinati  ai  servigi  ester- 
ni e  interni  de'  conventi  e  mona- 
steri, si  occupano  unicamente  nel- 
le cose  e  nei  lavori  puramente 
temporali  ;  altri  assistono  ai  divini 
uffizi,  e  fanno  da  sagrestani.  Vi 
sono,  giusta  i  diversi  ordini,  de'fra- 
ti  laici  i  quali  non  vanno  mai  al 
coro,  né  assistono  mai  al  capitolo; 
altri  invece  sono  ammessi  in  coro 
ed  assistono  al  capitolo,  senza  aver 
però  voce  in  esso.  Vi  sono  pure 
fratelli  laici  che  esercitano  gli  uf- 
fizi di  Portinaro,  cuoco,  giardinie- 
re,   speziale,    infermiere,  cei'CQDte, 


LAI 

ed  altri  auche  amministrano  o  e- 
sercitano  qualche  altro  importane 
te  uffizio ,  secondo  la  loro  capa- 
cità ed  altitudine,  ed  il  volere  dei 
superiori,  come  di  sindaco,  ammi- 
nistratore, ec.  Alcuni  fanno  i  tre 
voti  di  religione,  altri  fanno  i  sem- 
plici voti  di  stabilità  o  sia  per- 
manenza, e  di  obbedienza.  I  reli- 
giosi laici  ordinariamente  hanno 
qualche  distinzione  nell'abito,  che 
in  qualche  parte  diversifica  da 
quello  dei  padri.  Di  frequente  que- 
sto stato  viene  abbracciato  da  uo- 
mini di  carattere  pacifico  e  virtuo- 
so, che  fuggono  la  dissipazione  del 
mondo  e  desiderano  servir  me- 
glio Dio  in  un  chiostro.  Parimen- 
ti nei  monasteri  di  donne,  oltre 
le  religiose  di  coro,  vi  sono  le  so- 
relle converse,  accettate  unicamen- 
te pel  servigio  del  monastero,  e  che 
fanno  i  tre  voti  di  religione.  Ma 
in  certi  ordini  austerissimi,  come 
presso  le  Clarisse,  non  vi  sono  so- 
relle converse  ;  tutte  le  religiose  a 
vicenda  servono  e  lavorano  nell'in- 
terno della  casa.  Non  sono  chieri- 
ci i  religiosi  benefralelli,  né  i  fra- 
telli delle  scuole  cristiane,  ne  quel- 
li nominati  ai  rispettivi  articoli. 
Non  lo  furono  per  quasi  due  se- 
coH  e  mezzo  i  gesuati,  così  altri 
religiosi. 

Nel  quinto  secolo  furonvi  dei 
monaci  chiamati  laici,  benché  fos- 
sero religiosi  di  coro;  si  diede  lo- 
ro il  nome  di  laici  perchè  non  a- 
vevano  ne  ordine  sacro,  ne  ufiìzio 
nel  monastero,  come  osserva  il  p. 
Mabillon,  Saec.  VI  Bened.  praef. 
2,  n.  2.  V.  Oblato.  L'istituzione 
però  dei  frati  laici,  come  meglio 
dicemmo  altrove,  cominciò  nel  se- 
colo XIj  ed  i  primi  che  ricevette- 
ro nel  loro  monastero  i  frali  laici 
furono  i  monaci  vallombrosani.  Si 


LAI  59 

diede  loro  il  titolo  di  laici,  perchè 
a  cagione  di  loro  illelteratura  non 
potevano  diventar  chierici,  mentre 
facendosi    religiosi    intieramente    si 
dedicavano    e    venivano    destinati 
intieramente  al  lavoro   delle    mani, 
ed  al  servigio    temporale    dei  mo- 
nasteri. Si  sa  che    in    quel   tempo 
la  maggior  parte  de'laici  non  ave- 
vano alcuna  coltura    di    lettere,   e 
si  chiamavano  chierici  tutti    quelli 
che  avevano  fatto  qualche  poco  di 
studio,  e  che  sapevano  leggere.  In 
un   tempo  in    cui    non    molto  fio- 
riva il  clero  secolare,  e  i  fedeli  erano 
ridotti  a  ricevere  nella  maggior  par- 
te dai  religiosi  tutti  gli  aiuti    spi- 
rituali, era  cosa  naturale,  che  quel- 
li   i  quali    potevano    prestarglieli, 
vi    s' impiegassero     tutti  ,     mentre 
quei  religiosi  che  non  n'erano  ca- 
paci si  occupassero  del   lavoro  del- 
le mani,  e  nel    temporale.    Ai    ri- 
spettivi articoli  degli  ordini  e  con- 
gregazioni religiose  d'ambo  i  sessi, 
si  dice  quanto    riguarda  i   laici    e 
le  sorelle  converse.  Inoltre   sono  a 
vedersi    gli  articoli  Converso,    Do- 
nato, Frate,  Fratello.  Auche  tra  i 
laici  fiorirono  un  gran  numero  di 
santi,    beati    e  venerabili    servi    di 
Dio,  artisti  di    un  merito  distinto, 
ed  illustri  per  molte  cose.    S.   Be- 
nedetto da  s.  Fradello,  luogo  della 
diocesi  di  Palermo,  e  moro,    laico 
professo  de'minori  osservanti,  ben- 
ché laico  meritò  di  essere  fatto  su- 
periore   del   convento    francescano 
di  s.  Maria  di  Gesù    in   Palermo, 
in  cui  santamente  mori  nel  i58g. 
Di  quei  laici  secolari  che  in  mor- 
te   si  fanno    seppellire    con  abito 
religioso,    e   di    quelli    che    avvici- 
nandosi il  termine  di  loro  vita  si 
facevano   religiosi,  si  parla  nel  se- 
guente articolo. 

LAICO,  Lakus,  Quegli    che  non 


Go  LAI 

è  iniziato  in  alcun  ordine  ecclesia- 
stico,   ne    fatto    abile  a  maneggiar 
le  cose  sacre  ;  dicesi   anche  secolare, 
ed  è  con  tra  I-io  di  ecclesiastico  e  reli- 
gioso, tranne  il  Laico  {Fedi),  che 
professa     la    regola    d'alcun  ordine 
regolare.  Fuvvi  un  tempo,  in  cui  i 
laici  non  avevano,    per  la  maggior 
parte,  alcuna  tintura    delle  lettere, 
non  imparando  nemmeno    a  legge- 
re ;    erano    veri     idioti,    illiteralus^ 
indoctiiSj  profanus  ;  che  anzi  chia- 
mavansi  chierici  od  ecclesiastici  tut- 
ti coloro  che  avevano  studiato.  La 
stessa  parola  laico  significa    ancora 
talvolta  qualunque  persona  indotta, 
come  indotto  suol  essere  il  popolo, 
comunemente  privo  di  scienza;  per- 
ciò ne' canoni    de'  tempi  di   mezzo 
è    da    osservarsi    se  ciò    che  viene 
proibito  ai  laici    possa  talvolta  in- 
tendersi vietato    solamente  agli  in- 
dotti. Laico  inoltre  dicesi  delle  per- 
sone   e    delle     cose    distinte    dallo 
stato  ecclesiastico,  o  da  ciò  che  ap- 
partiene   alla  Chiesa  ;  questo  nome 
viene  dal  greco    laos,  popolo.  Cosi 
chiamansi  persone  laiche  tutte  quel* 
le    che    non    sono    obbligate  negli 
ordini  sacri,  né    al  chiericato  ;  be- 
ni laici  quei  che  non  appartengono 
alla  Chiesa;  potestà  laica  V  autori- 
tà civile  de'magistrati,  per  opposizio- 
ne alla  podestà  spirituale  ed  eccle- 
siastica. Pretesero  la  maggior  par- 
te de' protestanti  che  nella  primiti- 
va   Chiesa  fosse    sconosciuta    la  di- 
stinzione tra  i  chierici  ed  i  laici,     e 
che  incominciasse    soltanto  nel  ter- 
zo secolo  per  ambizione    del  clero. 
Ciò  è  falso;  questa     distinzione  fu 
introdotta  dallo    stesso    Gesù    Cri- 
sto, e  stabilita    dagli    apostoli.    V. 
Clero  e  Ciherico.  1    laici  sono  per 
gli    affari    temporali,    come  gli  ec- 
clesiastici per  le  funzioni  spirituali; 
dal  che  ne  deriva,  che  molte  cose 


LAI 

sono  permesse  ai  laici  e  proibite 
agli  ecclesiastici,  ed  altre  invece 
permesse  agli  ecclesiastici  e  vietate 
ai  laici.  Per  esempio  :  è  permesso 
ai  laici  di  ammogliarsi  ;  di  essere 
magistrato  tanto  civile,  che  crimi- 
nale, di  portar  le  armi,  di  andare 
alla  guerra,  di  trafficare,  di  eserci- 
tare la  medicina  e  la  chirurgia, 
ec.  ;  tutte  cose  le  quali  sono  comu- 
nemente proibite  agli  ecclesiastici. 
D'altra  parte  è  permesso  agli  ec- 
clesiastici l'amministrare  i  sacra- 
menti, benedire  o  consecrare  tutto- 
ciò  ch'è  destinato  al  culto  divino, 
predicare,  ed  istruire  pubblicamen- 
te in  materia  di  religione,  posse- 
dere de'  benefizi  :  le  quali  cose  tut- 
te sono  proibite  ai  laici. 

Il    Pontefice    s.    Silvestro    I  del 
3i4    dicesi     che    proibisse    ai  laici 
l'accusare  gli  ecclesiastici  nel  giudi- 
zio secolare.  Il  concilio  di  Cartagi- 
ne   del  398  decretò    col    can.    94, 
che    un    laico    non    insegnerà    alla 
presenza  de'chierici,  se  non  per  or- 
dine   loro  :    anche    s.    Leone  I  nel 
453,  scrivendo  a  Massimo  d'Antio- 
chia, vietò  a'  laici  di  ammaestrare 
il  popolo.    Papa  s.  Felice  III  detto 
IV  del  526,  con  l*  epist.  3  ad  Cae- 
sar.   Arelat.,  presso  Labbé,   Conc.  t. 
IV,  col.    1657,    proibì    che    i  laici 
potessero  ordinarsi    sacerdoti,  senza 
che  precedessero  le  prove  convene- 
voli per  aversi  certa    sperienza  dei 
loro  costumi.  Il  concilio    di  Tours 
del  564,  col    can.  4  proibì  ai  laici 
lo  starsi  presso  l'altare,  dichiarando 
che  la  parte  della    chiesa    ch'è  se- 
parata dalle  balaustrate  sino  all'al- 
tare non  sarà  aperta     che    ai  cori 
de'chierici  che  cantano.  Il  santuario 
però  sarà  aperto  secondo   il  costu- 
me ai  laici    e  alle  donne  per  pre- 
gare   e  comunicarsi,  il  che  s'inten- 
de dopo  il  tempo  del  diviuo  uffizio. 


LAI 

Avendo  l'imperatore    Maurizio  nel 
5^1    pubblicata    una    legge,    colla 
quale  vietava     che    i    curiali  o  sia 
ministri,  e  li  gravati    di  debiti  col 
principato,  potessero   essere  ascritti 
allo  stato  ecclesiastico,  e  che  i  sol- 
dati potessero  riceversi  alla  profes- 
sione monastica;  s.  Gregorio  I  Ma- 
gno lodando  coll'epist.     62,  lib.   2, 
la    prima    parte    di    questo  editto, 
che  riguardava  i  curiali,  ne  disap- 
provò le  altre  due,  ed  ottenne  dal- 
l'imperatore di  rivocarle.  Nella  se- 
de vacante  di  s.  Paolo  I  o  prima 
che  morisse,  3*28  giugno  767  in- 
sorse l'antipapa  Costantino:  essen- 
do ancor  laico  si  fece  ordinare  dia- 
cono nel  seguente  giorno,  ed  omes- 
so il  grado  di  prete  si  ordinò  ve- 
scovo e  Pontefice  a'  5  luglio.  Ve- 
nendo   deposto  nel  y68,    il    Papa 
Stefano  IV  decretò  nel  concilio  La- 
teranense,  che  nessuno    fosse   pro- 
mosso   al    pontificato   se    non    era 
ordinalo  cardinale  diacono  o  prete. 
Tuttavolta  nel  963  l'antipapa  Leo- 
ne Vili    essendo    laico    fu    contro 
Giovanni  XII   intruso  nel    pontifi- 
cato e    consecrato;     come    ancora 
Giovanni  XIX  detto  XX   da   laico 
ch'era,  e  senza  nessun  ordine  sacro, 
nel   1024  fu  eletto  Papa,  come  af- 
fermano Glabro  lib.  4>  e.  i,   presso 
Duchesne,  iScr/)^?.  hist.francor.  tom. 
IV,  p.  4'j  e  Romualdo  di    Saler- 
no in    Chron.,    p.    167;    perciò  il 
primo  che   fu    assunto   alla    catte- 
dra pontificia   senza    ordine    sacro, 
come  osserva  il  Pagi    in    Brevìar. 
BR.  PP.  in  vita  hujiis  Pont.  n.  2. 
Giovanni  XII  nel  concilio  del  964 
vietò  ai  laici  sotto  pena  di  scomu- 
nica di  assistere  all'altare,  e  di  en- 
trare nel  presbiterio  quando  il  sa- 
cerdote celebra  la  messa. 

Nel  lagrimevole  secolo  X  i  beni 
ecclesiastici,  i  vescovati,  e  gli  altri 


LAI  61 

benefizi  della  Chiesa,  iu  gran  par- 
te furono  usurpati  dai  laici,  e  da- 
gli  ammogliali     posseduti,    cosi   le 
obblazioni  de'  fedeli    alla  Chiesa.   I 
laici   benché    ammogliali    ardirono 
di  essere  abbati  ed  abitare  ne'mo- 
nasteri  colle  mogli  e  co'fìgli,  come 
deplorò  il  concilio    Troslejano    del 
909.  S.  Gregorio    VII    del     1078 
fulminò  la  scomunica  a  coloro  che 
ricevessero   dai  laici    in  investitura 
i  benefizi     ecclesiastici,    ed    i  laici 
che  la  dessero.  Il  concilio  di  Melfi 
del   1089    ^°^    ^^^'    ^^    proibì    ai 
laici  di  dare  ai  monasteri  le  deci- 
me, ovvero  le  chiese  che  loro  ap- 
partenevano, senza  il  consenso   del 
vescovo  odel  Papa.  Il    concilio    di 
Benevento    del   1091     col    can.    4 
statuì     che    niun    laico    mangiasse 
carne  dal  giorno  delle  ceneri   sino 
a   Pasqua,  e  in  quel  giorno  tutti  i 
chierici  e  laici,  uomini  e  donne  ri- 
cevessero le  ceneri  sul  capo.  Il  con- 
cilio di     Clermont     del     1095    col 
can.    i8    vietò  a' laici  di  aver  cap- 
pellani che  non  sieno  dati  loro  dal 
vescovo  per  la  direzione  delle  loro 
anime.  Nel  concilio   generale  Late- 
ranense  II,  celebrato  nel  1 1 89  da 
Innocenzo  II,  s'impose  la  scomuni- 
ca a    chiunque  mettesse    le    mani 
sugli     ecclesiastici     di     qualsivoglia 
condizione.  Il  concilio  generale  La- 
teranense  III,  celebrato  nel    1 1  79 
da  Alessandro  III,  proibì    ai  laici, 
sotto  pena  di    scomunica,   d'insti- 
tuire  o  destituire  chierici  nelle  chie- 
se senza  l'autorità    del    vescovo,  o 
di  obbligare  gli  ecclesiastici  a  com- 
parire   in  giudizio    avanti    a  loro. 
Innocenzo    III     nel    1199     riprese 
l'audacia    di    quei    laici  che    senza 
autorizzazione  dei  prelati  delle  chie- 
se si  erano  messi  a  predicare,  do- 
vendosi riputare  siffatti  uomini  co- 
me seduttori,  come  lo  furono  tao- 


62  LAI 

ti  eresiarchi  e  loro  seguaci.  Lo 
stesso  Pontefice  nel  1204  riprese 
i  vescovi  di  Sardegna,  perchè  con 
detrimento  della  libertà  ecclesiasti- 
ca litigavano  avanti  i  tribunali 
laici.  Vietò  Onorio  III  di  portare 
a  baciare  il  messale  a  quelli  che 
non  fossero  unti  col  sacro  olio; 
tuttavia  si  tollera  che  si  porti  a 
baciare  a' principi  non  a' laici  in- 
feriori. Il  concilio  di  Reims  del 
i583  si  contentò  di  ammettere 
per  ministri  al  sacerdote  celebrante 
clericos  vel  s alleni  idoneos  laico s, 
la  quale  permissione  il  concilio  di 
Avignone  del  i594  non  accorda 
che  nel  solo  caso  di  necessità.  Con 
tutto  ciò  in  appresso  restò  dalla 
Chiesa  tollerato  anche  senza  occa- 
sione di  certo  bisogno,  per  una 
lodevole  connivenza  al  comodo  del 
sacerdote  e  alla  divozione  del  mi- 
nistro. 11  Sarnelli  nel  t.  X  delle 
Leu.  eccles.  tratta  nella  lett.  XXV: 
Se  il  laico  debba  ammettersi  per 
ministro  al  sacerdote  che  celebra 
privatamente.  Giulio  111  del  i55o 
vietò  a'  secolari  d'intromettersi  nel 
conoscere  e  giudicare  punti  di  ere- 
sia. Urbano  Vili,  Benedetto  XIII 
e  Leone  XII  vietarono  a' laici  l'uso 
dell'abito  ecclesiastico  detto  d'ab- 
bate. 

Il  Rodotà,  Dell'origine  del  rito 
greco  in  Italia,  tom.  II,  pag.  17, 
parlando  della  venerazione  che  si 
ebbe  anticamente  all'abito  mona- 
stico, dice  che  non  fu  mai  lecito 
di  rigettarlo  neppure  da  coloro  i 
quali  nel  fine  della  vita  avendolo 
vestito  per  impulso  di  privata  di- 
vozione, dall' infermità  si  ristabili- 
vano in  salute.  Egli  per  porre  in 
chiaro  questo  punto  di  disciplina, 
dalla  quale  può  avere  avuto  ori- 
gine il  rito  de' fedeli  laici  che  in 
morte  vogliono  essere  tumulati  con 


LAI 

abito  religioso,  narra  quanto  qui 
riportiamo.  Fu  vecchio  costume  che 
quelli  che  non  avevano  passato  la 
vita  regolare  ne' chiostri,  si  procu- 
rassero d'altra  maniera  simile  van- 
taggio prima  di  morire.  Vicini  al 
punto  estremo  si  facevano  portare 
in  qualche  monastero,  di  cui  sup- 
plicavano il  superiore  ad  ammet- 
terli nel  ruolo  de*  monaci,  e  a  per- 
mettere che  fossero  vestiti  delle  lo» 
ro  divise,  benché  avessero  passata 
la  vita  in  mezzo  ai  piaceri  ed  ai 
vizi,  previa  perpetua  rinunzia  alla 
separazione  del  toro  coniugale.  E- 
rano  ammessi  alla  monacai  cocolla 
col  rito  particolare  che  diffusamente 
descrive  il  Marlene,  Anecdot.  t.  V, 
col.  1606.  Nel  decorso  dell'infer- 
mità si  recitavano  sopra  il  novello 
candidato  alcune  preghiere  dirette 
a  Dio  per  impetrargli  la  salute  del 
corpo,  le  cui  formole  si  leggono  in 
alcuni  libri  rituali  de'  monasteri , 
e  nel  p.  Mabillon,  praef.  in  saec, 
III  Bened.  n.  21.  A  distinzione 
degli  altri,  erano  questi  denomi- 
nati monaci  ad  succurrendum,  qua- 
si condotti  dal  timor  della  morte 
a  soccorrere  e  a  provvedere  in  tal 
maniera  alla  propria  salvezza,  col 
divenire  partecipi  delle  comuni  pre- 
ghiere de'  monaci,  nel  cui  numero 
erano  ascritti.  Tal  costume  diven- 
ne generale  anche  tra' re  ed  im- 
peratori. Se  passavano  all' altra  vi- 
ta, venivano  registrati  nel  necro- 
logio del  monastero,  ripetendosi  la 
memoria  nel  d'i  anniversario  della 
morte,  per  eccitare  i  confratelli  a 
suffragar  le  loro  anime.  Se  poi  si 
riavevano  dall'  infermità,  non  po- 
tevano deporre  l' abito  e  ritornare 
al  secolo,  altrimenti  erano  tenuti 
per  apostati. 

Quanto   al    rispetto    che    i  laici 
debbono  a'  sacerdoti,   solo  ricorde- 


remo,  che  avendo  l'imperatore  Mas* 
simo  invitato  s.  Martino  vescovo  a 
desinar  con  esso ,  quando  il  mini» 
stro  offri  la  tazza  al  principe,  que- 
sti volle  che  prima  bevesse  il  san- 
to, il  quale  dopo  aver  bevuto  la 
passò  invece  al  suo  prete  ,  repu- 
tandolo più  degno  del  monarca. 
Quanto  a  molte  cose  vietate  a'  lai- 
ci dall'antica  disciplina  della  Chièsa, 
in  progresso  di  tempo  furono  o 
permesse  o  tollerate,  essendo  un 
tempo  vietato  a'  laici  anche  suonar 
le  campane,  molto  meno  il  tenerle 
in  casa.  Di  altre  cose  riguardanti 
i  laici,  se  ne  tratta  agU  analoghi 
articoli.  Avendo  il  senatore  veneto 
Flaminio  Cornaro  mandato  in  do- 
no al  dotto  Pontefice  Benedetto 
XIV  la  sua  Storia  delle  chiese  ve- 
neiCf  Composta  in  tredici  volumi,  e 
la  Storia  della  chiesa  di  Torcello 
in  tre  volumi,  il  Papa  dopo  averle 
lette  ed  ammirate,  col  breve  Jc" 
ccptissimum  munus,  de'  22  dicem- 
bre 1 753,  presso  il  Cornaro  stesso 
tomo  indìcum  3  pag.  263,  gliene 
rese  grazie.  Inoltre  lo  esortò  a  con- 
tinuar le  sue  dotte  ed  erudite  fa* 
tiche,  alle  quali  voleva  che  altri 
ancora  vi  si  applicassero  ancorché 
laici  come  lui.  Dappoiché,  dice  il 
Pontefice,  questi  studi  sacri  non 
disdicono  ai  laici,  avendone  dato  tra 
gli  altri  ne'tempi  antichi  l'esempio 
Giustino,  Atena  gora,  Arnobio,  Di- 
dimo, Lattanzio,  Prospero  d'Aquita- 
nia,  Severino-Boezio,  Cassiodoro,  E- 
vagrioed  Epifanio.  Ed  altresì  ne'tem- 
pi meno  antichi,  aggiunge,  li  colti- 
varono. Fiorentini,  Buonarroti,  Si- 
gonio,  Masini,  Zani,  Cappello,  il 
procurator  Giustiniani ,  Leonardo 
Giustiniani,  Foscarini,  Diedo,  Mo- 
rosini,  Loredano,  Laura,  Quirini, 
Secundini,  JVIaffei  ed  innumerabili 
altri  fra'  moderni,  pure  tutti  laici, 


LAM  63 

che  la  storia  e  le  cose  ecclesiasti- 
che egregiamente  illustrarono,  sic- 
come si  esprimo  il  medesimo  Be- 
nedetto XIV. 

LAICOCEFALL  Setta  di  uomi- 
ni che  hanno  per  capo  un  laico , 
nome  che  proviene  da  laicocefalo, 
dal  greco  laos  popolo,  e  da  ce- 
phalè  capo,  ossia  eretico  che  rico- 
nosce un  laico  per  capo  della  Chie- 
sa. Laicocefali  pertanto  furono  da 
alcuni  chiamali  gì'  inglesi  scismati- 
ci ,  i  quali  all'  epoca  del  funesto 
scisma  del  re  Enrico  Vili,  furono 
costretti  sotto  pena  di  prigionia  e 
di  confisca  de'beni,  di  proclamar- 
lo capo  del  popolo  e  della  chiesa. 
Con  questi  mezzi  violenti  s' intro- 
dusse la  pretesa  riforma  in  Inghil- 
terra, onde  poi  i  vescovi  di  essa , 
non  senza  stupore,  si  videro  rice- 
vere la  loro  giurisdizione  spiritua- 
le da  una  donna,  la  regina  Elisa- 
betta. 

LAMBATH  o  LAMBETH  o 
LOMEITH,  Lnmhaùia  o  Lamhetha. 
Luogo  dell'  Inghilterra  ,  nella  con- 
tea di  Surrey ,  sobborgo  di  Lon- 
dra, sulla  riva  destra  del  Tamigi, 
in  faccia  a  Westminster,  con  cui 
comunica  col  ponte  di  Vauxhall. 
Avvi  un  magnifico  castello,  residen- 
za dell'  arcivescovo  di  Cantorbery. 
Questo  luogo  è  celebre  pei  seguen- 
ti concihi  che  furonvi  celebrati. 

Concila  di  Lambaih  0  Lamheth, 

Il  primo  fu  tenuto  nel  1206, 
da  Langton  arcivescovo  di  Cantor- 
bery, nel  quale  furono  fatti  tre  re- 
golamenti sopra  diversi  punti  di 
disciplina  ecclesiastica.  Angl.  t.  I. 

Il  secondo  a'  3i  mai-zo  1261 
sotto  Bonifazio  arcivescovo  di  Can- 
torbery, nel  quale  si  trattò  della 
chiesa  gallicana  ;  si  ordinarono  dei 


64  LAM 

digiuni,  delle  pubbliche  preghiere 
e  processioni  per  divertire  l' inva- 
sione de'  tartari.  Inoltre  si  fece  un 
regolamento  per  conservare  la  li- 
bertà della  Chiesa  contro  i  tenta- 
tivi del  re  e  de'  giudici  secolari. 
Si  presero  provvidenze  sulla  con- 
fessione, sui  testamenti  ec.  Labbé 
t.  XI  ;  Arduino  t.  VI  ;  Angl.  t.  I  ; 
Diz.  de  conc. 

Il  terzo  nel  1280,  da  Giovanni 
Peckam  arcivescovo  di  Cantorbe- 
ry  :  in  esso  fu  ordinato  che  ninno 
potrebbe  possedere  alcun  benefìzio 
in  cura  d'anime,  se  non  era  sacer- 
dote. Ibidem. 

Il  quarto  nei  1281,  dal  medesi- 
mo arcivescovo  che  vi  rinnovò  i 
decreti  dell'ultimo  concilio  di  Lio- 
ne ,  le  costituzioni  di  quello  di 
Londra  del  1268,  e  quelle  del  con- 
cilio di  Lambath  precedente ,  ag- 
giungendovi le  sue  proprie  in  ven- 
tisette articoli.  "Vi  si  ordina  di  suo- 
nar le  campane  all'elevazione  del- 
l'Ostia, affinchè  quelli  che  non  pos- 
sono assistere  alla  messa,  si  raetti- 
no  in  ginocchioni  tanto  in  istrada 
che  nelle  case.  I  prelati  dando  la 
comunione,  avvertiranno  che  quel 
che  si  dispensa  nella  coppa  è  sem- 
plice vino,  perchè  si  possa  più  fa- 
cilmente inghiottire  il  prezioso  Cor- 
po. »  Non  si  ammetta  nessuno  al- 
la comunione,  se  prima  non  è  con- 
fermato. Quanto  ai  peccati  enormi 
e  scandalosi,  s' imporrà  la  peniten- 
za solenne  secondo  i  casi.  Ogni  cu- 
rato spiegherà  al  popolo  quattro 
"volte  all'anno  in  lingua  volgare  i 
quattordici  articoli  della  fede,  i  die- 
ci comandamenti  del  decalogo ,  i 
due  precetti  del  vangelo  sopra  la 
carità ,  le  sette  opere  di  misericor- 
dia ,  i  sette  peccati  capitali,  le  sette 
■virtù  principali  e  i  sette  sacramen- 
ti ".  Questo  è  all'  incirca  quello  che 


LAM 
noi  chiamiamo  catechismo.  Inoltre 
fu  proibito  alle  religiose  di  star 
fuori  del  monastero,  anche  in  ca- 
sa de*  parenti,  più  di  tre  giorni  per 
ricreazione,  e  più  di  sei  per  affari. 
Si  condannò  di  nuovo  la  pluralità 
de'  benefizi,  massime  senza  dispen- 
sa, a  cagione  dell'abuso  allora  co- 
mune in  Inghilterra.  Venne  proi- 
bito a'  religiosi  l'essere  esecutori  te- 
stamentari, inculcato  di  studiare  il 
diritto  canonico,  ordinato  a*  sacer- 
doti di  una  diocesi  di  celebrare  una 
messa  per  il  loro  vescovo  dopo  la 
sua  morte.  Labbé  tom.  XI;  Ar- 
duino   tom.  VII;  Diz.  de   conc. 

Il  quinto  nel   iSsG.  Angl.  t.  IL 

Il  sesto  nel  i33o.  Simone  Me- 
pham  arcivescovo  di  Cantorbery 
vi  presiedette,  e  furono  fatti  dieci 
canoni  risguardanti  gli  arredi  sa* 
cri,  i  confessori,  i  sacerdoti  in  pec- 
cato mortale,  cui  proibisce  di  ce- 
lebrare la  messa  prima  di  essersi 
confessati,  sotto  pena  di  venir  de- 
gradati; fu  ordinato  altresì  di  te- 
nere chiusi  sotto  chiave  gli  olii  san- 
ti ;  venne  proibita  l'alienazione  de- 
gli effetti  e  dei  beni  della  chiesa, 
se  non  col  permesso  del  vescovo, 
e  per  un  titolo  di  evidente  utilità. 
Labbé  t.  XI;  Arduino    t.  VII. 

Il  settimo  concilio  fu  tenuto  nel 
i35i.  Simone  arcivescovo  di  Can- 
torbery e  legato  della  santa  Sede 
vi  presiedette,  e  si  lagnò  fortemen- 
te perchè  i  giudici  secolari  viola- 
vano i  privilegi  del  clero,  condan- 
nando a  morte  gli  ecclesiastici  col- 
pevoli di  delitti.  Ibidem. 

L'ottavo  del  1862,  provinciale, 
fu  adunato  da  Islip  arcivescovo  di 
Cantorbery.  Vi  si  fece  una  costi- 
tuzione, colla  quale  venne  ripro- 
vata l'avarizia  e  pigrizia  de*  preti  j 
e  si  tassarono  gli  stipendi  per  gli 
anniversari    ed    altri    uffizi.    AngK 


LAM 

tom.  Ili;  Reg.  tom.  XXIX;  e  Lab- 
bc  tom.  XI. 

Il  nono  nel  i368.  Simone  ar- 
civescovo di  Cantorbeiy  \i  con- 
dannò trenta  proposizioni  erronee. 
Ibidem. 

Il  decimo  nel  14^79  "^1  quale 
venne  deposto  il  vescovo  di  Che- 
ster per  errore.  Harpfeld,  Histor. 
fViclef.  cap.  6. 

L'undecime  nel  1476  contro  gli 
errori  di  Regnault  vescovo  di  Che- 
ster. 

LAMBERGH  (di)  Gunfilippo, 
Cardinale.  Gianfilippo  de'  baroni 
d'Otleinstein  di  Lambergh  aleman- 
no, nato  a'26  maggio  i65ij  dopo 
aver  sostenuto  con  successo  splen- 
dide ambascerie,  addossategli  dal- 
l'imperatore, e  tra  le  altre  quella 
di  Polonia,  in  cui  si  adoperò  con 
ogni  sforzo  perchè  l'elezione  a  quel 
trono  cadesse  in  persona  di  Fede- 
rico Augusto  di  Sassonia ,  venne 
provveduto  dei  canonicati  di  Sa- 
lisburgo e  di  Passavia,  e  nomina- 
to in  seguito  a  quest'  ultima  va- 
cante chiesa,  eh'  egli  visitò  da  ujn 
capo  air  altro ,  non  mancando  di 
ornare  ed  abbellire  i  sacri  templi 
con  ecclesiastica  magnificenza,  e  di 
promulgare  ottime  leggi  per  la  ri- 
forma de' costumi,  quale  studiossi 
d' introdurre  nel  suo  popolo,  assai 
più  coir  esempio  che  colle  parole. 
Nella  dieta  di  Ratisbona,  come  am- 
basciatore cesareo^  seppe  mantenere 
illesi  i  di  lui  diritti,  e  stabilire  la 
pace  dell'  impero,  il  perchè  1*  im- 
peratore Leopoldo  1  fece  efficaci 
premure  con  Innocenzo  XII  perchè 
lo  creasse  cardinale  ,  ciò  eh'  ebbe 
luogo  a'  14  novembre  1699,  del- 
l'ordine de'  preti.  Portatosi  al  con- 
clave per  l'elezione  di  Clemente  XI, 
questi  gli  conferì  per  titolo  la  chie- 
sa di  §.  Silvestro  in    Capile.    Indi 

VOL.    XXXVII. 


LAM  65 

fu  inviato  dall'  imperatore  a  vari 
principi  italiani, per  indurli  a  guer- 
reggiare contro  la  Francia  per  la 
successione  di  Spagna.  Ritornato 
a  Vienna,  vi  esercitò  la  carica  di 
consigliere  di  Leopoldo  I,  Giusep- 
pe I  e  Carlo  VI,  ed  ivi  morì  uni- 
versalmente compianto  a'  20  otto- 
bre   17  12,  d'anni  sessantuno. 

LAMBERGH  (di)  Giuseppe  Do- 
menico, Cardinale.  Giuseppe  Do- 
menico de*  baroni  di  Lambergh, 
nipote  del  precedente,  nacque  agli 
8  luglio  1680  nella  Stiria,  in  un 
feudo  di  sua  casa.  Dopo  aver  pro- 
seguito i  suoi  studi  in  Besangon  e 
per  alcun  tempo  in  Siena,  essendo 
in  età  di  quattordici  anni,  nel  1694 
si  portò  in  Roma  nel  collegio  Cle- 
menlino.  Ammesso  da  Clemente 
XI  in  prelatura  ,  fu  dallo  zio  net 
1703  fatto  canonico  di  Passavia, 
nel  lyoS  preposto  della  stessa  chic-  * 
sa,  ed  in  appresso  canonico  della 
metropolitana  di  Salisburgo.  Nel 
1 7 1 2  Clemente  XII  lo  promosse  a 
vescovo  di  Segovia,  donde  nel  1723 
fu  trasferito  in  Passavia.  Ivi  pub- 
blicò ottime  e  savie  leggi  per  la 
salute  spirituale  del  suo  gregge, 
vigilando  specialmente  sull'elezione 
de'  parrochi,  i  quali  voleva  dotati 
di  singoiar  integrità  di  costumi,  e 
di  molto  sapere.  Visitò  la  sua  va- 
sta diocesi  con  somma  cura  e  di- 
ligenza ,  non  ritenendolo  i  rigori 
della  stagione.  Carlo  VI  in  premio 
del  suo  zelo  lo  raccomandò  a  Cle- 
mente XII,  il  quale  a'  20  dicem- 
bre 1787  lo  creò  cardinale  prete. 
Ebbe  in  titolo  la  chiesa  di  s.  Pie- 
tro in  Mon torio,  e  fu  annoverato 
alle  congregazioni  del  concilio,  dei 
vescovi  e  regolari ,  di  propaganda 
e  de'  riti.  La  nuova  dignità  rad- 
doppiò la  sua  sollecitudine  pasto- 
rale,   peichè    ovunque    regnasse  il 


66  LAM 

buon  ordine,  e  rifiorisse  l'ecclesia- 
stica  disciplincT.  Inti^epido  difensore 
della  sna  chiesa,  le  comparai  im- 
mensi benefici i ,  con  fondar  sacri 
tempii  nella  diocesi,  e  nuove  par- 
roccliie,  principalmente  nelle  mon- 
tagne che  n'  erano  bisognose.  Ar- 
ricchì la  cattedrale  di  preziose  sup- 
pellettili, e  vi  accrebbe  il  numero 
de'  sacerdoti  e  de'  sacri  ministri. 
Menò  vita  immacolata,  mostran- 
dosi religioso  con  Dio  e  caritate- 
vole co'  poveri,  in  sollievo  de' quali 
diede  fondo  alle  sue  rendite.  Incli- 
nato alla  collera,  sapeva  frenaila 
colla  mansuetudine,  e  quando  non 
potè  superarla,  domandava  scusa  e 
largamente  premiava  chi  lo  avea 
offeso.  Finalmente  dopo  essere  in- 
tervenuto ai  conclavi  per  Benedet- 
to XIV  e  Clemente  XI H,  morì  in 
Passavia  a'  3o  agosto  1761  d'anni 
ottantuno  ,  universalmente  com- 
pianto. Rimase  sepolto  nella  catte- 
drale, dov'  erasi  apparecchiato  un 
mausoleo,  venendovi  scolpita  un'  o- 
norcvole  iscrizione. 

LAMBERTIJSI  Famiglia.  Secon- 
do Pompeo  Scipione  Dolfì,  Crono- 
logìa delle  famiglie  nobili  di  Bolo- 
gna^ nell'anno  976  ebbe  origine 
la  famiglia  Lambertini ,  da  Lara- 
berlo  figlio  del  conte  Mondo  di 
Sassonia,  il  quale  se  crediamo  a 
Filelfo  venne  coli'  imperatore  Ot- 
tone I  in  Italia,  ed  in  Bologna  si 
stabilì,  mentre  l' Alidosio  afferma 
cbc  non  con  tal  principe,  ma  con 
im  re  longobardo  si  recò  in  Bolo- 
gna. Nella  serie  cronologica  di  que- 
.«*ta  famiglia,  tessuta  dall'Amadi  fi- 
no dal  detto  anno  976,  scorgesi  ch'el- 
la fiorì  in  quella  città ,  con  una 
continuata  discendenza  di  perso- 
naggi insigni  per  gli  onorevoli  uf- 
fizi di  ambasciatori,  generali,  capi- 
tani,  governatori,   senatori  de' se- 


LAM 
dici ,  de'  venti  e  de'  quaranta  ,  ed 
altri  illustri  nella  pace,  nella  guer- 
ra, ed  anche  nella  santità.  Gherar- 
do Lambertini  fu  comandante  del- 
le truppe  bolognesi  nella  spedizio- 
ne di  Gerusalemme  l'anno  1095. 
Ugolino  Lambertini,  uno  de'  fon- 
datori dell'ordine  equestre  de'frati 
gaudenti,  fiorì  nel  i233.  Alberto 
Lambertini  fu  arcivescovo  di  Mi- 
lano, fatto  nel  i  3  1 1.  Balduiuo  Lam- 
bertini morì  vescovo  di  Brescia 
nel  1348.  La  beata  Imelda  Lam- 
bertini, che  il  Marchesi  nel  suo 
Diario  domenicano  vuole  domeni- 
cana, ed  il  Torelli  nel  Saec.  'Au' 
gust.  tom.  IV,  an.  12  53,  e  tom.  V, 
an.  i333,  vuole  agostiniana,  mori 
ancor  giovane  nel  i333  di  consu- 
mata santità,  come  si  vede  nella 
sua  vita  scritta  in  volgare  dal  mo- 
naco Celso  Sassoferrato ,  tradotta 
in  latino  ed  in  fiammingo  da  Giam- 
battista Lambertini  nobile  fiammin- 
go, de' Lambertini  bolognesi  oriun- 
do, che  la  pubblicò  in  Anversa  nel 
j638,  e  fu  illustrala  dal  Bollandi- 
sta  Enschenio  negli  Acta  ss,  maii, 
a'  12  di  questo  mese,  tom.  III,  p. 
i83.  Della  beata  Giovanna  Lam- 
bertini, figlia  di  Rinaldo  Lamberti- 
ni, religiosa  compagna  ed  imitatri- 
ce di  s.  Caterina  di  Bologna,  scris- 
sero ancora  la  vita  i  Bollandisti 
nel  tom.  II,  Acta  ss.  mari.  pag.  60 
e  80,  e  a'  12  aprile  in  cui  si  ve- 
nera. 

Per  li  servigi  prestati  a*  re  d'A- 
ragona ,  possedettero  i  Lambertini 
alcuni  feudi  nel  regno  di  Napoli. 
Egano  II  ebbe  dagli  anziani  e 
consoli  di  Bologna  a'  23  maggio 
i383  l'amplissimo  titolo  di  con- 
servatore della  patria.  Guido  An- 
tonio figlio  di  Aldagretto  fu  il  pri- 
mo de'  Lambertini  che  ai  12  no- 
vembre  i44>  ®^^  *"  mero  e  mi- 


LAM  LAM  67 
sto  impero  la  contea  di  Poggio  Re-  Ma  quello  che  più  di  tutti  illustrò 
gnatico,  Gapiara  e  Rognalica,  col  la  famiglia  Lambertini  e  che  ha 
consenso  di  Ceivato  Cecco  di  Ca-  lasciato  nome  immortale,  fu  Pio- 
ravaggio ,  luogotenente  di  Nicolò  spero,  nato  nel  1675  in  Bologna 
Piccinini  pel  duca  di  Milano,  con-  da  Marcello  Lambertini  senatore 
cesso  ad  esso  dai  legati  pontificii  e  de'  quaranta,  e  da  Lucrezia  Bulga- 
confermato  da  Nicolò  V  a'  18  feb-  rini,  la  quale  dopo  la  morte  di 
braio  1 449"  Cornelio  figlio  di  detto  Marcello  passò  in  seconde  nozze 
Guido  otleime  di  passaie  nel  162 5  col  conte  Luigi  Bentivoglio.  Pro- 
questa contea  in  marchesato.  I  sue-  spero  divenuto  profondo  giurecon- 
cessori  di  lui  aggiunsero  poi  Villa  sulto,  prelato,  vescovo  e  cardinale, 
Cornelio  a  questi  feudi,  che  tutti  meritò  che  nel  1740  fosse  subli- 
insieme  contenevano  sci  miglia  di  raato  alla  cattedra  apostolica  col 
lunghezza  e  quattro  di  larghezza,  nome  di  Benedetto  XIV  {Vedi). 
I  Lambertini  possedettero  in  Bolo-  Senza  spogliarsi  della  sua  antica 
gna  più  case  e  palazzi  con  torri,  affabilità  e  cortesia,,  il  magnanimo 
Nel  più  antico  palazzo  loro  fu  rin-  e  dottissimo  Pontefice,  a  tutti  fece 
chiuso  Enzo  re  di  Sardegna,  figlio  provare  la  sua  benevolenza  e  ge- 
naturale  dell'  imperatore  Federico  nerosilà,  tranne  i  parenti  co'  quali 
II,  ed  ancor  si  mostra  per  quella  fu  parco  di  beneficenze.  Il  celebre 
elevata  fabbrica,  che  è  annessa  al  gesuita  p.  Azevedo  nella  lettera 
palazzo  del  podestà ,  ove  precisa-  con  cui  gli  dedicava  l'edizione  ro- 
mente  sta  ordinato  il  generale  ar-  mana  delle  sue  opere ,  fatta  nel 
chivio  civile  e  notarile.  Un  altro  r747>  ecco  come  si  espresse  per 
palazzo  con  torre,  ricco  d'orna-  riguardo  ai  di  lui  congiunti,  m  Nota 
menti  di  terra  cotta  fino  a' giorni  est  enim  omnibus  constantia  illa, 
nostri  ammirati ,    si    riconosce  an-  nota  animi  fortitudo  atque  severi- 

cora  nella  via  degli  Orefici  per  una     tas,  qua  uteris  in  Tuos cuna 

finestra  ,  in  quel  fabbricato  che  alienos  omnes  paterna  quadam,  ac 
vedesi  posto  modernamente  ad  uso  singulari  cura  complectaris  quasi 
di  locanda  del  Leoncino  d'oro.  La  essent  Tui,  bis  vix  adduceris,  ut 
ciisa  La  m  ber  ti  ivi,  nella  quale  nacque  communia  debitaque  omnibus  offi- 
quegli  che  fu  poi  Benedetto  XI V^,  eia  sollecitudinemque  impendas  ; 
fa  angolo  al  piazzale  dinanzi  la  quam  ego  laudem  nisi  tantum 
chiesa  di  s.  Giacomo  degli  eremi-  esse  fatear,  ut  in  maximo  ama- 
tani  agostiniani,  ed  ha  il  suo  in-  tissimoque  principe  sit  omnium 
gresso  dal  lato  della  via  delle  Cam-  difficillima,  communi  videas  homi- 
pane  ,  essendone  al  presente  prò-  num  sensu  judicioque  carere  ".  A- 
prietario  il  conte  Ottavio  Malvezzi-  veva  Benedetto  XIV  un  nipote,  d. 
Banuzzi.  A  capo  delle  scale  per  Egano  Lambertini  senatore  di  Bo- 
memoria  fu  collocala  una  lapide  logna,  al  quale  appena  fatto  Papa 
co' seguenti  versi.  ordinò    che    non    venisse    a  Roma 

finché    noi  chiamasse,  ciò  che  mai 

Parva  domus  Betiedictum  exce-  fece     nel    suo    lungo  pontificato  . 

pi  tnalrìs  alvo  Permise  solo  che  nel  1752  venisse 

Magnani  parva  cui  maxima  Ro-  in  Roma  per  educarsi  nel  collegio 

ma  fedi.  dementino ,   il    njarchesc    d.  Gio- 


68  LAM 

Tanni  Lambertini  primogenito  del 
mentovato  nipote ,  allora  di  nove 
anni ,  il  quale  prima  di  entrarvi 
ahi  lo  con  monsignor  Millo  datario 
e  favorito  del  Pontefice,  che  lo  a- 
vea  preso  in  Bologna.  Questo  pre- 
lato lo  condusse  a  Castel  Gandolfo 
alle  villeggiature  di  Benedetto  XIV, 
il  quale  ivi  lo  cresimò  facendogli 
da  padrino  il  cardinal  Colonna. 
Grato  Carlo  Emmanuele  III  re  di 
Sardegna  al  Papa  per  le  conces- 
sioni fatte  air  ordine  de'  ss.  Mau- 
rizio e  Lazzaro,  in  segno  di  gra- 
titudine e  della  stima  personale  che 
faceva  di  lui,  nel  17^7  conferì  al 
pronipote  d.  Giovanni  una  com- 
menda dello  stesso  ordine  eque- 
stre esistente  in  Civitavecchia,  del- 
la quale  ne  accordò  il  patronato 
alla  casa  Lambertini,  non  solo  per 
la  discendenza  mascolina  agnatizia 
in  peipetuo,  ma  che  per  una  vol- 
ta potesse  ancora  passare  nella  di* 
scendenza  mascolina  d'una  femmi- 
na, figlia  o  sorella  primogenita  del- 
l'ultimo possessore  della  stessa  com- 
menda. Inoltre  il  re  dichiarò  don 
Giovanni  gran-croce  dell'ordine,  e 
perpetuo  gran  piiore  in  Roma,  con 
l'annua  pensione  di  duemila  scudi. 
Gli  rimise  una  croce  di  brillanti  del 
valore  di  seimila  scudi,  pregando 
Benedetto  XIV  che  volesse  dar  l'a- 
bito e  la  croce  al  pronipote,  ciò 
che  esegui  nel  di  dell'Epifania  del 
seguente  anno. 

Quanto  Benedetto  XIV  fosse  al- 
tamente lodato  dai  medesimi  acat- 
tolici, pel  suo  disinteresse  co'  pro- 
pn  parenti,  lo  dicemmo  alla  citata 
biografia.  Quanto  fece  il  Papa  con 
Bologna  sua  patria,  lo  indicammo 
all'articolo  Bologna  {Fedi).  Essen- 
do restata  vacante  la  custodia  della 
Porta  Angelica  di  Roma,  Benedet- 
to XIV  nel  1700  la  conferì  al  ni* 


LAM 

potè  d.  Egano  per  sé  e  suoi  discen- 
denti maschi  in  infinito  con  ordi- 
ne di  primogenitura ,  coi  relativi 
pesi  ed  emolumenti.  Morì  il  gran 
Pontefice  a*  3  maggio  1758  d'anni 
ottantatre,  e  fu  sepolto  nella  ba- 
silica vaticana  nel  consueto  luogo. 
Il  cardinal  Gioacchino  Ferdinando 
Portocarrero  sua  creatura  stabilì 
celebrargli  esequie  anniversarie  fin- 
che fosse  vissuto,  ed  offrì  una  con- 
siderabile somma  per  erigere  al 
defunto  Pontefice  un  marmoreo  e 
magnifico  deposito  nella  stessa  ba- 
silica. Questo  saputosi  dagli  altri 
cardinali  creati  da  Benedetto  XIV, 
vollero  ancor  essi  concorrere  all'e- 
rezione del  monumento,  del  quale 
parlammo  nel  voi.  XII,  pag.  3oi 
del  Dizionario.  Il  deposito  fu  com- 
pito nel  1769,  e  si  scuoprì  nel  tem- 
po della  sede  vacante  cui  die  ter- 
mine l'elezione  di  Clemente  XIV, 
Pontefice  che  dichiarò  il  commen- 
datore d.  Cesare  Lambertini  came- 
riere segreto  soprannumerario,  ed 
ablegato  a  portare  la  berretta  al 
cardinal  de  Cunha  arcivescovo  d'E- 
vora.  La  ì^ita  dì  Benedetto  XI F 
P.  M,  fu  stampata  in  Venezia  nel 
1783.  Nel  tom.  XI  delle  71/emorze 
letterarie  del  Valvasense  pag.  4^7 
si  legge  un  succinto  ragguaglio  del- 
le sue  commendevolissime  azioni  e 
stimatissime  opere,  e  si  producono 
ancora  l'epoche  principali  della  sua 
vita.  Pel  resto  delle  notizie  della 
famiglia  Lambertini,  si  possono  con- 
sultare il  p.  Gamberti ,  Specchio 
della  verità,  Venezia  1719-  Fran- 
cesco Amadi  d'Agostino,  La  no- 
biltà di  Bologna,  ivi  i588.  Bene- 
detto XIV  ,  LiUerae  apostolìcae  su- 
per approbatione  et  confirniatione 
privi legioriwi  marchionatus  Podii 
Rognaticìf  et  annexaruni  genti  et 
famiUae  de  léambertinisj  Bononiae 


LAM 

1745.  Il  p.  Wadingo,  Annoi,  mi- 
nor, tona.  X,  par.  184.  Ed  il  p. 
Contuccio  Contiicci  nella  sua  Ora- 
tio  de  Bened.  XIV ^  p.  i4  e  seg. 
ove  accenna  molti  altri  scrittori  che 
ne  trattano. 

LAMBEUTINI  Prospero,  Cardi- 
nalt.    V.  Benedetto  XIV,  Papa. 

LAMBERTO  (s.),  vescovo  di  Lio- 
ne. Nato  nel  paese  di  Terovanne, 
d*una  assai  illustre  famiglia,  occu- 
pò un  posto  distinto  alla  corte  di 
Clotario  III,  poscia  abbandonò  le 
vanità  del  mondo  per  ritirarsi  nel 
monastero  di  Fontenelle  goveraato 
da  s.  Vandregesilo.  Morto  questo 
santo  abbate  nell'anno  ^'oQ,  Lam- 
berto meritò  per  le  sue  virtù  di 
essere  scelto  a  succedergli  :  i  suoi 
religiosi  trovarono  sempre  in  lui 
un  tenero  padre  ed  un  modello 
perfetto  di  osservanza.  Dopo  aver 
governato  dodici  anni  quel  mo- 
nastero, fu  innalzato  contro  sua  vo- 
glia alla  sede  vescovile  di  Lione, 
e  morì  l'anno  688.  Onorasi  la  sua 
memoria  ai    i4  d'aprile. 

LAMBERTO  (s.),  vescovo  di 
Maestricht.  Nacque  a  Maestricht  da 
genitori  commendevoli  per  nobiltà 
e  religione ,  e  fu  messo  sotto  la 
condotta  del  vescovo  s.  Teodardo 
che  lo  informò  nelle  scienze  e  nella 
virtù,  e  lo  consacrò  al  sacerdozio. 
Essendo  stato  s.  Teodardo  inde- 
gnamente assassinato  nel  669,  men- 
tre recavasi  dal  re  Cbilderico  II 
per  ottenere  la  restituzione  dei  be- 
ni della  sua  chiesa  da  prepotenti  si- 
gnori usurpati,  Lamberto  fu  eletto 
a  succedergli.  La  rivoluzione  che 
privò  di  vita  Cbilderico  II,  tolse  a 
Lamberto  la  sede,  in  cui  fu  intru- 
so un  certo  Fararaondo.  Il  santo 
vescovo  si  ritirò  nel  monastero  di 
Stavelo,  ed  ivi  visse  selt'anni  ,  se- 
guendo la  regola  di   quei    religiosi 


LAM  69 

con  tale  fedeltà  ed  obbedienza,  co- 
me avrebbe  potuto  fare  un  novi- 
zio. Intanto  gli  affari  dello  stato 
avendo  cambiato  faccia,  il  falso  ve- 
scovo fu  deposto  e  Lamberto  ri- 
stabilito sulla  sua  sede  nel  681  o 
682.  Egli  riprese  le  sue  funzioni 
con  nuovo  zelo ,  e  le  esercitò  da 
per  tutto  con  maraviglioso  succes- 
so. Siccome  erano  ancora  molti  pa- 
gani nella  Tassandria,  provincia  del 
Brabante,  egli  andò  a  predicarvi  il 
vangelo,  ne  distrusse  i  templi  e  gl'i- 
doli, e  li  convertì  al  cristianesimo, 
locchè  contribuì  assai  a  incivilirli, 
e  a  raddolcire  la  fierezza  della  lo- 
ro natura.  Raccontasi  in  differenti 
maniere  la  morte  di  s.  Lamberto. 
Alcuni  dicono  che  fu  assassinato 
per  opera  di  alcuni  amici  di  Al- 
paide,  avendo  egli  censurato  la  vita 
scandalosa  che  Pipino  di  Heristal 
prefetto  del  palazzo  menava  con 
quella  femmina  impudica ,  dal  .cui 
commercio  nacque  Carlo  Martello. 
Altri  attribuiscono  la  sua  morte  a 
diversa  cagione,  e  la  raccontano 
nel  modo  seguente.  Due  fratelli  a- 
veano,  in  dispregio  di  tutte  le  leg- 
gi, saccheggiato  la  chiesa  di  Mae- 
stricht ,  e  continuavano  ancora  a 
tenerla  nell'oppressione.  Alcuni  pa- 
renti del  santo  si  opposero  alle  lo- 
ro violenze ,  e  trucidarono  i  due 
fratelli.  Questo  avvenimento  fece 
grande  strepito,  per  modo  che  Do- 
done,  il  quale  era  della  famiglia 
dei  due  fratelli  uccisi,  e  parente 
di  Alpaide,  risolse  di  vendicarsi 
sopra  Lamberto,  quantunque  non 
avesse  avuto  alcuna  parte  in  quel 
fatto.  Quindi  lo  assalì  con  una  ma- 
no di  gente  armata  nel  villaggio 
di  Leodium,  ove  fu  poi  fabbrica- 
ta la  città  di  Liegi,  mentre  il  santo 
vescovo  tornava  da  mattutino.  Esso 
proibì  a  quelli  eh'  erano  cou  lui  di 


70  LAM 

mettersi  in  difesa,  poi  si  pose  in  gi- 
nocchio a  pregare  pei  suoi  nemi- 
cij  e  lósto  uno  di  essi  trapassollo 
con  un  giavellotto.  La  specchiata 
santità  della  sua  vita  fece  riguar- 
dare come  un  vero  martirio  la  sua 
morte,  che  avvenne  ai  17  settem- 
bre del  708  o  709,  e  che  fu  se- 
guita da  diversi  miracoli.  Nel  luo- 
go dov'egU  era  stato  assassinato  fu 
eretta  una  chiesa,  e  s.  Uberto  suo 
successore  vi  portò  da  Maeslricht 
le  sue  reliquie  nel  721,  e  trasferì 
pure  nello  stesso  luogo  la  sede  ve- 
scovile. Il  venerabile  Beda,  che  vi- 
veva al  tempo  di  s.  Lamberto,  fe- 
ce menzione  di  lui  come  di  un 
santo  martire,  nel  suo  martirolo- 
gio; nel  che  fu  seguito  da  molti 
altri  fino  al  romano  moderno.  La 
sua  festa  principale  si  celebra  il 
giorno  1 7  settembre ,  eh*  è  quello 
della  sua  morte. 

LAMBERTO  (s.),  vescovo  di  Ven- 
2.a.  Uscito  da  nobile  famiglia  stan- 
ziata nella  diocesi  di  Riez,  fu  con- 
sacrato a  Dio  fin  dalla  sua  fan- 
ciullezza nel  monastero  di  Lerins. 
Si  distinse  egregiamente  nello  stu- 
dio, e  le  sue  virtù  gli  meritarono 
di  essere  collocato  sulla  sede  di 
Venza  nel  1 1 1 4.  Con  zelo  indefes- 
so governò  la  sua  greggia  per  qua- 
rant'anni,  e  rendè  l'anima  a  Dio 
ai  26  di  maggio  1 15/\.  La  sua  san- 
tità fu  attestata  da  diversi  mira- 
coli avanti  e  dopo  la  sua  morte. 
Celebrasene  la  memoria  il  26  di 
giugno. 

LAMBES A  o  LAMBESCA,  L^r;/- 
besa  o  Lampesa.  Sede  vescovile 
della  Numidia,  nell'Africa  occiden- 
tale, sotto  la  metropoli  di  Carta- 
gine o  meglio  sotto  quella  di  Cir- 
ta  Giulia.  Al  presente  è  un  borgo 
dell'Algeria  distante  otto  leghe  dal- 
la città  di   Costantina.    Fu    tenuto 


LAM 

in  Lambesa  un  concilio  verso  l'an- 
no 24.0,  composto  di  novanla  ve- 
scovi, nel  pontificato  di  s.  Fabiano 
e  contro  Privato  vescovo  di  questa 
città,  accusalo  d'eresia  e  di  molti 
delitti.  Vi  fu  severamente  condan- 
nato e  punito  anche  per  lettere  del 
nominato  Papa.  Cypr.  cp.  89  ad 
Cor/2e/.;  Regia,  Lal)bé,  Arduino  t.  L 
Attualmente  Lambesa,  Lanibcsitan, 
è  un  titolo  vescovile  in  partìbus 
sotto  la  metropoli  pure  in  partihus 
di  Cartagine.  Ne  furono  per  ulti- 
mo insigniti  Girolamo  Stroynowski, 
e  Matteo  Gouzalez  Rubio  di  Car- 
tagena  nell*  America  meridionale, 
decano  in  quella  cattedrale  e  già 
vicario  capitolare,  il  quale  ne  fu 
nominato  dal  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI,  nel  concistoro  del  pri» 
mo  febbraio    i  836. 

LAMEGO  (Lamecen).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  di 
Portogallo,  nella  provincia  di  Bei- 
ra,  capoluogo  di  comarca.  Lame- 
go,  Lanibeca  o  Lamacwn,  è  città 
antica,  giace  alle  falde  del  monte 
della  Sierra  Penuda,  presso  al  con- 
fluente del  Balsamao,  che  poco 
lunge  si  gitta  nel  Douro,  con  fe- 
race territorio.  Cinta  di  mura,  ha 
un  vecchio  castello-  Si  divide  in 
tre  quartieri ,  e  rinchiude  molte 
belle  case.  Il  palazzo  vasto  è  bello, 
e  possiede  una  biblioteca;  la  cat- 
tedrale fu  fondata  dal  conte  Enri- 
co, padre  del  primo  re  di  Porto- 
gallo. Evvi  una  collegiata ,  diversi 
conventi,  un  collegio,  il  seminario, 
due  ospedali.  Tolomeo  fa  menzio- 
ne di  questa  città,  chiamandola 
Lama^  e  se  ne  parlò  nel  terzo  con- 
cilio di  Cartagine.  I  saraceni  o  ara- 
bi se  ne  impadronirono  due  volte, 
massime  nell'VIII  secolo.  Divenne 
famosa  per  esservi  quivi  tenuti 
molte  volte  gli  stati  generali  o  cor- 


LAM 

ies,  che  per  la  prima  volta  vi  si 
riunirono  nel  ii44  onde  confer- 
mare l'elezione  di  Alfonso  I  al  tro- 
no di  Portogallo,  e  gillar  le  basi 
della  costituzione  di  questo  nuovo 
regno,  promulgando  visi  le  leggi  or- 
ganiche delia  monarchia.  Alfonso 
I  nell'anno  precedente  avea  ricon- 
quistato la  città,  togliendola  al  gio- 
go de'  saraceni. 

La  sede  vescovile  già  esisteva 
nel  V  secolo ,  ed  era  suffraganea 
della  metropoli  di  Braga,  e  conti- 
nuò ad  esserlo  sino  all'  invasione 
de'  saraceni  nell'VIII  secolo;  que- 
sti espulsi,  venne  reintegrala  del  suo 
vescovo.  Per  il  primo  ne  fu  nomi- 
nato d.  Mendo  dell'  ordine  di  s. 
Agostino,  del  convento  di  s.  Croce 
di  Coimbra,  che  morì  nel  1178. 
Quanto  a'  suoi  successori  noteremo 
particolarmente,  d.  Giovanni  fon- 
datore dell'  arciconfraternita  di  s. 
Giovanni  Evangelista  in  Portogal- 
lo, nei  primi  anni  del  secolo  XIV. 
D.  Giovanni  Madureira ,  il  quale 
governò  la  sua  diocesi  per  sei  an- 
ni con  tutta  carità,  e  fu  chiamato 
il  padre  de'  poveri.  D.  Ferdinando 
de  Meneses  e  Yasconcellos ,  della 
famiglia  reale,  che  fu  poi  trasferito 
a  Lisbona.  D.  Alfonso  Mexia,  che 
venne  trasferito  dalla  sede  di  Coim- 
bra, quindi  nominato  governatore 
del  regno.  Clemente  XI  avendo  e- 
retto  la  sede  arcivescovile  di  Li- 
sbona in  patriarcato,  gli  fece  suffra- 
ganea la  sede  di  Lamego.  La  serie 
de'  suoi  vescovi  del  secolo  passato 
e  del  corrente  si  legge  nelle  an- 
nuali Notizie  di  Roma.  Per  morte 
del  vescovo  Giuseppe  di  Gesù  Ma- 
ria, il  Papa  regnante  Gregorio  XVI, 
per  nomina  del  re  d.  Michele  I, 
dichiarò  nel  concistoro  de'  29  lu- 
glio i833  successore  fr.  Giuseppe 
dell'Assunzione  dell'ordine  de'  mis- 


L  A  M  7 1 

sionari  di  s.  Francesco  di  Re^iuei- 
zo.  Morto  il  quale,  a  nomina  della 
regina  Maria  li,  il  medesimo  Pon- 
tefice nel  concistoro  de'  11  gennaio 
1844  pieconizzò  l'odierno  vescovo 
monsignor  Giuseppe  de  Moura  Cou- 
tinho  dell'arcidiocesi  di  Braga,  già 
decano  della  cattedrale. 

La  chiesa  cattedrale,  edifizio  di 
gotica  struttura,  è  sotto  il  titolo 
della  Beata  Vergine  Assunta  ;  è 
munita  del  sacro  fonte,  essendo  af- 
fidata la  cura  d'  anime  della  par- 
rocchia ad  un  rettore.  11  capitolo 
si  compone  di  sei  dignità^  la  prima 
delle  quali  è  il  decano ,  di  dodici 
canonici  comprese  le  prebende  del 
teologo  e  del  penitenziere  ;  sex 
cum  medietate,  sex  tercenariis,  otto 
cappellani,  sei  cantori,  ed  altri  preti 
e  chierici  addetti  alla  divina  offi- 
ciatura.  Il  magnifico  episcopio  è 
alquanto  distante  dalla  cattedrale. 
Oltre  la  parrocchia  della  cattedra- 
le, in  città  evvi  1'  altra  parrocchia 
della  collegiata  di  s.  Maria  Mag- 
giore de  Almacave,  che  ha  il  Ixjt- 
tisterio.  Vi  sono  Ire  conventi  con 
religiosi,  ed  un  monastero  con  mo- 
nache, un  conservatorio  ed  alcune 
confraternite.  La  diocesi  si  estende 
per  venti  leghe  di  lunghezza,  e 
cinque  ad  otto  di  larghezza  ;  com- 
prende più  luoghi  e  duecento  ses- 
santa parrocchie.  I  frutti  della  mensa 
ad  ogni  nuovo  vescovo  sono  tassati 
ne'  libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  duecento,  corrispondenti  alle 
annue  rendite  di  scudi  tremila,  mo- 
neta romana  ,  che  pagansi  dal  go- 
verno. 

LAMENTAZIONE,  Lamentatio. 
Lamento  con  pianti  e  gemiti.  La- 
mentazione dicesi  ancora  poema  lu- 
gubre. Geremia  ne  compose  uno 
sulla  morte  del  re  Giosia,  che  si 
è  perduto.  Ne  compose  altro  sulle 


72  LAM 

disgrazie  di  Gerusalemme,  diviso  in 
cinque  capitoli ,   il  quale    esiste ,  è 
gli  ebrei  lo  chiamano    Echa,    pri- 
ma parola  del   testo,  ovvero    Rin- 
nhot,  lamentazioni.  Lo  stile  di  Ge- 
remia è  affettuoso,  penetrante,  pa- 
tetico. Le  lamentazioni  del  profeta 
Geremia,  che    diconsi  anche   treni:, 
sono  un  libro  canonico  della  sacra 
Scrittura  ;  ed  è  una  specie  di  poe- 
sia composta  da  quel  profeta  sopra 
la  distruzione  di  Gerusalemme.  Que- 
sta bella  ed  inclita  figlia  di    Sion, 
più  e  più  volte   punita,    ma    non 
emendata  mai  costantemente,  rima- 
se alla  fine  arsa  e  distrutta.  Ne  ri- 
ferisce Geremia  e  ne  piange  le  scia- 
gure, effetto  delle  di  lei  molte  pre- 
varicazioni;   e    benché    parli  della 
prima  caduta  sotto  i  caldei,  fa  ben 
conoscere  che  gli  si  presentava  al- 
lo spirito  anche  la  seconda  ed  ulti- 
jna,  che  segui  sotto  i  romani.  Imper- 
ciocché di  tale   desolazione   parla , 
da  cui  non  sarebbe  risorta;  quale 
appunto   e    quella    che   ora  prova 
questa  sciagurata  gente,  in  pena  del- 
la barbara  morte  data,    giusta    la 
predizione  di  Daniele,  all'  unto  del 
Signore.  La  Chiesa  si  serve  di  quei 
lugubri  e  mestissimi  cantici  del  pro- 
feta, che  in  nostra  lingua  sono  detti 
lamentazioni,  perchè  nelle  pene  di 
Geremia,  e  nelle  lagrime  di  Gero- 
solima  si  vedono  vivamente  espres- 
se le  memorie  del  Calvario.    Que- 
ste  lamentazioni,  de  Lamentatione 
Hieremiae,  sono  cantate    in  tuono 
flebile    ed  in  aria  lugubre  :    le  la- 
mentazioni o  lezioni  si  cantano  dai 
cantori ,    secondo    il  costume  delle 
chiese,  incominciando  dai  più  gio- 
vani,  l'un  dopo  l'altro;  il  celebran- 
te mai  dice  1'  ultima  lezione,  pur- 
ché non  siano   pochi    gli    ecclesia- 
stici, o  non   vi  sia    una    consuetu- 
dine in  contrario.    Come  le  canta- 


LAM 

no  i  cantori  della  cappella  pontifi- 
cia in  questa,  nel    mercoledì ,  gio- 
vedì e  venerdì  santo  ne'  mattutini 
delle  tenebre,  Io  dicemmo    nel  voi. 
Vili,  pag.  284  e  seg.  del  Diziona- 
rio. La  struttura  è  quella  che  vien 
detta  acrostica  ed  ahecedaria,  per- 
chè le  lettere  iniziali  di  ogni  stro- 
fa vanno  secondo  l'ordine  dell'al- 
fabeto ebraico,  Aleph,  Bcth,   Ghi- 
mei.    Onde    è    che    non  potendosi 
ritenere  nella    traduzione    de'  treni 
in  altre  lingue  il  medesimo  ordine 
dell'alfabeto,    la   Chiesa  ha    voluto 
che  ad  ogni  strofa  si    premetta  la 
sua  lettera  ebraica,  Aleph ,    Belh^ 
Ghimel;  di  modo  che  i  primi  ele- 
menti del  parlare  siano  i  primi  e- 
lementi  del  pianto,   a  fine    d'ispi- 
rare i  sentimenti   di    compunzione 
convenienti  ai  misteri  che    si  cele- 
brano in  que'  santi  giorni.    Così  il 
Mazzinelli  nelF  Uffìzio  della    setti- 
mana santa,  che  inoltre  aggiunge  ; 
deplorò  Geremia  le  rovine  di  Ge- 
rusalemme desolata  per  la  perdita 
eziandio  de'suoi  abitanti;  ma  moltp 
più  deplorò  i  peccati,   per  li  quali 
essa  aveva  provocata  la  divina  ven- 
detta. E  poiché  i  peccati  sono  cagio- 
ne delle  pene  del  Redentore,  e  delle 
nostre  rovine,    la  Chiesa  prende  a 
piangere  la    di  lui  morte,    e    nello 
stesso  tempo  le  nostre   colpe,    che 
lo  hanno  fatto  morire.    A    tale  ef- 
fetto con  un  tenero  intercalare  sot- 
to il  nome  ed  allegoria    di    Gero- 
solima,  invita  la  Chiesa    le    anime 
cristiane  a  pentirsi  e  convertirsi  al 
Signore  :    Jerusaleni ,    Jerusaleni , 
convertere    ad    Dominimi     Deuni 
tiium. 

Chiama vansi  in  passalo  giorni 
delle  lamentazioni  i  tre  giorni  della 
settimana  santa,  in  cui  si  cantano 
verso  notte  o  di  notte  le  lamen- 
tazioni di  Geremia.    In   molli  luo> 


LAM 

ghi  della  Francia  le  lamentazioni 
si  cantano  senza  Alephy  Beth,  Ghi- 
melj  Daleth,  ec.  :  ciò  praticavano 
ancora  alcune  congregazioni  bene- 
dettine, cistcrciensi  e  premonstraten- 
si.  Queste  lettere  in  fatti  trovansi 
nelle  lamentazioni,  oltre  la  spiega- 
zione che  abbiamo  dato,  anche  per 
tener  luogo  di  cifra  e  di  numero, 
e  per  marcare  la  distinzione  dei 
versetti,  come  se  si  mettesse  inve- 
ce 1,2,  3,  4>  ec.  Fu  in  uso  presso 
gli  antichi  d' inserire  talora  il  loro 
nome,  per  acrostici,  ne' libri,  per- 
chè se  si  perdeva  per  accidente  in 
fronte  dell'  opera,  i  lettori  potessero 
raccoglierlo  dall'opera  slessa.  Così 
vediamo  fatto  da  Donizone  nella 
vita  della  contessa  Matilde  ;  e  dal- 
le prime  sillabe  di  ciascun  libro 
della  cronaca  del  Rolandino  si  ri- 
levano le  parole  Cronaca  Rolan- 
dilli  data  Paduae.  V.  il  cardinal 
Bona,  De  divina  psalnwdia  e.  1 6. 
Sarnelli  tom.  IV,  Lett.  eccl.  6:  Del- 
le lettere  ebraiche  poste  avanti  i 
versi  de'  treni  di  Geremia.  Bene- 
detto XIV,  Defestis  p.  46.  Il  p. 
Benedetto  Feiioo  generale  dell'or- 
dine di  s.  Benedetto  di  Spagna,  nel 
suo  Teatro  inveisce  con  molto  ze- 
lo contro  le  arie  e  recitativi  che 
talvolta  si  sentono  nel  canto  di 
queste  lamentazioni,  nelle  quali  o 
si  piange  la  desolazione  di  Geru- 
salemme per  li  caldei,  o  la  strage 
del  mondo  per  li  peccati,  o  l'af- 
fhzione  della  Chiesa  militante  nelle 
persecuzioni,  o  l'angustia  del  Nostro 
Bedeutore  ne'suoi  martini.  Nella 
Storia  deWantio  santo  lySo,  cele- 
brato da  Benedetto  XIVj  si  legge 
a  p.  57,  che  Alessandro  vescovo 
di  Lucca  avendo  osservato,  che 
nella  settimana  santa  si  facevano 
musiche  solennissime,  da  scelti  pro- 
fessori di  canto  e  di  suono,  incora - 


LAM  73 

patìbili  colla  mestizia  propria  di 
tali  giorni  nelle  sacre  funzioni,  pub- 
blicò un  editto  proibitivo,  dalla 
domenica  delle  palme,  all'ultimo 
giorno  del  triduo  di  Pasqua.  Ma 
avendo  preteso  gli  esenti  dalla  di 
lui  giurisdizione  di  non  restarvi 
obbligati,  ed  il  vescovo  essendo  ri- 
corso a  s.  Pio  V,  questi  con  suo 
breve,  dopo  aver  deplorato  la  ceci- 
tà degli  uomini,  che  non  solo  nei 
giorni  sacri,  ma  anche  in  quelli 
ne'  quali  specialmente  si  celebra  la 
memoria  della  passione  di  Gesù 
Cristo,  si  lasciano  trasportare  dai 
piaceri  del  mondo,  condanna  l'a- 
buso introdotto  in  Lucca,  appro- 
vando l'editto  del  vescovo,  cui  sot- 
topose le  chiese  quantunque  esen- 
ti. Molti  fecero  parafrasi  e  com- 
menti alle  lamentazioni  di  Gere- 
mia :  ne  nomineremo  alcuni.  Fran- 
cesco Panigarola,  Dichiarazione  del- 
le lamentazioni  di  Geremia  pro- 
feta, Verona  i583.  Jacopo  Cico- 
gnino, Lagrime  di  Geremia,  Firen- 
ze 1627.  Benedetto  Menzini,  La- 
mentazioni del  s.  profeta  Geremia 
espresse  ne^  loro  dolenti  elètti  e  de- 
dicate a  Clemente  A/,  Roma  1704- 
Anton  Maria  Salvini  le  tradusse 
dal  greco  e  riformò  coli' ebraico, 
Firenze  1727,  e  Venexia  1736. 
Felice  M.  Lampi,  Parafrasi  delli 
treni  di  Geremia,  tradotti  in  ver- 
si volgari  con  annotazioni,  Vene- 
zia 1756.  Francesco  de  Sordi,  Le 
lamentazioni  di  Geremia,  Roma 
1779.  Cristoforo  Castri,  Comnien- 
tatio  in  Lanientationes  Jercmiae, 
Moguntiae  1616.  Treni  di  Gere* 
mia  tradotti  da  Fabio  Devoti  j 
B.oma    1760. 

LAMI  Giovanni.  Professore  di 
storia  ecclesiastica  a  Firenze,  cele- 
bre letterato  ed  antiquario  italia- 
no, nato  nel    1697    nella    villa    di 


74  LAM 

s.  Croce  tra  Pisa  e  Firenze,  mor- 
to a' 6  febbraio  1770  in  quest'ul- 
tima città.  Di  lui  abbiamo:  i.^  De 
enulitione  apostolorum  liher  singii- 
lariSf  Firenze  1738.  In  essa  l'au- 
tore mette  in  chiaro  molte  cose 
risguardanti  la  dottrina,  gli  scritti, 
i  sentimenti,  lo  studio,  la  cognizio- 
ne, il  bene,  i  costumi  e  le  cerimo- 
nie della  prima  Chiesa  :  vi  aggiun* 
se  altresì  due  dissertazioni ,  una 
sugli  abiti  de'  primi  cristiani,  e  l'al- 
tra sui  manoscritti  del  nuovo  Te- 
slamento.  2.°  L'edizione  delle  ope- 
re di  Vincenzo  Borghini,  con  osser- 
vazioni critiche.  3."  Una  raccolta 
che  ha  per  titolo  :  Ddicìae  erudì- 
tonim/\n  diversi  volumi,  che  con- 
tengono un  gran  numero  di  scritti 
interessanti  ed  utili  per  la  storia 
ecclesiastica.  4-'*  Meniorabilia  Ita- 
lorum  eruditione  praestantiitm,  qui- 
bus  vertens  saeculuni  XVIII  glo- 
riatur.  5."  Una  dissertazione  sulle 
antiche  ciste  mìstiche,  ed  un'  altra 
sui  serpenti  sacri.  6.°  Ebbe  parte 
nel  1747  ad  una  nuova  edizione 
del  Meursio. 

LAMIA.  Sede  vescovile  della  pro- 
vincia di  Tessaglia,  nella  diocesi 
dell'  Illiria  orientale,  sotto  la  me- 
tropoli di  Larissa,  eretta  nel  V  se- 
colo. Al  presente  chiamasi  Lami- 
ndy  situata  sul  piccolo  fiume  Ar- 
girena,  verso  il  golfo  Zeiton.  Ne 
furono  vescovi  Secondiano  che  tro- 
vossi  al  concilio  di  Efeso;  Stefano 
che  sottoscrisse  la  petizione  di  Ste- 
fano di  Larissa,  presentata  al  Papa 
Bonifacio  lì  nel  concilio  romano 
del  53 1.  Oriens  christ.  tom.  II, 
pag.    I  18. 

LAMINA  D'ORO.  Il  sommo  sa- 
cerdote degli  ebrei  portava  per  or- 
dine di  Dio  sulla  sua  fronte  una 
lamina  d'oro,  sulla  quale  erano 
scritte  queste  parole  :  Kodesch-la- 


LAM 

Jelwvahy  cioè  la  santità  t  nel  Si- 
gnore j  questa  lamina  era  attacca- 
la ad  un  nastro  che  allacciavasi 
dietro  alla  testa.  Questo  ornamen- 
to nella  sacra  Scrittura  chiamasi 
pure  corona,  come  nell'Ecclesiaste; 
indi  fu  trasportalo  dai  sacerdoti 
dell'antica  legge,  nel  sacerdozio  del- 
la nuova  più  degno,  cioè  la  mitra. 
11  Rinaldi  all'anno  34,  num.  29^, 
scrive  che  tale  ornamento  della  la- 
mina d'oro  l'usarono  i  primi  ve- 
scovi della  cristianità,  in  segno  del 
sacerdozio  reale,  così  chiamato  da 
s.  Pietro.  Si  può  anche  credere, 
che  r  istesso  usassero  gli  apostoli, 
come  di  s.  Giovanni  afferma  Po- 
licrate  vescovo  d'Efeso,  nella  episto- 
la scritta  al  Papa  s.  Vittore  I,  e 
di  s.  Giacomo  Alfeo  vescovo  di 
Gerusalemme  lo  attestano  s.  Epi- 
fanio, s.  Girolamo,  e  quasi  tutti 
gli  altri  che  trattano  delle  cose  ec- 
clesiastiche. Le  lamine  d'argento  e 
d'oro  istoriate  e  lavorate  furono 
anticamente  ed  in  gran  copia  do- 
nate alle  chiese  di  Roma,  princi- 
palmente dai  Pontefici,  come  si 
legge  in  Anastasio,  nel  Severano 
ed  in  altri  scrittori. 

LAMO,  LAMI,  Lamus.  Sede 
vescovile  dell' Isauria,  nella  diocesi 
d'Antiochia,  sotto  la  metropoli  di 
Seleucia,  eretta  nel  V  secolo.  Stra- 
bone  la  mette  nella  Cilicia  Tra- 
chea, dove  essa  dava  il  nome  alla 
Lamotide^  così  il  Terzi  nella  Siria 
sacra,  p.  121,  che  spiega  perchè 
fu  chiamata  Lamos,  o  da  un  figlio 
d' Ercole,  o  da  una  regina  della 
Trachea  fondatrice  di  questa  città. 
Fu  poscia  riunita  all'lsauria,  come 
si  apprende  dalle  Notizie  e  dagli 
atti  de'concilii.  Eravi  un  solo  ve- 
scovo per  Lanio  e  Charadri.  Si  co- 
noscono due  vescovi  di  Lamo,  cioè 
Numechio  che  sottoscrisse  Te  piste- 


LAM 

la  sinodica  di  sua  provìncia  all'im- 
peratore Leone  ;  ed  Eustachio  che 
trovossi  al  VII  concilio  generale. 
Oriens  christ.  toni.   II,  p.    io  17. 

LAMPADA  o  LAMPANA  o 
LAMPADE.  Lampas.  Vaso  senza 
piede,  nel  quale  si  tiene  acceso  lu- 
me d'olio  per  illuminare,  o  per 
culto  sacro,  e  sospendesi  per  Io 
più  innanzi  a  cose  sacre  ,  altari  , 
immagini,  reliquie.  Delle  lampade 
se  ne  parla  in  vari  luoghi  della 
sacra  Scrittura.  Il  candelabro  o  lam- 
pada che  Mosè  pose  nel  santua- 
rio, e  quelli  che  Salomone  collocò 
poi  nel  tempio  di  Gerusalemme, 
erano  Lucerne  (Vedi)  o  lampade 
piene  d'olio.  Gli  antichi  adopera- 
vano le  lampade  o  le  lucerne,  spe- 
cialmente a  tre  usi:  il  primo  era 
ne'templi,  per  gli  atti  di  religione  ; 
il  secondo  uso  facevasi  nelle  case 
private,  e  specialmente  nelle  nozze 
e  ne' banchetti  ;  il  terzo  era  riser- 
bato a' sepolcri,  e  ne  parleremo 
all'articolo  Lucerna,  parlando  del- 
le COSI  dette  lucerne  o  lumi  per- 
petui. Antichissimo  è  I*  uso  del- 
le lampade  accese  nelle  chiese  ; 
appendevansi  esse  alle  volte  ed  alle 
cornici;  se  ne  mettevano  altresì  su 
delle  travi  elevate,  le  quali  attra- 
versavano r  ingresso  del  coro ,  e 
quasi  da  per  tutto,  eccettuala  la 
tavola  dell'altare.  L'eretico  Vigi- 
lanzio,  che  \isse  nel  III  e  IV  se- 
colo, ebbe  l'ardire  di  condannare  i 
ceri  o  torchi  di  cera,  e  le  lampade 
solite  accendersi  di  giorno  nelle 
chiese,  e  nelle  veglie  sulle  tombe 
dei  martiri,  come  contrario  al  cul- 
to delle  reliquie.  Lo  confutò  s.  Gi- 
rolamo, e  scherzando  sul  nome  di 
tale  eresiarca,  dice  che  invece  di 
chiamarsi  Fìgilanzio,  pel  grande 
amore  che  avea  alle  tenebre  po- 
lca nominarsi  piuttosto    Dormitan* 


LAM  75 

zìo.  Che  sino  dai  primi  secoli  del- 
la Chiesa  i  defunti    furono    onorali 
con  lumi  di  candele  e  di  lampade, 
si  disse  all'articolo  Funerali    (  Fe- 
di). Si  apprende  dal  Severano,  che 
le  antiche  lampade  o    Lampadari 
(  Fedi)     furono    chiamali     Fari  , 
Cantari,    Cerostatì,    Corone,    Del- 
fini, Licni,  Licnuchi  e  Lucerne,  se- 
condo le  loro  forme,  tutti  destina- 
ti a  sostenere  i  lumi  nelle    chiese. 
Dichiara  quindi    il  Severano  come 
erano  tali    lampade.     Dice  che    il 
Faro  era  in  forma  di  torre  o  co- 
lonna, sopra  la    quale  si  ponevano 
le  lampade;   Cantaro  una  lampada 
in  forma  di  tazza,  un    lampadario 
in  forma  di  colonna  con  tazza  so- 
pra ;    Ceroslalo  una  lampada  in  for- 
ma di  corno;     Corona   o    Delfino, 
lampade  che  ne    aveano    la  figura, 
sebbene  per   corona    talvolta   s'  in- 
tendeva il  faro;  Licno,    Licnuco    e 
Lucerna   significano    la     medesima 
cosa,  sebbene    l'Anastasio    per   lu- 
cerna intenda   molte  volte    il    can- 
delliere  che    sostiene  il  lume,  e  per 
licno  o  licnuco  la   lampada.  Si  dis- 
se Cantlianis  e  Cantariuni  il   Can- 
delliere  [Fedi),    ovvero    una    sorta 
di  lampada,  la  cui    figura    riporta 
il    Macri    nella    Notizia    de  vocab. 
cccl.,  dicendo    che    si     vede    nella 
chiesa  di  s.  Clemente,  e  nelle  ma- 
ni delle  dieci  vergini    figurate    nel 
mosaico    della    facciata    esterna    di 
s.  Maria  in  Trastevere.  Il  medesi- 
mo Macri  alla  voce    Gahatha   de- 
scrive e    riporta    la  figura    di    im 
vaso  piano    e    tondo,    che    antica- 
mente  serviva    di    lampiere,    voca- 
bolo di  cui  si  fa  spesso    menzione 
nelle  vite  de'Papi,    per    quelli    che 
donarono  alle  chiese  d'oro  e  d'ar- 
gento.  Queste  lampade  gabathe  fu- 
rono anche  dette   Saxicae,  perch« 
in  forma    di    conchiglie    o  padelle 


y6  LAM 

marine  erano  attaccate  agli  scogli  o 
sassi  di  mare.  All'articolo  Gaba- 
iJia  (Fedi)  abbiamo  detto  come 
Paolo  IV  introdusse  che  nella  cap- 
pella segreta  del  Papa  e  avanti 
alla  confessione  di  s.  Pietro,  nelle 
lampade  ardesse  cera  in  vece  di 
olio.  Delle  numerose  lampade  che 
ardono  sempre  avanti  la  tomba  di 
s.  Pietro,  ne  parlammo  nel  voi. 
IX,  p.  70  del  Dizionario^  ed  al- 
l'articolo Chiesa  di  s.  Pietro  in 
Vaticano.  Numerose  lampade  egual- 
mente ardono  continuamente  nei 
santuari,  come  del  santo  Sepolcro^ 
di  Loreto  ed  altri^  ai  quali  furo- 
no donate  di  preziosi  metalli  e  di 
pregiati  lavori.  Di  quelle  donate 
alle  principali  chiese  di  Roma,  mas- 
sime dai  Pontefici,  ne  discorre  il 
Severano  nelle  sue  Memorie  sa- 
cre. 

Le  lampade  non  solo  servono 
pel  culto  ecclesiastico,  ma  per  il- 
luminazioni, per  feste,  ed  altre  di- 
mostrazioni di  gioia.  Pel  culto  di- 
vino persone  pie  in  vita  ed  in  mor- 
te lasciarono  delle  rendite  per  Lu- 
mi [Fedi)  perpetui  in  qualche 
chiesa;  cosi  fecero  i  romani  Pon- 
tefici, e  per  dire  di  due,  s.  Gre- 
gorio I  assegnò  trentacinque  pos- 
sessioni con  oliveti,  e  s.  Zaccaria 
assegnò  venti  libbre  d' oro  annue, 
per  l'olio  delle  lampade  della  ba* 
silica  vaticana,  nella  quale  arsero 
que'lumi  numerosi,  anche  con  olio 
miracoloso  di  odoroso  spico  e  di  bal- 
samo, che  facemmo  menzione  al  voi. 
XIIjp.  289  del  Dizionario.  Dai  me- 
desimo s.  Gregorio  I  si  apprende,  co- 
me S.Teodoro  mansionario  di  detta 
basilica,  levatosi  di  notte  per  ac- 
comodare le  lampade,  gli  compar- 
ve s.  Pietro,  dichiarandogli  gradi- 
re la  sua  diligenza.  Inoltre  alcuni 
Pontefici   riconobbero    il    pubblico 


LAM 

culto  di  qualche  servo  di  Dio,  col 
permettere  che  innanzi  al  loro  se- 
polcro od  immagine  si    accendesse 
una  lampada,    come    permise    nel 
i6o5  Paolo  V    nella    chiesa    di  s. 
s.  Andrea  de'gesuiti  di  Roma,  per 
s.    Stanislao    Rostka  .    Neil'  anno 
1 1 1 1,  sotto  Pasquale  li,  le    mona- 
che furono  spedite  incontro  all'im- 
peratore Eniico  V,  quando  portos- 
si  in  Roma:   monachae  quoque  cen- 
tum,  lampadibus  multis   cuni  darò 
homìne  sumptis,  come    attesta  Do- 
nizone   presso    il    Baronio.     Allor- 
ché   nel    1877     Gregorio    XI    da 
Avignone  restituì    a  Roma    la   re- 
sidenza pontificia,    dice    il    Novaes 
che  la  basilica    vaticana    era    illu- 
minata da  ottomila    lampade,  che 
il  Cancellieri    scrive    dieciottomila 
ne'suoi  Possessi.  Questi  nelle    Me- 
morie delle  sacre  teste y  tra  le  an- 
tiche funzioni    della    basilica    late- 
ranense,  novera  il  rito  di    prende- 
re nel  sabbato  santo  il  nuovo  Fuo- 
co (Fedi),  da  tre   lampade    nasco- 
ste fino  dal  giovedì  santo  in  segre- 
tissimo luogo    del    Sancta   sanato- 
rum.  11  Rinaldi  all'anno  55,  num. 
8,  parlando  della   venerazione    dei 
sepolcri    de'santi    e  de'martiri,    la 
cui  polvere  i  fedeli  pigliavano  per 
divozione,  cosi  i  fiori  ed  altre  cose 
che  li  aveano  toccati,  dice  che  Dio 
operò    molti    miracoli    in    premio 
della  loro  venerazione;    quindi    la 
medesima  forza   ebbe    l'olio    delle 
lampade,  che  secondo    l'antico  uso 
ardevano    intorno    a'  sepolcri    dei 
martiri.  Laonde    s.    Agostino,    De 
civ.  Dà,  l.  22,  e.  28,    riporta  l'e- 
sempio dei    morto   figlio    di    certo 
Ireneo,  il  quale,  unto  con  esso,  da 
morte  a  vita  tornò  ;    e    Teodoreto 
in  Hist.  ss.  Patrii  e.  i\ 3  in  Jacoho, 
parimente  riferisce  grandissimi  mi- 
racoU  operati  con  l'olio  delle  lam- 


LAM 

pade.  Fu  antico  rito  di  porre  nel* 
la  cassa  del  cadavere  del  Papa  e 
sotto  alla  testa  un  cuscinetto  ri- 
pieno di  tutti  gli  stuppini  di  bom- 
bace,  che  intinti  nell'olio  delle  lam- 
pade che  ardevano  nelle  chiese  sta- 
zionali, e  benedetti  dal  Pontefice 
che  visitava  la  stazione,  venivano 
da  lui  baciati,  indi  riposti  per  l'in- 
dicato uso.  Congettura  il  Gallicio- 
li,  che  da  ciò  debba  ripetersi  il 
costume,  che  tuttora  si  pratica,  di 
distribuire  alle  persone  pie  la  bom- 
bace  intinta  nell'olio  delle  lampade 
che  ardono  avanti  a  qualche  sacra 
immagine  o  reliquia  di  cui  sono 
divote  e  di  cui  hanno  implorato  il 
patrocinio.  Il  Domenichino  dipin- 
se mirabilmente  nella  chiesa  di  Grot- 
tajeriata  (Fedi),  s.  Nilo  che  colle 
sue  preghiere  ottiene  la  liberazio- 
ne di  un  ossesso,  facendo  da  un 
monaco  sacerdote  con  un  dito  in- 
tinto neir  olio  della  lampada  della 
Madonna  ungere  la  gola  delluide- 
moniato.  Il  citato  Rinaldi  all'anno 
573,  n.  12,  narra  il  miracolo  del- 
l' accensione  delle  lampade  di  una 
chiesa  che  un  vescovo  ariano  voleva 
usurpare.  Nell'incendio  della  chie- 
sa di  s.  Marcello  di  Roma,  essen- 
do caduta  in  rovina,  restò  illeso 
il  prodigioso  ss.  Crocefisso  che  ivi 
si  venera,  e  la  sua  lampada  con 
stupore  fu  trovata  accesa. 

LAMPADARIO.  Macchina,  ordi- 
nariamente di  ferro,  guernita  di 
vario-foggiati  pezzi  di  cristallo,  a 
più  bracciuoli,  dove  pongonsi  le 
candele  ;  e  serve  ad  illuminare  le 
chiese  nelle  feste,  le  sale,  gli  ap- 
partamenti, ec.  Il  vocabolo  lampa- 
dario deriva  dal  greco  lampas^ 
lampada,  face  ardente,  che  si  pren- 
de anche  per  torcia.  Lampadari  di 
argento,  in  forma  di  corona  per 
tener  lampade,    anticamente  molti 


LAM  77 

se  ne  donarono  alle  chiese  di  Ro- 
ma, e  massime  dai  Papi,  come  si 
legge  in  Anastasio  Ribliotecario,  nel 
Severano,  ed  in  altri  autori. 
LAMPADARIO  o  LAMPADISTA, 
Lampadariiis.  Ministro  della  chie- 
sa di  Costantinopoli,  incaricato  del- 
l'illuminazione o  luminaria  di  quel 
tempio,  e  di  precedere  nelle  pub- 
bliche funzioni  e  durante  il  servi- 
gio divino,  portando  una  candela 
accesa  avanti  l'imperatore  e  l'ira- 
pcralrice  :  il  cereo  lo  portava  sopra 
un  candelliere  elevato,  con  questo 
però,  che  quello  che  portava  in- 
nanzi all'  imperatore  era  attornia- 
to da  due  cerchi  d'oro  in  forma 
di  corona,  uno  solo  avendone  quello 
che  teneva  innanzi  all'imperatrice. 
I  patriarchi  pretesero  in  appresso 
che  si  rendesse  loro  lo  stesso  ono- 
re, e  di  là  vuoisi  originato  l'uso, 
propagato  anche  in  occidente,  di 
tenere  una  candela  accesa  in  ma- 
no a  fianco  dei  cardinali,  degli 
arcivescovi,  vescovi  ed  altri  prelati 
durante  l'ufficiatura.  Disse  Gesù 
Cristo  nel  vangelo  :  Abbiate  sempre 
delle  lampade  ardenti  alla  mano  j 
imitate  i  servi  vigilanti  che  atteu' 
dono  il  momento  in  cui  verrà  il 
loro  padrone  a  picchiare  alla  por- 
la,  a  fine  di  aprirgli  prontamente. 
Luca  e.  12,  V.  35.  Voi  siete  la. 
luce  del  mondo  . . .  fate  che  sempre 
risplenda  innanzi  agli  uomini^  ac- 
ciò che  veggano  le  vostre  opere 
buone.  Matteo,  e.  5,  v.  14.  H  cereo 
acceso  innanzi  ai  nominali  digni- 
tari della  Chiesa  è  evidentemente 
destinato  a  far  loro  sovvenire  questa 
lezione  di  Gesù  Cristo:  in  ciò 
non  v'è  cosa  che  possa  lusingare 
l'amor  proprio.  Conveniva  adun- 
que assaissimo  inculcare  la  stessa 
verità  ai  signori  del  mondo,  spe- 
cialmente quando  erano  a  pie  de- 


78  LAxM  '  LAM 
gli  altari  ;  eglino  sono  obbligali  consecutivi  al  loro  battesimo  ve- 
del  nati  che  i  pastori  a  dare  buo-  stivano  di  bianco  in  contrassegno 
no  esempio  agli  uomini.  Per  lo  dell*  innocenza  e  purità  dell'anima, 
slesso  oggetto  mettevasi  un  cereo  che  avevano  ricevuto  con  questo 
acceso  in  mano  di  quei  che  avea-  sacramento.  I  greci  chiamarono 
no  ricevuto  il  battesimo.  All'arti-  Lamproforo  il  giorno  di  Pasqua 
colo  Bugia  (Vedi),  strumento  ove  di  Risurrezione,  tanto  perchè  quel 
si  colloca  la  candela,  dicemmo  a-  mistero  spande  la  luce  della  fede 
Ter  questa  altra  origine,  e  rendem-  nelle  anime,  quanto  perchè  in  quel 
mo  ragione  perchè  al  Papa  si  so-  giorno  le  case  venivano  illuminate 
stiene  la  candela  senza  tale  stru-  con  gran  numero  di  ceri  e  di  lam- 
mento:  però  non  è  permesso  l'uso  pade,  simbolo  della  luce  che  il 
della  bugia  al  celebrante  cardinale  risorgimento  di  Gesù  Cristo  ha 
o  vescovo,  né  ad  alcun  vescovo  sparso  in  tutto  il  mondo, 
alla  presenza  d'un  solo  cardinale,  LAMPREDO,  Cardinale.  Lam- 
perchè  qualunque  distinzione  deve  predo  fu  creato  cardinale  prete  di 
ommettersi,  assistendo  alla  messa  s.  Vitale  da  Innocenzo  II,  e  sotto- 
uno  più  degno  del  celebrante.  Nel-  scrisse  una  sua  bolla  nel  1 1 3g  a 
la  corte  degli  imperatori  greci  favore  dell'arciprete  di  Ferrara, 
furonvi  uffiziali  chiamati  lampada-  LAMPSACOo  LAMPSICOjLflm- 
ri,  soprastanti  alla  illuminazione  psacus.  Città  vescovile  della  provin- 
del  palazzo.  Furono  delti  lampadi-  eia  dell'  Ellesponto,  nella  diocesi  di 
sii  coloro  che  si  esercitavano  al  Asia,  sotto  la  metropoli  di  Cizico, 
corso  delle  faci,  cioè  che  correva-  eretta  in  sede  vescovile  nel  V  se- 
no con  una  face  accesa  nelle  ma-  colo,  ed  in  arcivescovato  onorario 
ni,  e  non  vincevano  se  non  se  ar-  nel  IX.  Al  presente  Lampsaco  è 
rivando  colla  face  accesa  alla  meta,  un     borgo    della    Turchia    asiatica 

LAMPEZIANI.  Eretici,  discepo-  nell'Anatolia,  sangiacato  di  Biga, 
li  di  Lampezio  che  comparve  sul  sullo  stretto  de'Dardanelli,  in  pae« 
declinar  del  IV  secolo,  uno  dei  se  ameno,  bene  irrigato  e  ferlilis- 
principali  capi  de'marcionisti.  Scris-  simo.  Era  anticamente  una  città 
se  un  libro  intitolato  il  Testamento,  considerabile  dell'Asia  minore  nel- 
nel  (juale  condannò  ogni  sorta  di  la  Misia,  prima  chiamata  Pithyusa, 
■voli,  particolarmente  quello  del-  e  fu  fondata  dai  focesi  l'anno  653 
l'obbedienza,  come  contrario  alla  avanti  l' era  nostra.  Si  accrebbe 
libertà  de'fìgliuoli  di  Dio.  I  lam-  colle  rovine  della  vicina  città  di 
peziani  permettevano  altresì  ai  mo-  Poesus,  i  cui  abitanti  vi  si  trasfe- 
naci  di  vivere  e  di  vestirsi  come  rirono.  Vi  si  adorava  in  particolar 
loro  più  piaceva,  e  di  accordare  modo  Prìapo,  come  il  Dio  dei 
alla  natura  tuttociò  che  essa  chic-  giardini  di  cui  abbondava  questa 
deva,  e  rinnovarono  alcuni  errori  città.  Questa,  col  suo  territorio  u- 
degli  ariani.  Molti  padri  scrissero  bertoso  di  vigneti,  Arlaserse  asse- 
contro  di  loro,  come  i  ss.  Cirillo  gnò  a  Temistocle,  perchè  sommi- 
Alessandrino,  Flaviano  d'Antiochia,  nistrasse  alla  di  lui  tavola  il  vino, 
ed  Andlochio  d'Iconio.  Era  vi    un    bel    tempio    dedicato  a 

LAMPROFORI.     Antico    nome  Cibele.  Siccome   patria  del  fdosofo 

de'neofiti,    perchè    ue'sette    giorni  Anassimene,    la    sua    presenza    di 


LAM 

spirito  la  salvò  dallo  sdegno  di 
Alessandro. 

Nell'anno  364  *  vescovi  semi-a- 
riani vi  tennero  un  concilio  o  con- 
ciliabolo, sotto  il  pontifìcato  di  s. 
Liberio,  e  gl'imperatori  Valenti- 
niano  I  e  Valente  che  gliene  diede- 
ro licenza,  duiando  circa  due  me- 
si. Vi  annullarono  tultociò  che  si 
era  fatto  a  Costantinopoli  coll'au- 
torità  di  Eudossio  e  di  Acacio.  Si 
ordinò  che  non  si  avrebbe  più  ri' 
guardo  alla  esposizione  di  fede  dei 
vescovi  occidentali ,  nota  sotto  il 
nome  di  formula  di  Rimini  :  si 
dichiarò  che  bisognava  credere  che 
il  Figliuolo  era  simile  al  Padre 
nella  sostanza  ;  la  parola  simile  es- 
sendo necessaria,  diceano  quei  ve- 
scovi, per  dinotare  la  distinzione 
delle  Persone.  Si  decise  che  la  con- 
fessione di  fede,  ch'era  stata  pro- 
posta nel  341  per  la  dedicazione 
della  chiesa  di  Antiochia,  e  sotto- 
scritta nel  359  in  Seleucia,  servi- 
rebbe di  regola  in  tutte  le  chiese. 
Dopo  aver  regolato  a  loro  modo 
e  capriccio  ciò  che  risguardava  la 
fede ,  ordinarono  a  vantaggio  di 
loro  medesimi,  che  quelli  eh'  erano 
stali  deposti  dagli  anomei  o  ano- 
raiani  cioè  ariani,  sarebbero  rista- 
biliti nelle  loro  sedi  ;  dipoi  citaro- 
no Eudossio  ed  Acacio,  i  quali  non 
essendo  comparsi,  furono  dichiarati 
legittimamente  deposti.  Sozomeno 
lib.  6,  cap.  7,  p.  646;  Reg.  t.  IH; 
Labbé  t.   II;  Arduino  t.  I. 

Tra  i  vescovi  di  Lampsaco  sette 
ne  nomina  il  p.  Le  Quien,  Oriens 
christ.  tom.  I,  p.  772,  cioè:  Par- 
tenio  ordinato  da  Ascolio  di  Cizi- 
co,  sotto  Costantino  il  Grande,  di 
cui  celebrasi  la  festa  a'  7  maggio; 
Marciano  che  presiedette  al  memora- 
to concilio  del  364  J  Daniele  che  in- 
tervenne a  quello  di  Calcedonia;  Ar- 


LAN  79 

monio  che  sottoscrisse  la  lettera  dei 
vescovi  della  sua  provincia  all'  im- 
peratore Leone  ;  Costantino  che  fu 
al  VI  concilio  generale;  Giovanni 
al  VII;  Euschemone  cui  Teodoro 
Studi ta  scrisse  una  lettera,  e  se  ne 
celebra  la  festa  a'  i4  marzo.  At- 
tualmente Lampsaco,  La/npsacen^ 
è  un  titolo  vescovile  in  parlibiiSy 
sotto  l'arcivescovato  pure  in  parti- 
bus  di  Cizico,  che  conferisce  la  santa 
Sede.  Ne  fu  uno  degli  ultimi  a  por- 
tarlo Francesco  Chierchiaro  ,  ed  il 
regnante  Papa  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  degli  11  luglio  i836  vi 
nominò  monsignor  Giuseppe  Crispi 
della  diocesi  di  Agrigento  di  rilo 
greco,  per  le  ordinazioni  e  ponti- 
ficali di  tale  rito  nella  chiesa  di  s. 
Demetrio  della  Piana  nell' arcidio- 
cesi  di  Monreale  per  gl'italo-greci. 
Lx\NA.  Propriamente  il  pelo  del- 
la pecora  e  del  montone  :  lana , 
lanilium.  Lanificio,  lavoro  di  lana, 
lanificium.  La  storia  fa  risalire  si- 
no alla  prima  età  del  mondo  l'e- 
poca in  cui  gli  uomini  si  applica- 
rono ad  educare  e  coltivare  le  be- 
stie lanute.  La  principale  ricchezza 
de'  primi  abitanti  della  terra  con- 
sisteva in  greggie  di  pecore.  I  ro- 
mani riguardarono  questo  ramo  del- 
la pastorizia  come  essenziale.  Numa 
Pompilio  secondo  re  di  Roma,  vo- 
lendo dar  corso  alla  moneta,  della 
quale  egli  dicesi  l'inventore,  vi  fe- 
ce stampare  l' impronto  di  una  pe- 
cora, come  simbolo  della  sua  utili- 
tà, e  quindi  Varrone  dice  derivalo 
da  pecude  il  nome  di  pecunia;  di 
là  a  seicento  anni  i  censori  avevano 
ancora  la  direzione  di  tutte  le  greg- 
gie di  bianchi  lanuti.  Essi  pronun- 
ziarono condanne  e  multe  conside- 
rabili contro  coloro  che  trascura- 
vano le  loro  greggie,  e  all'  incontro 
accordavano  ricompense  a  quelli  che 


8o  LAN 

si  distinguevano  per  la  loro  indu- 
stria nello  studio  e  nella  ricerca  di 
tutto  quello  che  procurare  poteva 
lane  migliori.  Servivano  quelle  lane 
presso  i  romani,  come  presso  di  noi, 
a  formare  ogni  specie  di  vestimenti. 
Erano  però  i  romani  studiosi  ri- 
cercatori delle  lane  che  superava- 
no le  altre  in  finezza,  in  morbidez- 
za e  in  lunghezza,  e  quindi  trae- 
vano i  migliori  loro  velli  (la  lana 
delie  pecore,  la  pelle  di  pecora  col 
pelo  non  tosato)  dalla  Galazia,  dal- 
la Puglia,  massime  da  Taranto, 
dall'Attica  e  da  Mileto.  Ne' tempi 
antichi  si  contavano  tra  le  lane  più 
preziose  quelle  del  territorio  di  Mi- 
leto e  delia  Ionia  in  generale,  men- 
tre la  Grecia  europea  non  forniva 
al  traffico  se  non  che  alcune  specie 
di  lane  grossolane  poco  pregiate,  e 
appena  alte  a  fornir  materia  a  qual- 
che fabbricazione  comune;  se  però 
si  eccettuino  le  lane  dell'Attica,  nel- 
la quale  le  greggie,  simili  a  quelle 
della  Spagna  moderna,  superavano 
per  la  finezza  dei  loro  velli  quelle 
dell'Arcadia  e  delia  Focide,  come 
si  raccoglie  da  Ateneo  nel  libro  li 
del  suo  Banchetto  dt  Deipno sofisti. 
Plinio  e  Columella  vantano  altres'i 
i  velli  o  le  lane  delle  Gallie.  Nei 
tempi  più  antichi  i  romani  strap- 
pavano la  lana  dalle  pecore  e  dai 
montoni  invece  di  tosarle,  e  per 
questa  operazione  sceglievano  la  sta- 
gione in  cui  la  lana  si  separa  dal 
corpo  dell'animale,  da  questo  alcu- 
ni scrittori  pretendono  derivare  il 
nome  di  vdlo  dal  verbo  veliere  che 
significa  strappare. 

Per  lungo  periodo  di  tempo  (  il 
che  però  dee  intendersi  dei  secoli  in 
cui  la  Spagna  fu  invasa  dagli  africani) 
la  Spagna,  l'Inghilterra,  l'Olanda  e 
la  Svezia  somministrarono  al  traf- 
fico europeo  le  lane  più  belle,  per- 


LAN 

che  in  quelle  provi  nei  e  si  cercò  di 
perfezionare  la  qualità  e  di  au- 
mentare la  quantità  di  quel  prodot- 
to colia  introduzione  di  una  razza 
straniera,  di  molto  superiore  a  quel- 
la delle  Provincie  medesime.  La  Ca- 
stiglia  dicesi  debitrice  ad  Enrico  IV 
del  i4'34^lcl'6 '^*^"6  '''^"6  ch'essa  pos- 
siede; e  si  osserva  che  altre  volte  le 
pecore  rendevano  annualmente  al 
tesoro  della  Spagna  più  di  trenta 
milioni  di  reali.  Avendo  Odoardo  IV 
re  d' Inghilterra  fatto  venire  dalla 
Spagna  coll'assenso  di  quel  re  tremi- 
la lanuti  bianchi,  aprì  agl'inglesi  con 
questo  mezzo  una  nuova  sorgente 
di  ricchezze.  Le  Indie  orientali  som- 
ministrarono agli  olandesi  sino  dal 
secolo  XVII  una  specie  di  arieti  e 
di  pecore  alte,  lunghe  e  col  tronco 
assai  grosso,  e  quella  razza  traspor- 
tata nel  Texele  nella  Frisia  orien- 
tale, riuscì  ottimamente.  Gli  svedesi 
ancora  trasportarono  nel  loro  pae- 
se vari  lanuti  della  miglior  specie 
di  Spagna  e  d'Inghilterra,  e  le  cu- 
re da  essi  pigliate  a  questo  riguar- 
do trionfarono  degli  ostacoli  che  il 
rigore  del  clima  opponeva  alla  riu- 
scita della  loro  impresa.  Benché  le 
Gallie  forniti  avessero  bellissimi  vel- 
li a'tempi  dei  romani,  le  lane  della 
Francia  erano  tutta  volta  ben  lungi 
dal  poter  gareggiare  colie  spagnuole, 
colle  inglesi  e  colle  olandesi.  Ma 
un  potente  impulso  dato  alla  indu- 
stria alla  fine  del  passato  secolo,  fe- 
ce che  la  nazione  si  risentisse  della 
vergogna  e  del  peso  di  un  tri- 
buto ch'essa  era  obbligata  a  pagare 
agli  stranieri  .  Essa  previde ,  che 
impossibile  non  sarebbe  sostener  il 
concorso  e  la  gara,  e  presentò  in 
questo  modo  un  indizio  della  su- 
periorità ch'essa  avrebbe  in  appres- 
so ottenuta.  Indi  nel  i8o3  i  fran- 
cesi   introdussero     nelle    loro    ma- 


LAN 

tiifalture  tìoacchine  per  scardassare 
e  filare  la  lana.  Intanto  con  gran 
fervore  si  accrebbero  nella  Germa- 
nia e  nell'Ungheria  le  greggie  spa- 
gnuole.  L'introduzione  nella  Fran- 
cia di  quelle  macchine  si  deve  in 
gran  parte  alle  cure  del  celebre 
Chaplal  ministro  dell'interno,  e  ad 
esso  dehbonsi  ancora  gl'incoraggia- 
iTienti  ben  meritati  che  conceduti 
furono  agli  inglesi  Douglas  e  Co- 
ckerill  allorché  questi  si  recarono 
in  Francia  a  stabilire  officine,  nelle 
quali  costruirono  macchine  tanto 
belle  e  vantaggiose,  migliorate  in 
appresso.  Non  è  vero,  come  scrisse- 
ro alcuni,  che  la  Francia  non  ebbe 
più  bisogno  di  acquistar  lane  dagli 
stranieri,  bensì  l'introduzione  in 
Francia  delle  macchine  perfezionò 
la  fabbricazione  de'drappi,  e  l'ala- 
crità nel  l'esercitare  tal  ramo  d'in- 
dustria fece  sì  che  non  avesse  colà 
piìi  a  temersi  né  la  concorrenza,  né 
l'invasione  delle  manifatture  stranie- 
re. Ma  delle  lane  non  potè  farsene 
a  meno,  dacché  il  consumo  de'drap- 
pi indigeni,  e  la  perfezione  di  questi 
esigevano  in  particolar  modo  un 
quantitativo  considerevole  di  lane 
estere,  riguardando  pure  la  quali- 
tà più  all'uopo  per  talune  specie  di 
manifatture.  Ne  abbiamo  su  ciò  un 
esempio  recentissimo  di  molti  ac- 
quisti seguiti  nel  maggio  1 845  nel- 
la fiera  di  Foggia  nel  regno  di  Na- 
poli per  parte  d'incettatori  francesi, 
come  riporta  il  numero  44  del  Dia- 
rio di  Roma  ;  anzi  in  Roma  nella 
stagione  estiva  del  medesimo  anno 
può  contarsi,  che  vennero  asporta- 
te per  la  Francia  tante  lane  per 
oltre  un  milione  di  libbre. 

Il    Muratori    nelle  Dissertazioni 

sopra    le    antichità    italiane,    nella 

XXX  tratta  delle    arti    della  lana 

e  della  Seta  (  P^edi  ),  dalle    quali, 

VOI.  XXX vn. 


LAN  St 

egli  dice,  gfan  profitto  una  volta  ri- 
cavavano alcune  città  d'Italia  ben  at- 
tente a'propri  vantaggi;  mentre  é 
noto  che  nell'  Italia  il  lavoro  e 
commercio  della  lana  non  venne 
mai  meno.  Con  molto  studio  l'arte 
della  lana  era  esercitata  in  Mode- 
na, come  rilevasi  da  documenti  del 
i3o6  in  poi.  Ma  particolarmente 
in  Firenze  dopo  l'anno  1200,  e  sen- 
za paragone  dopo  il  i3oo  crebbero 
l'arti  della  seta  e  della  lana,  impie- 
gandovisi  migliaia  di  persone.  Con  ga- 
ra non  minore  vi  si  applicarono  i 
bolognesi,  milanesi,  veronesi,  pado- 
vani, ed  altri  popoli  ;  e  tanti  lavo- 
ri facevano,  che  l'Italia  ne  inviava 
anche  agli  oltramontani;  ma  sog- 
giunge il  Muratori,  che  a  suo  tem- 
po, a  riserva  di  alcune  poche  città, 
comprava  caro  dagli  stranieri  quello 
che  poteva  fabbricar  da  sé  stessa. 
Quanto  allo  stato  pontificio  il  Ca- 
lindri  nel  Saggio  statistico  storico, 
parlando  delle  manifatture  del  me- 
desimo ,  dice  a  p.  588  che  ivi  si 
lavorano  drappi  d'ogni  sorta,  lane, 
panni,  che  non  invidiano  le  fab- 
briche di  Francia,  di  Frisia,  d'In- 
ghilterra e  d'Olanda,  essendovi  pure 
saie  e  scarlatti.  Il  Garampi  nelle 
sue  Memorie  ecclesiastiche  p.  3g4 
rileva  che  i  religiosi  Umiliati  {^Vedi) 
coltivavano  l'  arte  di  lavorare  la 
lana  che  avevano  appresa  in  Germa- 
nia ne'primi  anni  del  secolo  XI  ; 
e  che  nel  1261  volendo  il  comune 
di  Rimini  introdurre  in  città  periti 
artefici  e  professori  di  lanificio , 
chiamò  i  frati  umiliati,  assegnando 
loro  chiesa  con  chiostro,  ed  abita- 
zione sufficiente  ;  altrettanto  fece 
Perugia  nel  1279.  E  noto  che  al- 
cuni ordini  religiosi  tessono  da  per 
loro  i  propri  abiti  di  lana^  massi- 
me i  Francescani  (  Fedi  ).  Nella 
processione  che  in  Roma  si  fece  si- 
6 


82  LAN 

no  al  pontificato  di  s.  Pio  V,  del- 
l'immagine del  ss.  Salvatore,  cui  si 
faceva  la  Lavanda  de  piedi  (Vedi\ 
intervenendo  in  essa  i  consoli  delle 
arti  di  Roma,  il  Marangoni  vi  re- 
gistra pure  i  lanaìoli.  Il  Pontefice 
$.  Pio  V  contribuì  considerabili 
somme  di  denaro  per  far  fiorire 
nello  slato  ecclesiastico  l'arte  della 
lana  :  concesse  molti  privilegi  al  col- 
legio de' mercanti  di  essa,  dichia- 
rando che  i  suoi  consoli,  nelle  cau- 
se tanto  civili  che  criminali  e  mi» 
ste,  all'arte  medesima  spettanti,  es- 
sere dovessero  soli  giudici,  senza  che 
Terun  altro  tribunale  potesse  inge- 
lirvisi,  come  si  legge  nella  sua  co- 
stituzione 43,  Uladartis  lanae,  dei 
5  marzo  1567,  Bull,  Rom.  t.  IV, 
par.  Il,  p.  396.  Il  successore  Gre- 
gorio XI II  confermò  tali  privilegi  . 
11  gran  Pontefice  Sisto  V  conside- 
rando le  funeste  conseguenze  degli 
uomini  e  donne  oziosi  che  in  copio- 
so numero  vivevano  in  Roma,  de- 
liberò procurar  loro  un  mezzo  di 
occupazione  e  di  guadagno,  laonde 
vedendo  l'arte  della  lana  alquanto 
negletta,  volle  restaurarla  mediante 
il  disposto  della  bolla,  Cuni  alias 
considerantes  arleni  lanae,  emana- 
ta a' 18  dicembre  i585,  Bull.  Rom, 
t.  IV.  par.  IV,  p.  171.  Perchè  dun- 
que l'arte  rifiorisse  diede  ad  Ales- 
sandro Capocefalo  e  a  Fenicio  Ali- 
fano  o  Alfano,  due  mercanti  di  lana, 
la  somma  di  scudi  dodicimila  in 
prestito,  coU'obbligo  di  restituirli  do- 
po dieci  anni  alla  camera  apostoli- 
ca, più  ne  die  loix)  altri  duemila 
senza  restituzione,  onde  poter  met- 
tere in  ordine  la  fabbrica  già  da  s. 
Pio  V  cominciata  presso  alla  fon- 
tana di  Trevi  nel  luogo  detto  il 
purgo,  e  gli  attrezzi  necessari  alla 
fabbricazione  e  tintura  delle  lane; 
destinando   a   tutto  in  sopraiiUen- 


LAN 
dente  il  celebre  cardinal  Prospero 
Publicola  Santacroce  romano ,  ed 
altresì  concedendo  ai  consoli  di  que* 
sta  arte  molti  privilegi.  Inoltre  Si- 
sto V,  al  modo  che  dicemmo  all'ar- 
ticolo Colosseo  (Fedi)j  ivi  voleva 
stabilire  l'arte  della  lana,  ciò  che 
la  morte  gl'impedì  effettuare. 

Alessandro    VII    con    chirografo 
dei    12   febbraio     1667  proibì  l'in- 
troduzione de'panni  esteri  nello  stato 
pontifìcio,   per  vantaggio  degli  opi- 
ficii    nazionali,  concedendo  sei  mesi 
di  tempo  per  lo    smercio  de'panni 
già  introdotti.  Clemente  IX  con  chi- 
rografo de'4  aprile  1669,  Invigilali' 
do  noi,  diretto  al    suo  nipote  car- 
dinal Giacomo    Rospigliosi,    lo   no- 
minò   primo    protettore    dell'antica 
e  nobile  arte  della  lana,  disponen- 
do che  protettori    pro-tempore  sa- 
rebbero   stati    i    cardinali  soprain- 
tendenti  generali  dello  stato  eccle- 
siastico, ovvero  il  cardinal  decano, 
presiedendo    allora    all'esercizio    di 
tale  arte  in  Roma  e    suo  distretto 
il   prelato  tesoriere  generale.    Creò 
pure    col  chirografo    un    tribunale 
composto  di   quattro  presidenti   ro- 
mani, di  un  assessore  dottore  d'am- 
bo le  leggi,  di   tre  mercanti  conso- 
li, d'un  sopraintendente  e  d'un  no- 
taro ,    con    le    rispettive    facoltà   e 
provvidenze.  Nel  pontificato    d' In- 
nocenzo XI  ebbe  origine    il  lanifi- 
cio dell'  Ospizio  apostolico  (Vedi), 
che    ingrandì    Clemente   XI    ed    i 
suoi    successori ,    come    si    dirà    a 
quell'articolo.  Questo  Pontefice  nel 
17  19,  con  editto  de'7  agosto,  proi- 
bì che  nello  stato  ecclesiastico  s'in- 
troducessero   dall'estero    panni    e 
sete  lavorate ,    tranne   i  panni  so- 
praffini, pel  danno  che    ne  risenti- 
vano le  fabbriche  di  tali    manifat- 
ture nel  medesimo   stato  :    diverse 
aoaloghe  provvidenze  di  altri  Pon- 


LAN 
tefìci  si  possono  leggere  all'arlico- 
lo  Dogane  Pontificie,  ed  in  quelli 
analoghi.  Avendo  Tarte  della  lana 
in  Roma  rinnovato  il  suo  statuto, 
a  tenore  delle  disposizioni  di  Cle- 
mente IX,  supplicò  ed  ottenne  da 
Clemente  XIII  la  sua  pontificia  ap- 
provazione, mediante  il  breve  Ad 
pastoralis  dignitaiisy  de'  i5  settem- 
bre 1758.  Quindi  si  pubblicò  in 
Roma  coi  tipi  del  Salvioni  lo  sta- 
tuto nel  1759,  e  con  questo  titolo: 
Statuti  del  nobil  collegio  dell'  arte 
delia  lana  di  Roma  approi'ati  e 
conferinati  dalla  Santità  di  nostro 
Signore  Papa  Clemente  XIII.  Di- 
poi Pio  VI  nel  1778  proibì  agli 
incettatori  la  comprita  delle  lane 
maggesi,  che  nello  stato  pontificio 
sono  eccellenti,  affinchè  le  fabbri- 
che potessero  godere  la  prelazione 
e  farne  la  scelta,  e  non  passassero 
in  paesi  stranieri  con  notabile  pre- 
giudizio de'  suoi  sudditi ,  eh'  erano 
necessitali  a  ricomprarle  a  prezzo 
maggiore  almeno  del  terzo  di  quel- 
lo che  da  loro  stessi  erano  vendu- 
te. Nel  1782  Pio  Vi  fece  dare 
quattromila  scudi  al  Conservatorio 
Pio  (Vedi),  per  l'avanzamento  del 
lanifìcio;  poscia  nel  1788  soccorse 
con  generose  somme  di  denaro  le 
fabbriche  di  tele,  calancà,  bamba- 
cina  e  panni  di  lana  sopraffini,  sì 
di  Roma  che  di  diversi  luoghi  dello 
stato.  Dipoi  nel  1802  il  Miselli 
pubblicò  in  Roma  colle  stampe: 
Memorie  delle  lane  grezze  dello 
stato  pontificio. 

Pio  VII  nel  1804  per  promuo- 
vere r  industria  nazionale,  assegnò 
dei  premi  a  favore  dei  fabbricatori 
di  drappi  di  lana,  al  quale  ogget- 
to visitò  l'opificio  dell'ospizio  apo- 
stolico, e  la  fabbrica  delle  calancà 
alle  terme  Diocleziane.  In  seguito 
con  moto-propri  de*  i  o  settembre 


LAN  83 

1816  e  primo  aprile  1817,  Pio 
VII  estese  la  fabbricazione  de' drap- 
pi di  lana  in  Roma,  in  Àlatri,  ia 
Matelica,  ed  in  altri  luoghi  dello 
slato,  a  tal  uopo  avendo  il  cardi- 
nal Pacca  camerlengo  emanato  ai 
I  7  aprile  corrispondente  editto,  de- 
cretandosi l'annua  e  solenne  espo- 
sizione de'  drappi  di  lana  de'  fab- 
bricatori romani.  Quella  de' 25  lu- 
glio 18 18  fu  onorata  dalla  presen- 
za del  cardinal  Consalvi  segretario 
di  stato,  ricevuto  dalla  deputazio- 
ne de'  fabbricatori,  che  l'accompa- 
gnò nelle  camere  di  esposizione. 
Due  giorni  dopo  vi  si  recò  pure 
il  Pontefice,  ricevuto  dal  cardinal 
camerlengo,  dal  cardinal  Ruffi3  pro- 
tettore del  nobile  collegio  de'  fab- 
bricatori de*  drappi  di  lana,  e  dal 
senatore  principe  Altieri.  Pio  VII 
commendò  gli  sforzi  de'fabbricanti, 
per  vederli  gareggiare  coi  migliori 
dell'Europa  ;  indi  alla  presenza  del- 
la deputazione  si  fece  Tesperimen- 
to  coi  preparati  chimici  per  ve- 
dere se  reggevano  le  tinte,  e  si 
trovarono  perfette.  Nel  suo  ponti- 
ficalo furono  inlrodotte  in  Roma 
le  macchine  pei  lanificii,  pel  mi- 
nor costo  delle  manifatture  e  pel 
perfezionamento  del  lavoro,  onde 
furono  autorizzate  non  solo  con  leg- 
ge de' 9  febbraio  1821,  ma  si  proi- 
bì l'apertura  di  nuove  fabbriche 
se  non  erano  munite  di  macchine. 
Non  le  macchine,  ma  la  mancanza 
dello  smercio,  fu  talvolta  la  cagio- 
ne dell'  inoperosità  de'  lavoranti  la- 
nari. In  tale  epoca  Roma  contene- 
va cinquantasei  lanificii^  e  duecen- 
to erano  quelli  dello  stato,  fioren- 
do particolarmente  in  Cagli,  A  la- 
tri, Matelica,  Piastra,  Norcia,  Nar- 
ni,  Spoleto  ed  altri  luoghi.  Aven- 
do il  Papa  Leone  XII  ordinato  che 
l'accademia  de'  Lincei  formasse  una 


84  LAN 

commissione  onde  proporre  i  mezzi 
ai  miglioramento  delie  principali 
manifatture  dello  slato ,  massime 
de*  tessuti  filamentosi  di  lana,  ca- 
nape, lino,  seta  e  cotone,  il  mar- 
chese Luigi  dei  Gallo  compose  a- 
naloglie  memorie  sulle  indicale  ma- 
terie e  specialmente  sulla  lana,  ac- 
cennando i  mezzi  di  fabbricarle  con 
economia  di  tempo  e  di  spesa  e 
eon  perfezione  di  lavoro:  le  me- 
morie furono  pubblicate  colle  stam- 
pe e  con  questo  titolo  :  V  indu- 
strialismo ossiano  cenni  sull'utilità 
ed  il  modo  di  stabilire  le  arti  mec' 
caniche  e  segnatamente  quella  del* 
la  lana  nello  staio  pontificio^  ec, 
Italia    i83i. 

Nell'odierno  pontificato,  per  le 
cure  del  regnante  Gregorio  XVI , 
furono  emanale  molte  utili  provvi- 
denze sulla  fabbricazione  della  lana, 
quali  si  leggono  nella  Raccolta  del- 
le leggi  e  disposizioni  di  pubblica 
amministrazione  nello  stato  ponti- 
ficio j  laonde  ci  contenteremo  sol- 
tanto di  accennarle.  A'  16  febbraio 
i83i  il  tesoriere  generale  monsi- 
gnor Mario  Mattei  ora  cardinale  , 
emanò  una  notificazione  sulla  di- 
minuzione de'  dazi,  dichiarando  che 
l'incasso  del  dazio  sull'introduzio- 
ne dei  panni  esteii  veniva  addetto 
ad  incoraggire  i'  industria  naziona- 
le de'  panni  con  premi  trimestrali. 
A'  21  agosto  1835  il  tesoriere  ge- 
nerale monsignor  Antonio  Tosti 
ora  cardinale,  pubblicò  una  notifi- 
cazione sull'aumento  del  dazio  so- 
pra i  tessuti  di  lana,  accordando 
premi  ai  fabbricanti  di  Roma  e  del- 
lo stato,  ad  incoraggimento  e  so- 
stegno dell'  industria  nazionale.  In 
essa  sono  dichiarati  i  premi  slabi- 
liti  sulla  qualità  e  quantità  della 
lavorazione  de'  panni  ;  le  discipline 
da  osservarsi    dai    fabbricatori   pei 


LAN 

conseguimento  de'  premi  ;  la  forma 
della  bollazione  de'  tessuti  ;  ia  di- 
chiarazione sulla  solennità  della 
premiazione  annua  in  Campidoglio 
della  miglior  qualità  de'  panni  ;  l'e- 
stensione deiraumento  del  dazio  sui 
panni  esteri  ai  tessuti  misti  di  la- 
na e  di  altro  genere;  il  regola- 
mento per  la  verificazione  e  riscon- 
tro de'  tessuti  di  lana  sul  telaio , 
e  per  l' esame  ed  apposizione  del 
bollo  di  premio  ai  drappi  di  lana; 
le  disposizioni  sull'esposizione  e  pre- 
miazione de'  tessuti  di  lana  nazio- 
nali ;  il  premio  d'una  medaglia  d'o- 
ro di  scudi  sessanta  a  tutti  i  fab- 
bricatori che  presentano  tre  pac- 
cotte  di  panno  consimile  alle  eccel- 
lenti manifatture  delle  fabbriche  e- 
stere  ;  e  la  forma  del  concorso  e 
del  giudizio  delle  pezze  di  drappo 
che  si  presentano  per  ottenere  il 
premio.  Il  cardinal  Pier  Francesco 
Galleffi  camerlengo,  a'  27  luglio 
i836,  con  notificazione  pubblicò 
le  disposizioni  sulla  esposizione  e 
premiazione  de'  tessuti  di  lana ,  e 
forma  del  concorso,  in  sequela  del- 
la precedente  notificazione  del  pre- 
lato tesoriere.  Nel  numero  99  dei 
Diario  di  Roma  i844)  si  legge  la 
premiazione  seguita  in  quell'anno 
ai  fabbricatori  di  lane  sì  di  Roma 
che  dello  stalo  pontificio,  di  prima 
e  seconda  classe,  e  di  quella  di  e- 
mulazione  e  di  paragone .  Colla 
notificazione  de'  2  luglio  i845  monsi- 
gnor tesoriere  generale  Giacomo  An- 
tonelli  confermando  nel  nome  sovra- 
no le  premiazioni  generose  di  circa 
annui  scudi  ciquantamila,  stabilite  a 
favore  dei  fabbricatori  di  panni  di 
lana  dalle  notificazioni  de'  2  i  ago- 
sto i835,  e  ir  aprile  1842,  Iia 
modificato  il  dazio  d'  introduzione 
sui  panni,  castorini,  circassi  e  ca- 
simiri,    ec.    per    ogni    libbre  cento, 


LAN 

scudi  venticinque.  In  Roma  vi  è 
un  officio  di  manifattura  dei  drap- 
pi di  lana  di  Roma  e  dello  slato; 
esso  aveva  V  ispettore  generale  fab- 
Lricatore.  Quanto  poi  alla  lana  col- 
la quale  si  formano  i  sacri  palili,  e 
delle  diverse  qualità  di  lana  che  si 
usano  per  gli  abiti  degli  ecclesiastici 
secolari  e  regolari  d'ogni  specie  e 
grado ,  non  che  dalle  monache  e 
da  altri,  se  ne  tratta  ai  relativi  ar- 
ticoli. 

Il  Piazza  tanto  nelle  Opere  pie, 
come  neir  Eusevologio  romano  trat- 
ta dell'  università  dell'arte  della  la- 
na, con  varie  erudizioni  sulla  lana, 
e  della  loro  confraternita  eretta 
nella  chiesa  di  s.  Lucia  de'  Ginna- 
si, setto  r  invocazione  de'  ss.  Biagio 
ed  Ambrogio.  Cosi  pure  discorre 
della  confraternita  de'  tessitori  eret- 
ta nel  i5i7  sotto  Leone  X  col  pa- 
trocinio di  s.  Agata,  nella  chiesa 
di  s.  Maria  degli  Angeli  detta  in 
Slaccilo  Martyrum.  Noteremo,  che 
Plinio  attribuisce  l'origine  dell*  ar- 
te del  tessere  agli  egizi:  le  figure 
che  ci  rimangono  del  IV  e  V  se- 
colo, ci  mostrano  donne  che  fila- 
no, ed  alti*e  che  stirano  la  tela;  i 
tessitori  stanno  in  piedi.  Il  Cancellieri 
nelle  Dissertazioni  bibliografiche,  ci 
dà  alcune  erudizioni  sulla  lana  e 
sui  lanari.  Nel  registro  originale 
delle  adunanze  dell'  università  dei 
lavoranti  dell'arte  della  lana,  ho 
letto  le  seguenti  notizie.  Sotto  In- 
nocenzo XI  il  collegio  de'  mercanti 
fece  una  concordia  coli'  università 
de'  lavoranti  lanari  sul  prezzo  e  pa- 
gamenti delle  mercedi  stabilite.  A- 
vendo  il  collegio  de'  mercanti  nel 
nuovo  statuto  dichiarata  come  pro- 
pria la  cappella  sotto  l' invocazione 
de' ss.  Biagio  ed  Ambrogio,  esisten- 
te nella  chiesa  di  s.  Lucia  de'  Gin- 
nasi di    Roma    dell'università    dei 


LAN  85 

lavoranti  di  lana,  che  già  la  pos- 
sedevano nel  1600,  come  attesta  il 
Panciroli,  stampato  in  quell'  anno, 
Tesori  nascosti  di  Roma,  p.  43o, 
r  università  avanzò  analoghi  re- 
clami contro  siffatte  pretese.  Pio 
VI  nel  1791  accordò  all'università 
il  privilegio  della  mano  regia,  con- 
tro que'  padroni  che  ricusavano  o 
rilardavano  pagare  le  mercedi.  Gli 
uffiziali  dell'  università  de'  lavoran- 
ti dell'arte  della  lana  sino  a'  4 
gennaio  1824  solevano  annualmen- 
te celebrare  le  loro  adunanze  e  ge- 
nerali congregazioni.  Queste  aveva- 
no luogo  in  Campidoglio  nella  gran 
sala  de'  conservatori,  con  licenza  di 
essi.  Ivi  trattavano  degli  interessi 
spettanti  all'università,  l'elezione  e 
nomina  per  bussolo  del  sindaco, 
uffiziali  nuovi  e  ministri  della  me- 
desima. Le  adunanze  si  tenevano 
alla  presenza  e  coll'assistenza  dell'  u- 
ditore  del  cardinale  protettore  del- 
l'università, che  ordinariamente  era 
il  cardinal  decano.  Inoltre  v'inter- 
veniva uno  de'  fedeli  del  popolo^ 
lomanOj^delis  inclyti  populi  roma- 
ni. L' università  manteneva  nella 
suddetta  cappella  in  s.  Lucia  il 
cappellano  ed  una  lampada  per- 
petua, e  celebrava  la  festa  de'  san- 
ti protettori.  Finalmente  nel  me- 
morato anno  1824,  avendo  il  col- 
legio de'  mercanti  o  fabbricanti  del- 
la lana  di  Roma,  elevate  delle  pre- 
tese sul  diritto  di  uffiziare  tale  cap- 
pella, cessarono  le  adunanze  in  Cam- 
pidoglio, e  l'uffiziatura  della  cappel- 
la medesima. 

LANCELLOTTI  Scipione,  Cardi- 
nale. Scipione  Lancellotti,  di  antica  e 
generosa  famiglia  romana  (che  secon- 
do l'Amidenio  in  origine  era  porto- 
ghese, indi  trapiantata  in  Avignone, 
Bologna,  Napoli  e  Roma),  per  la 
straordinaria  perizia  nell'uno  e  nel- 


B6  LAN 

l'altro  diritto  ,  di  cui  otteìme  la 
laurea  ia  Bologna,  ammesso  da 
Paolo  III  tra  gli  avvocati  concisto- 
riali, fino  dalle  prime  mosse  della 
carriera  prelatizia  diede  tali  con- 
trassegni di  prudenza  e  valore,  che 
apri  ai  futuri  Pontefici  largo  cam- 
po di  valersi  di  lui  in  affari  di 
somma  importanza.  Paolo  IV  lo 
spedì  nella  Romagna  e  a  Vene- 
zia ;  Pio  IV  a  Milano  affinchè  as- 
sistesse al  primo  concilio  celebrato 
dal  cardinal  arcivescovo  s.  Carlo 
Borromeo ,  e  poi  al  concilio  di 
Trento,  dove  i  legati  pontificii  nel 
i563  lo  deputarono  al  conte  di 
Luna  ambasciatore  di  Spagna,  per 
indurlo  ad  affrettare  la  sua  venu- 
ta a  Trento,  e  quindi  a  Massimi- 
liano II  re  de' romani  e  di  Boe- 
mia, e  ad  Alberto  duca  di  Ba- 
viera, per  trattare  e  conchiudere 
con  esso  gravissimi  affari  riguardan- 
ti il  medesimo  concilio  generale. 
Bestituitosi  a  Roma,  il  Papa  nel 
i565  Io  annoverò  tra  gli  uditori 
di  rota  ;  ma  poco  dopo  il  succes- 
sore s.  Pio  V  l'incaricò  di  trasfe- 
rirsi nuovamente  in  Trento  al  car- 
dinal Madrucci  vescovo  di  quella 
città,  ed  al  suo  capitolo,  per  com- 
porre una  grave  differenza  insorta 
tra  il  cardinale,  Ferdinando  arci- 
duca d'Austria,  cesare,  g  il  duca 
di  Baviera,  che  poteva  avere  con- 
seguenze funeste  alla  chiesa  di 
Trento,  ciò  che  felicemente  eseguì. 
Venne  poscia  destinato  alla  dieta 
di  Augusta  per  assistere  all'elezio- 
ne dell'  imperatore  col  cardinal 
Commendone.  Indi  Gregorio  XIII 
lo  deputò  compagno  e  consigliere 
al  cardinal  Orsini  legato  a  lalere 
a  Carlo  IX  re  di  Francia,  dove  su- 
però l'espettazione  ch'erasi  forma- 
ta della  di  lui  abilità  e  saviezza. 
Ritornato  a  Roma   dovè   recarsi  a 


LAN 

Napoli  e  nella  Romagna  per  cau- 
se ni'<];entissime  che  si  agitavano 
nella  romana  rota.  Finalmente  Gre- 
gorio XIII  in  ricompensa  di  tante 
fatiche,  ai  12  dicembre  1 583  lo 
creò  cardinale  diacono  e  poi  prete 
del  titolo  di  s.  Simeone,  dal  quale 
Sisto  V  lo  trasferì  a  quello  di 
s.  Salvatore  in  Lauro,  di  cui  fu  il 
primo  titolare.  Inoltre  Sisto  V  lo 
dichiarò  segretario  de' brevi  e  so* 
praintendente  di  alcuni  affari  dello 
stato  ecclesiastico ,  non  che  com- 
missario a  terminare  sulla  faccia 
del  luogo  le  controversie  nate  tra  i 
bolognesi  ed  Alfonso  li  duca  di 
Ferrara,  intorno  ai  confini.  Inter- 
venne a  cinque  conclavi,  e  mori 
in  Roma  nel  i^gS  di  anni  set- 
tantuno.  Ebbe  tomba  nella  basilica 
Lateranense ,  nella  cappella  di  s. 
Francesco  da  lui  fondata  con  ren- 
dite. 

LANCELLOTTI  Orazio,  Car- 
dinale. Orazio  Lancellotti  patrizio 
romano,  nipote  del  precedente,  il 
quale  essendo  uditor  di  rota  quan- 
do fu  creato  cardinale,  impetrò  da 
Gregorio  XIII  che  gli  fosse  sostituito. 
Dopo  aver  sostenuto  quell'impiego 
con  incorrotta  rettitudine  e  giusti- 
zia per  Io  spazio  di  ventidue  anni, 
a  persuasione  del  cardinal  Tonti, 
di  cui  seppe  guadagnarsi  la  grazia 
in  quel  tempo  in  cui  la  godeva 
pienissima  da  Paolo  V,  questi  ai 
17  agosto  161  I  lo  creò  cardinale 
prete  di  s.  Salvatore  in  Lauro.  Al- 
la dottrina  ebbe  congiunta  un'in- 
signe pietà  cristiana  ;  ben  dimo- 
strandolo e  il  ristoramento  della 
chiesa  di  s.  Simeon  profeta,  ch'egli 
fece  nel  i6io,  e  il  legalo  di  sei 
mila  scudi  lasciato  nel  testamento 
ai  chierici  regolari  della  Madre  di 
Dio.  Morì  in  Roma  sul  declinar 
del   1620  in  età   di   quarantauove 


tAN 
anni,  e  fu  sepolto  nella  basilica  La- 
teranense,  nella  cappella  di  sua  fami- 
glia. Egli  ebbe  tre  fratelli,  de'quali 
uno  fu  vescovo  di  Nola.  Il  nipote  dì 
questi  Tiberio  si  ritirò  collo  zio  in 
tal  città,  ove  comprò  nel  regno  di 
Napoli  una  terra  cbiamata  Lauro, 
che  fu  dichiarata  marchesato  e  nel 
1726  dall'imperatore  Carlo  VI 
principato,  ereditando  poi  la  fami- 
glia i  beni  e  le  prerogative  di 
Ginnetti  di  Velletri,  che  die  al 
sacro  collegio  due  cardinali.  I  prin- 
cipi Lancellotti  hanno  in  Roma  un 
palazzo  nel  rione  di  Ponte  presso 
la  via  3e'Coronari,  ed  altro  a  piaz- 
za Navona. 

LANCELLOTTI  Filippo,  Car- 
dinale. Filippo  Lancellotti  de' prin- 
cipi di  Lauro  nacque  in  Roma  ai 
17  agosto  1782.  Mostrando  incli- 
nazione per  lo  stato  ecclesiastico, 
fece  i  corrispondenti  studi  e  quel- 
lo abbracciò.  Si  mise  quindi  in 
prelatura,  e  Benedetto  XIV  lo  fe- 
ce protonotario  apostolico  e  cano- 
nico della  basilica  di  s.  Pietro. 
Coltivando  la  poesia  meritò  nel 
1759  di  essere  proclamato  principe 
dell'accademia  degli  infecondi,  laon- 
de nell'ampia  sala  del  suo  palazzo 
ai  Coronari,  fatta  magnificamente 
adornare,  da  lui  vi  si  tennero  alcune 
solenni  accademie,  massime  per  la 
Passione  e  per  l'Assunta,  l'ultima  es- 
sendo stata  nel  1776  e  lo  fu  pure 
dell'accademia,  la  quale  piti  non 
si  adunò,  a  cagione  della  morte 
della  principessa  d.  Ginevra  Lan- 
cellotti ,  la  quale  ne  formava  il 
principal  sostegno,  e  per  quella-  del 
suo  figliastro  Filippo  nostro.  Di 
questa  accademia  degl'infecondi,  ca- 
rne del  palazzo  Lancellotti,  ne  ri- 
porta le  notizie  il  Cancellieri  nel 
suo  Mercato.  Pio  VI  sino  dalfa- 
prile  1779  ^^  promosse  ad  udito- 


LAN  87 

re  di  rota,  indi  avendo  creato  car- 
dinale nel  1786  il  suo  nipote  Bra- 
schi  ch'era  maggiordomo,  e  lascian- 
dogli questa  carica  col  titolo  di 
prò,  nell'anno  seguente  per  averlo 
nominato  segretario  de'  brevi,  fece 
Filippo  maggiordomo ,  rispettabile 
carica  ch'egli  funse.  Poscia  nel  con- 
cistoro de'  2 1  febbraio  1794  lo 
creò  cardinale  dell'  ordine  de*  dia- 
coni, ma  poco  sopravvisse,  onde 
non  potè  conseguire  la  diaconia 
cardinalizia.  Passò  dunque  agli  e- 
terni  riposi  in  Roma  dopo  breve 
malattia,  e  munito  de'  sagramenti 
della  Chiesa  e  dell'  apostolica  be- 
nedizione, quasi  all'improvviso,  a'  i3 
luglio  dello  stesso  anno  1794  e 
d'anni  sessantadue  :  il  suo  cadave- 
re fu  esposto  ed  ebbe  i  funerali 
celebrati  dal  cardinal  Caprara,  nel- 
la chiesa  di  s.  Maria  in  VoUicélla 
de'filippini,  donde  venne  trasportato 
in  quella  di  s.  Ignazio,  ove  fu  se- 
polto nella  cappella  di  s.  Luigi 
Gonzaga,  juspatronato  di  sua  no- 
bile famiglia,  per  averla  eretta  con 
quella  magnificenza  che  si  ammi- 
ra. Buone  furono  le  doti  dell'ani- 
mo ,  e  robuste  quelle  del  corpo , 
perciò  dotato  d'una  forza  singola- 
re :  la  sua  perdita  fu  compianta. 

LANCIA,  Reliquia  insigne.  Stru- 
mento di  ferro  col  quale  Longino 
ferì  ed  apri  il  costato  di  Gesù  Cri- 
sto appena  spirò  sulla  croce,  per 
assicurarsi  s' era  veramente  morto, 
e  ne  uscì  acqua  e  sangue.  11  p. 
Menochio  nelle  sue  Stuore  tom.  I, 
p.  5o8,  esamina  :  Chi  fosse  il  sol- 
dato,  che  con  la  lancia  aprì  il  co- 
stato  di  Cristo,  e  se  fu  cieco  e  poi 
illuminato,  e  se  ferì  il  lato  destro 
o  sinistro  del  Salvatore.  Questo 
Longino  sembra  clie  fosse  un  sol- 
dato, che  poi  abbracciò  il  cristia- 
nesimo, ^  patì  il  martirio  a  Cesa- 


88  LAN 

rea  nella  Cappadocia,  ond*  è  comu- 
nemente venerato  per  santo  a*  i5 
marzo.  11  Piazza  nell'  Enierologio 
di  Roma,  e  nel  Santuario  roma' 
noj  dice  che  nella  basilica  vatica- 
na si  venera  un  suo  braccio,  che 
l'altro  con  gian  parte  del  suo  cor- 
po si  conserva  nella  chiesa  di  s. 
Agostino,  altre  reliquie  di  lui  esi- 
stendo nelle  chiese  di  san  Marcel- 
lo, di  san  Giovanni  dei  fiorenti- 
ni e  de'  santi  Sergio  e  Bacco.  La 
lancia  cogli  altri  strumenti  della 
crocefissione ,  secondo  il  costume 
degli  ebrei, furono  sepolti  colla  Cro- 
ce (Fedi)^  nel  luogo  ov'era  segi,ii- 
ta.  L*  imperatrice  s.  Elena  madre 
di  Costantino  il  Grande,  porfatasi 
in  Gerusalemme  l' anno  826,  rin- 
venne la  croce,  i  chiodi,  la  lancia 
e  gli  altri  strumenti  della  passio- 
ne ;  ed  i  Bollandisti  scrivono  che 
la  sacra  lancia  s.  Elena  la  ritrovò 
a'  i5  marzo,  pag.  3 19.  La  lancia 
fu  inclusa  in  una  croce  di  legno  , 
e  collocata  venne  nel  portico  della 
chiesa  del  santo  Sepolcro  di  Ge- 
rusalemme alla  venerazione  de'  fe- 
deli, come  testifica  il  ven.  Beda, 
De' luoghi  santi  e.  2.  Dipoi  invasa 
la  città  dai  saraceni ,  fu  secreta- 
mente  trasportato  il  sacro  ferro  in 
Antiochia  e  sotterrato.  Nel  1098, 
narrano  diversi  storici  ,  ivi  si  ri- 
trovò per  prodigiosa  rivelazione  fat- 
ta da  s.  Andrea  ad  un  chierico 
chiamato  Pietro,  al  quale  coman- 
dò che  si  recasse  ai  principi  della 
prima  crociata,  e  dicesse  loro  che 
cercassero  la  sacra  lancia  nella  chie- 
sa di  s.  Pietro  sotterrata,  indi  con 
essa  marciassero  contro  i  saraceni 
che  gli  angustiavano  col  loro  nu- 
mero, ed  avrebbero  ottenuto  vit- 
toria. Cercata  la  lancia  nel  luogo 
indicato  dall'apostolo,  si  rinvenne 
CQa   gran   giubilo  d^' crocesiguati, 


LAN 

e  per  autenticarne  la  verità  Dio 
operò  molti  nnracoli,  come  afTenna 
il  monaco  Roberto,  Hist,  Hierosol. 
1.  7,  ed  il  Bosio,  De  triumph.  Cruc. 
e.  17.  Dapprima  fu  portata  in  bat- 
taglia dal  legato  apostolico  innanzi 
all'  esèrcito  cristiano ,  che  riporlo 
gloriosa  vittoria;  indi  venendo  pre- 
sa Gerusalemme  a'  5  luglio  1099, 
ivi  fu  la  reliquia  depositata,  donde 
fu  poscia  trasferita  in  Costantino- 
poli, dove  non  manca  chi  asserisca 
esservi  già  stata  sino  dal  VI  secolo. 
Sembra  che  in  Costantinopoli  il  sa- 
cro ferro  fosse  diviso  in  due  parti  ;  la 
punta  fu  collocata  nel  palazzo  im- 
periale, la  lancia 'nella  chiesa  del 
monastero  di  s.  Giovanni  della  Pie- 
tra. La  divisione  del  sacro  ferro  si 
attribuisce  a  Costantino  V  ,  per 
regalar  la  punta  o  cuspide  a  Car- 
lo Magno;  ovvero  a  Baldovino  II, 
di  cui  andiamo  a  parlare.  Baldo- 
vino II,  quinto  imperatore  latino 
di  Costantinopoli,  che  regnò  sino 
al  1261  e  mori  nel  1272,  tro- 
vandosi in  bisogno  di  denaro,  n'eb- 
be una  somma  dalla  repubblica  di 
Venezia,  dandogli  in  pegno  la  pun- 
ta della  lancia.  Indi  s.  Luigi  iX 
re  di  Francia  parente  dell'  impera- 
tore, col  suo  consenso,  ricuperò  dai 
veneziani  la  punta  della  lancia , 
pagando  il  denaro  che  avevano 
sborsato,  e  la  fece  porre  nella  san- 
ta cappella  da  lui  fabbricata  nel 
17.^1  in  Parigi  nel  suo  palazzo 
reale,  come  si  ricava  dal  Gretse- 
ro,  De  Cruce  lib.  I,  cap.  96,  ri- 
portato dal  Novaes  nella  vita  d'In- 
nocenzo Vili.  Della  punta  della 
sacra  lancia  da  Baldovino  li  data 
in  pegno  ai  veneziani,  e  dell'acquisto 
che  ne  fece  s.  Luigi  IX,  ne  tratta 
ancora  l'annotatore  del  Butler,  Fi- 
te  dei  padri,  ec,  maggio  p.  69 , 
edizione  veneta  del   1B24   di  Pat-» 


LAN 

taggia.  Che  Baldovino  II  donò  al 
detto  re  la  Corona  di  Spine  (Ve- 
di),  Io  dicemmo  a  quell'articolo, 
insieme  al  pagamento  che  s.  Luigi 
IX  perciò  fece  ai  veneti  d'un  im- 
preslito  fatto  all'imperatore  latino. 
li  rimanente  poi  della  lancia  restò  in 
Costantinopoli  ,  anche  dopo  che 
IMaometlo  II  nel  i453  s' impadronì 
della  città  e  dell'  impero ,  volendo 
che  le  insigni  reliquie  gelosamente 
si  conservassero  coi  tesori  impe* 
riali. 

Maometto  II  essendo  morto  nel- 
l'anno i48i,gli  successe  il  figlio  Ba- 
iazelte  II,  cui  disputò  il  trono  suo 
fratello  Zizimo,  del  quale  parlammo 
all'articolo  Costantinopoli  (Vedi), 
ed  altrove.  Zizimo  dopo  aver  tenta- 
lo la  sorte  delle  armi,  si  rifugiò 
in  Rodi  presso  il  gran  maestro  del- 
l'ordine  gerosolimitano  d'  Aubus- 
son.  A  questi  si  rivolse  Baiazette 
II,  acciò  gli  custodisse  il  fratello, 
che  assai  temeva.  Riputando  il  Pa- 
pa Innocenzo  Vili  che  assumendo 
lui  tal  custodia  ne  potesse  venire 
vantaggio  al  cristianesimo,  la  do- 
mandò ed  ottenne  dal  gran  maeslro; 
per  cui  il  principe  Zizimo  nel  i4^9 
fece  il  suo  Ingresso  solenne  in  Ro- 
ma (  f^edi  )  al  modo  detto  a  quel- 
l'articolo. Baiazette  II  prima  tentò 
di  far  avvelenare  il  Pontefice  ed 
il  fratello,  ma  non  essendogli  riu- 
scito, somministrò  ad  Innocenzo  Vili 
per  la  custodia  del  fratello  quaran- 
tamila scudi  d'oro  all'anno,  donan- 
dolo dei  prodotti  piìi  preziosi  dell'o- 
riente. Oltre  a  ciò  Baiazette  11,  per 
mezzo  dell'ambasciatore  turco  Clia- 
misbuergh  o  Cassà-Begh,  nel  i49^ 
gli  mandò  in  donativo  la  sacra  lan- 
cia, colla  spunga  e  la  canna  con- 
sacrate dalla  passione  del  Redento- 
re. Nel  giorno  primo  maggio  giun- 
se in   Ancona    l' ambascialore^  ove 


LAN  89 

i  due  legali  nominali  dal  Papa,  cioè 
l'arcivescovo  d'Arles    Rondano,  ed 
il   vescovo  di   Foligno  Borsiani,  fe- 
cero la  ricognizione    del    sacro  do- 
no, che  poi  portarono  in  processio- 
ne per  la  città,  in  cui  fu  concessa 
indulgenza  plenaria  a  quelli  che  vi 
intervennero:  il  vescovo  ed  il  clero 
anconitano  avevano  incontrata  la  re- 
liquia. La  sacra  lancia   sino  a   Ro- 
ma   fu  portata    con  continue    pro- 
cessioni, e  al   modo  che  si  portava 
la  ss.  Eucaristia  ne' viaggi  de'Papi, 
dentro  una  nobile  cassetta,  sopra  un 
cavallo  bianco  del  Pontefice,  prece- 
dendo un  lanternone  acceso.   Giun- 
ta la  preziosa  reliquia  in  Narni  la 
riceverono  i  due  cardinali  legati  a 
lalere  di  s.   Pietro  in  Vincoli  Giu- 
liano della  Rovere,    e  Giorgio  Co- 
sta   lisbonese;  arrivata  a  porta  Fla- 
minia di  Roma,  Innocenzo  Vili  ai 
3 1  maggio,  festa  dell'Ascensione,  si 
portò  a  riceverla  dai  medesimi,  qua- 
ranta  passi  fuori  della  porta,  vesti- 
to de' paramenti  pontificali.  Levatasi 
la    mitra  divotamente  la  baciò,  fa- 
cendola rinchiudere    in   un  bellissi- 
mo vaso    di  cristallo.    Quindi  por- 
tandola colle  sue  mani  con  solenis- 
sima  processione,  dalla  chiesa  di   s. 
Maria  del  Popolo,  si  recò  alla  ba- 
silica di  s.  Pietro.  Intervennero  al- 
la'processione  tutto  il  sacro  collegio 
cogli    abili    sacri,  il  clero  romano, 
il  capitolo    vaticano  presso  lo  sles- 
so Pontefice  ,    le     arciconfiaternite 
del    ss.    Salvatore,    del    Gonfalone, 
della  ss.  Annunziata   ed  altre,  tut- 
te con  torcie  accese,  non  che  l'am- 
basciatore turco,  che  nel  giorno  pre- 
cedente   avea    fatto    il    suo    ingres- 
so solenne  in  Roma.  Giunto  il  Pon- 
tefice alla  loggia  della  benedizione 
sopra  le  scale  di  s.    Pietro,  benedì 
col  sacro  ferro    l' innumerabile  po- 
polo, facendo  pubblicar  l'indulgenza 


90  LAN 

plenaria  in  latino  dal  cardinal  Riu- 
rio,  in  italiano  dal  cardinal  Colon- 
na, ambedue  diaconi.  E  perchè  il 
Papa  stanco  dal  lungo  viaggio  fat- 
to a  piedi  e  versando  lagrime  di 
divozione,  non  potè  cantar  messa 
in  s.  Pietro,  la  fece  cantare  dal  car- 
dinal Domenico  della  Rovere,  con 
l'assistenza  dei  cardinali  e  degli 
altri. 

Volendo  il  Pontefice  fabbricare 
in  detta  basilica  una  sontuosa  cap- 
pella per  ri  porvi  si  insigne  reliquia^ 
la  portò  intanto  nelle  sue  camere, 
venendo  assicurato  dall'ambasciato- 
re turco  della  sua  identità,  e  che  la 
punta  o  cuspide  di  essa  era  presso 
il  re  di  Francia.  Passali  pochi  gior- 
ni, Innocenzo  Vili  fu  assalito  da 
grave  infermità,  chiamò  a  sé  i  car- 
dinali, per  esortarli  ad  eleggere  un 
degno  successore,  e  ordinò  loro  che 
riportassero  il  sacro  ferro  alla  ba- 
silica di  s.  Pietro,  ciò  ch'essi  fece- 
ro a'  i6  luglio,  e  lo  collocarono 
nell'oratorio,  in  cui  si  conservava  il 
Sudario  o  Volto  santo  del  medesi- 
mo Redentore.  Mon  Innocenzo  Vili 
a'26  luglio  i49^j  "el  suo  deposito 
nella  basilica  vaticana  fu  rappresen- 
tato in  bronzo  dal  Pollaiolo  colla  lan- 
cia in  mano.  Il  suo  nipote  cardinal 
Lorenzo  Cibo,  già  canonico  di  s. 
l^ietro,  eseguendo  la  volontà  dello 
zio,  fece  fabbricar  nella  basilica  con 
disegno  di  Bramante,  e  nell'antica 
cappella  del  Salvatore  che  restaurò, 
un  grande  e  bel  tabernacolo  di 
marmo  per  riporvi  la  reliquia,  nel 
luogo  ove  è  ora  l'altare  di  s.  Lon- 
gino, nelle  grotte  vaticane ,  cioè 
sotto  la  statua  di  tal  santo,  e  fu 
terminato  nel  i49^«  Nel  taberna- 
colo o  ciborio,  chiuso  da  due  por- 
ticelle  di  bronzo,  fu  collocata  la  sa- 
cra lancia  a'  12  gennaio  i5oo,  da 
Andrea  della  Valle  vescovo  di  Co- 


LAN 

trone  e  canonico  valicano.  Nell'al- 
tare eravi  un'antica  immagine  della 
Beata  Vergine,  che  stava  nell'altare 
edificato  nell'VllI  secolo  da  s.  Gre- 
gorio HI.  Ma  per  la  struttura  della 
nuova  basilica,  sotto  Giulio  II  la 
cappella  fu  distrutta,  il  ciborio  fu 
disfatto  nel  i5o7  e  fu  trasferito  nel- 
l'ultima nave  della  vecchia  basilica, 
non  servendosi  piìi  pel  sacro  ferro, 
ma  per  mostrare  al  popolo  l'altre 
reliquie  della  basilica  ;  dappoiché  la 
lancia  fu  collocata  a*  22  novem- 
bre col  Sudario  nel  ciborio  di  Gio- 
vanni VII,  presso  il  quale  fu  eret- 
to il  sepolcro  d'Innocenzo  Vili.  Nel 
pontificato  di  Paolo  V  ai  2  i  mar- 
zo 1606  la  lancia  fu  col  Sudario 
trasferita  dalla  vecchia  basilica,  in 
un  pilastro  della  cupola,  donde  se 
ne  fa  l'oslensione  dalla  loggia  che 
resta  sopra  la  statua  di  s.  Veroni- 
ca. Ivi  stette  sino  al  primo  gennaio 
1624,  che  per  ordine  di  Urbano 
Vili  fu  la  lancia  posta  nel  ciborio 
del  pilastro  opposto,  ove  conservasi 
la  testa  di  s.  Andrea,  finche  il  luo- 
go fosse  restaurato.  Di  li  nel  1625 
a'23  dicembre  fu  riportata  con  so- 
lennità nel  luogo  del  Sudario,  nella 
qual  traslazione  sostenne  l' asta  del 
baldacchino  con  sette  altri  signori 
l'arciduca  d'Austria  Leopoldo.  Sic- 
come nel  i52  7  pel  sacco  di  Roma 
operato  dai  scellerati  soldati  di  Bor- 
bone, la  reliquia  della  lancia  tratta 
dal  tabernacolo  fu  gittata  in  terra, 
onde  il  vaso  che  la  conteneva  ave- 
va molto  sollerlo,  cosi  il  cardinal 
Francesco  Barberini  nipote  di  Ur- 
bano Vili  ed  arciprete  della  basi- 
lica, a*25  maggio  i634  donò  un 
nobile  vaso  di  cristallo  di  monte 
di  gran  valore,  legato  in  oro,  onde 
cavata  la  sacra  lancia  da  quello  al- 
quanto rotto  d'Innocenzo  Vili,  nel 
nuovo  liiK*ipo§i{i  e  tuttora  si  con- 


LAN 

serva.  Benedetto  XIV  racconta,  De' 
healìf.  et  canoniz.  t.  IV,  p.  Il,  e. 
3i,n.  i3,  che  mentre  era  canoni- 
co valicano,  fece  venire  da  Parigi 
la  giusta  misura  delia  cuspide  del 
sacro  ferro  ,  che  conservavasi  in 
quella  cappella  reale,  e  che  aven- 
done fatto  il  confronto  colla  lan- 
cia spuntata,  trovò  che  ambedue 
le  parti  corrispondevano  perfetta- 
mente, e  con  tanta  uniforniità  che 
escludeva  ogni  dubbio  dell'  identità 
del  ferro  e  della  verità  d'ambedue 
le  reliquie.  Quanto  all'  ostensione 
pubblica  e  privata  della  lancia,  ne 
parleremo  all'articolo  Volto  vSanto, 
ove  pure  si  diranno  altre  analoghe 
notizie. 

Sulla  sacra  lancia  e  sul  donativo 
di  essa  si  possono  consultare  i  se- 
guenti autori.  Tommaso  Bartolini, 
De  lalere  Christi  aperto,  Lugduni 
Bat.  1646.  Gisb.  Voeti,  Disaertalio 
de  perfosso  lalere  Christi,  in  ejus  Dis- 
put.  //leo/.,  p.  II,  195,  Ultraj.  i655. 
Gaspare  Sagittario,  Z^m^/V.  ^e  La/i- 
cea  qua  perf ossimi  Christi  latita,  Je- 
nae  iGyS.  Enoch  Svantenio,  Lan- 
cea  militaris,  qua  Christi  lata  per- 
fossiun,  Roslochi  1686.  Jo.  David 
Roelerus,  De  imperiali  sacrae  Lati- 
ceae,  Altorf  lySi.  Il  Thiers  riferi- 
sce la  superstizione  di  quelli  che 
portavano  indosso  la  misura  del- 
la piaga  del  costato  di  Gesù  Cristo 
per  salvarsi  da  tutti  i  pericoli  :  Des 
superstilions  t.  I,  p.  3 12.  Vittorelli 
nelle  Aggiunte  al  Ciacconio  t.  HI, 
col.  100,  P'it.  Ponti/.,  ove  diffusa- 
mente parla  di  questa  reliquia,  co- 
me della  canna  e  della  spiniga. 
Diario  del  Nantiporto  presso  il 
Muratori,  Ber.  Ital.  t.  Ili,  p.  II, 
I  108.  Notice  da  journal  de  Bar- 
card  par  m.r  de  Brequignf,  dans 
les  notices,  et  cxlraits  des  mss.  de  la 
hible   diL  rei,  Paris     17B7,   p.    9-2. 


LAN  91 

L'Infessura  presso  il  Rinaldi  all'an- 
no i49'2.  La  costituzione  4  d'  Ales- 
sandro VI,  Bullar.  tom.  I,  pag. 
468;  e  Sandini,  f/ist.  faniiliae  sa- 
crae, de  Christo  Domino ^  cap.  XV, 
pag.  238  e  289,  parlano  delle 
reliquie  della  lancia,  della  canna  e 
della  spuiiga  donate  ad  Innocenzo 
Vili.  Torrigio,  Le  sacre  grotte  va' 
ticane,  p.  19,  209  e  seg.,  e  210. 
Severano,  Memorie  sacre  p.  160 
e  seg.  Un'altra  simile  lancia  si  con- 
serva in  Praga,  altri  dicono  in  No- 
rimberga, mandata  dall'imperatore 
Enrico  I  V  Uccellatore,  c\\e  l'ebbe  da 
Ridolfo  II  re  di  Borgogna,  ed  era 
la  medesima  che  usava  l'imperato- 
re Costantino  il  Grande,  il  quale 
l'avea  fatta  fare  a  similitudine  di 
quella  che  ferì  il  costato  del  Reden- 
tore, col  ferro  comune  e  con  qual- 
che parte  de  Chiodi  [f^edì),  che 
servirono  per  affìggerlo  in  croce,  co- 
me scrivono  l'abbate  Uspergense  in 
Chron.  p.  i53  ;  Sigiberto  in  Clvon. 
ad  an.  929;  e  Luitprando,  Hisc.  lib. 
IV,  cap.  12.  Di  questa  lancia  ne 
parla  il  Severano  a  p.  632.  Nel 
XIV  opuscolo  del  p.  Calogerà  si 
esamina  se  Enrico  I  V  Uccellatore 
acquistasse  la  sacra  lancia.  Gugliel- 
mo Malmesbury,  De  gè siis  Angiomi it 
lib.  I,  e.  6,  dice:  Lancea  Caroli 
M.  ferehatur  eadem  esse,  quae  Do- 
miiiico  lateri,  centurionis  marni,  fuit 
ìmpacta  pretiosi  vulneris  jactu  Pa- 
radisuni  miseris  morta  libns  a  perni t. 
Cosi  il  Baronio  all'anno  929,  n.  5. 
Alcuni  credettero  che  il  centurio- 
ne fosse  il  soldato  che  colla  lancia 
aprì  il  costato  di  Cristo.  11  Sarnel- 
li,  Lett.  eccl.  t.  V,  lett.  XLI,  parlan- 
do della  sacra  lancia,  riporta  quan- 
to il  Rinaldi  dice  all'anno  i354j  n. 
18.  Carlo  IV  imperatore  ricuperò 
la  lancia  del  Signore  (  devesi  inten- 
dere quella  formala  '  con  parte  dei 


9-2  LAN 

chiodi  ),   ì    cliiodi,  e  parte  dollu  ss» 
Croce,  e  la  fece  tiasportare   in  Pra- 
ga, capitale  del  suo  regno  di   Boe- 
mia, con  gran  giubilo.  Il   Papa  In- 
nocenzo VI   ad  istanza  di  Carlo   IV 
gli  diede  facoltà  che  le  dette  sacre 
memorie  della  Passione  del   Reden- 
tore   si  esponessero  sull'altare  alla 
pubblica    venerazione    de'fedeli,    ed 
instituì  la  festa  della  Lancia  e  dei 
Chiodi  nella   feria  VI  ossia   venerdì 
dopo  l'ottava  di  Pasqua  di  Risurre- 
zione,   concedendo  anche  per    quel 
giorno    i'  indulgenza  ;    diffondendosi 
il  Pontefice  nel  suo  diploma    in  en- 
comi su  detti  strumenti,  specialmen- 
te della  sacra  lancia,  che   riporta  il 
Sarnelli.   Aggiunge  questi,  se  tutte 
queste  memorie  sono  d'  una   istes- 
sa  lancia ,     o  se   della    stessa    lan- 
cia mescolata  con  altro  ferro  se  ne 
fecero  più  lancié,  conchiude  bastar 
che  noi  veneriamo  non  il  ferro  come 
tale,  ma  la  Passione  di  Cristo  nel  fer- 
ro. Il  Marini,  Archiatri  t.  Il,  p.  4^)  di- 
ce che  nella  cappella  o  oratorio  dello 
spedale  di  Siena,  tra  le  reliquie  in- 
signi che  possiede,  vi   è  parte  della 
sacra  lancia.  F^.  Giovanni   Gretsero, 
In  Syntagniale  de  ss.   Relìquiis^   et 
regnlibus    monumentis  ,    praesertim 
quadruplici    lancea  ,     Doniiiiica   , 
Mduriliana,  Conslantiniana  et  Ca- 
rolina. Ada  s.  Longini  militis,  cura 
comm.  praevio,  et  notis  in  r  i  martii. 
Bollaud.  p.376,  et  apud  Surium   i5 
martii  pag.    177.  Jo.   Henr.   a  See- 
len,   Commentatio    de    festo    Lan- 
cea   et    Clavoruniy    quibus  Corpus 
Christifuit  perfossuiUy  in  ducala  Ère- 
mense  diu    celebrato.    Ext.  in  ejus 
Mise.    Luheccae   1734,    par.    I,  p. 
339.  E  noto  che  lancie  con  cui  fu- 
rono trafitti   tanti  santi    martiri,  si 
seppellivano  co'loro  venerabili  corpi. 
Il  Piazza   nel  citalo  Santuario  Ro- 
inauo,  scrive    a  p.   317,    che  nella 


LAN 

chiesa  di  s.  Eustachio  si  conserva  tra 
le  reliquie  la  lancia  che  usava  quel 
cavaliere  romano,  e  tuttora  si  espo- 
ne nel  dì  della  sacra,  in  quello  del 
santo  e  in  altri  giorni.  S.  Giorgio, 
che  ha  tanti  ordini  equestri  sotto 
il  suo  nome,  è  rappresentato  in  at- 
to di  ferire  con  una  lancia  il  dra- 
go, come  dicesi  agli  articoli  di  det- 
ti ordini,  spiegandosi  in  quello  di 
s.  Giorgio  di  Rosmonte,  perchè  co- 
sì viene  lappresentato  il  santo. 

LANCIANO  (Lancianen).  Città 
coli  residenza  arcivescovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia  del- 
TAbruzzo  citeriore ,  capoluogo  di 
distretto  e  di  cantone,  posta  parte 
in  piano  e  parte  in  colle,  sulla  de- 
stra riva  del  torrente  Feltrino,  e 
sulla  riviera  del  suo  nome,  che  si 
getta  quivi  nel  mare  Adriatico,  for- 
maiìdovi  un  piccolo  porto.  Ha  due 
sobborghi,  alcuni  cospicui  edifizi  , 
distinguendosi  Ira  i  sagri  la  metro- 
politana. Il  suo  commercio  è  flori- 
dissimo, e  la  gran  fiera  che  vi  si 
tiene  nel  maggio,  e  poscia  nella 
prima  metà  di  settembre,  vi  attira 
uno  straordinario  concorso.  11  suo 
distretto  contiene  otto  circondari  o 
cantoni  ,  alcuni  autori  credettero 
essere  stata  questa  città  fabbrica- 
ta sulle  rovine  dell'  Ansanuni  o 
Auxanuni  o  Anaxanuni,  città  dei 
frentani,  popoli  del  Sanuio,  donde 
sembra  averne  preso  il  nome,  chia- 
mandosi pure  LausanOy  Lancìana 
o  Lanzano. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  da 
Leone  X  nel  i5i5,  che  ne  fece 
pi  imo  vescovo  Angelo  Maccafani, 
dichiarandola  immediatamente  sog- 
getta alla  santa  Sede.  Gli  arcive- 
scovi di  Chieti  mal  sofferendo  che 
la  città  di  Lanciano,  ch'era  stata  di 
loro  dipendenza,  fosse  così  sogget- 
ta al  Pontefice,  fecero  ogni  sforzo 


LAN 

per  opporsi  al  vescovo,  il  quale 
però  sostenne  vigorosamente  la  sua 
esenzione  contro  di  essi,  e  gover- 
nò la  chiesa  con  sollecitudine  pa- 
storale. Portatosi  nel  i5i7  in  Ro- 
ma al  concilio  generale  Lateranen- 
se  V,  intervenne  alla  X  sessione, 
indi  morì  nelfe  calende  di  dicem- 
bre. Ad  istanza  dell'  imperatore 
Carlo  V,  nel  i532  Clemente  VII 
fece  secondo  vescovo  il  cardinale 
Egidio  Canisio  da  Viterbo  a'  io 
aprile,  il  quale  mori  nel  medesi- 
mo anno  a'  12  novembre.  Nel 
i533  gli  successe  Michele  Fortini 
belga  domenicano,  ed  a  questi  Gio- 
vanni de  Salazar  spagnuolo,  falto 
nel  i54o  da  Paolo  IH,  che  fu  al 
concilio  di  Trento,  e  morì  in  Ispa- 
gna  nel  i555.  Nel  seguente  anno 
Paolo  IV  dichiarò  quinto  vescovo 
Pompeo  Piccolomini  d'  Aragona, 
figlio  del  duca  d'Amalfi,  che  a' 16 
gennaio  i56o  Pio  IV  traslatò  a 
Tropea;  indi  a'  26  dello  stesso  me- 
se fece  vescovo  di  Lanciano  Leo- 
nardo Marini  genovese  domenica- 
no, vescovo  di  Laodicea,  personag- 
gio cospicuo  per  virtù.  A  fine  di 
far  cessare  le  contestazioni  coll'ar- 
cìvescovo  di  Chieti,  il  vescovo  ed 
il  re  di  Spagna  Filippo  II,  otten- 
nero da  Pio  IV  che  erigesse  Lan- 
ciano in  sede  arcivescovile,  ciò  che 
ebbe  luogo  a' 26  febbraio  i562. 
II  Pontefice  non  gli  assegnò  suf- 
fragane!, che  non  ha  tuttora,  ed 
il  Marini  fu  il  primo  arcivescovo. 
Intervenne  al  concilio  di  Trento, 
e  nel  i566  s.  Pio  V  lo  trasferì 
alla  sede  d'Alba  nel  Piemonte;  poi 
nel  i568  gli  fece  succedere  Et- 
tore Piscicelli  nobile  napoletano, 
vicecancelliere  del  regno.  Nel  1570 
s.  Pio  V  traslatò  a  questo  arcive- 
scovato, dalla  sede  di  Monte  Ma- 
rano, fr.  Antonio  di  s.  Michele  dei 


LA.^  93 

minori  spagnuolo,  che  pose  la  pri- 
ma lapide  alla  chiesa  di  s.  Bar- 
tolomeo che  fece  consecrare  dal 
vescovo  d'Alba  Marini,  assistito  da 
quelli  di  Ortona  e  Valva.  Grego- 
rio XIII  lo  spedì  delegato  nella 
Spagna  per  la  guerra  contro  il 
turco.  Nel  1^79  divenne  vescovo 
Mario  Bolognini  nobile  di  Cajaz- 
fo,  degno  d'ogni  lode;  pose  la 
prima  pietra  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria degli  Angeli,  e  fu  traslato  a 
Colrone.  Gli  successe  nel  i588  Paolo 
Tasso  napoletano,  probo  e  dotto,  che 
benedì  la  prima  pietra  per  la  chie- 
sa di  s.  Maria  della  Sanità,  ed  eres- 
se la  sepoltura  arcivescovile  nella 
cattedrale  avanti  l'altare  della  B. 
Vergine^  ove  fece  tumulare  i  pre- 
decessori. Da  Minervino  nel  i6oe) 
vi  fu  traslatò  fr.  Lorenzo  Calati- 
na  de'minori,  che  fu  succeduto  nel 
1618  da  fr.  Francesco  Romerio 
carmelitano  spagnuolo.  rei  1621 
trasferito  a  Vigevano.  Nel  seguen- 
te anno  fu  arcivescovo  Andrea  Ger- 
vasi  calabrese,  zelante  difensore 
dell'immunità  ecclesiastica  :  a  pro- 
prie spese  aprì  il  monastero  delle 
monache  Clarisse;  rifece  l'episcopio 
più  comodo  dell'antico;  fu  carita- 
tevole e  giusto.  Nel  1669  venne 
fatto  arcivescovo  fr.  Alfonso  Alva- 
rez  Baiba  carmelitano  spagnuolo, 
traslato  a  Brindisi  nel  1673;  on- 
de gli  fu  successore  Francesco  An- 
tonio Carafa  patrizio  napoletano  , 
celebre  teologo  teatino,  che  nel 
1675  passò  a  Catania.  Fr.  Em- 
raanuele  della  Torre  spagnuolo, 
religioso  della  Mercede,  divenne 
arcivescovo  nel  1688,  Gli  successe- 
ro nel  1695  Giovanni  Monreale 
di  Brindisi,  traslato  nel  1696  a 
Reggio;  nel  1697  fr.  Barnaba  de 
Castro  toletano,  assistente  genera- 
le degli  agostiniani;  nel     1701  fr. 


94  I-  A  N 

Giovanni  Uva  di  Melfi  francesca- 
no; e  nel  1719  Antonio  Paterno 
nobile  napoletano.  Con  esso  TU- 
ghelli  nel  tom.  VI,  p.  786  e  seg. 
óc\['  Jtalia  sacra,  termina  la  serie 
degli  arcivescovi,  proseguita  sino  a 
noi  dalle  annuali  Notizie  di  Ro- 
ma . 

Pio  VII  a'  6  aprile  18 18  di- 
cliiai'ò  arcivescovo  Cv.  Francesco 
IMaria  de  Luca  di  Ponticelli  dio- 
cesi di  Napoli,  indi  colla  lettera 
apostolica  De  utiUori^  V  kal.  julii 
1818,  soppresse  la  sede  vescovile 
d'  Ortona  (Vedi\  ed  in  perpetuo 
l'unì  a  Lanciano.  Sotto  il  medesi- 
mo arcivescovo,  il  regnante  Papa 
Gregorio  XVI  colla  bolla  Ecclesia- 
rum  omnium  sollicitndojde  19  feb- 
braio 1834,  ripristinò  la  sede  ve- 
scovile di  Ortona,  assegnandola  pe- 
rò in  perpetua  amministrazione  del- 
l'arcivescovo di  Lanciano  pro-tem- 
pore. Per  morte  del  mentovato  ar- 
civescovo, lo  stesso  Pontefice  nel 
concistoro  de'  i3  dicembre  1889 
preconizzò  successore  l' odierno  ar- 
civescovo monsignor  Lodovico  Riz- 
7.uti  di  Bocchigliero  arcidiocesi  di 
Rossano.  La  cattedrale  della  me- 
tropolitana di  Lanciano ,  recente 
ed  elegantissimo  edifìzio,  è  sacra  a 
Dio,  in  onore  della  Beata  Vergine 
Maria  di  Ponte.  Il  capitolo  si  com- 
pone di  due  dignità ,  la  prima  è 
Gl'arciprete,  la  seconda  il  primice- 
rio; di  dodici  canonici  comprese 
le  prebende  del  teologo  e  del  pe- 
nitenziere, noncbè  di  ebdomadari 
ed  altri  preti  e  chierici  addetti  al 
servigio  divino.  L'arciprete  memo- 
rato ha  la  cura  d'anime  non  nella 
metropolitana,  ma  nella  chiesa  di 
s.  Maria  Maggiore  ov'  è  il  fonte 
battesimale,  venendo  coadiuvato  da 
alcuni  preli.  11  palazzo  arcivesco- 
vile, buon  edifìzio,  è  alquanto   di- 


LAN 
stante  dalla  cattedrale.  Oltre  la 
detta  parrocchia,  nella  città  ve  ne 
sono  tre  altre,  tutte  munite  del  sa- 
cro fonte.  Vi  sono  due  conventi 
con  religiosi ,  un  monastero  con 
monache,  il  conservatorio  di  s.  Car- 
lo, otto  confraternite,  il  seminario 
per  ambedue  le  diocesi.  La  diocesi 
unita  comprende  circa  venti  miglia 
di  paese,  contenendo  molli  luoghi. 
I  fruiti  delle  rendite  delle  due 
mense  sono  tassati  ne'  libri  della 
camera  apostolica  in  fiorini  34o, 
corrispondenti  a  circa  35oo  ducati 
moneta  napoletana  di  rendita  annua. 
L ANGLE  -  SPEZZATE  ,  Lances 
Spezzatae.  Antica  e  nobile  guardia 
pontifìcia  di  cavalieri  ed  altri  ti- 
tolati, a  piedi  ed  a  cavallo,  all'in- 
timo e  personale  servizio  del  som- 
mo Pontefice,  i  di  cui  membri  e- 
rano  chiamati  Cavalieri  della  guar- 
dia di  Nostro  Signore,  e  comune- 
mente Lande  spezzate.  1  diziona- 
ri della  lingua  italiana  e  delle  ori- 
gini, ecco  come  definiscono  il  vo- 
cabolo Lancia.  »  Strumento  di  le- 
gno di  lunghezza  intorno  a  cinque 
braccia,  con  ferro  in  punta  e  im- 
pugnatura da  pie,  col  quale  i  ca- 
valieri in  battaglia  feriscono.  In 
appresso  dai  nostri  antichi  scritto- 
ri, lancia  nominossi  ogni  specie  di 
arme  in  asta,  ed  alcuni  parlarono 
ancora  di  lancie  manesche  che  si 
lanciavano,  le  quali  dette  furono 
poi  più  comunemente  lanciotti.  Lan- 
cia si  disse  ancora  talvolta  un  ca- 
valiere armato  di  lancia,  e  il  no- 
me di  lancia  spezzata  applicossi 
a  chi  assisteva  alla  persona  del 
principe".  Che  questi  cavalieri  lan- 
de spezzate  erano  compresi  tia  i 
cubiculari  del  Papa,  considerati  ca- 
merieri laici  di  spada  e  cappa  per- 
chè come  questi  vestivano  essendo 
in  anticamera  ;  che  assistevano  alle 


LAN 
cappelle  dietro  i  banchi  de'  cardi- 
nali ;  die  cavalcavano    per    Roma 
quando  usciva  il  Ponlefice ,  anche 
nelle  solenni   cavalcale,  ed  allora  si 
armavano;  e  che  in  origine,  secon- 
do il  Bonanni,   non    erano  nobili , 
divenendolo  quando  funsero  V  uffi- 
cio i  cavalieri  gerosolimitnni,  lo  di- 
cemmo al  voi.  VII,  pag.   39  e  4^ 
del  Dizionario.  Veramente,  come  si 
dirà,  in  principio  i  membri  di  que- 
sto corpo  furono  nobili,    poi  sotto 
Clemente  Vili  erano  tutti  capita- 
ni riformati,  indi  tornarono  ad  es- 
sere nobili,  massime  da  Innocenzo 
XII  in  seguito.    Eletto    nel     17^4 
Benedetto  Xill,  per  eccessiva  umil- 
tà   e    moderazione    volendo     uscir 
di  palazzo  privatamente,  e  solo  la- 
sciatosi persuadere  dell'accompagno 
di  poche  guardie,  cassò   come    su- 
perflua questa  delle  la n eie    spezza- 
te. Ritornata  in    esercizio    nel    se- 
guente ponlificato ,    cioè   dodici  in 
paga    con    molti    soprannumeri ,   i 
quali  poi  per  anzianità    entravano 
in  posto  alla  vacanza,  terminò  nel 
declinare  del  secolo  decorso  per  le 
note  politiche  vicende.  Istituita  nel 
1801   da  Pio  VII  la  Guardia  no- 
bile  pontificia    {Fedi\    le    antiche 
lancie  spezzate  conservando  il  loro 
onorario  e  rango  di    colonnello    vi 
furono  ammesse  con  grado  di  esenti 
della  medesima,  perdendo  1'  antica 
denominazione  e  l'uniforme  ;  luna  e 
l'altra  però  continuarono  a  ritenere 
le  lancie  spezzate  esistenti  fuori  di 
Roma.  Quanto  alle  lancie  spezzate 
soprannumeri,  furono  anch'essi  in- 
corporati alle  guardie  nobili  col  gra- 
do di  cadetti  ed   il    rango    di    te- 
nenti colonnelli,  che  già  avevano, 
ma  senza  soldo,  che  dovevano  solo 
percepire  nel  passaggio    ad    esenti. 
Questa  guardia  pontificia  delle  lan- 
cie  spezzate  isembra    fche  sia  stata 


LAN  95 

istituita  dopo  quella  à^: Cavalle f^^ie- 
ri  (Vedi)j  per  lo  più  si  coujpose  di 
dodici  cavalieri,  ed  era  la  più   vi- 
cina per  la  custodia  della  persona 
del  Tonlefice.  Si  volle  assomigliare 
a  quella  che  introdusse   nel  palaz- 
zo   imperiale     Sergio    Galba ,    che 
nell'  anno  68   di  nostra  era  diven- 
ne imperatore  romano,  che  al  di- 
re di  Svetonio,  quel  principe  :  de- 
legit    et    equestris   ordinis  juvenes, 
qid  manente  annuloruni   aurtoruni 
usa    evocati    appellare ntur ,    excu- 
hiasque  circa  cubiculuni  smini  age- 
renl.   Questa    guardia    non    trovasi 
nominata  prima  di  Paolo    IV    del 
i555,  il  (jujjle  avendo  fatte  molte 
grazie  al   popolo  romano,  si  acqui- 
stò in  modo  la  sua  aflezione ,  che 
narra  il  Panvinio  :  ad  testificanduni 
grati   aninn    sludiuni,    solenmi  de- 
cretO)  statuani   ei  in  Capìtolio  mar- 
moreani  aiiVqnaruni  more   erexit, 
et  cenluni  amplius  cives    et  nobili-' 
tate  electij    qui    sine    stipendio   ss. 
Ponti  fi  ci s  per  vices  perpetui    custo- 
des  novo  exeniplo  essent,  equites  ah 
eo  creati.  Di  ciò  parla  più  ampia- 
mente Pietro  Nores  nella  storia  mss. 
della  guerra  di  Paolo  IV  contro  gli 
spagnuoli.  Scrive  egli   che    il  Pupa 
il  giorno  5  dicembre    i  555,  tenuta 
cappella,  in  essa  creò  centoventi  ca- 
valieri  tutti  romani,    chiamati    ca- 
valieri  della  fidi\G  o  della  colomba. 
Ad  essi  commise  la    guardia    della 
sua  persona,  facendo    a    tutti  asse- 
gnare stanze  nel  palazzo    apostoli- 
co; ordinò  loro  di  dividersi  in  do- 
dici decurie,   una  delle    quali    mai 
^i  allontanasse  dall'anticamera  pon- 
tificia,   ina    però  tutti    dovrebbero 
servire    ed    accompagnare    il  Papa 
quando  uscisse  in   pubblico.  Il  dia- 
rista contemporaneo    Cola    Colei  ne 
nota  il  giorno  che  questa    guardi.i 
cominciò  a    prestar   servigio,    cioè 


96  LAN 

agli  1 1  dicembre,  e  dieci  per  gior- 
no. Poco  darò  questa  dimostrazio- 
ne di  filiale  affetto  del  popolo  ro- 
mano verso  Paolo  IV ,  dappoiché 
sdegnandosi  per  le  conseguenze  del- 
la guerra  cogli  spagnuoli,  i  quali  ca- 
gionavano gravi  danni  a  Roma , 
suoi  dintorni  ed  altri  luoghi  dello 
stato,  dimostrò  con  molti  segni  la  sua 
disapprovazione.  Ed  è  perciò,  come 
nel  1 558  scrisse  l'ambasciatore  vene- 
to Navagero  alla  signoria,  che  Paolo 

IV  ormai  appena  guardava  i  cento 
suoi  cavalieri,  il  qual  numero  a  poco 
a  poco  diminuì  talmente,  che  soli 
due  o  tre  comparivano.  Ascanio 
Cen torio,  ne'  Commentari  delle  guer- 
re d' pAiropa  par.  II,  lib.  3,  p.  96, 
parla  di  essi.  In  seguito  si  ridusse- 
ro al  numero  di  dodici  con  paga, 
e  vi  furono  ammessi  anche  di  al- 
tre nazioni  col  nome  di  Laucie 
spezzate.  In  fatti  ne*  ruoli  della 
Famìglia  pontificia  (Vedi)  di  Sisto 

V  del  i585,  si  trova  che  due  lan- 
cie  spezzate  di  guardia  avevano  dal 
palazzo  apostolico  la  parte  di  pa- 
ne, vino,  ec.  Già  sotto  Clemente 
Vili  le  lancie  spezzate  erano  tutti 
capitani  riformati,  avevano  la  detta 
parte,  più  scudi  tre  mensili  pel  com- 
panatico. Nei  ruoli  palatini  di  Pao- 
lo V  del  1 6 1 5  si  legge  che  sei 
lancie  spezzate  avevano  la  dispensa 
della  cera  per  la  candelora.  Sei  e- 
gnalmente  erano  effettive  nei  pon- 
tificati di  Urbano  VJII  ed  Inno- 
cenzo X  col  godimento  de'  nomi- 
nati proventi. 

Nella  Relazione  della  Corte  di 
Roma^  del  cav.  Lunadoro,  edizio- 
ne di  Bracciano  1646,  p.  11  e  29, 
parlando  del  generale  delle  guar- 
die di  sua  Santità,  e  delle  due 
compagnie  di  cavalleggieri,  si  dice 
eh'  eranvi  dodici  lancie  spezzate , 
eh'  erano  tutti    capitani   riformati , 


LAN 

i  quali  avevano  quindici  scudi  al 
mese,  oltre  quanto  gli  passava  il 
palazzo.  Ivi  pur  si  narra  che  nel 
palazzo  apostolico  facevano  la  guar- 
dia dodici  cavalleggieri  e  quattro 
lancie  spezzate,  oltre  cinquanta  sviz- 
zeri. Dice  inoltre  il  Lunadoro  che 
ancora  i  generali  di  Ferrara  e  di 
Avignone  aveano  per  distinzione 
alcune  lancie  spezzate  ,  s' intende 
diverse  dalle  pontifìcie.  Dai  ruoli 
palatini  inoltre  rilevasi  che  sotto  A- 
lessandro  VII  nel  1657  e  nel  1662 
erano  sei  le  lancie  spezzate  ;  in 
quelli  di  Clemente  X  del  1675 
venivano  chiamate  cavalieri  di 
guardia,  con  scudo  uno  e  baiocchi 
sessantadue  e  mezzo  per  cadauno, 
ed  il  pane  papalino;  in  quelli  del 
1679  d'Innocenzo  XI  sono  pure 
così  denominati  in  numero  di  sei; 
leggendosene  sette  sotto  Innocenzo 
XII  nel  1693;  più  tre  con  scudi 
dieciolto  e  baj.  cinquanta  per  o- 
gnuno.  Ne'  ruoli  di  Clemente  XI 
del  1706  i  cavalieri  di  guardia  a- 
vevano  scudi  diecisette  e  baj.  cin- 
quanta per  ciascuno,  sei  dei  quali 
scudo  uno  e  baj.  sessantadue  e  mez- 
zo per  companatico,  e  solo  pane 
avevano  per  parte.  Ne'  ruoli  di 
Clemente  XII  del  1738  dodici  e- 
rano  i  cavalieri  di  guardia ,  con 
scudi  venti  per  ognuno,  più  due 
soprannumeri  senza  onorario.  Nel 
1744  sotto  Benedetto  XIV  erano 
tredici ,  eh'  ebbero  medaglie  d' oro 
e  d'argento  per  la  festa  di  s.  Pie- 
tro; nel  1752  se  ne  trovano  se- 
dici registrati.  Nel  pontificato  di 
Clemente  XIII,  l'anno  1765  si  leg- 
gono dieci  guardie  con  scudi  venti 
ognuno,  otto  senza  paga ,  perchè 
soprannumeri.  Finalmente  nel  pon- 
tificato di  Pio  VI,  l'anno  1778 
dieci  erano  i  cavalieri  lancie  spez- 
zate con  scudi   venti,   con  otto  so- 


LAN 

prannumeri  senza  nulla.  Nelle  an- 
nuali Notizie  di  Roma  si  pubbli- 
cavano le  lande  spezzate  sotto  la 
categoria  della  Famiglia  pontificia^ 
dopo  i  cappellani  segreti,  e  prima 
dei  camerieri  segreti  partecipanti 
di  spada  e  cappa.  Nelle  notizie  del 
1798  i  cavalieri  di  guardia,  o  sia- 
no lande  spezzate,  erano  nove^  i 
soprannumerari  otto,  i  soprannu- 
merari d'onore  ventitre:  i  primi  ed 
i  secondi  tutti  romani,  i  terzi  del- 
le città  e  luoghi  dello  stato  ponti- 
fìcio, con  qualche  romano.  Da  ciò 
rilevasi  che  i  cavalieri  di  guardia 
effettivi  ed  i  loro  soprannumeri  con 
successione  dovevano  essere  roma- 
ni e  lutti  nobili.  Ora  riporteremo 
alcuni  passi  della  Storia  de' posses- 
si che  i  Papi  presero  della  basili- 
ca Lateranense,  del  Cancellieri,  ai 
quah  intervennero  le  lancie  spez- 
zate; laonde  si  vedrà  come  vesti- 
vano, il  luogo  ove  incedevano,  e 
quali  attribuzioni  disimpegnavano 
in  sì  solenni  funzioni. 

Nel  possesso  di  Leone  XI  del 
i6o5,  dopo  gli  uditori  di  rota 
cavalcavano  le  lancie  spezzate  del 
Papa,  armati  di  arme  bianche,  se- 
guendo l'ambasciatore  di  Bologna 
ed  i  consevalori  di  Roma.  Nel  pos- 
sesso di  Gregorio  XV  del  1 62 1 

lances  spezzatae  armatae  equitan- 
tes  ante  et  retro,  ut  equitatio  pro- 
cederet.  Nel  possesso  di  Clemente 
IX  del  1667,  precedevano  la  pom- 
pa i  cavalleggieri,  seguiti  da  due 
lancie  spezzate  di  sua  Santità  con 
bellissimi  e  ricchi  abiti  con  petti 
a  botta,  e  bracciali  di  fine  armi 
bianche,  quali  distribuitisi  per  la 
cavalcata,  or  qua  or  là  scorrendo 
la  regolavano,  acciocché  ordinata- 
mente e  senza  fermarsi  quelli  che 
la  componevano,  seguissero  con  mae- 
stà e  senza  confusione  il  comiociato 

VOL.    XXXVII. 


LAN  97 

viaggio.  Nel  possesso  d' Innocenzo 
XI  del  1676,  dopo  i  cavalleggieri 
incedevano  le  lancie  spezzate  di  Sua 
Santità, ec.  Nel  possesso  di  Alessandro 
Vili  del  1689,  dopo  i  cavalleggieri 
cavalcavano  due  lancie  spezzate  di 
Nostro  Signore,  con  belli  e  ricchi 
abiti  e  petti  a  botta,  e  bracciali  di 
finissime  armi  bianche,  ec.  Nel  pos- 
sesso d'Innocenzo  XII  del  1691, 
due  lancie  spezzate  a  cavallo  dopo 
i  cavalleggieri  regolavano  l' anda- 
mento della  pompa,  seguiti  dai  va- 
ligieri  de*  cardinali ,  ec.  Nel  pos- 
sesso di  Clemente  XI  del  1701  , 
ai  cavalleggieri  andavano  appresso 
quattro  lancie  spezzate  di  sua  San- 
tità, regolando  l' ordine  prescritto 
dai  maestri  di  cerimonie,  ec;  indi 
ai  due  lati  del  cavallo  cavalcato 
dal  Papa  erano  linee  per  lungo  di 
lancie  spezzate,  paggi,  mazzieri,  ec. 
Nel  possesso  di  Clemente  XIII  del 
1758,  appresso  i  cavalleggieri  suc- 
cedevano quattro  cavalieri  della 
guardia  di  Nostro  Signore ,  delti 
lancie  spezzate,  due  de'  quali  re- 
stavano in  ordine  di  cavalcata ,  e 
gli  altri  due  invigilavano  pel  buon 
ordine,  colle  loro  vaghe  armature; 
li  seguivano  il  foriere  e  cavalleriz- 
zo maggiori  del  Papa.  Nel  posses- 
so di  Clemente  XIV  del  1769, 
appresso  i  cavalleggieri  procedeva- 
no quattro  cavalieri  della  guardia 
di  Nostro  Signore ,  ec.  L' ultima 
volta  che  v'  intervennero  fu  nel 
1775  pel  possesso  di  Pio  VI:  dopo 
i  cavalleggieri  con  lancie  seguiva- 
no due  cavalieri  lancie  spezzate  con 
le  loro  armature  di  acciaro,  ordi- 
nando la  cavalcata,  ed  altri  due  di- 
rigendola ;  indi  venivano  il  foriere 
e  cavallerizzo.  Nelle  cavalcate  so- 
lenni colle  quali  i  Papi  si  recava- 
no ad  assistere  alle  cappelle  della 
ss.  Annunziata,  di  s.  Filippo,  del-^ 
7 


98  LAN 

la  Natività,  e  di  s.  Carlo,  incede- 
vano pure  dopo  i  cavalleggieri  due 
cavalieri  della  guardia  detti  lande 
spezzate,  con  armatura  di  ferro 
dorato,  mentre  due  altri  aveano 
r  incarico  di  percorrere  avanti  e 
dietro  la  cavalcata  pel  buon  ordi- 
ne. Seguivano  il  foriere  ed  il  ca- 
vallerizzo. Presso  al  cavallo  su  cui 
andava  il  Pontefice,  erano  altresì 
alcuni  cavalieri  della  guardia  lan- 
cie  spezzate.  Il  Bonanni  nella  Ge- 
rarchia ecclesiastica  p.  479»  narra 
che  le  lancie  spezzate  nelle  solenni 
cavalcate  e  nelle  cappelle  solenni 
&i  vestivano  d'armatura,  con  cap- 
pello ornato  di  penne ,  in  mano  un 
bastone,  la  spada  al  fianco^  collare 
di   merletto  e  fascia. 

LANDAFF,  Landavia.  Città  ve- 
scovile d'Inghilterra,  nella  contea 
di  Glamorgan,  giace  sulla  riva  de- 
stra del  Taflf,  che  si  passa  un  po- 
co superiormente  sopra  un  vecchio 
ponte  di  pietra.  Si  osserva  la  sua 
antichissima  cattedrale,  vasto  e  bel- 
lo edifìzio,  e  gli  avanzi  dell'antico 
palazzo  vescovile,  che  si  crede  es- 
sere stato  distrutto  daOwenGlen- 
dower.  La  sede  vescovile  fu  fon- 
data, secondo  alcuni,  verso  l'anno 
i8o,  ad  istanza  del  re  Lucio;  al- 
tri dicono  con  Commanville  nel  V 
secolo,  il  quale  aggiunge  che  il  ve- 
scovo voleva  conseguire  la  dignità 
metropolitica  sul  paese  di  Galles, 
che  la  disputò  lungo  tempo  colla 
sede  di  s.  David,  ma  in  fine  essen- 
dosi sottomesso,  divenne  suffraga- 
neo  dell'arcivescovo  di  Cantorbery. 
Il  primo  vescovo  che  si  conosca  è 
Dubrice  o  Dubricio,  che  fu  stnbi- 
lito  arcivescovo  della  provincia  da 
s.  Germano  d'Auxerre  e  da  s.  Lu- 
po, quando  portaronsi  dalla  Fran- 
cia in  Inghilterra  pc?r  combattere 
i  pelagiani ,    e  tenea   la  sua    sede 


LAN 

ora  a  Carlisle,  ora  a  Landa  fF,  do- 
ve fu  trasportato  il  suo  corpo  sei- 
cento anni  dopo  la  sua  morte,  suc- 
ceduta a*  4  novembre  522.  Tra  i 
successori  di  Dubrice  è  degno  di 
special  menzione  Urbano  arcidia- 
cono di  Landaff,  consacrato  a* io 
agosto  I  107,  morto  in  viaggio  an- 
dando a  Pioma:  fece  fabbricare  la 
cattedrale  di  Landaff,  il  palazzo  ve- 
scovile e  molte  case  pei  canonici; 
ricuperò  ancora  molti  diritti  che 
erano  stati  anteriormente  rapiti  o 
decimati  alla  sua  chiesa.  Landaff 
è  rinomata  per  la  celebrazione  dei 
seguenti  concilii. 

Concila  di  Landaff. 

Il  primo  concilio  fu  tenuto  nel 
56o,  in  cui  fu  scomunicato  Mou- 
rico  o  Morcan  o  Morcanno  re  di 
Glamorgan,  di  cui  Landaff*  era  ca- 
pitale della  contea  del  suo  nome, 
come  reo  d'assassinio.  Reg.  t.  XI 1; 
Labbé  t.  V;  Arduino  t.  Ili;  Angl.  1. 1. 

Il  secondo  nel  medesimo  anno, 
in  cui  fu  assolto  il  re  Mourico  dal 
delitto  commesso.  Ibidem. 

Il  terzo  nello  stesso  anno,  nel 
quale  venne  scomunicato  Guidner- 
to,  che  avea  ucciso  il  proprio  fra- 
tello Merescione  per  giungere  alla 
corona.  Ibidem. 

Il  quarto  neirSSy,  e  vi  fu  sco- 
municato Teuduro.  Angl.  t.  I. 

Il  quinto  nel  Q^o,  in  cui  venne 
ricevuto  come  penitente  il  reNou- 
gui,  che  avea  saccheggiato  i  beni 
della  chiesa  :  il  re  restituì  al  ve- 
scovo Patro  il  tolto,  e  di  più  gli 
concesse  una  delle  sue  terre.  Que- 
sto concilio  ed  il  seguente,  nel  Diz. 
de^  concila  si  dicono  celebrali  nel 
945.  Reg.  tom.  XXV;  Labbé  lom. 
IX;  Arduino  tom.  VI;  Angl.  tom.  I, 

Il  sesto  del  955,  relativamente 
ad  un  diacono  ucciso  a  pie  dell'ai- 


LAN 
tare,  dov'erasi  rifugiato  dopo  aver 
trucidato  un  contadino    che   avea- 
Jo  ferito.  Ibidem. 

Il  settimo  del  982  intorno  ai 
costumi.  Angl.  tom.  I. 

L'  ottavo  nel  988:  fuvvi  scomu- 
nicato e  messo  in  penitenza  il  re 
Artmaele,  finche  non  avesse  espia- 
to il  suo  delitto  commesso  nell'aver 
ucciso  il  suo  fratello  Elised.  Reg.  t. 
XXV;  Labbé  t.  IX;  Arduino  t.  VI. 

11  nono  nel  io34-'  vi  fu  sco- 
municato il  re  Mourico  per  aver 
violato  i  luoghi  santi  che  serviva- 
no di  rifugio.  Angl.   tom.  I. 

Il  decimo  nel  io56,  in  cui  fu 
scomunicata  tutta  la  famiglia  del 
re  Cargucano,  a  motivo  delle  vio- 
lenze che  avea  fatte  contro  il  ve- 
scovo di  LandafF,  insultando  un 
medico  di  lui  nipote.  Reg.  t.  XXV; 
Labbé  tom.  IX;  Arduino  tom.  VI; 
Angl.  tom.  I. 

L'undecimo  nel  loSg:  venne  di 
nuovo  scomunicata  la  detta  fami- 
glia reale.  Angl.  tom.  I. 

LANDELINO  (s).  Nacque  nel 
628  a  Vaux  nell'Artois,  di  nobile 
famiglia,  e  la  sua  educazione  fu 
affidata  a  s.  Auberto  vescovo  di 
Cambrai,  Entrato  nel  mondo  si 
scordò  per  alcun  tempo  le  buone 
lezioni  ricevute,  e  menò  vita  li- 
bertina; ma  la  morte  subitanea 
di  uno  dei  suoi  compagni  lo  fece 
rientrare  in  sé  slesso.  Pentito  dei 
suoi  trascorsi,  si  gettò  ai  piedi  di 
s.  Auberto,  il  quale  lo  allogò  in 
un  monastero,  affinchè  ne  facesse 
penitenza.  Tanto  fu  il  fervore  e  la 
contrizione  di  Landelino,  che  si  sot- 
tomise ad  ogni  sorta  di  austerità; 
laonde  dopo  alquanti  anni  s.  Au- 
berto elevollo  al  sacerdozio,  e  gli 
commise  il  ministero  della  predi- 
cazione. Desiderando  di  piangere  i 
propri  peccati  nella  solitudine,  do- 


LAN  99 

mandò  la  permissione  di  ritirarsi, 
e  sì  portò  a  Laubac  o  Lobes,  luo- 
go deserto  posto  in  riva  alla  Sam- 
bra, nel  paese  di  Liegi.  Molte  per- 
sone pie  si  unirono  a  lui,  e  così 
ebbe  origine  la  celebre  abbazia  di 
Lobes,  la  cui  fondazione  si  colloca 
circa  il  654-  Landelino,  riguardan- 
dosi come  indegno  di  essere  capo 
di  una  comunità  di  santi,  ne  la- 
sciò la  direzione  a  s.  Ursmaro  suo 
discepolo,  e  fondò  un  novello  mo- 
nastero ad  Aune,  lungi  una  lega 
dal  primo,  ed  appartenente  ali*  or- 
dine di  Citeaux,  donando  all'ab- 
bazia di  Lobes  la  maggior  parte 
delle  terre  che  avea  ricevuto  dalla 
liberalità  dei  re  di  Francia.  In  ap- 
presso, per  menar  vita  ancor  più 
ritirata,  abbandonò  i  suoi  mona- 
steri, ed  insieme  a  s.  Adeleno  e 
s.  Domiziano  si  recò  in  una  den- 
sa foresta  dell' Hainaut  tra  Mons  e 
Valenciennes,  dove  si  fabbricarono 
delle  specie  di  celle  con  rami  d'al- 
bero. Landelino,  vedendo  crescere 
ognor  più  il  numero  de*  suoi  di- 
scepoli, fondò  l'abbazia  di  Crepin, 
della  quale  fu  finalmente  forzato 
a  prendere  il  governo.  Il  suo  zelo 
per  la  salvezza  delle  anime  facealo 
talvolta  uscire  dalla  sohtudine,  per 
predicare  nej^villaggi,  ed  istruirvi 
i  poveri  contadini,  senza  intramet- 
tere  le  sue  pratiche  ordinarie  di 
mortificazione.  Mori  sulla  cenere  e 
sul  cilicio  nel  6B6,  e  leggesi  il  suo 
nome  nel  martirologio  romano  sot- 
to il  giorno   i5  di  giugno. 

Non  è  da  confondersi  questo  con 
un  altro  s.  Landelino  originario 
di  Scozia,  il  quale  è  qualificato 
martire  a'2  di  settembre  in  un  an- 
tico martirologio  di  Usuardo,  e  di 
cui  la  diocesi  di  Strasburgo,  dove 
fu  ucciso,  ne  celebra  la  festa  il  2 1 
di  settembre. 


,00                   LAN  LAN 

LANDERICO   (s.)^    vescovo    di  na  di  marmo,  con  lunga  iscrizione 

Parigi.  Succedette  a  s.  Audoberto  in  versi. 

verso  la  metà  del  VII  secolo,  e  fu  LANDI  Francesco  ,  Cardinale, 
un  pastore  pieno  di  zelo  e  di  ca-  Francesco  Landi  patrizio  piacenti- 
rità.  In  una  carestia  distribuì  ai  no,  nato  a' 9  luglio  i683,  appena 
poveri  tutto  quello  che  possedeva,  si  portò  in  Roma  il  cardinal  Re- 
e  fece  liquefare  infino  i  vasi  sacri  nato  Imperiali  lo  trascelse  a  suo 
della  chiesa  per  prestar  loro  assisten-  aiutante  di  studio.  Poco  dopo  il 
za.  Gli  si  attribuisce  la  fondazione  duca  di  Parma  Francesco  lo  man- 
dei  celebre  ospitale  di  s.  Cristofo-  dò  ambasciatore  in  Parigi  al  reg- 
ro,  eh' è  i'Hòtel-Dieu,  vicino  alla  gente  del  regno  duca  d' Orleans,  di 
cattedrale  di  Parigi.  Sottoscrisse  cui  avendone  incontrata  la  grazia, 
con  altri  ventitre  vescovi  il  diplo-  il  principe  si  valse  de*  suoi  consi- 
ma  accordato  da  Clodoveo  II  nel  gli  e  dell'opera  sua  in  affari  di  som- 
653  all'abbazia  di  s.  Dionigi;  ma  ma  importanza.  Ritornato  a  Roma, 
ignorasi  1'  anno  della  sua  mor-  da  Clemente  XII  fu  nominato  se- 
te, che  alcuni  pongono  nell'anno  gretario  della  disciplina  regolare, 
657,  ^^*^'^  ^^^  é^^-  ^"  seppellito  indi  Benedetto  XIV  nel  1741  lo 
nella  chiesa  di  s.  Germano  d'Au-  promosse  all'arcivescovato  di  Bene- 
xerre.La  sua  festa  si  celebra  ai  io  vento,  e  quindi  a' 9  settembre  1743 
di  giugno,  ed  ha  un  officio  prò-  lo  creò  cardinale  prete,  benché  as- 
prio  nel  nuovo  breviario  di  Parigi,  sente ,  dandogli  poi  per  titolo  la 
LANDI  Francesco  ,  Cardinale,  chiesa  di  s,  Onofrio.  Oltre  le  assi- 
Francesco  Landi  o  Landò,  d' illu-  due  e  frequenti  visite  dell'arcidio- 
stre  famiglia  di  VeneJsia,  dottore  in  cesi,  celebrò  ogni  anno  il  sinodo, 
entrambe  le  leggi,  ottenne  nel  i4o8  e  con  questo  mezzo  recò  infinito 
da  Gregorio  XII  il  patriarcato  di  vantaggio  a  quella  chiesa,  non  me- 
Grado,  e  con  questo  carattere  si  no  pel  ristabilimento  dell'  ecclesia- 
trovò  presente  ai  concilii  di  Pisa  stica  disciplina,  che  per  la  riforma 
e  di  Costanza.  Alessandro  V  nel  dei  costumi  ;  ed  impiegò  somme 
1409  l'insignì  del  titolo  di  pa-  considerabili  di  denaro  in  abbellire 
triarca  di  Costantinopoli ,  e  Gio-  ed  ornare  la  metropolitana.  Cono- 
vanni  XXIII  a'  6  giugno  i4ii  in  scendo  però  che  il  clima  non  si 
Roma  lo  creò  cardinale  prete  col  confaceva  al  suo  temperamento,  do- 
titolo  di  s.  Croce  in  Gerusalemme,  pò  aver  governata  questa  diocesi 
Martino  V  nel  14^0  Io  fece  ve-  per  lo  spazio  di  undici  anni,  ri- 
scovo di  Sabina,  ove  celebrò  il  si-  nunziatala  si  trasferì  in  Roma,  do- 
nodo,  ed  arciprete  di  s.  Maria  Mag-  ve  fu  fatto  prefetto  della  congre- 
giore.  In  questa  basilica  edificò  una  gazione  dell'  indice.  Con  lode  di 
cappella  alla  Beata  Vergine ,  cui  versato  nella  sacra  erudizione  e  di 
assegnò  buone  rendite  pel  mante-  zelante  pastore,  ivi  morì  agli  ri 
nimento  di  molti  sacerdoti,  in  ser-  febbraio  1757,  d'anni  settantaquat- 
vigio  e  per  onorare  la  medesima,  Irò,  con  rammarico  di  chi  l'am- 
in  luogo  de*  quali  furono  poi  so-  mirava.  Fu  sepolto  nella  chiesa  di 
stituiti  de*  beneficiati.  Morì  nel  s.  Maria  in  Portico,  con  lapide  a- 
1427,  e  secondo  il  suo  volere  ri-  doma  delle  insegne  cardinalizie  e 
mase  sepolto  nella  basìlica  io  un*ur-  di  nobile  iscrizione. 


LAN 
LANDÒ  o  LANDONE,  Papa 
CXXV.  Landò  o  Landone  della 
Sabina,  nacque  secondo  il  Suarez, 
Storia  di  Palestrìna^  in  Monte  Ro- 
tondo, altri  lo  dicono  di  Eieto,  e  Io 
.Sperandio  nella  Sabina  sacra  lo 
chiama  figlio  di  Trano  nobile  e 
preclarissimo  personaggio  di  Foro- 
novo.  Da  canonico  regolare  fu  e- 
letto  Pontefice  circa  a'  16  ottobre 
913.  Ad  istanza  di  Teodora,  da- 
ma senatoria  e  famosa  meretrice, 
madre  de. le  pur  famose  Teodora 
e  Marrozzia,  il  Pontefice  dalla  chie- 
sa di  Bologna  a  cui  era  stato  eletto, 
trasferì  Giovanni  a  quella  di  E.a- 
Tenna,  e  poi  col  nome  di  Giovan- 
ni X  lo  ebbe  a  successore  nel  pon- 
tificato. Gotti fredo  dice  che  Landò 
interpose  la  sua  autorità,  perchè 
Berengario  e  Rodolfo,  figli  del  con- 
te Guido,  non  facessero  guerra  tra 
loro,  e  che  nuli'  altro  facesse  nel 
suo  pontificato  degno  di  memoria, 
a  cui  era  stato  innalzato  pel  favo- 
re e  potenza  di  Marrozzia,  secondo 
Luitprando.  Lo  Sperandio  dice  che 
Landò  con  Amadeo  conte  di  Bor- 
gogna ristabilì  la  chiesa  di  Foro- 
novo  che  i  saraceni  aveano  in- 
cendiata e  spianata.  Col  governo 
di  sei  mesi  e  dieci  giorni,  mori 
Landò  verso  il  26  aprile  9i4>  e 
fu  sepolto  nel  Vaticano.  Il  p.  Ciac- 
conio,  Vitae  Pont.  t.  I,  col.  69, 
osserva  che  la  vita  di  questo  Pon- 
tefice fu  oscurissima,  sì  per  la  bre- 
vità del  suo  pontificato,  che  per  la 
scarsezza  degli  scrittori  di  quell'in- 
felice secolo.  Anzi  avverte  che  ve 
ne  sono  alcu«i  che  non  numerano 
Landò  nella  serie  de'  Papi  :  lo  no- 
verano però  Guglielmo  Biblioteca- 
rio e  Gottifredo.  Con  diversi  an- 
tichi scrittori,  tutti  i  moderni  cri- 
tici annoverano  Landò  fra  i  legit- 
tirui  Pontefici,  benché  lutti  comu» 


LAN  loi 

nemente  ne  disapprovino  i  costu- 
mi e  la  libidinosa  condotta.  La  san- 
ta Sede  vacò  circa  quattro  giorni. 

LANDOALDO  (s.),  missionaria 
nei  Paesi  Bassi.  Originario  di  una 
rispettabile  famiglia  longobarda  , 
era  prete  della  chiesa  di  Roma. 
Associossi  a  s.  Amando ,  il  quale 
col  permesso  del  Pontefice  s.  Mar- 
tino I  avea  dimesso  il  vescovato  di 
Maestricht  per  andar  a  predicare 
nei  Paesi  Bassi.  Dopo  avere  am- 
bedue visitato  diversi  monasteri 
di  Francia,  giunsero  nel  paese  po- 
sto tra  la  Mosa  e  la  Schelda,  ove 
s.  Remaclo,  ch'era  stato  consacra- 
to vescovo  di  Maestricht,  pregò  s. 
Amando  di  lasciargli  Landoaldo, 
per  essergli  di  aiuto  nel  suo  epi- 
scopal  ministero.  Esso  si  applicò 
con  gran  zelo  e  pazienza  ad  istruire 
i  popoli  e  a  sradicare  i  vizi  che 
dappertutto  regnavano.  Verso  l'an- 
no 659  fabbricò  una  chiesa  a  Win- 
tershowen,  e  vi  formò  una  piccola 
comunità.  Continuò  poscia  a  ser- 
vire la  chiesa  di  Maestricht  sotto 
s.  Teodardo  ch'era  succeduto  a  s. 
Remaclo.  Childerico  li  re  d' Au- 
strasia  aveva  per  lui  una  partico- 
lare venerazione,  per  cui  s  incari- 
cò di  provvedere  al  suo  manteni- 
mento e  della  sua  comunità.  Morì 
verso  l'anno  668,  e  fu  riposto  nel- 
la sua  chiesa  di  Wintershowen. 
S.  Landoaldo  è  onorato  ai  19  di 
marzo,  e  ai    i3  di  giugno. 

LANDOLFO,  Cardinale.  Lan- 
dolfo nel  1059  da  Nicolò  II  fu 
creato  cardinale  prete,  sebbene  al- 
cuni lo  dicono  fatto  dal  successore 
Alessandro  li,  col  quale  fu  presen- 
te alla  dedicazione  della  basilica  di 
Monte  Cassino. 

LANDONE  o  LAUDONE  (s.), 
di  Fontenelle.  f^.  Vandregesilo  (s.). 

LANDRIANI  de  CAPITANI  Ge- 


IO»  LAN 

BARDO,  Cardinale.  Gerardo  Lan- 
drìani  de  Capitani  nacque  in  Mi- 
lano da  nobile  famiglia  ragguar- 
devole, che  poi  dopo  il  i499  P^i' 
avere  il  re  di  Francia  occupato  il 
ducato  milanese,  a  cagione  dell'in- 
felice fine  di  Antonio  Landriani 
generale  prefetto  dell'erario  ducale 
di  Lodovico  Sforza,  emigrò  in  di- 
verse città  d' Italia,  come  in  Par- 
ma,  Urbino,  Vellelri  e  Perugia, 
nella  quale  ultima  città  vi  si  sta- 
bili pel  primo  Alvise  o  Luigi;  in 
tale  circostanza  forse  per  la  diver- 
sità della  pronunzia,  il  cognome 
venne  alterato  con  aggiungervi  la 
prima  lettera  iniziale  L;  ma  lo 
stemma  restò  perfettamente  simile. 
Tuttociò  si  prova  dalla  Lettera 
dUm  giureconsulto  perugino  in  or- 
dine alla  famiglia  Adriani  di  Pe- 
rugia,  scritta  ad  un  chiarissimo 
avvocalo  milanese^  Foligno  1841, 
tipografia  Tomassini.  Gerardo  dun- 
que divenne  canonico  della  chiesa 
della  ss.  Trinità  di  Pavia,  indi  Mar- 
tino V  nel  i4i8  lo  fece  vescovo 
di  Lodi,  e  con  tal  carattere  inter- 
venne al  concilio  di  Basilea,  i  cui 
padri  nel  i^Zi  lo  spedirono  lega- 
to ad  Enrico  VI  re  d'Inghilterra, 
innanzi  al  quale  recitò  un'orazione 
in  difesa  di  quel  concilio  divenuto 
conciliabolo ,  siccome  resistente  ai 
decreti  di  Eugenio  IV,  che  si  leg- 
ge negli  alti  del  medesimo,  a  fine 
di  persuaderlo  ad  inviarvi  i  pre- 
lati del  suo  regno.  Dopo  aver  fon- 
date nella  chiesa  di  Lodi  le  digni- 
tà d'arcidiacono  e  primicerio,  ac- 
cresciute le  rendile  della  mensa  e- 
piscopale,  e  compartiti  alla  mede- 
sima altri  insigni  benefizi,  siccome 
obbediente  ad  Eugenio  IV,  fu  da 
questi  nel  i437  trasferito  alla  chie- 
sa di  Como.  Filippo  Visconti  du- 
ca di  Milano  avendo  al  suo  servi- 


LAN 
gio  in  qualità  di  segretario  Fran- 
cesco Landriani  suo  fratello,  e  che 
molto  amava  per  essere  uomo  in- 
traprendente e  di  straordinario  ta- 
lento, vivamente  pregò  Eugenio  IV 
a  creare  Gerardo  cardinale,  ciò  che 
il  Papa  fece  nel  concilio  generale 
di  Firenze,  al  quale  il  prelato  era 
intervenuto,  cioè  a*  18  dicembre 
1439.  Lo  dichiarò  dell'ordine  dei 
preti ,  e  per  titolo  gli  conferì  la 
chiesa  di  s.  Maria  in  Trastevere , 
indi  lo  nominò  primo  abbate  com- 
mendatario dell'  abbazia  di  Chia- 
ravalle  di  Milano,  fondata  da  s. 
Bernardo  nel  ii35,  distante  due 
miglia  da  quella  città,  e  legato  a 
latere  allo  slesso  duca  Filippo,  dal 
quale  però  nulla  ottenne  di  quan- 
to richiedeva.  Anzi,  come  scrive  il 
Galimberti,  venuti  in  sospetto  al 
duca  il  cardinale  ed  il  fratello 
Francesco,  vuoisi  che  li  facesse  av- 
velenare ;  onde  il  cardinale  tornan- 
do a  Roma  dalla  sua  legazione, 
mori  nel  i44^  i"  Viterbo  con 
dieciotto  suoi  famigliari  pure  av- 
velenati, ed  ebbe  sepoltura  nella 
chiesa  di  s.  Francesco.  In  alcune 
antiche  memorie  degli  archivi  del 
vescovo  e  capitolo  di  Lodi,  viene 
il  merito  del  cardinale  esaltato  con 
grandi  encomi,  dicendosi  di  lui , 
che  come  nella  dignità ,  così  nel- 
l'esercizio delle  cristiane  virtù,  si 
mostrò  a  tutti  superiore. 

LANFREDINI  AMADORI  Gia- 
como, Cardinale.  Giacomo  Lanfre- 
dini  A  madori,  nacque  a  Firenze 
da  nobilissima  famiglia  a'26  otto- 
bre 1680,  indi  ottenne  dal  gran- 
duca Cosimo  III  un  canonicato  in 
quella  metropolitana.  Fatti  prodi- 
giosi avanzamenti  nelle  scienze, 
e  nelle  lingue  greca  e  latina,  ap- 
plicossi  di  proposito  nel  1699  ^^^' 
l'università  di  Pisa,  sotto  la  disci- 


LAN 

plioa  del  dottissimo  Giuseppe  A- 
verani  avvocato  di  gran  nome  e 
fama,  allo  studio  della  giurispru- 
denza, a  cui  lo  portava  la  sua 
naturale  inclinazione,  e  poi  ne  ap- 
prese la  pratica  in  Roma,  sotto  la 
condotta  del  celebre  avvocato  Pom- 
ponio de  Vecchis.  Quale  avvocato 
della  curia  romana,  si  diede  a  di- 
fendere le  cause.  Siccome  alla  dot- 
trina congiungeva  una  pietà  singo- 
lare, una  tenera  carità  verso  il  pros- 
simo e  l'illibatezza  del  costume,  tut- 
to quello  che  ritraeva  dal  suo  uffi- 
zio, tranne  il  suo  parco  e  frugale 
trattamento,  distribuivalo  generosa- 
mente a' poveri,  e  lo  impiegava  in 
altri  usi  pii,  avendo  donato  in  un 
sol  giorno  alla  casa  della  missione 
di  Roma  diecimila  scudi.  Nemico  di 
qualunque  sollazzo,  menava  vita  riti- 
rata e  di  vota,  anzi  austera,  siccome  si 
scorgeva  dall'aspetto  e  dall'abito  in- 
collo e  ruvido.  A  gara  i  clienti  lo  pre- 
gavano a  trattar  le  cause,  essendone 
nota  l'industria  e  diligenza  che  vi  po- 
neva; e  diversi  cardinali  lo  vollero 
ad  uditore,  mentre  il  cardinal  Ac- 
ciaioli vescovo  d'  Ostia  lo  scelse  a 
■vicario  generale,  cosi  il  cardinal  Pao- 
lucci  pel  suo  vescovato  di  Porto. 
Cosimo  III  egualmente  lo  nominò 
suo  primo  ^aditore,  ma  Giacomo 
modestamente  ricusò,  accettando  in 
vece  il  carico  di  avvocato  delle  sue 
cause  e  di  quelle  di  Giangastone 
suo  figlio  in  Roma.  Ottenuta  nel 
1721  la  prelatura  Amadori  per  con- 
corso, nel  quale  superati  di  gran 
lunga  i  suoi  competitori,  diportossi 
con  tale  valore,  che  con  rispetto 
potè  far  osservare  ad  alcuni  esa- 
minatori che  lo  aveano  interroga- 
to fuori  di  proposito,  rimettendoli 
sul  giusto  sentiero.  Imprese  quindi 
a  difendere  gratuitamente  i  poveri, 
giusta  robbligo  che  gliene  correva 


LAN  io3 

per  la  prelatura  Amadori,  il  qual 
cognome  associò  al  suo.  Innocenzo 
XllI  conoscendone  il  sapere  e  la 
probità,  lo  deputò  aio  e  direttore 
del  suo  nipote,  e  fattolo  avvocato 
concistoriale,  lo  annoverò  tra  i  pre- 
lati del  buon  governo.  In  seguito 
fu  da  Benedetto  XIII  fatto  uditore 
del  camerlengato,  e  nel  1728  ca- 
nonista, e  poco  dopo  datario  e  si- 
gillatore  della  sacra  penitenzieria. 
Nel  1724  n^ea  recitato  avanti  il  sa- 
cro collegio  l'orazione  funebre  per 
la  morte  d'Innocenzo  XIII  ;  e  nel 
1730  recitò  quella  per  l'elezione  del 
Papa,  ed  ambedue  furono  pubblicate 
colle  stampe.  In  quest'anno  Clemen- 
te XII  gli  conferì  un  canonicato  nel- 
la basilica  vaticana,  e  neiranno  ap- 
presso lo  dichiarò  votante  della  se- 
gnatura di  grazia,  e  segretario  della 
congregazione  del  concilio.  I  nomi- 
nati Pontefici  lo  impiegarono  negli 
affari  più  ardui  e  delicati  della  san- 
ta Sede,  si  prevalsero  sovente  del? 
l'opera  e  del  consiglio  del  Lanfre- 
dini,  che  per  lo  più  dava  le  sue 
risposte  in  iscritto,  con  sopprimere 
per  modestia  il  proprio  nome.  Fi- 
nalmente Clemente  XII,  che  gli  ac- 
cordava la  sua  intima  confidenza  , 
in  premio  di  sue  virtù  e  de'  suoi 
meriti,  a'  24  marzo  1784  lo  creò 
cardinale  diacono  di  s.  Maria  in 
Portico  e  vescovo  d'Osimo.  Nell'e- 
sercizio dell'  autorità  vescovile,  si 
avanzarono  contro  di  lui  alle  con- 
gregazioni di  Roma  molti  ricorsi 
colla  taccia  di  severo,  quali  nou 
produssero  altro  effetto  che  quello 
di  far  più  risplendere  la  maschia 
sua  virtù  e  specchiata  religione. 
Visitò  ogni  anno  la  diocesi,  e  cin- 
que volte  celebrò  il  sinodo,  quale 
diede  alle  stampe  in  un  alle  sue 
dotte  omelie  pastorali.  Predicava  la 
divina  parola  al  popolo,  esageran- 


io4  LAN 

do  le  proprie  colpe,    e  pregandolo 
a    condonargli    i    mancamenti    che 
commetteva  nel  disimpegno  dell'of- 
ficio pastorale.  Quando  poteva  re- 
cava il  ss.  Viatico  agl'infermi,  con- 
fortandoli  air  estremo    passo    con 
fervorose     e    paterne     esortazioni. 
Nelle    parrocchie    si     portava    ad 
istruire  i    fanciulli  ne'misteri  della 
fede,    a    fare   il    catechismo,  ed  a 
vedere  se  si  praticava  quanto  avea 
su    ciò    prescritto.    Nelle    feste    di 
buon'ora    recavasi    alla   chiesa    del 
Battisterio,  per  fare  teneri  e  sempli- 
ci   ragionamenti    alle     persone    di 
Lassa  condizione  ;  vi  ritornava  più 
tardi  predicando  ai    giovanetti,  cui 
compartiva    la   comunione.    Porta- 
tosi in  Roma  per  l'elezione  di  Be- 
nedetto   XIV,    questi    ve    lo  trat- 
tenne, conferendogli    oltre    la  pre- 
fettura della  congregazione  dell'im- 
munità a  cui  l'avea  destinato  Cle- 
mente XII,  l'incarico    di  visitatore 
dell'arcispedale  di  s.  Spirito  e  del- 
la fabbrica  di  s.  Pietro,   laonde  ri- 
nunziò   il    vescovato,    a    lui  com- 
mettendo il  Papa  la  scelta  del  suc- 
cessore.    Abbattuto     dalle    fatiche 
tollerate    in    servizio  della  Chiesa, 
mori  in  Roma  d'anni  sessantuno^  ai 
i6  maggio   i74i,e  fu  sepolto  nella 
chiesa    da    lui    fondata    ai    signori 
della  missione    presso   Monte  Cito- 
lio,  che    beneficò    in  vita,  e  insti- 
tuì  erede  in  morte  di    sue  sostan- 
ze.   La  sua    vita  fu   scritta  da  un 
sacerdote    della    missione    e  stam- 
pata in  Roma  nel   1761.  La  scris- 
se ancora  il  can.  Salvino  Salvi.  Il 
dottor    Lami    ci    diede    nel   174? 
J'eloglo    storico  del    medesimo  car- 
dinale nel    t.  II    de'suoi  Memora- 
hilia    italorum    praestantium.    Le 
sue  Lettere  pastorali  furono  stam- 
pate a  Genova  nel   1755,  e  a  To- 
rino nel  1768.  La  Raccolta  di  0- 


LAN 

razioni  sinodali  e  lettere  pastorali, 
in  Jesi  nel    1740- 

LANGEAIS  o  LANGERS  o 
LANGETS  ,  Langestum  vicus  al- 
bigensisy  Alingavia,  Langesium.  Cit- 
tà piccola  di  Francia  nel  diparti- 
mento d'Indro  e  Loira,  circonda- 
rio e  capoluogo  di  cantone,  sulla 
riva  destra  della  Loira,  ove  ha  un 
porto.  Ha  un  castello  fabbricato 
nel  992  da  Folco  di  Nera  conte 
d'Angiò,  e  restaurato  nel  XIII  se- 
colo da  Pietro  de  la  Brosse,  mini- 
stro di  Filippo  III.  Si  osserva  sul 
territorio  una  colonna  di  pietra  • 
estremamente  dura,  che  si  chiama 
il  pilastro  di  s.  Marco,  la  cui  co- 
struzione si  attribuisce  a  Giulio 
Cesare.  Nel  1278  Giovanni  di 
Montsoreau  arcivescovo  di  Tours 
vi  tenne  un  concilio  co'  suoi  suf- 
fraganei,  nel  quale  pubblicò  sedici 
canoni  sulla  disciplina  e  sopra  al- 
tre materie  ecclesiastiche.  Labbé 
t.  XI;  Arduino  t.  VIL 

LANGHAM  Simone,  Cardinale. 
Simone  di  Langham  o  Longam, 
nato  in  Inghilterra,  monaco  bene- 
nedettino  nel  monistero  di  West- 
minster,  di  cui  diventò  priore  ed 
abbate,  si  distinse  per  santità  di  vi- 
ta. Intimo  amico  del  re  Odoardo 
III,  fu  da  lui  fatto  tesoriere  e  so- 
praintendente  delle  finanze  o  ren- 
dite del  pubblico  erario.  Quindi 
dopo  essere  stato  promosso  al  ve- 
scovato di  Londra,  di  cui  non  ri- 
cevè l'episcopal  consacrazione,  ven- 
ne trasferito  a  quello  di  s.  Ely,  e 
decorato  della  carica  di  gian  can- 
celliere. Nel  i366  ottenne  l'arcive- 
scovato di  Cantorbery,  che  sponta- 
neamente rinunziò,  secondo  il  Ciac- 
conio,  ma  viene  confutato  dal  Balu- 
zio,  che  anzi  dice,  che  mentre  ne  reg- 
geva la  chiesa  cacciò  dall'accademia  di 
quella  città  l'eresiarca  WiclelTo.  Ur- 


LAN 
bano  V  a'  22  settembre  i368  lo 
creò  cardinale  prete  di  s.  Sisto, 
non  pare  di  s.  Prassede  come  scris- 
sero alcuni,  ed  il  Davanzali  nella 
storia  di  tal  chiesa  non  lo  nomina. 
Nel  iSyS  passò  al  vescovato  di 
Paleslrina,  sotto  Gregorio  XI,  che 
Io  confermò  in  legato  ai  re  di 
Francia  e  d'Inghilterra,  senza  suc- 
cesso. Fondò  una  chiesa  in  onore 
della  Beata  Vergine  del  Buonpas- 
so,  e  ne  fece  dono  ai  certosini.  Mo- 
ri in  Avignone  nel  iSyG,  dopo  es- 
re  intervenuto  al  conclave  di  Gre- 
gorio XI,  e  dopo  tre  anni  fu  tra- 
sferito a  Westminster,  e  sepolto  nel- 
la cappella  di  s.  Benedetto,  della 
chiesa  di  quel  monastero,  in  una 
tomba  d'alabastro  con  un  lungo  e- 
pitaffio  in  versi  barbari.  La  sua  ca- 
rità verso  i  poveri  e  gli  ordini  re- 
ligiosi, ed  il  complesso  di  molle 
virtù  furono  singolari  in  questo 
cardinale,  a  cui  scrisse  parecchie  let- 
tere s.  Caterina  da  Siena. 

LANCIO  Matteo,  Cardinale. 
Matteo  Langio  di  Willenbergh,  na- 
to di  nobili  genitori  in  Augusta 
nella  Rezia,  compiti  con  successo  i 
suoi  studi  nell'università  di  Vienna, 
fu  fatto  scgrelario  delle  lettere  la- 
tine dall'imperatore  Massimiliano  I, 
e  coU'ellìcace  mediazione  de'  duchi 
di  Baviera  e  Sassonia,  ebbe  la  digni- 
tà di  preposito  della  chiesa  di  Au- 
gusta, ad  onta  delle  forti  opposizioni 
di  quel  capitolo,  da  lui  vinte  e  su- 
perate. Fu  quindi  da  cesare  nomi- 
nato suo  vicario  per  le  cose  d'Ita- 
lia, e  nel  i5o5  da  Giulio  li  al  ve- 
scovato di  Gurck,  donde  poi  prese 
la  denominazione  di  cardinale  Gur- 
gense.  Ebbe  gran  parte  nella  lega 
di  Cambrai,  e  fu  autore  della  pa- 
ce d'Italia,  al  qual  oggetto  Massi- 
iiuliano  I  lo  spedì  ambasciatore  a 
Giulio  lì.  Pesaci  consigli  il  conci- 


LAN  io5 

liabolo  di  Pisa  fu  riguardato  con 
orrore  da  cesare  e  da  tutta  la  Ger- 
mania. Massimiliano  I  lo  destinò  suo 
ambasciatore  ai  re  d'Ugheria,  Boe- 
mia e  Polonia,  per  collegarli  a  lui. 
Giulio  IIa'18  dicembre  del  i5ii 
Io  creò  cardinale  prete,  dandogli 
Leone  X  per  titolo  la  diaconia  di 
s.  Angelo  in  Pescheria,  dichiaran- 
dola titolo  finché  ne  fosse  insi- 
gnito Matteo  che  di  ciò  l'avea  pre- 
gato. Intervenne  al  concilio  genera- 
le Laleranense  V,  e  come  procu- 
ratore di  Massimiliano  I  approvò 
la  cessione  del  ducalo  di  Milano  , 
fatta  a  Massimiliano  figlio  di  Lodo- 
vico il  Moro.  Nel  iSig  fu  eletto 
coadiutore  all' arcivescovo  di  Salis- 
burgo, dove  parimenti  era  stato 
preposto.  Avendo  giovato  Carlo  V 
nella  sua  esaltazione  all'  impero , 
questi  lo  nominò  alla  chiesa  di  Car- 
tagena  nella  Spagna.  Sotto  Paolo 
IH  nel  i535  fu  trasferito  al  ve- 
scovato di  Albano.  Tenne  copiosa 
e  brillante  corte,  e  tra  i  distinti 
soggetti  di  essa  vi  fu  Erasmo  di 
B.otterdam,  famoso  non  meno  per 
la  sua  dottrina  e  vasta  erudizione, 
che  pei  dannati  suoi  errori.  Morì 
in  Salisburgo  suo  arcivescovato  nel- 
l'anno 1 540  d'  anni  settantadue  , 
e  rimase  onorevolmente  sepolto 
in  quella  metropolitana .  Gover- 
nò quella  diocesi  con  zelo  e  sol- 
lecitudine, essendo  benefico,  magni- 
fico, di  singoiar  prudenza  e  dot- 
trina fornito,  non  che  amante  del- 
la ospitalità.  Di  quattro  concla- 
vi ch'ebbero  luogo  sotto  di  lui,  solo 
fu  a  quello  di  Paolo  111.  Accrebbe 
di  molti  e  sontuosi  edifizi  il  palazzo 
degli  arcivescovi  di  Salisburgo  e  la 
fortezza  di  quella  città,  donando  al- 
la sua  chiesa  ricchi  e  preziosi  ar- 
redi. L'Hensizio  nella  sua  Germa- 
nia sacra  a  p.  564  e  seg.  difende 


io6  LAN 

questo  cardinale  dalle  altrui  calun- 
nie, e  lo  dimostra  amabile  e  mece- 
nate de'clotli. 

LANGLEY  Tommaso,  Cardinale. 
Tommaso  Langley  o  sia  Armellino 
nacque  in  Inghilterra.  Dotalo  dalla 
natura  di  perspicace  talento  e  di 
singolare  integrità,  ed  avendo  ac- 
quistato una  vasta  erudizione  in 
qualunque  genere  di  letteratura,  si 
rese  sopra  tutto  eccellente  nella 
scienza  di  ambo  le  leggi,  onde  me- 
ritò di  essere  innalzato  alla  carica 
di  gran  cancelliere  del  regno,  e  nel 
i4o6  promosso  al  vescovato  di 
Durcham.  Divenuto  vescovo  rinun- 
ziò il  cancellierato ,  quale  dopo 
undici  anni  dovette  riassumere  . 
In  premio  de' suoi  meriti  Giovan- 
ni XXIII  a'6  giugno  del  i4i  i 
lo  creò  cardinale  prete.  Fini  di  vi- 
\ere  nel  i^i'j  prima  dell'elezione 
(li  Martino  V,  nella  fortezza  di  Got- 
lieb  presso  Costanza,  al  qual  conci- 
lio era  intervenuto.  Ebbe  sepoltura 
nella  sua  chiesa,  nella  parte  occiden- 
tale chiamala    Galilea. 

LANGRES  (Lingones).  Città  con 
residenza  vescovile  di  Francia  nel- 
la Sciampagna,  dipartimento  del- 
l' A  Ita- Marna  ,  capoluogo  di  cir- 
condario e  di  cantone.  Vi  risiede 
il  tribunale  di  prima  istanza  e  di 
commercio,  la  conservazione  del- 
l' ipoteche  e  l'ispezione  forestale. 
K  situata  in  una  delle  porzioni 
piò  alte  della  Francia,  sopra  un 
piano  elevato,  da  dove  discendono 
verso  l'Oceano  la  Marna,  la  Mosa, 
e  verso  il  Mediterraneo  l'  Amance 
e  la  Vingeanne,  di  modo  che  in 
alcune  parti  i  letti  delle  case  ver- 
sano le  acque  loro  nei  due  mari. 
L'aria  vi  è  pura  e  salubre.  È  cin- 
ta di  nuove  mura,  essendo  le  an- 
tiche fiancheggiate  da  torri,  ed  ha 
sei    porte.    Oggi    si    fabbricano  di 


LAN 

nuovo  le  antiche  fortificazioni,  alle 
qiuili  si  aggiunge  una  fortezza  e 
grandissimi  lavori,  specialmente  dal- 
la parte  del  mezzogiorno,  la  sola 
che  sia  di  facile  accesso.  L'interno 
è  assai  ben  fabbricato  e  rinchiude 
una  cattedrale  osservabile  per  la 
bellezza  e  singolarità  di  sua  archi- 
tettura, non  che  per  il  bell'oriz- 
zonte che  si  gode  dall'alto  della 
sua  torre,  che  termina  in  una  ba- 
laustrata. Rimarchevole  è  la  piazza 
principale,  come  rimarchevoli  mo- 
numenti sono  la  tribuna  dell'anti- 
chissima chiesa  di  s.  Didiero,  la 
cattedrale,  l' ospedale  detto  della 
Carità,  la  chiesa  gotica,  e  specialmen- 
te la  torre  piò  recente  della  chiesa 
di  s.  Martino,  la  facciata  della  ca- 
sa comune  della  città,  e  l'edifizio 
del  collegio  comunale.  Avvi  una 
scuola  di  disegno,  due  ospedali, 
uno  de'quali  pegli  esposti,  una  bi- 
blioteca di  circa  3o,ooo  volumi, 
un  teatro,  essendo  ameno  passeg- 
gio quello  presso  le  mura  chiama- 
to Bianche- Fontaine.  Questa  città 
è  rinomala  per  la  sua  coltellaria, 
e  particolarmente  per  le  sue  for- 
bici, e  fa  un  gran  commercio  di 
mole  per  affilare,  di  pelliccerie  ed 
altro.  Nei  dintorni  vi  sono  fucine 
di  ferro.  È  patria  di  Giulio  Sabi- 
no competitore  di  Vespasiano,  e 
della  sua  celebre  sposa  Eponina, 
di  un  numero  ragguardevole  di 
scrittori  ed  artisti  di  riputazione. 
Fra  i  primi  figura  pel  suo  gran 
genio  Diderot,  miseramente  famoso 
nel  secolo  passato;  dopo  di  lui  si 
citano  Barbier  d'  Aucourl,  Elia 
Blanchard,  ed  altri.  Fra  gli  arti- 
sti si  numerano  Riccardo  e  Gio- 
vanni Tassel  egregi  pittori,  l'inci- 
sore Gillot,  ed  altri  piò  moderni, 
fra  ì  quali  il  pittore  Ziegler,  e  lo 
scultore    Giuseppe    Lescorne.    Fra 


LAN  LAN                   107 
le    numerose    antichità    che    offre  ro,    museo  che  si    arricchisce  ogni 
questacitlà,  tanto  del  tempo  de'galli,  giorno  di  nuovi  pezzi  di  antichità, 
che  di  quello  de' romani,  si  dislin-  Langres,    Lingonae,  AadoniatU' 
guono  gli  avanzi    di    due  archi  di  nunij    Andomaduniun    Lingomun , 
trionfo,  uno  de'quali  sembra  essere  pretendono  alcuni  storici,  ma  senza 
slato  eretto  in  onore   dell*  impera-  ragione,    che    quest'antica  città  sia 
tore  Probo  e  l'altro   di  Costantino  stata  fabbricata  nell'anno  del  mon- 
Cloro.    Veramente    la    destinazione  do    2 161    da    Longo,   sesto  re  dei 
primitiva    di  detti    archi    è  molto  gaulesi,  e  che    da     esso  i  suoi  po- 
incerta,  uno  de'quali  sussiste  anco-  poli    sieno    stati     poscia     chiamati 
ra    oggi    affatto   inlatto,  fuori  del-  longonensi,  o    lingonì   e  lingonensi, 
l'attico  che  fu   distrutto.  A  diverse  Plinio,  Tolomeo,  e    Cesare  special- 
epoche,  ed  ogni    giorno  ancora^  si  mente    ne'  suoi  commentari,  fanno 
sono  scoperti    e  si    trovano  avanzi  di  essa   menzione.    Tacito,  Polibio, 
preziosi,  consistenti     in  istatue,  pi-  Tito  Livio,     Frontino,    ed  altri  ne 
ramidi,     piedistalli,     vasi,     tombe,  parlano    pure    vantaggiosamente,  e 
mine,  ed  altre    romane    antichità  ;  marcano  le  conquiste    di  quelli  di 
e  nel    1770  si    scopersero    moltis-  Langres  in  Italia^  al  tempo  di  Se- 
sìme medaglie    d'oro,   d'argento    e  goveso  e  Belloveso.  Divenne  repub- 
di  bronzo,  molti  vasi   e  strumenti  blica  alleata  de' romani,  ed  al  tem- 
impiegati  negli  antichi    sacrifizi,  ol-  pò  di  Giulio  Cesare  era  la  capita- 
tré  ali'esservisi  rinvenute  molte  re-  le  dei  lingoni,  uno    de'popoli  gau- 
mote  iscrizioni,  bassi  rilievi,  rovine  lesi,  che  primi    presero    e  non  la- 
d'edifizi,    ed    altri    monumenti  atti  sciarono    mai    il   partito  di  Roma, 
ad    illustrare    la    storia    di    questa  Nello  stesso  tempo  apparteneva  ai- 
città.  Abbiamo  di   J.  F.  O.  Luquet  la   Celtica,    ma    divenne    una  città 
di     Langres    architetto  :   Antiquités  della  Belgica,    sotto    Augusto,  e  vi 
de  LangreSy  ivi  stampale  nel  i838.  rimase    congiunta    sino  a  che  Dio- 
A    p.     IX    si    legge    aver  egli  nel  cleziano  la    riunì  alla  Liouese.  Di- 
1834  formato  per  la    conservazio-  cesi    che    i    suoi    abitanti    abbiano 
ne  delle  antichità    una  società  che  avuto  dall'imperatore  Ottone   il  di- 
fu  approvata  nel    i836    dal  mini-  ritto  di  cittadini  romani,  nel  primo  se- 
stro dell'interno,  sotto  il   titolo  di  coiodi  nostra  era.  Presso  questa  città 
Société    archeologi que     Langroìse .  nell'anno  3oi  Costanzo  Cesare  dis- 
II  benemerito  autore  del  citalo  li-  fece  sessantamila    alemanni.    Dive- 
bro    e  della  mentovata  società  ab-  nula  città  considerabile,  fu  esposta 
braccio  poi  lo  stato   ecclesiastico,  e  come  tante    altre    della    Francia  a 
meritò    di    essere    fatto   dal  Papa  diverse   rivoluzioni.    Fu    presa    ed 
che  regna,    vescovo    di    Esebon  in  abbruciata    nei  primi    del    V    se- 
partibus,  e    coadiutore    del  vicario  colo  da  Attila  nel  suo    passaggio , 
apostolico  di  Pondichery  nelle  In-  e  restaurata  provò  la    sorte   stessa 
die   Orientalìj  al  quale  articolo  ci-  al   tempo  delle  incursioni    de*  van- 
tammo l'altra  sua  opera  sulla  con-  dali,  che  vi  uccìsero  il  suo   vesco- 
gregazione  delle   missioni  straniere,  vo  s.  Desiderio  o  Didiero,    l'anno 
In  seguilo    fu    stabilito  un  museo,  di  Cristo  4^7»  o  4»  ^j  o  4'^-  Lnn- 
collocalo    nella     parte     conservala  gres  passò  poscia  in  poter  de'  bor- 
dell'anlichissima  chiesa  di  s.  Didie-  gognoni,  e  continuò  a  far  parte  di 


io8  LAN 

questo  regno  sotto  i  franchi,    vin- 
citori de'  borgognoni.  Toccò  a  Car- 
lo il  Calvo  nella  divisione  dell'im- 
pero tra  i  figli  di  Luigi  I    il  Pio. 
Ebbe  poscia  i  suoi    conti    partico- 
lari ereditari,  sino  a  che    Ugo  IH 
duca  di  Borgogna,  avendola  acqui- 
stata da  Enrico  duca   di    Bar,    la 
diede  verso  l'anno    1 1 79    a    Gau- 
tier  suo  zio  vescovo    di    Langres , 
in  iscambio  del  dominio  di  Dijon, 
e    poscia    Luigi    VII    la    eresse   in 
ducato,  col  titolo  di  pari ,  unendo 
la  città  alla  corona.   I  prelati  suc- 
cessori di  detto  vescovo  divennero 
assai  possenti.  Il  vescovo    di  Lan- 
gres era  uno  de'  sei    pari    ecclesia- 
stici, e  portava  lo  scettro  nelle  co- 
ronazioni de'  re  di    Francia.    Lan- 
gres fu  fortificata  a  diverse  epoche, 
come  lo  provano  le  quattro   cinte 
di  muraglia,  che  vi  sono  state  suc- 
cessivamente alzate  dalla  parte  del 
mezzogiorno.    Nei    tempi    più    mo- 
derni fu  provveduta  di  nuova  ope- 
ra di  difesa  nel   i362,  sotto   il  re 
Giovanni    II ,    onde    opporre    una 
barriera    agli    inglesi.     Luigi    XI , 
Francesco  I  e  Luigi  XIII    ne    au- 
mentarono le  fortificazioni,  che  sic- 
come   abbiamo    detto    s' ingrandi- 
scono tuttora  con  lavori  grandiosi. 
Questa  città,  benché  esposta  alle  con- 
tinue   incursioni     de'  nemici    della 
Francia,  e  benché  non  abbia    mai 
avuto  per   diversi    secoli    altri    di- 
fensori   che  i    cittadini    stessi,  non 
fu  mai    presa.    Perciò    ricevette    il 
nome  di  P«ce//e,  che  conservò  fi- 
no ai  giorni  di  lamentevole  memo- 
ria del    i8i4  e   i8i5,  dove  la  sua 
sola  guardia  nazionale    fermò    per 
diversi  giorni  sotto  le    mura    delia 
città    ottantamila    austriaci,  e    fece 
dipoi  con  essi  la  più  onorevole  ca- 
pitolazione. Langres  si  segnalò  sem- 
pre  per    la    sua    fedeltà   ai  re  di 


LAN 

Francia.  I  vescovi  di  Langres  la 
possedettero  a  titolo  di  ducato,  fi- 
no alla  rivoluzione  che  pose  a  soq- 
quadro la  Francia,  nel  declinar  del 
passato  secolo. 

La  sede  vescovile  fu  eretta    nel 
HI  secolo,  e  Commanvilie  dice  Tan- 
no 340,  fatta  suffraganea    dell'ar- 
civescovo di  Lione,  come  lo  è  tut- 
tora. 11  primo  vescovo  fu  s.  Sena- 
tore, che  reggeva  questa  chiesa  al 
tempo  di  Valentiniano    I    impera- 
tore, verso  l'anno  366.    Nei    cata- 
loghi sono  notati    come    successori 
di  Senatore,  s.  Giusto,   s.    Deside- 
rio che  essendosi  portato    col    suo 
clero  incontro    ai  barbari    che  da- 
vano il  guasto  alle  Gallie,  per  pie- 
garne la  fierezza,  fu  anzi    trucida- 
to nei  primi  anni    del    secolo    V, 
come  abbiamo  detto.  S.    Gregorio 
eletto  nel  5o6,  dopo    la    morte  di 
sua  moglie  e   dopo    di    avere   go- 
vernato   con    una    rara    equità    il 
contado  di  Autun  per  quarant' an- 
ni, visse  sempre  a    Dijon,    nelT  e- 
sercizio  di  tutte  le  virtù   vescovili. 
Scuoprì  in  Dijon  il  corpo  di  s.  Be- 
nigno verso  l'anno  5o7,  e  poi  volle 
essere  sepolto  presso  di  lui.  Assistè 
nel  5i7  al  concilio  di    Epaona,  e 
nel  525  a  quello  di  Clermont,  fa- 
cendosi rappresentare  dal  prete  E- 
vancio  o  Evagrio  al  III  d'Orleans. 
Morì  santamente  nel    539  o  5/^i. 
Meritò  di  succedergli    il    suo  figlio 
s.  Tetrico,  il  quale    sottoscrisse    al 
concilio  d'Orleans,  assistette  a  quelli 
di   Toul  nel  55o,  e  di  Parigi  nel 
555  in  cui  sottoscrisse    la    deposi- 
zione di  Saffaraco  vescovo  di  quel- 
la città:  s.   Tetrico  mori  nel  572. 
Rinaldo,  che  alcuni  riconoscono  au- 
tore dell'inno   Gloria,  laus  et  ho- 
nor  libi  sit  Christe  Redemptor  etc, 
mentre    i    più    lo    attribuiscono    a 
Teodolfo   abbate    Floriaceuse   indi 


LAN 

vescovo  d'Orleans  nel  IX  secolo: 
avverte  il  Macri,  che  Alcuino  che 
mori  prima  di  ambedue,  fa  men- 
zione deir  inno  nel  lib.  I,  cap.  i4 
De  divin.  offic.  Brunone  di  Roucy, 
parente  del  re  Lotario,  eletto  ve- 
scovo nel  980  ,  fu  uà  prelato  as- 
sai distinto ,  eh'  ebbe  gran  cui*a 
della  riforma  de'  monasteri  dell'or- 
dine di  s.  Benedetto,  che  trovavansi 
nella  sua  diocesi,  e  morì  nel  ioi4 
o  ioi5  con  reputazione  di  santo 
vescovo.  Tra  i  suoi  successori  molti 
si  resero  commendabili  per  pietà, 
zelo  e  dottrina.  Mentre  n'era  ve- 
scovo Godefrido  terzo  priore  di 
Chiaravalle,  ed  uno  de'  primi  di- 
scepoli di  s.  Bernardo,  il  Pontefi- 
ce Eugenio  III,  stato  anch' egli  ci- 
stcrciense, essendosi  portato  in  Fran- 
cia nel  1 148,  si  recò  al  suo  anti- 
co monastero  di  Cistello,  distante 
quattro  leghe  da  Dijon,  indi  pas- 
sò a  Langres  ricevuto  cogli  onori 
convenienti  alla  sua  sublime  di- 
gnità. Essendo  in  Langres  a'  27 
aprile  scrisse  ad  Alfonso  VII  re  di 
Leone  e  di  Castigiia,  che  gli  man- 
dava in  dono  la  rosa  d'oro  bene- 
detta, che  soleva  il  Papa  portare 
in  mano  nella  IV  domenica  di 
quaresima,  funzione  eh'  egli  forse 
celebrò  in  Langres,  da  dove  tor- 
nato a  Cistello,  partì  per  l'Italia. 
Nel  lySi  Clemente  XII  dismem- 
brando Dijon  {Vedi)  dal  vescovato 
di  Langres,  l'eresse  in  sede  vescovile, 
restando  per  mensa  al  vescovo  di 
Langres  l'annua  rendita  di  tien- 
taseimila  lire  tornesi,  colla  tassa 
camerale  di  novemila  fiorini  ad 
ogni  nuovo  vescovo.  Gli  ultimi  ve- 
scovi di  Langres  furono  i  seguen- 
ti. Clemente  XIV  a'  io  settembre 
1770  fece  vescovo  Cesare  Gugliel- 
mo de  la  Luzerne  di  Parigi ,  che 
fu  cousacralo  nel  seguente  ottobre: 


LAN  109 

diede  la  sua  dimissione  nel  1802, 
quindi  Pio  VII  nel  18 17  a'  28 
luglio  lo  creò  cardinale,  e  ripristi- 
nando il  vescovato  nel  primo  otto- 
bre lo  preconizzò  di  nuovo  e  lo 
restituì  nella  sede  di  Langres. 
Per  sua  morte  Leone  XII  nell'anno 
1823  fece  vescovo  Gilberto  Paolo 
Aragonnes  Dorcet  di  Clermont,  cui 
il  Papa  regnante  Gregorio  XVI 
nel  i832  die  a  successore  monsi- 
gnor Giacomo  Maria  Adriano  Ce- 
sareo Mathieu  di  Parigi  ,  che  poi 
nel  concistoro  de'  So  settembre 
1834  trasferì  all'arcivescovato  di 
Besan^on  che  governa.  Quindi  il 
medesimo  Pontefice  nel  successivo 
concistoro  de'  19  dicembre  preco- 
nizzò l'odierno  vescovo  monsignor 
Pietro  Lodovico  Parisis  d'Orleans. 
Questo  zelante  ed  ottimo  vescovo 
ha  ripristinato  nella  diocesi  la  li- 
turgia romana,  al  modo  detto  a 
Liturgia. 

La  cattedrale  magnifica  d'antica 
struttura ,  con  coro  di  bellissima 
architettura,  è  sacra  a  Dio  sotto 
l'invocazione  di  s.  Mara mes  mar- 
tire. Il  capitolo  si  compone  di  otto 
canonici,  senza  le  prebende  teolo- 
gale e  penitenziale,  essendone  in- 
servienti i  puerì  de  choro,  e  nelle 
feste  solenni  gli  alunni  del  semi- 
nario. Prima  il  capitolo  consisteva 
in  nove  dignitari^  quarantadue  ca- 
nonici, e  molti  cappellani.  La  cat- 
tedrale è  munita  del  fonte  batte- 
simale, esercitando  l'ufficio  di  par- 
roco un  canonico  della  medesima. 
L'episcopio  è  comodo;  l'antico  è 
occupato  fino  a  questo  momento 
dal  seminario  dei  teologi,  dove  si 
costruisce  da  diversi  anni  alle  spe- 
se del  governo  una  bella  fabbrica 
pel  necessario  aumento  di  questo 
stabilimento  di  primaria  importan- 
za. Il  nuovo  episcopio  si  fabbriche- 


no  LAN 

là  in  seguito,  pure  a  spese  del 
governo.  Oltre  la  cattedrale  fu  e- 
retta  recentemente  in  nuova  chie- 
sa parrocchiale  l'antica  e  ragguar- 
devole chiesa  di  s.  Martino,  tutta 
restaiu-ata  da  diversi  anni  con  do- 
ni volontari  di  pii  oblatori.  Vi 
sono  quattro  comunità  religiose  di 
donne,  una  confraternita,  e  due 
seminari  con  alunni,  uno  grande, 
l'altro  piccolo.  La  diocesi  contiene 
molti  luoghi,  e  si  estende  per  cir- 
ca trenta  leghe.  Prima  dell'erezio- 
ne del  vescovato  di  Dijon,  la  dio- 
cesi di  Langres  era  divisa  in  sei 
arcidiaconati  e  diciassette  decanali 
rurali.  Ogni  nuovo  vescovo  è  tas- 
sato ne'libri  della  camera  apostoli- 
ca in  fiorini  870. 

Concila  di  Langres. 

11  primo  fu  tenuto  nell'SSo,  in 
cui  Alberico  \escovo  di  Langres 
vi  confermò  la  donazione  da  lui 
fatta  al  monastero  di  s.  Pietro  di 
Bezuencis.  Labbé  t.  VII;  Arduino 
tom.  IV. 

Il  secondo  nell'S^g  a*  9  aprile. 
Bemigio  arcivescovo  di  Lione  e 
Agilmaro  di  Vienna,  vi  presiedet- 
tero. Si  fecero  sedici  canoni  o  sta- 
tuti, che  furono  approvati  pochi 
giorni  dopo  nel  concilio  di  Toul 
o  Savonnieres,  ed  in  quello  inse- 
riti, l  sei  primi  sono  i  medesimi 
del  concilio  di  Valenza  sopra  la 
predestinazione.  Labbé  t.  VII  ;  Diz. 
de'concilii. 

Il  terzo  fu  nel  1077  o  1080 
contro  le  investiture  de'  beni  ec- 
lesiastici.  Labbé  tom.  X;  Arduino 
tom.  VI. 

Il  quarto  nel  r  1 16,  contro  quelli 
che  devastavano  i  beni  .di  chiesa, 
e  sopra  diverse  materie  ecclesiasti- 
che. Ibidem. 


LAN 

Furono  altresì  tenuti  in  Lan- 
gres alcuni  sinodi  memorabili,  che 
alcuni  chiamano  concilii ,  e  sono  i 
seguenti.  Il  primo  nel  i4o4  sotto 
Lodovico  di  Borbone:  Rinaldi  a 
detto  anno.  Il  secondo  nel  i45i 
sotto  Filippo  arcivescovo  di  Vien- 
na :  Labbé  tom.  XI.  11  terzo  nel 
1455  sopra  la  disciplina:  Lenglet. 

II  quarto  nel  i465  sulla  discipli- 
na ecclesiastica.  Il  quinto  nel  1622 
sopra  lo  stesso  argomento. 

LANGTON  Stefano,  Cardina- 
le.  Stefano  Langton  o  Langhloa  in- 
glese, che  dicesi  monaco  benedet- 
tino di  Cantorbery,  fu  cancelliere 
della  celebre  università  di  Parigi 
e  canonico  secolare  della  collegiata 
di  s.  Maria  di  quella  città ,  mae- 
stro nelle  arti,  insigne  teologo  e 
principe  tra  i  filosofi  del  suo  tem- 
po, e  per  lunga  stagione  professo- 
re in    detta    accademia.    Innocenzo 

III  nel  12 12  o  121 3  Io  creò  car- 
dinale col  titolo  di  s.  Grisogono. 
Dopo  gravissime  controversie  nate 
tra  Giovanni  re  à' Inghilterra  (Ve- 
di) per  una  parte,  ed  i  monaci  di 
Cantorbery  per  l'altra,  fu  promos- 
so a  quella  metropolitana.  Ciò  av- 
venne dopo  la  morte  dell'  arcive- 
scovo Uberto,  avendo  Innocenzo 
III  rigettata  per  ragionevoli  motivi 
l'elezione  fatta  dai  vescovi  suffra- 
gane e  dai  monaci  nella  persona 
di  Reginaldo  e  poi  di  Giovanni 
Graio  vescovo  di  Norwick  che  il 
re  voleva  ad  ogni  modo  arcivesco- 
vo. Sul  timore  che  i  monaci  pro- 
cedessero ad  una  terza  elezione,  gli 
elettori  in  numero  di  quindici  fu- 
rono chiamati  a  Roma,  alfinchè 
procedessero  all'  elezione  del  loro 
metropolitano  alla  presenza  del  Pon- 
tefice. Fattosi  quindi  lo  scrutinio 
sortì  eletto  canonicamente  dalla 
maggior  parte  de'  voti  Stefano,  con 


LAN 

piena  concordia  e  libertà  di  suf- 
fragi ,  il  perchè  fu  da  Innocenzo 
III  confermato  e  consacrato  da  lui 
in  Viterbo  a'  5  giugno,  ed  ornato 
del  sacro  pallio.  Kicusò  il  re  di 
riconoscere  Stefano  per  arcivesco- 
vo, e  pieno  di  furore  cacciò  i  mo- 
naci dalla  chiesa,  laonde  il  regno 
fu  sottoposto  all'interdetto,  promul- 
gato dai  vescovi  Guglielmo  di  Lon- 
dra, Eustachio  di  s.  Ely,  e  Mau- 
gero  di  Vigorne,  i  quali  subito 
però  partirono  dall'Inghilterra.  Du- 
rò r  interdetto  quasi  sei  anni  e 
mezzo ,  ed  il  re  alla  fine  si  vide 
costretto  di  obbedire  alla  santa  Se- 
de, con  ammettere  l'arcivescovo  al- 
la sua  sede.  Questi  benché  adem- 
pisse tutte  le  parti  di  zelante  pa- 
store ,  a  motivo  dell'  ecclesiastica 
giurisdizione  ebbe  poi  gravi  con- 
troversie col  medesimo  re ,  che  si 
mostrò  sempre  a  lui  contrario,  che 
anzi  spedì  a  Roma  Pandolfo  per 
oratore,  acciò  esponesse  ad  Inno- 
cenzo III  le  sue  querele  non  solo 
contro  il  cardinale,  ma  contro  tutti 
i  vescovi  d'Inghilterra,  che  furono 
citati  a  Roma  per  giustificarsi  dal- 
le incolpazioni  di  avarizia  e  so- 
verchio rigore  nell'esigere  quanto 
loro  era  dovuto  in  tempo  dell'in- 
terdetto, come  ancora  di  aver  vio- 
lato i  privilegi  della  chiesa  angli- 
cana. Finalmente  colla  mediazione 
del  cardinal  Nicolò  vescovo  Tuscu- 
lano,  spedito  al  re  per  legato  apo- 
stolico ,  cessate  le  ostilità  tra  le 
parti,  furono  pacificati  il  re  e  l'ar- 
civescovo. Non  per  questo  ebbero 
termine  i  tumulti,  dappoiché  ren- 
dutosi  il  sovrano  odioso  a  lutti,  i 
sudditi  chiamarono  al  trono  il  re 
di  Francia.  Essendo  di  ciò  creduto 
principale  autore  il  cardinal  Stefa- 
no, fu  citato  in  Roma  a  giustifi- 
carsi, ma  convinto  di  ribellione  con- 


LAN  III 

tro  Giovanni  fu  condannato;  se 
non  che,  avendo  egli  mostrato  pen- 
timento venne  assolto ,  con  patto 
di  non  tornare  in  Inghilterra  fin- 
ché non  fosse  estinta  la  ribellione. 
Intanto  il  re  morì  nel  12 16,  ed  il 
cardinale  fece  ritorno  alla  sua  se- 
de, ove  tranquillamente  esercitò  le 
pastorali  funzioni.  Nel  giugno  1222 
celebrò  un  sinodo  in  Cantorbery,  ove 
fondò  un  sontuoso  palazzo  arcive- 
scovile, nella  cui  sommità  fece  eoa 
gran  spesa  collocare  l'orologio;  e  si 
mostrò  assai  generoso  co'  poveri. 
Morì  dopo  tante  peripezie  nel  1228 
nel  castello  di  Slindon,  donde  tras- 
ferito in  Cantorbery  fu  sepolto  nel- 
la cappella  di  s.  Michele  nella  me- 
tropolitana, ove  gli  fu  eretto  un 
monumento.  Intervenne  airelezione 
di  Onorio  III  e  Gregorio  IX;  ed 
il  vescovo  Rofifense  Enrico  di  santa 
vita,  predicando  la  divina  parola 
annunziò  al  popolo  che  la  di  lui 
anima  uscita  dal  purgatorio  era 
ascesa  al  cielo.  Sono  senza  numero 
le  opere  composte  da  questo  dotto 
cardinale,  particolarmente  sopra  la 
sacra  Scrittura ,  i  cui  libri  quasi 
tutti  illustrò  di  eruditi  commenta- 
ri ,  de'  quali  nell'  Ateneo  romano 
deirOIdoino  si  ha  un  completo  ca- 
talogo. Alcuni  sono  di  parere  che 
il  cardinale  fosse  il  primo  a  di- 
stinguere la  Bibbia  per  capitoli, 
quale  tuttora  l'abbiamo,  sebbene 
non  manchino  altri  che  ne  attri- 
buiscono invece  l'onore  al  cardinal 
tigone. 

LANGUISSEL  Bernardo,  Car- 
dìnale.  Bernardo  di  Languissel  ve- 
nuto alla  luce  nelle  Gailie  da  il- 
lustre prosapia,  arcivescovo  di  Ar- 
les  dove  celebrò  due  conci  Hi,  me- 
ritò che  Martino  IV  a'  23  marzo 
1281  lo  creasse  cardinale  vescovo 
di  Porto,  e  legalo  nella    provincia 


113  LAN 

di  Emilia  agitala  e  sconvolta  dal- 
le guerre  civili,  affinchè  colla  sua 
opera  la  ritornasse  in  quiete.  Tanto 
ampia  fu  l'autorità  conferitagli,  che 
la  sua  giurisdizione  si  estese  sui 
due  patriarcati  di  Grado  e  di  A- 
quileia,  ad  una  parte  del  dominio 
•veneto,  ed  a  tutta  la  Lombardia, 
Toscana  e  Liguria.  Collo  stesso  ca- 
rattere fu  inviato  alla  repubblica 
di  Venezia  per  ottenere  aiuto  a 
Carlo  I  re  di  Sicilia.  Mori  in  Or- 
vieto nel  1290,  e  rimase  sepolto 
nella  chiesa  di  s.  Francesco,  ove 
gli  fu  posta  una  lapide  con  iscri- 
zione, e  lo  stemma  gentilizio,  do- 
po aver  concorso  alle  elezioni  di 
Onorio   IV  e  Nicolò  IV. 

LANTE  Marcello,  Cardinale. 
Marcello  Lante  nobile  romano,  nac- 
que da  una  famiglia  originaria  di 
Pisa,  già  sublime  e  distinta  a' tem- 
pi di  quella  repubblica,  che  diede 
a  Roma  un  benemerito  senatore 
nella  persona  di  Pietro  Lante,  che 
fu  appunto  quello  che  ivi  la  tra- 
piantò; ma  siccome  tra  le  nobili  fa- 
miglie cui  s'imparentò  la  famiglia 
Lante,  evvi  quella  della  Rovere 
[Fedi),  a  quell'  articolo  ne  tratte- 
remo; dappoiché  i  Lante  dovette- 
ro assumere  il  cognome  e  Io  stem- 
ma della  Pvovere,  al  modo  che  si 
dirà  in  tale  luogo.  Marcello  nel 
pontificato  di  Clemente  Vili  fece 
acquisto  d'un  chiericato  di  came- 
ra, e  poscia  si  rese  degno  della 
cospicua  carica  di  uditore  generale 
della  medesima.  Paolo  V  suo  pa- 
rente agli  II  settembre  1606  Io 
creò  cardinal  prete  del  titolo  de'ss. 
Quirico  e  Giulitta,  non  che  vesco- 
vo di  Todi  e  prolettore  dell'ordi- 
ne francescano.  Pieno  di  santo  ze- 
lo per  giovare  alla  sua  diocesi,  ri- 
dusse il  clero  a  vivere  secondo  le 
norme    dell'ecclesiastica  disciplina, 


LAN 

ed    a  meglio  stabilirla  fondò  il  se- 
minario, e  promosse   energicamen- 
te per  la  città  e  diocesi    il  pio  c- 
sercizio  del  catechismo    e    dottrina 
cristiana.    Sovvenne    i    poveri    con 
generose  limosina,  ed  a'  francescani 
riformati  con  immensa  spesa  fondò 
un  convento  presso  la  chiesa  di  s. 
Pietro  sopra  le    acque,  nella    terra 
di  Massa.  In  Roma  ebbe  gran  par- 
te nell'edificazione  della  chiesa  di  s. 
Maria  delle  Grazie  a  porta  Angelica, 
e  della  contigua  abitazione  pegli  ere- 
miti, e  quasi  altrettanto  fece  con  la 
chiesa  di  s.  Maria  Liberatrice,  che  dai 
fondamenti  avea  fabbricata   Miche- 
le Lante  di  lui  avo^   come    dall'  i- 
scrizione  posta  sopra  la  porta  del- 
la chiesa  stessa,  da  pochi  anni  af- 
fatto coperta  da  una    cantoria    ed 
organo,  fattovi  costruire  forse  dalle 
monache  oblate  di    Tor    de'  Spec- 
chi a  cui  appartiene  la  chiesa.  Im- 
piegò gran  somme  a  favore  dell'o- 
spedale di  s.  Spirito,    e    di    quello 
de'   benefratelli.     Eresse    la    chiesa 
e  la  miglior  parte    del    monastero 
di  s.  Giuseppe  a  capo  le  case  per 
le  teresiane,  gittando  la  prima  pie- 
tra nelle   fondamenta    del    tempio. 
Dimesso  il  titolo  passò    successiva- 
mente  al  vescovato  d'Ostia  e  Vel- 
letri,  dove  adornò    il    palazzo    ve- 
scovile   di    portici    e    di    un    atrio 
maestoso  verso  la  chiesa,  e  vi  sta- 
bih  il  seminario  ;  ed    è  a  notarsi , 
che  in  tante  fabbriche  e  pie  opere 
di  cui  fu  autore,  mai  permise  che 
vi  fosse  apposto  il  suo  nome,  solo 
vi  fu  collocalo  dopo  la  sua  morte. 
In  quarantasei  anni  di  cardinalato 
godè  perfetta  sanità    senza   veruna 
alterazione ,    e    le    somme  che  cu- 
mulò, lungi  d'arricchirne  i  parenti, 
le  distribuì  ai  bisognosi,  e  le  impie- 
gò   in    opere    pie    a    vantaggio  di 
chiese,  ospedali,  monasteri,   confra-^ 


LAN 

terni  te  e  benefici  stabilimenti,  oltre 
immense  limosine  che  passò  nelle 
mani  di  poveri  vescovi,  nelle  parli 
singolarmente  di  Germania  e  di 
Scozia.  Soccorse  pure  vergini  mi- 
serabili, nobili  caduti  in  bassa  for- 
tuna, ad  uno  de'  quali  die  tremila 
scudi  d'oro.  Parteciparono  di  que- 
sta   singoiar    liberalità    le    famiglie 


religiose  e  l'ospedale  della  ss.  Tri- 
nità de'  pellegrini,  per  cui  a  buo- 
na ragione  fu  detto  il  s.  Giovanni 
elemosinario  de*  suoi  tempi.  Alla 
morte  di  Urbano  Vili  ordinò  che 
ogni  giorno  finche  durasse  la  sede 
vacante,  si  dassero  venticinque  scu- 
di dì  limosina  pauticolare,  acciò 
chi  li  riceveva  pregasse  per  l'otti- 
ma scelta  del  successore;  laonde 
■vuoisi  che  impiegasse  in  opere  pie 
un  milione  di  scudi.  Divotissimo 
della  Beala  Vergine,  nelle  vigilie 
delle  sue  feste  osservava  rigoroso 
digiuno,  e  moltiplicava  le  limosine. 
Si  contentava  di  una  mensa  fru- 
gale e  di  modeste  suppellettili.  As- 
siduo nella  preghiera,  ogni  giorno 
celebrava  la  messa,  ed  ogni  vener- 
dì, ad  onta  di  sua  grave  età  e  delle 
rimostranze  de'  medici,  si  pasceva 
con  pane  e  vino  in  memoria  della 
passione  del  Redentore.  Essendo 
decano  del  sacro  collegio  ,  d'  anni 
novant'uno  mori  in  Roma  nel  1 652 
da  tutti  compianto.  Ebbe  onorata 
sepoltura  nella  chiesa  di  s.  Nicola 
di  Tolentino,  nella  cappella  delle 
ss.  Lucrezia  e  Geltrude,  non  da 
lui  fondata  come  dice  il  Cardella, 
senza  alcuna  memoria  come  si  è 
detto,  ad  esempio  di  s.  Carlo  Bor- 
romeo. Intervenne  ai  conclavi  di 
quattro  Papi ,  e  nell'  anno  santo 
i65o  apri  e  chiuse  la  porta  santa 
della  basilica  di  s.  Paolo.  Il  car- 
dinal Bentivoglio  lo  lodò  nelle  sue 
Memorie,  così  altri  scrittori.  L'am- 

VOL.    XXXVIf. 


LAN  ii3 

basciatore  veneto  Giustiniani,  nella 
sua  relazione  al  senato,  disse  che 
il  cardinal  Laute  pieno  d'integrità, 
di  candidi  costumi  e  di  rette  in- 
tenzioni, mai  attese  di  farsi  amici 
coir  intenzione  di  salire  al  pontifi- 
cato. Ne  scrisse  la  vita  Giangiaco- 
mo  Rossi ,  che  stampò  in  Roma 
nel  i653.  Quanto  alla  detta  cap- 
pella, essa  fu  eretta  da  d.  Lucr^ 
zia  della  Rovere  Lante  cognata  del 
cardinale,  come  rilevasi  dall'iscri- 
zione eh' è  nel  pavimento  della  me- 
desima cappella. 

LANTE  Federico  Marcello,  Car- 
dinale. Federico  Marcello  Laute 
della  Rovere  nobile  romano,  nacque 
in  Roma  a'  18  aprile  1695,  da 
Antonio  duca  Lante  della  Rovere 
cavaliere  dell'  ordine  dello  Spirito 
Santo,  e  da  Luisa  Angelica  de  la 
Tremoille  ,  sorella  di  Marianna 
principessa  Orsini  duchessa  di  Brac- 
ciano. Benedetto  XIII  nel  1728  lo 
fece  governatore  d' Ancona ,  dove 
strinse  sincera  amicizia  col  cardi- 
nal Lambertini  allora  vescovo  e 
poi  Benedetto  XIV.  Nel  lySo  Cle- 
mente XII  lo  inviò  nunzio  straor- 
dinario in  Parigi,  a  recare  le  fascie 
benedette  al  delfino,  ricevendo  dal 
re  Luigi  XV  segni  di  particolare 
benevolenza,  e  regalato  di  preziosi 
doni.  Per  tale  missione,  per  essere 
figlio  d' una  principessa  francese , 
e  per  la  potente  influenza  alla  cor- 
te della  di  lui  zia  la  suddetta  prin- 
cipessa Marianna  de  la  Tremoille 
ebbe  i  seguenti  benefizi  ecclesiasti- 
ci :  le  abbazie  de  la  Bianche  e  de 
la  gran  Selve,  ed  i  priorati  di  s. 
Mellaine,  di  Perpignano,  di  Lan- 
nenec  e  di  Germitton,onde  il  totale 
delle  di  lui  annue  rendite  ecclesiasti- 
che ascese  a  circa  tredicimila  scudi. 
Quindi  fu  fatto  arcivescovo  di  Petra 
in  partibus,  e  nel  1782  presidente 


ii4  LAN 

d'Urbino,  dove  per  la  sua  dolcez- 
za, umanità,  giustizia  e  munificen- 
za venne  universalmente  applaudi- 
to  e  stimato;  onde  nella  sala  della 
Ragione  in  Pesaro  gli  fu  eretta  una 
statua  o  busto  marmoreo,  con  iscri- 
zione al  piedistallo  assai  onorevole. 
La  stessa  stima   ebbero    per    lui  i 
letterati    e  gli  uomini    eruditi,  dei 
quali  fu  protettore  e  mecenate.  Ne 
compensò  i  meriti  Benedetto  XIV 
a' 9  settembre  174^1  creandolo  car- 
dinale prete  del  titolo  di    s.  Pan- 
crazio;   quindi    nel    1768  divenne 
vescovo  di  Porto  e   protettore    del 
regno  d'Inghilterra.  Clemente  XIU 
lo  fece  prefetto  del  buon    governo 
ed  abbate  commendatario  dell'ab- 
bazia di  Faifa   e  s.  Salvatore  mag- 
giore, che  di  frequente  visitò,  pren- 
dendosi cUi*a  speciale  del  seminario 
dello    stesso    s.  Salvatore    maggio- 
re, che  colla  sua  vigilanza  e  dire- 
zione diventò  assai  celebre,  fiorente 
e  più  numeroso.  Intervenne  ai  con- 
clavi di  Clemente  XIII  e  Clemente 
XIV    che    consacrò    supplendo    le 
veci  del  cardinal  Cavalchini    deca- 
no. Nel  suo  testamento    lasciò    un 
fondo  capace  a  somministrare  onde 
vivere    a    lutti    i    suoi     famigliari, 
quale  dopo  la  loro  morte  volle  che 
ricadesse  all'ospizio  apostolico  di  s. 
Michele.    Finalmente    dopo    trenta 
anni  di  cardinalato,  in  età  di  set- 
tanl'otto  anni,  mori  in  Roma    a'  3 
marzo  1778,  e  fu  sepolto  nella  cap- 
pella gentilizia  di  s.  Nicola  di  To- 
lentino, ove  fu  collocata  la  sua  ef- 
figie dipinta  al  naturale  con  orna- 
menti   e    distinto    elogio.   Ad  onta 
delle  sue  belle  qualità  la   plebe  di 
Roma      commise     delle    insolenze 
mentre  portavasi    il  cadavere    alla 
chiesa.  Vuoisi  attribuire  questo  dis- 
gustoso avvenimento  a  quanto  an- 
diamo ad  accennare.  Nelle  congre* 


LAN 

gazioni  ch'ebbero  luogo  ne'noven-' 
diali  per  la  sede  vacante  in  morte 
di  Clemente  XIIT,  il  cardinale  le 
presiedette  come  facente  le  veci  del 
decano  del  .«acro  collegio.  In  una 
di  esse  i  ministri  dell'annona,  te- 
mendo la  penuria  del  grano,  sup- 
plicarono perchè  se  ne  facesse  ve- 
nire a  Roma  dall'estero.  Non  sem- 
brando ciò  necessario  al  cardinale, 
ed  insistendo  {ministri  nella  ri- 
chiesta, nel  calore  della  discussione 
dicesi  che  il  cardinale  prorompes- 
se in  una  espressione  di  disprezzo 
pei  romani.  Questi,  venuti  in  co- 
gnizione dell'accaduto,  d'allora  in 
poi  videro  di  mal  occhio  il  loro 
concittadino,  ed  in  morte  il  basso 
popolo  si  permise  inveire  contro  il 
suo  cadavere. 

LANTE  Antonio,  Cardinale.  An- 
tonio Lante  nobile  romano,  nacque 
in  Roma  a'  17  dicembre  1787,  dal 
duca  d.  Filippo,  e  da  d.  Virginia 
Altieri  prima  moglie  di  suo  padre, 
mentre  dalla  seconda  nacque  il  se- 
guente fratello  Alessandro.  Fu  pri- 
mamente educato  nel  collegio  di 
Torino  diretto  dai  gesuiti,  e  quin- 
di nel  collegio  dementino  di  Ro- 
ma. Intraprese  la  carriera  prelati- 
zia come  reggente  della  cancelleria. 
Dal  cardinal  Federico  Marcello  Lan- 
te suo  pro-zio  gli  fu  assegnata  l'ab- 
bazia di  Farfa  e  s.  Salvatore  mag- 
giore, con  beneplacito  di  Clemen- 
te XIV.  Molto  si  distinse  nell'ab- 
bazia colle  sue  pastorali  sollecitu- 
dini, poiché  a  sue  spese  restaurò 
templi,  mantenne  in  lustro  il  ce- 
lebre seminario  di  s.  Salvatore  mag- 
giore, costruì  ponti,  e  celebiò  il  si- 
nodo Farfcnse,  che  dopo  la  morte 
del  cardinal  Francesco  Barberini 
non  era  stato  più  celebrato.  Ven- 
ne destinato  governatore  di  Bene- 
vento,   indi    nel    1771    inquisitore 


LAN 
generale  a  Malia,  donde  dopo  sette 
anni  fu  trasferito  al  governo  della 
Marca  ossia  di  Macerata.  Nel  1785 
fu  prona  osso  a  chierico  di  camera 
colla  presidenza  delle  zecche,  e  ne 
divenne  decano  nel  1801,  assumen- 
do perciò  la  prefettura  dell'erga- 
stolo di  Corneto.  Quivi  si  distinse 
con  una  retta  amministrazione,  am- 
pliò e  ridusse  in  miglior  forma  quel 
locale  penitenziario,  rendendo  meno 
sensibili  le  pene  dei  detenuti.  Co- 
me presidente  delle  zecche,  nel  18 15 
contribuì  alla  sistemazione  genera- 
le degli  uffizi  del  bollo  per  le  ma- 
nifatture d'oro  e  d'argento,  ed  a 
promuovere  dei  regolamenti  legis- 
lativi pei  fabbricatori  e  venditori 
di  tali  preziosi  metalli.  Nelle  vi- 
cende politiche  repubblicane ,  e  in 
quelle  della  seconda  invasione  fran- 
cese, soffrì  con  animo  ecclesiastico, 
e  benché  fosse  stato  privato  dei 
frutti  de' luoghi  di  monte  e  delle 
rendite  dell'abbazia,  di  questa  volle 
sostenerne  i  pesi  inerenti,  come 
sempre  provvide  al  mantenimento 
de'  suoi  famigliari,  continuando  al- 
tresì le  limosine  fjsse  che  avea  as- 
segnate a  diverse  persone  povere. 
Pio  VII  nel  concistoro  degli  8  mar- 
zo 18 16  lo  creò  cardinale  delTor- 
dine  de'  preti,  poscia  in  quello  dei 
2t8  luglio  18 17  lo  pubblicò,  con- 
ferendogli indi  per  titolo  la  chiesa 
de'  ss.  Quirico  e  Giulitta,  di  cui 
non  potè  prendere  possesso  ;  an- 
noverandolo alle  congregazioni  del- 
la disciplina,  indulgenze,  fabbrica 
di  s.  Pietro,  e  di  Loreto.  Poco  go- 
dè di  questi  onori ,  giacché  dopo 
ottantasei  giorni,  per  breve  e  tor- 
mentosa malattia  morì  a' 23  otto- 
bre d'anni  ottanta,  lodato  per  vir- 
ili, pietà  ed  integrità  di  vita.  Dis- 
pose nel  testamento  che  a'  suoi  fa- 
migliari   fosse  continuata  la  raesa- 


LAN 


ii5 


ta  finché  vivessero,  lasciando  di  ciò 
e  di  altre  disposizioni  esecutore 
monsignor  Domenico  Attanasio  udi- 
tore del  camerlengato.  I  funerali 
si  celebrarono  nella  chiesa  di  s.  Ni- 
cola di  Tolentino  ,  ed  il  cadavere 
fu  tumulato  nella  superba  cappella 
gentilizia. 

LAN  TE  Alessandro,  Cardinale, 
Alessandro  Laute  nobile  romano, 
nacque  in  Roma  a'2  novembre 
1762,  dal  duca  d.  Filippo,  e  da 
d.  Faustina  Capranica  seconda  di 
lui  moglie,  e  perciò  fratello  del 
precedente  cardinale.  Dotato  dalla 
natura  di  avvenente  forma,  d'  in- 
gegno acuto  e  vivace ,  favorito  e 
sostenuto  dalla  più  sana  e  delicata 
educazione,  non  tardò  mollo  a  dare 
presagio  dell'  alto  grado  a  cui  sa- 
rebbe pervenuto.  Placido  di  tem- 
peramento, di  cuore  pieghevole 
ed  umano,  passò  i  primi  suoi  anni 
tra'  monaci  cassinesi  di  Roma,  for- 
mando il  suo  spirito  sui  principii 
della  religione,  donde  fu  trasferito 
nel  collegio  dementino  della  me- 
desima città,  ivi  applicandosi  alle 
scienze  con  successo.  Datosi  agli  stu- 
di legali  presso  i  dotti  giureconsul- 
ti avvocato  Riganti  e  monsignor 
Carandini,  poi  cardinali,  e  fatta 
conoscere  la  sua  abilità  nella  cu- 
ria, nel  pontificato  di  Pio  VI  e 
nel  1787  fu  annoverato  tra'  pre- 
lati domestici,  indi  nominato  dal 
Papa  canonico  di  s.  Pietro:  come 
tale  occupò  tutte  le  principali  ca- 
riche del  capitolo  Vaticano,  nelle 
quali  die  saggio  de'  suoi  talenti 
amministrativi,  economici  ed  agri- 
coli. Divenne  successivamente  re- 
ferendario delle  due  segnature,  fa- 
cendosi ammirare  per  l'imparziale 
giustìzia  ;  ponente  del  buon  gover- 
no, di  cui  lo  fece  segretario  Pio 
VII   nel  1800,  dopo   averne  speri- 


1X6  LAN 

menlata  l' abilità  dimostrata  qual 
segretario  della  congregazione  di 
riforma  di  governo,  deputata  al 
riordinamento  delle  cose  dello  stato. 
Le  comunità  di  esso  provarono  gii 
effetti  delle  sue  cognizioni  ed  atti- 
vità, procurandone  il  bene  genera- 
le. In  egual  tempo  coltivò  l'amena 
letteratura,  sia  colla  traduzione 
delle  opere  del  Venosino,  di  cui  ci^  è 
rimasto  un  abbozzo,  sia  colla  com- 
pilazione di  memorie  relative  alle 
arti,  alle  scienze  segnatamente  ar- 
cheologiche, da  lui  lette  in  parec- 
chie accademie.  Nel  settembre  1 80 1 
Pio  VII  lo  destinò  con  pubblico 
plauso  alla  carica  cospicua  di  te- 
soriere generale,  e  fu  reputato  op- 
portuno a  riordinare  l'amministra- 
zione, disorganizzata  per  le  note 
"vicende  repubblicane  e  straniera 
invasione,  dovendo  eseguire  il  nuo- 
vo sistema  daziale  e  i  nuovi  me- 
todi introdotti  dal  predecessore  car- 
dinal Litta,  contro  l'urto  degli  op- 
posti partiti.  Aveva  egli  presente 
la  massima  de'primi  ministri  di 
stato,  cioè,  che  senza  conoscere  le 
cose  e  le  persone  non  si  può  go- 
vernare. Quindi  con  particolare 
cura  volle  internarsi  nella  perfetta 
conoscenza  d'ogni  singolo  ramo 
delle  attribuzioni  delia  sua  carica, 
e  delle  qualità  de' subalterni  mini- 
stri, onde  dal  complesso  riunito 
delle  parti,  aver  con  certezza  il 
dato  generale  dell'attività  e  passi- 
vità delio  stato,  e  del  modo  da 
condursi  a  dirigere  l'amministra- 
zione. Non  si  conosceva  ancora  in 
questa  amministrazione  il  bilancio 
di  prevenzione,  il  rtndicouto  gene- 
rale dell'anno  col  paraleilo  dell'an- 
tecedente, che  additasse  le  cause 
delle  variazioni  nell'attivo  e  nel 
passivo  ;  fu  suo  merito  di  averlo 
per  la  prima    volta    iulrodolto,  né 


LAN 
risparmiò  applicazione  e  fatica  a 
tutte  le  molte  relative  provvidenze 
alla  vasta  azienda.  Stabilì  il  siste- 
ma dei  rincontri  di  camera,  incari- 
cati a  invigilare  sugli  introiti  e 
rivedere  i  conti  di  chiunque  tene- 
va a  fitto  i  proventi  camerali.  In- 
trodusse eziandio  il  bene  inteso 
metodo  di  percezione  sulle  contri- 
buzioni dirette,  obbligando  gli  am- 
ministratori a  corrispondere  con 
un  premio  proporzionato  l'intera 
somma  nei  ruoli  descritta,  ed  a 
versarla  bimestralmente  nell'erario 
pubblico  ;  oltre  altre  utili  disposi- 
zioni ed  ordini  stabili  per  le  con- 
tribuzioni indirette.  Né  ommise  di 
rivolgere  il  pensiero  ad  altri  mez- 
zi di  risorsa  vantaggiosi  non  me- 
no all'agricoltura  ed  al  commercio, 
che  alla  popolazione  ;  incoraggi  e 
protesse  la  coltivazione  del  tabacco, 
liberandola  in  gran  parte  dail'ob- 
bligo  di  ricorrere  alia  foglia  estera. 
Per  impedire  egualmente  l'emissio- 
ne del  denaro  fuori  di  slato,  ecci- 
tò alcuni  intraprendenti  all'erezio- 
ne delle  nUove  saiinre  nella  spiag- 
gia di  Corneto,  per  riparare  a 
quelle  decadute  di  Ostia.  Attivate 
tutte  le  rendite  delle  finanze,  e 
venuto  a  capo  di  fondare  giudizio 
sulle  risorse  dello  stato  per  di  lui 
mezzo  migliorate,  sollecito  si  rivol- 
se alla  soddisfazione  del  debito 
pubblico,  colle  più  acconcie  ma- 
niere, e  in  proporzione  dello  stato 
economico  della  pubblica  cassa  ; 
ìndi  con  una  quarta  parte  del 
valore  sborsato  reintegrò  gli  ac- 
quirenti de'  beni  nazionali,  com- 
prati dal  passato  governo  repub- 
blicano. Allorquando  nel  1806 
l'ingresso  di  nuove  truppe  estere 
nello  stato  pontificio  costrinse  il 
governo  a  ragguardevoli  disborsi, 
non  è  da  dire    gl'ingegnosi  partiti 


LAN 

co'quali  seppe  soddisfare  ai  bisogni, 
a  fronte  della  mala  corrispondenza 
de' forni  tori,  e  dell'  imponenza  del 
comando  militare.  Ma  1'  operazione 
che  sopra  tutte  renderà  perpetua- 
mente glorioso  il  nome  di  Ales- 
sandro Lante,  come  ristoratore  del- 
la finanza  pontificia,  quella  si  fu 
certamente  d'aver  restituito  il  giu- 
sto sistema  della  moneta.  Era 
allora  eccessivo  lo  sbilancio  del 
valore  fra  la  moneta  reale  ossia 
d'argento,  quella  di  rame,  e  quel- 
la di  biglione.  La  soverchia  crea- 
zione delle  carte  monetate  da  pri- 
ma, e  la  sconsigliata  moltiplicazio- 
ne della  moneta  di  rame  da  poi, 
avevano  rovesciato  in  modo  la  bi- 
lancia di  proporzione^  che  più  di 
due  terei  ormai  passavano  di  dif- 
ferenza fra  l'una  e  l'altra  specifica 
rispettivamente.  Gravissimi  erano 
i  danni,  che  ai  sudditi  ed  al  com- 
mercio dello  stato  pontificio  da  ciò 
ridondavano;  ma  più  gravi  ancora 
ne  risentiva  l''erario,  posto  alla  ne- 
cessità di  non  poter  ricusare  per 
il  valor  nominale  nelle  esigenze 
de'dazi  la  moneta  imperfetta,  co- 
stretto per  l'altra  far  le  tratte 
in  moneta  reale  per  le  tante  cir- 
costanze dei  rapporti,  nei  quali  si 
trova  ciascun  governo,  e  quei  sopra 
tutto  che  sono  in  più  articoli  coll'este- 
ro  in  passività.  Con  sorprendente 
rapidità  l'opera  fu  condotta  al  suo 
fine  nello  stretto  spazio  di  tre  me- 
si ;  ma  più  ammirabile  fu  il  mo- 
do pel  quale  venendo  la  moneta 
ricevuta  al  cambio  per  il  saggio 
stesso,  al  quale  rispettivamente 
trovavasi  ammessa  ed  accolta  in 
commercio,  altra  nuova  perdita  non 
ne  risentirono  i  possessori,  oltre  quel- 
la che  già  avevano  incontrata  allor- 
ché ne  vennero  per  la  prima  vol- 
ta in  possesso.  Sarà  sempre  onore- 


LAN  117 

vole  testimonianza  di  questa  bella 
operazione  la  piena  soddisfazione 
di  Pio  VII,  e  l'elogio  fattone  dalle 
estere  nazioni,  le  quali  ne  adotta- 
rono l'operazione,  che  avea  resti- 
tuito l'ordine  al  commercio,  e  ri- 
donato l'equilibrio  nelle  private  e 
pubbliche  contrattazioni.  A  questi 
grandi  vantaggi  aggiunse  quelli  de- 
rivati dalla  retta  amministrazione 
delle  dogane  ai  confini,  secondo  il 
piano  immaginato  già  da  Benedet- 
to XIV,  e  posto  in  esecuzione  sot- 
to il  vigile  governo  di  Pio  VI 
dal  zelante  Ruffo  tesoriere  genera- 
le, poi  cardinale.  Con  gabelle  sul- 
le merci  forestiere  favori  le  fab- 
briche interne  e  l'industria  nazio- 
nale, riparando  molti  inconvenien- 
ti. Fu  instancabile  per  assicurare  il 
pubblico  servigio  dalla  malizia  e 
prevaricazione  de'ministri,  massime 
sull'amministrazione  de'lotti.  Pro- 
tesse e  favorì  i  benemeriti  nelle 
manifatture  e  nel  commercio  ; 
molte  fabbriche  ebbero  per  lui  in- 
cominciamento,  altre  si  perfeziona- 
rono, principalmente  delle  lane, 
delle  sete  e  di  altri  tessuti.  Auto- 
rizzato dalla  beneficenza  sovrana 
sovvenne  gl'indigenti,  i  conservato- 
rii,  gli  ospedali,  ed  altri  luoghi  pii 
bisognosi.  Meritano  perciò  menzio- 
ne le  beneficenze  compartite  agli 
ospedali  di  s.  Spirilo  e  di  s.  Gio- 
vanni, oltre  la  costruzione  d'un 
nuovo  ospedale  in  Civitavecchia. 
Infestando  i  corsari  le  spiagge  del- 
l'Adriatico, ne  eliminò  le  funeste 
dilapidazioni  e  schiavitù,  arman- 
do la  costa  con  legni  in  mare 
e  forza  terrestre  ;  indi  accorse  a 
sollevar  la  languente  umanità  che 
in  Roma  e  in  altri  luoghi  cadeva 
vittima  d' un  male  epidemico.  A 
lui  si  deve  il  migliore  stato  dei 
condannali  alle  galere    ed  ai  pub- 


ii8  LAN 

blici  lavori,  la  manutenzione  dei 
bonifici  alle  paludi  Pontine,  la  so- 
stituzione dei  bufali  al  tiro  delle 
barche  che  rimontano  il  Tevere, 
che  solevano  fare  gli  uomini,  ad 
onta  d'inumani  ed  irragionevoli  re- 
clami de' vecchi  conduttori  delle  bar- 
che e  de'  mercanti.  Fornì  la  cal- 
cografia camerale  di  nuovi  rami 
incisi  ;  concorse  ad  arricchire  i  mu- 
sei, massime  il  Chiaramonti  di 
molti  e  stupendi  oggetti  di  scul- 
tura antica,  pei  quali  furono  dal- 
l'erario spesi  piti  di  centomila  scu- 
di; sotto  di  lui  fu  intrapresa  l'es- 
cavazione  degli  archi  di  Costantino 
e  Settimio  Severo.  Operazioni  più 
grandi  volgeva  in  mente,  quando 
gl'imperiali  francesi  consumarono 
nel  1809  la  seconda  occupazione 
dell'  intero  stato  pontificio.  In  be- 
neficio de'  poveri  avea  combinato 
con  monsignor  della  Genga  (che 
sommamente  reputava  non  solo 
pe'  suoi  lumi  e  talenti,  ma  per  le 
nozioni  di  fatti  acquistate  in  alcune 
città  della  Germania)  poi  Leone 
XII,  il  gran  piano  d'istituto  di  ca- 
rità da  stabilirsi  nel  palazzo  Late- 
ranense,  già  presentato  a  Pio  VII 
per  l'approvazione,  colla  distinzio- 
ne dei  mendicanti  per  necessità, 
dagli  oziosi  volontari,  pel  diverso 
regime  che  si  doveva  tenere  con 
tali  due  classi  differentissime  di  po- 
veri; ma  le  sopravvenute  vicende 
politiche  soffocarono  l'opera  ne'suoi 
princìpii.  Trasportato  il  Papa  da 
Roma,  imprigionati  e  dispersi  i 
cardinali  e  prelati,  Alessandro  si 
scelse  a  tranquilla  dimora  la  con- 
finante Toscana,  l'animo  pascen- 
do ne'diletti  suoi  studi  ed  in  nuo- 
ve cognizioni.  Ritornato  dopo  un 
lustro  di  patimenti  Pio  VII  alla 
sua  sede,  ripatriò  ancora  il  nostro 
prelatesche  agli  8  marzo   1816  fu 


LAN 

crealo  cardinale  diacono  dal  Pon- 
tefice, il  quale  per  diaconia  gli  as- 
segnò la  chiesa  di  s.  Eustachio,  e 
per  congregazioni  quelle  del  conci- 
lio, della  consulta,  del  buon  go- 
verno, e  delle  acque,  facendolo  pu- 
re protettore  dell'  arciconfraternita 
di  s.  Girolamo  della  Carità,  del 
monastero  de' ss.  Giacomo  e  Mad- 
dalena alla  Lungura,  e  della  terra 
di  Bagnala.  Restituite  le  legazioni 
alla  santa  Sede,  si  ripristinarono 
ad  esse  i  cardinali  legati,  ed  a 
quella  di  Bologna  prescelse  Pio 
VII  il  cardinal  Lante,  che  come 
era  stato  modello  dei  tesorieri  ge- 
nerali, lo  divenne  de'legati  aposto- 
lici. Nel  tempo  del  di  lui  arrivo 
all'illustre  sua  residenza,  che  fu  ai 
29  settembre  18 16,  la  pubblica 
tranquillità  oscillava  ancora  per 
conseguenza  delle  passate  vicende. 
Fu  suo  primo  studio  il  rassodarla, 
conciliando  i  discordi  partiti,  e 
tutta  impiegando  l'influenza  ed 
autorità  sua,  per  inspirare  amore 
e  fiducia  verso  il  governo.  Accor- 
to magistrato  politico,  lungi  dal 
perseguitare  alcuno  per  le  anterio- 
ri opinioni^  cercò  di  vincerli  con 
la  dolcezza,  e  di  attaccare  agl'inte- 
ressi del  governo  que'medesimi,  che 
d'altronde  onesti  ed  abili,  non  vi 
aveano  un'  affezione  bastantemente 
decisa.  Però  ben  si  guardò  di  la- 
sciar correre  i  perversi  disegni  dei 
perturbatori  della  pubblica  quiete, 
e  ne  colpì  gli  autori  col  rigore 
delle  leggi,  scompigliandone  le  pri- 
me orditure,  e  rompendo  le  fila 
d'ogni  reo  disegno.  A  prevenir  gli 
effetti  dell'ozio  e  dell'infingardaggi- 
ne di  molti  individui,  riordinò  le 
due  case  d'industria  e  di  ricovero 
già  da  molto  tempo  stabilite  in 
Bologna,  con  che  tolse  la  pubblica 
mendicità    ed  il  mal  costume.  Con 


LAN 

l'energra    e  destrezza  tutta  propria 
del  cardinale,   rapidamente  organiz- 
zò la  polizia  in  tutta  la  provincia, 
il  regolare    stabilimento  delle  auto- 
rità giudiziarie,    l'ordinato    sistema 
delle    carceri,  le    decenti  e  comode 
residenze    de'  governatori,    facendo 
con  singoiar  zelo  disbrigare  le  cau- 
se criminali  ;  la  pubblica  economia, 
i  riguardi  di  sanità,  tutto  impiegò 
pei  detenuti.  Con  opportuni  mezzi 
provvide  alla  penuria    cui  era  mi- 
nacciata la  provincia,    con  utili  la- 
vori di  strade    ed  altre  vantaggio- 
se riparazioni,  sopra  tutto  veglian- 
do alla  riproduzione    de'  generi  di 
sussistenza,    e    sostenendo    il  libero 
commercio,     come     quello    che     in 
ogni  evento  solo  può  assicurare  la 
sussistenza    de'  popoli.     Dopo    aver 
provveduto  alla  penuria  dei  raccol- 
ti, un    nuovo    campo    si  aprì  alla 
sua  pietà  e  sollecitudine,  nella  ma- 
lattia contagiosa  del  tifo  petecchiale, 
onde  pose  in  opera  tutti  i  mezzi  per 
debellare    il    desolante,  flagello.  Pel 
miglioramento    dell'agricoltura  isti- 
tuì r  ispettorato    de'  boschi  ;   come 
presidente    delle    risaie    molte   cose 
operò,  come  per  la    retta  organiz- 
zazione delle  comunità,  che  di  per- 
sona   visitò.    Onorato  dal  governo 
della  presidenza  della  commissione 
del    Reno,    spiegò    anco    in  questa 
sua  rappresentanza  un  apparato  di 
cognizioni  che  fece  stupire  gli  stes- 
si ingegneri.  Scelse  ottimi    soggetti 
pel  disimpegno    degli  affari   gover- 
nativi,   premiò  i    buoni  impiegati, 
e  rimproverò     o    castigò   i  cattivi. 
Mai    superiore    forse    non    fu  più 
affabile  di  lui    con  ognuno  che  ri- 
corresse alla  sua  giustizia,  amando 
essere    1'  amico    di     tutti,     veniva 
rispettalo    e    riamato.     GH  uomini 
d'  ingegno  e  di  lettere    formavano 
l'ordinaria  sua  società;    fu  sana  la 


LAN  iig 

sua  morale,  ed    ogni    azione  rego- 
lata dai  più    sodi  principi!  di  reli- 
gione.   Sì  magnanimo  cardinale  fu 
troppo  presto  dalla    morte  rapito, 
mentre  non  aveva  oltrepassato  l'anno 
cinquantesimosesto  di  sua  età.  Morì  in 
Bologna  a' 1 4  luglio  i8i8,  compian- 
to vivamente  da  tutta  la  provincia. 
I  suoi  solenni  funerali,  descritti  dal 
numero    60  del   Diario  di  Roma^ 
si  celebrarono  nella    metropolitana 
di  s.  Pietro  dal  cardinal   Opizzoni 
arcivescovo,  a  cui  assisterono  mon- 
signor Adriano  Fieschi  vice-legato, 
al  presente  degno    cardinale,  i  due 
capitoli    della    metropolitana    e  di 
s,  Petronio,  e   tutte  le  autorità  ci- 
vili    e    militari  ;    indi    il  cadavere 
fu  deposto    nella    confessione  della 
stessa  metropolitana.  Poco  dopo  in 
Bologna  nella  tipografia  del  gover- 
no   furono    pubblicate    le  Memorìe 
in    onore    d*  Alessandro    de'  duchi 
Lante  inclito  cardinale    di  s.  Chic- 
sa.    Le   calunnie    sparse    prima  di 
essere    promosso    al    cardinalato,  e 
che    tentarono    oscurare    per  poco 
la  delicatezza  del  suo  carattere,  ot- 
tennero   la  più    completa  confuta- 
zione   pel     trionfo    che    riportò  il 
trapassato  di  sue  gesta.  Ne  premiò 
i  meriti  anche  dopo  morto  il  Papa 
Pio  Ylì,  abilitandolo   al  godimento 
de'frutti  dell'  abbazia  di  Casamare 
da  lui  conferitagli,  oltre  una  som^ 
ma  cospicua  che  fece  somministra- 
re onde  venisse    dimessa  la  massa 
de'debiti,    che    il    defunto  avea  la- 
sciato agli  eredi,  e  di  cui  era  stato 
costretto     gravarsi    per    le  recenti 
spese  dell'esaltazione  alla  sacra  por- 
pora, e    successiva    legazione.  Ese- 
cutore   delle    beneficenze    sovrane 
fu  deputato  l'illustre  prelato  Nico- 
la   Maria    Nicolai,    il    quale  come 
presidente    dell*  accademia    di    ar- 
cheologia   romana,    a'  i3    maggio 


120  LAN 

1819  lesse  in  essa,  ed  alla  presen- 
za del  lodato  monsignor  Fieschi, 
il  dotto  Elogio  del  cardinal  Ales- 
sandro Lame  socio  onorario  teste 
defunto^  legato  in  Bologna.  Questo 
erudito  elogio  fu  stampalo  in  Bo- 
logna nella  tipografia  Nobili  1'  an- 
no   1821. 

LANZE  (delle)  Carlo  Vitto- 
rio Amadeo,  Cardinale.  Carlo  Vit- 
torio Amadeo  delle  Lanze  o  Lancie, 
nobile  piemontese  dei  conti  di  Sales, 
nacque  in  Torino  il  primo  settem- 
bre 17  12.  Dopo  di  avere  intrapre- 
so il  viaggio  delle  piìi  celebri  città 
di  Europa,  giunto  a  Parigi,  deter- 
minò di  consacrarsi  al  divin  servi- 
gio tra'  canonici  regolari  di  s.  Ge- 
noveffa, e  nel  mentre  che  con  e- 
dificazione  universale  proseguiva  nel 
suo  fervoroso  noviziato,  ebbe  Ordi- 
ne dal  padre  di  trasferirsi  in  Ro- 
ma, dove  applicatosi  con  grande 
ardore  agli  studi ,  volle  iniziar- 
si agli  ordini  sacri.  Accortosi  poi 
degli  onori  che  ivi  si  andavano  ap- 
parecchiando per  lui,  parti  per  la 
patria,  dove  si  diede  a  menar  vita 
ritira ta^  e  tutta  immersa  nello  stu- 
dio. Carlo  Emmanuele  HI  re  di 
Sardegna  lo  dichiarò  suo  elemosi- 
niere, colla  provvisione  della  ricca 
abbazia  di  s.  Giusto,  nel  qual  gelo- 
so uffizio  avendo  incontrata  la  pie- 
na soddisfazione  del  re,  fu  dal  me- 
desimo fatto  prelato  della  corte, 
pregando  Benedetto  XIV  a  crearlo 
cardinale.  Ciò  il  Papa  esegui  a' io 
aprile  174?,  annoverandolo  all'or- 
dine de' diaconi  e  conferendogli  la 
diaconia  de*  ss.  Cosimo  e  Damia- 
no. Portatosi  in  Roma  passò  al- 
l'ordine dei  preti  ed  ebbe  in  tito- 
lo la  chiesa  di  s.  Sisto,  venendo  an- 
cora creato  arcivescovo  in  partibus 
di  Nicosia.  Nel  voi.  Vili,  pag.  189 
del  Dizionario,  si  diede  un  cenno 


LAN 

del  superbo  pali  otto  di  madreper- 
la   che     donò    al    Papa,     esistente 
nella     cappella     pontificia    tuttora. 
Dalla    liberalità    del    nominato    so- 
vrano   gli     furono     conferiti     altri 
benefizi,    fra'  quali    la    celebre  ab- 
bazia   di    s.  Benigno  di  Fruttuaria, 
dove  nel    1749  ^^^^    ''  ^"^    domi- 
cilio e  diede  principio  alla  fabbrica 
di   una  sontuosa  chiesa,  quale  arric- 
chì di  prezióse   suppellettili,  di  ar- 
redi sacri,  senza  che  ad  essi  vi  fos- 
sero posti    i  suoi    stemmi.     Inoltre 
fondò   un  ampio  e  magnifico  semi- 
nario, dove  a  proprie  spese  mante* 
neva  trenta  alunni.  Predicava  al  po- 
polo il  vangelo,  celebrava  ogni  an- 
no   il    sinodo  diocesano,  e    visitava 
con  assidua  frequenza  la  diocesi  ab- 
baziale;  recandosi    dagli   infermi  di 
qualunque  condizione,  li    consolava 
nell'estremo  punto  anco  coll'ammini- 
strazione  de' sacramenti.    Il  suo  ca- 
rattere candido,  sincero,  nemico  del- 
la  simulazione,    zelante    del    buon 
costume  e  della   religione,  compas- 
sionevole co'poveri    a'  quali  distri- 
buiva tutto  il  suo,   soccorrendo  con 
generosità  gli  ospedali,  i  luoghi  pii, 
e  le    famiglie    miserabili,    rendeva- 
lo  a  tutti   venerabile  ed  amato.   So- 
brio,   temperante,    edi-ficava    i    suoi 
canonici  di  s.  Benigno,  co' quali  avea 
comune  la  mensa.  Eccellente  nell'e- 
rudizione, il    suo  parere    veniva  ri- 
cercato dagli  uomini  dotti,  fra'  qua- 
\ì  dal  sommo  p.  Gerdil  poi  cardina- 
le. I  re  di  Sardegna  ne  fecero  gran 
conto    ed    ebbero  in    alta    stima    i 
suoi  consigli,  come  fu  assai  ben  ac- 
cetto ai  Papi.  Pio  VI  lo  fece  pre- 
fetto della  congregazione  del  conci- 
lio,   ed  a    sua    insinuazione    stabilì 
che  da  quella  segreteria  lutto  fosse 
spedito  gratis,  compensando  in  altro 
modo    gli    uffiziali   della    medesima 
pegli   emolumenti    che   perdevana 


LAO 

Dopo  essere  intervenuto  a  tre  con- 
clavi, pieno  di  meriti  e  di  virtù  mo- 
rì nella  sua  abbazia  di  s.  Benigno, 
d' anni  settantadue,  a*  25  gennaio 
1784,  avendo  lasciato  erede  de' suoi 
beni  il  seminario,  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  che  aveva  edificata ,  nella 
quale  il  successore  gli  eresse  un  ma- 
gnifico monumento.  Avverte  il  No- 
vaes,  ch'essendo  il  cardinale  dive- 
nuto primo  prete,  e  perciò  titolare 
di  s.  Lorenzo  in  Lucina,  l'annua 
rendita  che  questo  avea  la  cedette 
per  la  causa  del  ven.  Benedetto 
Giuseppe  Labrè,  morto  santamente 
in  Roma  a' 16  aprile    1783. 

LAODICEA,  Laodicea  ad  mare. 
Città  vescovile  della  provincia  Teo- 
doriade,  nella  priuìa  Siria,  del  pa- 
trarcato  d'  Antiochia,  eretta  nel  V 
secolo  ed  in  metropoli  nel  VI,  quan- 
do l'imperatore  Giustiniano  1  diede 
alla  provincia  il  nome  di  Teodora 
sua  moglie;  furono  dichiarate  sue 
sufFraganee  le  sedi  vescovili  di  Pal- 
tus  o  Boldo,  di  Balagnas  che  nei  se- 
colo XII  divenne  vescovato  onorario, 
e  di  Gibbe  o  Gabala,  secondo  Com- 
manvilie.  Ignorasi  però  se  dopo  l'e- 
rezione della  provincia  Teodoriade, 
questa  città  continuò  a  godere  i  di- 
ritti metropolitani,  abbenchè  il  suo 
vescovo  se  ne  attribuisse  il  titolo, 
molto  più  che  il  patriarca  d'  An- 
tiochia, da  cui  dipendeva  questa  se- 
de, vi  conservò  sempre  la  sua  giu- 
risdizione. Laodicea,  secondo  Plinio, 
è  situata  sopra  un  promontorio. 
Strabone  dice  che  Antiochia  presso 
Dafne,  Seleucia  nella  Pieria,  Apa- 
mea  e  Laodicea  sul  mare,  erano 
quattro  grandi  città,  che  chiama- 
vansi  sorelle,  a  motivo  della  buona 
unione  che  regnava  fra  di  loro  ; 
tutte  e  quattro  erano  state  fabbri- 
cate da  Seleuco  Nicatore,  che  die- 
~de  il  nome  di    sua    madre  a  Lao- 


LAO  121 

dicea,  ornandola  di  belli  cdifizi.  Pri- 
ma si  chiamò  Rìianiata  e  Ranihha 
pel  suo  tempio  consacrato  a  Mi- 
nerva, nel  quale  gli  abitanti,  dice- 
si, sagrificavano  una  vergine  tutti 
gli  anni.  I  greci  la  chiamarono  Leu' 
cale. 

Laodicea  è  città  della  Turchia  a- 
siatica  nella  Siria,  pascialatico,  co- 
nosciuta ora  sotto  il  nome  di  La' 
dikieh  o  Lalakieìi.  E  in  una  ame- 
na situazione,  sulla  scarpa  del  ca- 
po Ziaret,  sopra  un'altura  sulla  ri- 
va del  mare,  assai  bene  fabbricata 
ed  avente  un  buon  porto  alPovest 
in  forma  di  anfiteatro  e  che  con- 
tener poteva  una  flotta  considera- 
bile; al  presente  è  decaduto  sebbe- 
ne sia  il  porlo  d'Aleppo,  ed  è  di- 
feso da  un  castello  fortificato  in 
cattivo  stato.  Governata  da  un  agà, 
è  sede  di  un  vescovo  greco,  e  resi- 
denza dei  consoli  di  diverse  potenze 
europee:  vi  è  anche  un  convento  di 
religiosi  di  Terrasanta  con  parroc- 
chia. I  terremoti  del  i796e  1822 
grandemente  la  rovinarono,  distrug- 
gendo molti  edifizi.  Allorché  i  roma- 
ni fecero  la  conquista  della  Siria,  era 
ili  già  considerabile,  e  l'abbellirono  di 
nuovo;  giudi  cando  dagli  avanzi  del- 
le mura  e  dei  monumenti  che  vi 
si  vedono,  essa  occupava  una  su- 
perficie due  o  tre  volte  più  grande 
che  quella  di  oggidì,  mentre  i  più 
preziosi  rimasugli  dì  antichità  che 
vi  si  vedono  stanno  verso  il  lato 
meridionale  della  moderna  città.  Fra 
questi  si  osserva  un  arco  di  trion- 
fo di  bello  stile,  che  si  crede  eret- 
to in  onore  di  Cesare.  Si  vedono 
ancora  sopra  un'altura  poco  distan- 
te gli  avanzi  dell'antica  cittadella 
di  Laodicea.  Sulle  rive  del  mare 
si  osserva  altresì  un  prodigioso  nu- 
mero di  catacombe,  sep^jlture  dei 
suoi  {>rimi    abitanti.    Dolubella  ve- 


122  LAO 

tlendosi  cacciato   da  Cassio  da  An- 
tiochia,   si    ritirò    in    questa    città. 
L'imperatore  Settimio  Severo  l'ono- 
rò del  diritto  italico,  e    privò  An- 
tiochia de' suoi  privilegi,   per   aver 
essa  favorito  il  partito  di  Pescennio, 
contro    di  cui  gii  abitanti  avevano 
preso  le  armi  ;  volle    altresì  che  a 
titolo  di  onore  si  chiamassero  Set- 
tìniiani.  JXell'anno   3SS  avendo  gli 
antiocheni     altamente    offeso  l'im- 
peratore   Teodosio     I,    questi    levò 
ad  Antiochia  il  titolo  di  metropoli 
della  Soria,  ed  in    vece    lo  conferì 
a  Laodicea.   Nel    suo  porto  raccol- 
sero le  vele  i  latini  nella  spedizio- 
ne della  prima  crociata  sotto    Gof- 
fredo ,   essendo  allora  popolala     di 
fedeli,  e  sotto  il  dominio  degli  im- 
peratori greci.   Viene  chiamata  an- 
co Laodicea  di  Siria,  e  siccome  la 
prese    Goffredo  a'greci ,  vi    nominò 
un  vescovo  latino.   Orietis  christ.  t. 
HI,  p.    i66. 

La  diocesi  di  Laodicea  estende- 
vasi  fino  alle  porte  di  Antiochia, 
cioè  fino  a  Dafne ,  sobborgo  di 
quella  città:  s.  Epifanio  parlando  di 
Giorgio  di  Laodicea,  dice  ch'egli  era 
ancora  vescovo  di  Dafne.  Il  primo  ve- 
scovo di  Laodicea  fu  Lucio  discepolo 
degli  apostoli,  di  cui  parla  s.  Paolo 
nella  sua  epistola  a' romani;  dun- 
que fu  la  sede  eretta  nel  primo  se- 
colo, non  nel  V  come  vuole  Com- 
manville.  Nel  3G3  divenne  vescovo 
s.  Anatolio  patrizio  alessandrino , 
che  scrisse  sottilmente  nelle  discipli- 
ne filosofiche,  commentò  molti  libri 
ideila  sacra  Scrittura,  e  fiorì  in  vir- 
iti. Gli  successe  Giorgio,  alla  cui  mor- 
te subentrò  s.  Teodoro  vecchio  e 
•venerando  padre  dei  poveri,  che  in- 
tervenne al  concilio  JNiceno.  Apol- 
linare visse  negli  anni  di  Teodosio 
e  scrisse  con  rara  eloquenza  tren- 
ta libri  apologetici  contro  Porfirio. 


LAO 

Nella  prima  azione  del  concilio  di 
Calcedonia  fu  lodato  Eusebio  pre- 
te, mandato  dal  vescovo  Macario. 
Quanto  agli  altri  vescovi  di  Laodi- 
cea fino  a  Stefano  U,  che  trovossi 
al  V  concilio  generale  nel  553,  Fedi 
YOriens  christ.  t.  Il,  p.  789  e  seg. 
I  martiri  di  Laodicea  sono  i  ss. 
Trafomio  e  Talo  sotto  il  preside 
Asclepiade  nella  persecuzione  di 
Diocleziano;  i  ss.  Diodoro,  Diome- 
de e  Didimo  ancor  essi  patirono 
il  martirio.  Inoltre  la  chiesa  cele- 
bra il  natale  de'ss.  martiri  Teoli- 
mo e  Basiliano  cittadini  di  Laodicea, 
a' quali  i  fedeli  eressero  un  sontuo- 
so tempio  in  riva  al  mare.  Siria 
sacra^  p.    146. 

LAODICEA  CABIOSA  ad  Liba- 
NUM.  Sede  vescovile  della  seconda 
Fenicia,  nella  diocesi  d' Antiochia, 
sotto  la  metropoli  di  Damasco,  e- 
retta  nel  V  secolo,  presso  al  fiume 
Oronle  e  vicino  al  monte  Libano, 
nella  Celisiria.  Fu  edificata  da  Seleu- 
co  Nicatore  in  onore  di  sua  madre 
Laodicea,  e  chiamata  Libanica  e  Ca- 
llosa per  distinguerla  dalle  altre. 
Giace  benché  fra  monti  in  ottimo 
sito,  e  fu  cara  a'  romani,  le  cui 
parti  seguirono  gli  abitanti  contro 
i  principi  della  Siria.  L'imperatore 
Settimio  Severo  le  accordò  il  go- 
dimento del  diritto  latino,  onde  ri- 
compensarla del  suo  attaccamento 
agli  interessi  dell'impero;  la  chiamò 
libera  e  colonia  Severiana.  Si  co- 
noscono tre  soli  vescovi  di  questa 
sede:  Platone,  Valerio  e  Giovanni. 
Oriens  christ.  t.  II,  p.  84^.  Però 
il  Terzi  nella  Siria  sacra ^  p.  i3o, 
dice  che  primo  vescovo  fu  Socrate, 
indi  lo  furono  Pegasio  che  inter- 
venne al  primo  concilio  di  Costan- 
tinopoli, e  s.  Pelagio  che  visse  sot- 
to Giuliano  l'apostata,  e  fu  presente 
al  VI  concilio  d'Antiochia  nel  363. 


LAO 

LAODICEA.  Combusta  o  Abbru- 
ciata, Exusta.  Città  vescovile  del- 
l'Asia, che  si  crede  aver  ricevu- 
to tal  nome  perchè  il  suo  terreno 
oiFriva  molte  traccie  di  antichi  vul- 
cani. Gli  uni  l'attribuiscono  alla  Pi- 
sidia,  altri  alla  Frigia ,  altri  alla 
Licaonia,  ed  anche  alla  Galazia,  sic- 
come edificata  ne'conlini  di  questi 
diversi  paesi.  Fu  rovinala  da  un 
terremoto,  onde  appena  si  trovano 
frammenti  dell'antica  Laodicea.  Al 
presente  si  chiama  Ladik  o  Laodi- 
cea Combusta^  città  delia  Turchia 
asiatica  nella  Caramania,  sangiaca- 
to,  in  una  piccola  valle  a  piedi  di 
una  catena  di  colline:  racchiude 
moschee  e  bagni  pubblici.  La  sede 
vescovile  appartenne  all'esarcato  o 
diocesi  d'Asia,  sotto  la  metropoli 
d' Antiochia,  eretta  nel  V  secolo. 
Ebbe  quattro  vescovi:  Ammonio, 
Messaline,  Teodoro  e  Conone.  O- 
riens  christ.  t.   I,  p.    io 52. 

\jkOD\CEki Laodicea  adLycum. 
Città  aici vescovile  e  metropolitana 
della  Frigia  Pacaziana,  nell'esarca- 
to d'Asia.  Dalla  sua  fondazione  es- 
sendo di  pochissimo  riHevo,  diven- 
ne poi  una  delle  più  considerabili 
città  della  gran  Frigia,  verso  il 
principio  dell'  era  cristiana .  Essa 
dovette  principalmente  il  suo  in- 
cremento alla  fertilità  del  suolo 
che  la  circonda,  ed  alle  donazioni 
considerabili  che  ricevette  da  perso- 
naggi opulentissimi.  È  situata  pres- 
so il  monte  Cadmo,  da  dove  scor- 
re il  Lieo  giltandosi  nel  Meandro, 
onde  per  distinguerla  dalle  altre  fu 
detta  Laodicta  ad  Lycum.  Il  suo 
primo  nome  fu  Diospolis  o  Teo- 
poli, ciVtó  di  Dio,  indi  Rhoas  ;  ma 
dopo  che  fu  ingrandita  da  Antioco 
li  re  di  Siria,  chianiossi  Laodicea, 
per  onorare  sua  moglie,  che  avea 
juu  tal  nome;   quindi  divenne  una 


LAO  123 

delle  città  piìi  ricche  dell'Asia  mino- 
re. Situata  sopra  un*  eminenza  vul- 
canica, era  soggetta  a  frequenti  ter- 
remoti come  tutti  i  luoghi  circon- 
vicini. Rovesciata  quasi  per  inte- 
ro da  un  terremoto,  si  rialzò  col- 
le sue  proprie  forze;  fu  poscia  distrut- 
ta, e  le  rovine  de'  suoi  templi  e 
sontuosi  edifìzi ,  che  sono  una  te- 
stimonianza parlante  di  sua  celebri- 
tà, si  chiamano  dai  turchi  Eskìssar 
e  stanno  sulla  costa  di  Siria,  al  sud 
d'Antiochia.  Veggonsi  tuttora  in 
Laodicea  gli  archi  di  un  magnifi- 
co acquedotto,  gli  avanzi  di  un  va- 
sto anfiteatro,  che  attestano  l'esten- 
sione e  la  magnificenza  antica. 

JVe*primi  secoli  del  cristianesimo 
Laodicea  possedeva  una  fiorente 
chiesa,  per  l'incremento  della  qua- 
le s.  Paolo  spiegò  tutto  il  suo  ze- 
lo, ed  ebbe  per  compagno  ne'suoi 
travagli  Epafia,  di  cui  fa  l' elogio 
neire^/.y/.  4)C.  i  2,ai  colossensi;  onde 
s.  Paolo  fu  tenuto  per  l'istitutore 
della  sede  di  Laodicea  eretta  nel 
primo  secolo.  Il  primo  vescovo  fu 
Archippo,  che  s.  Paolo  esortò  ad 
adempiere  degnamente  il  suo  mi- 
nistero; e  neWepist.  a  Philemone  lo 
chiama  suo  compagno  nel  ministero. 
Dal  medesimo  apostolo  si  apprende, 
che  dimorando  egli  in  Laodicea,  a- 
vea  scelta  la  casa  di  Nimfa,  ch'era 
pure  di^  q^uesta  città,  per  riunirvi  i 
fedeli.  Si  legge  negU  atti  degli  a- 
postoli,  che  s.  Paolo  due  volte  si 
portò  in  Frigia,  quando  fece  il  viag- 
gio di  Galazia,  e  che  vi  predicò  e 
confermò  nella  fede  i  novelli  cri» 
stiani.  li  libro  delle  rivelazioni  o Apo- 
calisse di  s.  Giovanni  Evangelista, 
contiene  una  vera  censura  della  tie- 
pidezza e  dello  spiiito  mondano  dei 
fedeli  di  Laodicea;  li  minacciò  del- 
l'estrema rovina,  ciò  che  poscia 
precisameule  si  compì,  mentre  alio- 


124  LAO 

ra  nuotavano  nell' opulenza.  Dopo 
la  partenza  di  s.  Paolo  avea  s.  Gio- 
vanni preso  cura  della  chiesa  di 
Laodicea,  e  fu  perciò  che  gli  venne 
comandato  di  scrivere  al  vescovo  ch'e- 
gli chiama  Angelo  di  Laodicea:  A- 
pocal.  3,  14.  Al  tempo  delle  cro- 
ciate Laodicea  fu  sovente  visitata 
dai  crocesignali  con  esito  or  tristo 
or  prospero.  Ivi  l'armata  cristiana 
vide  arrivare  sotto  le  sue  bandiere 
un  gran  numero  di  crociati,  che  si 
erano  ritirati  ad  Edessa  e  nella  Cilicia, 
oche  giungevano  dalla  Francia,  dal- 
l'Inghilterra e  di  Germania.  Quando 
i  principi,  non  potendo  piti  opporsi 
alle  vive  istanze  della  moltitudine 
che  la  fame  e  la  peste  crudelmen- 
te straziava  ,  decisero  che  l'eser- 
cito partirebbe  da  Antiochia  nei 
primi  giorni  di  marzo  1098,  Boe- 
inondo  accompagnò  il  suo  primo 
comandante  Goffredo  di  Buglione, 
ed  il  conte  di  Fiandra  Roberto  IL 
La  sede  vescovile  di  Laodicea 
fu  eretta  come  dicemmo  nel  secolo 
primo,  divenne  metropoli  ecclesia- 
stica nel  quarto  ,  ed  esarcato  della 
Frigia  nel  decimoterzo.  Ebbe  le 
seguenti  trentaoinque  sedi  vescovi- 
li per  suffraganee.  Colosso  che  di- 
venne arcivescovato  nel  IX  secolo, 
Trapezopoli,  Acmonia  ,  Eumenia  , 
Sebaste,  Cheretapa,  Apira,  Felle , 
Silbium,  Traianopoli,  Atanasso,  Ci- 
disso,  Unsi,  Ancira,  Temisonio,  Te- 
beriopoli,  Acada,  Timenotiri,  Bitoa- 
na,  Egara,  Aliona,  Nea,  Filippopoli, 
Bleandro,  Sani,  Azana,  Fanum  Pa- 
meni,  Lunda,  Ancira  Ferrea,  Dioclia, 
Aristea,  Giustinianopoli,  Coma,  Tri- 
poli, ed  Icrion  5  le  quali  sedi  furono 
nella  maggior  parte  fondate  nel  V 
secolo,  alcune  nel  IX.  Furono  di 
Laodicea  suoi  vescovi  ed  arcivesco- 
vi, Archi ppo,  Nimfa,  N.,  Sagario,  Si- 
siunio  1,  Eugenio,  Nuacchio  I,  Ce- 


LAO 

crope  eretico,  Nonnio,  Aristonico,  Nu- 
nechio  II,  Giovanni,  Tiberio,  Eu- 
stasio,  N.,  Teodoro,  Sisinnio  II,  Pao- 
lo, Simeone,  N.,  Michele,  N.,  Basilio, 
N.  e  Teofilatto  del  i45o,  le  noti- 
zie de'quali  si  leggono  nell'  Oriens 
christ.  t.  I,  p.  792  e  seg.  Al  pre- 
sente Laodicea,  Laodicen,  è  un  ti- 
tolo arcivescovile  in  parlibus  che 
conferisce  la  santa  Sede,  con  Ire  ti- 
toli vescovili  pure  in  partibus  qua- 
li sufFraganei ,  cioè  Diocle  ,  Eume- 
nia e  Trapezo.  Da  ultimo  furono 
insigniti  del  titolo  arcivescovile  di 
Laodicea ,  Francesco  Zucchini ,  e 
Vincenzo  Garofali  romano  abbate 
generale  della  congregazione  de'ca- 
nonici  regolari  del  ss.  Salvatore  la- 
teranensi,  consultore  del  s.  offizio,  dei 
riti,  di  propaganda  yz<^e  ec.  Questo 
ultimo  fu  elevato  a  tal  dignità  dal 
Papa  che  regna  Gregorio  XVI,  nel 
concistoro  de'24  febbraio  i832,  ìa 
premio  della  sue  preclare  doti,  ed 
in  contrassegno  di  antica  amicizia 
e  stima  particolare.  Il  ritratto  e 
biografia  di  questo  dotto,  esemplare, 
zelante  ed  insigne  prelato  si  possono 
vedere  nel  giornale  romano  V Album 
anno  VI,  p.  178  e  seg.  Ivi  sono  e- 
ruditaraente  riportate  le  qualità  sin- 
golari che  lo  resero  celebre,  i  som- 
mi servigi  resi  alla  sua  illustre  con- 
gregazione, il  novero  delle  impor- 
tanti opere  di  cui  fu  autore,  e  la 
bella  ed  affettuosa  iscrizione  posta 
sulla  sua  tomba  in  s.  Pietro  in  Vin- 
coli di  Roma,  dettata  dal  canonico 
lateranense  p.  d.  Vincenzo  Tizzaoi 
attuale  degno  vescovo  di  Terni. 

Il  concilio  di  Laodicea  è  rinoma- 
to per  quanto  vi  si  trattò.  Intorno 
all'epoca  non  vanno  d'accordo  gl'i- 
slorici.  L'annalista  Baronio  lo  pone 
sotto  l'anno  3  r4,  altri  nel  319,  al- 
tri sotto  il  pontificato  di  s.  Liberio 
del    352,  altri   nel   36o,  nel   366, 


LAO 

nel  367  o  nel  870,  ed  il  p.  Ar- 
duino nel  372,  per  non  riportale 
altre  date,  essendo  incerto  il  tem- 
po preciso.  Fu  composto  di  diver- 
se Provincie  della  diocesi  ed  esar- 
cato d'Asia,  e  di  trentadue  vescovi, 
ed  è  celebratissimo  pei  suoi  sessan- 
ta canoni,  o  regole  relative  alla  vita 
ed  ai  riti  de'  chierici,  che  furono 
rispettati  da  tutta  l'antichità,  dap- 
poiché vennero  ricevuti  dappertutto, 
e  messi  nel  codice  della  Chiesa  uni- 
versale. Fra  le  altre  disposizioni  vol- 
le il  concilio,  che  l'elezione  de' ve- 
scovi sia  fatta  di  concerto  col  me- 
tropolitano ed  i  vescovi  circon- 
vicini ,  i  quali  devono  aver  per 
lungo  tempo  provata  la  fede  e  i 
costumi  di  quelli  che  sono  eletti. 
Non  si  devono  leggere  nella  chie- 
sa cantici  particolari,  ne  altri  libri 
che  le  scritture  canoniche  dell'antico 
e  del  nuovo  Testamento.  JXon  si 
devono  celebrare  in  quaresima  ne 
nozze  ,  né  feste.  I  penitenti  che 
hanno  perseverato  nella  preghiera 
e  negli  esercizi  che  furono  loro  pre- 
scritti, e  che  hanno  dato  argomen- 
to di  perfetta  conversione,  devono 
essere  ammessi  alla  comunione,  in 
■vista  della  misericordia  di  Dio,  do- 
po che  si  avrà  dato  loro  qualche 
tempo  per  fare  delle  soddisfazioni 
proporzionale  ai  loro  peccati.  Inoltre 
■vi  si  trovano  delle  prove  evidenti 
del  sacrifizio  della  messa,  del  digiu- 
no quaresimale,  della  distinzione  del 
vescovo  e  del  sacerdote.  Il  concilio 
vietò  a  chierici  d'imprestare  a  usura 
e  di  entrare  nelle  bettole;  lo  stes- 
so ingiunse  a'  monaci  ;  proibì  ai 
chierici  ed  anche  a  tutti  i  cristiani 
di  bagnarsi  con  donne;  inibì  l'as- 
sistere agii  spettacoli  nuziali,  ed  ai 
festini  e  danze  che  li  accompagnano, 
prescrivendo  l'andarsene  prima  del- 
l'arrivo de'  ballerini,  e  doversi  con- 


L  A  O  il  5 

tentare  di  una  refezione  frugale  quale 
convicnsi  a' cristiani.  Veruno  poter 
cantare  in  chiesa,  senza  essere  cantore 
ordinato,  e  montare  sulla  tribuna  col 
libro.  Tutta  la  disciplina  stabilita  da 
queslo  concilio  prova  abbastanza  che 
la  Chiesa  essendo  sullicientementc 
florida ,  e  non  gemendo  più  sot- 
to le  persecuzioni,  poteva  occuparsi 
all'esteriore  disciplina.  Reg.  t.  II; 
Labbc  t.  I;  Arduino  t.  I;  Diz.  dei 
concini;  Pithou  incod.  ca nomini  ecci. 
LAON,  Laudwium.  Città  vesco- 
vile di  Francia  nella  Picardia,  ca- 
poluogo del  dipartimento  dell'Aisne, 
di  circondario  e  di  cantone.  E  sede 
d' un  tribunale  di  prima  istanza , 
delle  direzioni  demaniali  e  conlri- 
buzioni,  della  conservazione  delle 
ipoteche  e  della  sotto-direzione  fo- 
restale della  marina.  Occupa  il  pia- 
no elevalo  d'una  montagna  isolata 
ed  assai  ripida,  onde  l'aria  vi  è 
pura  e  vi  si  gode  di  una  bella  vista. 
Oltre  la  vecchia  muraglia  meglio 
la  difende  la  situazione  elevata  e 
quasi  inaccessibile.  A  piedi  della 
montagna  vi  sono  cinque  sobbor- 
ghi. Tra  gli  edifìzi  é  degna  di  os- 
servazione la  sua  antica  cattedrale, 
rifabbricata  nel  iii5,  monumento 
gotico  sormontato  da  quattro  torri 
di  un  bel  lavoro.  Pvinchiude  cinque 
chiese,  un  piccolo  seminario,  uno 
stabilimento  delle  sorelle  della  ca- 
rità, due  ospizi,  uno  de'  quali  di 
esposti,  ed  un  deposito  di  mendi- 
cità. Evvi  un  collegio  comunale 
con  gabinetto  di  fìsica ,  bibliote- 
ca,  ec,  il  teatro,  ec.  E  patria  di 
Carlo  I  duca  di  Lorenti ,  competi- 
tore di  Ugo  Capeto ,  di  Anselmo 
canonico  della  cattedrale  fondatore 
d'una  scuola  che  fiorì  nel  XII  se- 
colo, di  Giovanni  Marquelte  che 
scuoprì  il  Missisipì  nel  ^^JJ  i  e 
dell'abbate  Nollet. 


126  LAO 

Laon  più  nnlicamenle  chiamata 
Lagflunum  Clavatum^  dicesi  fab- 
bricata nel  luogo  dell'antica  I^i- 
brax,  di  cui  parla  Cesare  nella  sua 
guerra  delle  Gailie,  e  si  fa  derivare 
il  suo  roedesìnno  nome  di  Laon 
dalle  due  parole  celtiche  lodi  dati 
che  significano  roccia  montagna. 
Non  era  in  origine  che  Un  castello 
eretto  sul  dorso  d'una  montagna  e 
chiamato  Laodununi,  dal  nome  co- 
mune fra  i  gaulesi  a  tutte  le  piaz- 
ze di  tal  n£^tura.  Clodoveo  ne  fece 
una  città,  e  s.  Remigio  vi  fondò 
la  chiesa  vescovile  nel  49^*  Luigi 
IV  d'Oltremare,  dopo  averla  asse- 
diata due  volte,  vi  morì  prigionie- 
ro nel  953,  ed  Ugo  Capeto  l'asse- 
diò pure  nel  988.  Sostenne  molti 
altri  assedi  nelle  guerre  fra  gli  Ar- 
magnac  ed  i  borgognoni.  Nel  1419 
fu  data  agli  inglesi  dal  figlio  di 
Giovanni  Senza-paura  ;  gli  abitanti 
li  cacciarono  e  godettero  pace  fino 
ai  tempi  della  lega,  di  cui  fu  uno 
de'  sostegni  ;  finché  dopo  diversi 
combattimenti  si  arrese  ad  Enrico 
IV  a'  1  agosto  1594,  che  vi  fece 
innalzare  una  cittadella  che  più 
non  esiste.  Nel  secolo  XV II  molto 
soffrì  nelle  guerre  religiose  e  della 
fionda.  Era  la  capitale  del  piccolo 
paese  detto  il  Laonese.  Il  9  e  io  mar- 
zo 181 4  Napoleone  vi  battè  il  gene- 
rale prussiano  Blucher,  che  avea 
un'  armata  assai  superiore  in  nu- 
mero, e  che  nella  notte  del  9  al 
IO  sconfisse  il  corpo  separato  del 
duca  di  Ragusi  Marmont.  Nel  18 15 
una  parte  dell'armata  francese  es- 
sendovisi  ritirata  dopo  la  battaglia 
di  W^aterloo,  vi  si  mantenne  sino 
al  mese  di  agosto,  epoca  in  cui  la 
guarnigione  ebbe  l'ordine  di  con- 
segnarla agli  alleati. 

La  sede  vescovile  fu  come  di- 
cemmo fondata  nel  49^  o  497  da 


LAO 

s.  R^emigio  arcivescovo  di  Reims, 
dismembrandola  da  Reims  in  fa- 
vore di  suo  nipote ,  e  fatta  sulTra- 
ganea  di  quella  metropoli.  Il  pri- 
mo vescovo  di  Laon  fu  Genebal- 
do,  cui  gli  successe  Latro  o  La- 
trone  suo  figlio.  Dopo  di  avere  a- 
vuto  questa  chiesa  molti  zelanti , 
dotti  ed  esemplari  vescovi ,  essen- 
done r  ottantesimo  ottavo  Lodovico 
Ettore  Onorato  Massimo  de  Sabran 
di  Rieux,  fatto  da  Pio  VI  a'  3o 
marzo  1778,  la  diocesi  fu  soppres- 
sa nelle  vicende  repubblicane  degli 
ultimi  anni  del  secolo  passato ,  e 
nel  1801  alla  conclusione  del  con- 
cordato da  Pio  VII.  La  cattedrale 
sacra  alla  Beata  Vergine,  avea  il 
capitolo  composto  di  cinque  digni- 
tari, ottantaquattro  canonici,  e  cin- 
quanta cappellani.  In  città  eranvi 
tre  collegiate  ;  le  abbazie  di  s.  Gio- 
vanni e  di  s.  Vincenzo  appartene- 
vano ai  benedettini  della  congre- 
gazione di  s.  Mauro;  l'abbazia  di 
s.  Martino  de'premonstratensi,  le  cui 
rendite  erano  unite  alla  mensa  ve- 
scovile. Il  vescovo  era  duca  e  pari 
di  Francia,  e  portava  la  sacra  am- 
polla nell'incoronazione  de'  re.  La 
diocesi  conteneva  quattrocento  venti 
parrocchie,  dieciotlo  abbazie,  com- 
presa quella  di  Preraonstrato  capo 
di  quest'  ordine  ,  sette  priorati  con- 
ventuali ,  dieci  collegiate  ed  altret- 
tanti ospedali,  nove  collegi,  un  se- 
minario e  due  celebri  santuari,  cioè 
di  s.  Marcone  e  della  Madonna  di 
Liesse,  dove  solevasi  andare  in  pel- 
legrinaggio. 

Concila  di  Laon. 

Il  primo  fu  tenuto  nel  948  nella 
chiesa  di  s.  Vincenzo ,  nel  quale 
venne  scomunicato  Tibaldo  conte 
di  Blois,  che  avea  cagionato  gravi 


LAP 
danni  alla  città  ed  allo  stalo.  Fio- 
doardo  in   Chronicon. 

Il  secondo  nel  i  i46  per  la  cro- 
ciata contro  i  saraceni.  Reg.  tom. 
XXVII  ;  Labbé  toro.  IX  j  Ardui- 
no  tom.  VI. 

Il  terzo  nel  i23i  o  12  3^,  in 
favore  di  Milone  vescovo  di  Beau- 
vais,  e  contro  gli  uffiziali  del  re  s. 
Luigi  IX,  che  avevano  usurpato  i 
suoi  diritti.  Labbé  tom.  XI;  Ardui- 
no tom.  VII. 

LAOSINATTO.  U/Tiziale  della 
chiesa  greca,  la  di  cui  incumbenza 
era  di  convocare  il  popolo  per  le 
assemblee ,  come  anche  i  diaconi 
nelle  funzioni  necessarie. 

LAPITO  o  LAPATO  o  LEPI- 
TO,  Lapithus.  Sede  vescovile  nel- 
r  isola  di  Cipro,  sulla  costa  setten- 
trionale, nel  patriarcato  d'Antio- 
chia, sotto  la  metropoli  di  Fama- 
gosta ,  eretta  nel  V  secolo ,  detta 
pure  Lapalhios.  Ne  fu  vescovo  Di- 
dimo, rappresentato  al  concilio  di 
Calcedonia  da  Epa  frodilo  di  Ta- 
masso.  Oriens  chrìst.  t.  II,  p.  1067. 
11  Terzi  nella  Siria  sacra  p.  160, 
dice  che  Lapito  fu  cosi  chiamata 
per  la  sicurezza  del  suo  porto , 
dappoiché  essendo  antica  città  fe- 
nicia, presso  quei  popoli  Lapethus 
corrisponde  a  Statio  in  latino.  Ag- 
giunge che  ivi  si  veneravano  le  re- 
liquie di  s.  Conone  di  Nazaret,  e 
che  nel  sinodo  celebrato  da  s.  Epi- 
fanio, V  intervenne  Moisè  della 
chiesa  di  Lcpilo ,  oltre  Didimo  a 
quello  Calcedonese. 

LAPPA  o  LAMPE.  Sede  vesco- 
■vile  dell'isola  di  Creta,  nella  dio- 
cesi dell'  Illiria  orientale  ,  sotto  la 
metropoli  di  Cortina,  a  cui  è  vi- 
cina ,  eretta  nel  V  secolo.  Dione 
dice  che  fu  presa  d'assalto  da  Me- 
tello. Ne  furono  vescovi ,  Pietro 
che  trovossi  al  primo  concilio  gene- 


LAR  127 

rale  di  Efeso;  Demetrio  a  quello  di 
Calcedonia;  Prosdocio  che  sottoscris- 
se la  lettera  de'  vescovi  della  sua 
provincia  all'imperatore  Leone;  Gio- 
vanni che  si  appellò  al  Papa  s.  Vi- 
taliano contro  la  sentenza  che  avea 
a  suo  danno  pronunziata  Paolo  di 
Creta,  per  cui  fu  dichiarato  inno- 
cente, e  poi  sottoscrisse  il  VI  con- 
cilio generale  ;  Epifanio  che  si  tro- 
vò al  VII.  Oriens  chrìst.  t.  Ili,  p. 
269. 

LARA  Manrico  Alfonso,  Cardi- 
nale. Alfonso  Manrico  o  Manriquez 
de  Lara,  nato  nella  Spagna  ,  fino 
dagli  anni  più  verdi  applicossi  agli 
studi  nell'università  di  Salamanca, 
dove  pei  rapidi  progressi  che  fece 
divenne  pubblico  professore.  Bra- 
moso di  farsi  agostiniano,  Giovan- 
ni priore  del  convento  di  Siviglia, 
di  santa  vita  e  di  fino  accorgi- 
mento, non  volle  in  modo  alcuno 
esaudirlo,  predicendogli  che  sareb- 
be stato  grande  nella  Chiesa  di  Dio, 
ciò  che  si  verificò.  In  fatti  Isabel- 
la I  regina  di  Castìglia  distinguen- 
done il  merito  ,  lo  nominò  cano- 
nico della  metropolitana  di  Tole- 
do, e  poi  vescovo  di  Badajoz.  Do- 
po alcune  contrarie  vicende,  per  es- 
sersi dichiarato  per  Filippo  arci- 
duca d'Austria,  contro  Ferdinan- 
do V,  si  portò  nelle  Fiandre  presso 
Carlo  V  che  lo  destinò  alla  sede 
di  Cordova,  indi  all'  arcivescovato 
di  Siviglia,  colle  dignità  d' inquisi- 
tore della  Spagna  e  di  regio  consi- 
gliere. Ad  istanza  di  tale  imperatore, 
benché  assai  giovane^  Clemente  VII 
a*22  marzo  i53i  lo  creò  cardinale 
prete  del  titolo  di  s.  Calisto,  inoltre 
il  Papa  gli  trasmise  per  distinzione 
in  Ispagna  le  insegne  cardinalizie, 
non  essendo  giammai  uscito  da  quel 
regno.  Si  prevalse  con  sommo  van- 
taggio dell'opera  del  ven.  Giovanni 


1^8  LAR 

d'AviIa  apostolo  dell'  Andalusia,  in 
predicare  nella  sua  diocesi  la  divi- 
DM  paiolo.  Mori  nelU  Spagna  per 
una  caduta  da  cavallo  nel  i538, 
in  età  di  vent'anni,  se  si  avesse  a 
prestar  fede  all'  epitalìio  posto  sulla 
sua  tomba,  ove  certamente  corre 
grave  fallo. 

LARANDA.  Sede  vescovile  di 
Licaonia  nell'esarcato  d'Asia,  sotto 
la  metropoli  d' Iconio ,  eretta  nel 
IV  secolo.  È  situata  vicino  alla  sor- 
gente di  Cidno,  poco  lunge  da  Der- 
ba,  verso  i  confini  della  Cilicia.  Ne 
furono  vescovi  Neone,  Paolo  che 
fu  al  concilio  di  Nicea,  Ascolo  a 
quello  di  Calcedonia  ,  e  Saba  in 
quello  che  ristabilì  Fozio.  Oriens 
christ.  tom.  I,  pag.  io 52.  Al  pre- 
sente Laranda,  Laranden,  nell'Asia 
minore,  è  un  titolo  vescovile  in 
parlihus  che  conferisce  la  santa  Se- 
de, sotto  r  arcivescovato  pure  in 
partibus  d' Iconio. 

LARGO  (s.),  martire.  V,  Ciria- 
co (s.). 

LARINO  (Larinen).  Città  con 
residenza  vescovile  del  regno  delle 
due  Sicilie,  nella  provincia  di  Mo- 
lise, capoluogo  di  distretto  e  di 
cantone.  E  posta  fra  due  riviere 
che  per  mezzo  di  un  ampio  tor- 
rente vanno  ad  ingrossare  il  Bi- 
ferno  o  Tiferno  che  scorre  a  de- 
stra; è  lungi  da  Benevento  per  la 
via  di  Morcone  e  Campobasso  mi- 
glia quarantaquattro.  Fra  i  suoi 
templi  primeggia  il  duomo.  Ne  fan- 
no menzione  Mela,  Plinio  e  Tolo- 
meo ;  Cesare  e  Livio  la  descrivono 
come  una  particolare  regione  tra  i 
frentani  ed  i  pugliesi.  Patì  diverse 
calamitàjOnde  i  cittadini  un  miglio 
distante  fabbricarono  la  nuova  città 
di  Larino,  in  luogo  dell'antica  La- 
rinuni  o  Alariniun.  Se  ne  vedono 
gli  avanzi  fuori  del  recinto  dell'o- 


LAR 

dlerna  dal  canto  boreale,  insieme 
ai  fertili  campi  larinati,  ove  le  ar- 
mi romane  si  opposero  ad  Anni- 
bale fuggitivo  da  Capua ,  e  dipoi 
vi  accampò  Giulio  Cesare  colle  sue 
legioni  nella  guerra  pompeiana.  Ci- 
cerone difese  Aulo  Cluenzio  citta- 
dino larinate.  Le  vestigia  d'un  an- 
fiteatro di  quest'  antica  città  del 
Saninìuni  sono  tuttora  visibili.  Il 
distretto  di  Larino  si  divide  in  otto 
cantoni. 

La  fede  vuoisi  che  sia  stata 
predicata  in  Larino  fino  dal  tem- 
po degli  apostoli.  Nell'anno  Q^'Ò 
era  già  sede  vescovile,  che  il  Papa 
s.  Vitaliano  assoggettò  a  s.  Barba- 
to vescovo  di  Benevento.  Indi  il 
Pontefice  Giovanni  XI li  dichiaran- 
do nel  concilio  romano  del  969 
Benevento  metropoli,  tra  i  vesco- 
vati che  gli  assegnò  per  sulfraga- 
nei  vi  comprese  Larino,  che  lo  è 
tuttora.  11  primo  vescovo  di  Lari- 
no fu  Azzone  del  960  ;  il  secondo 
Giovanni  che  intervenne  nel  1062 
al  concilio  beneventano,  adunato 
dall'arcivescovo  Udalrico;  il  terzo 
Guglielmo  che  nel  1071  trovossi 
alla  consacrazione  della  chiesa  di 
Monte  Cassino,  fatta  da  Alessandro 
II;  il  quarto  Giovanni  del  11 00; 
il  quinto  Pietro  che  fu  al  concilio 
generale  Lateranense  III  del  11 79. 
Fra  gli  altri  successori  solo  nomi- 
neremo: Petronio,  sotto  il  quale 
Nicolò  IV  nel  1291  nominò  am- 
ministratore di  questa  chiesa  il 
cardinal  Berardo  da  Cagli  vescovo 
di  Palestrina,  legato  nel  regno  di 
Napoli.  Fr.  Bertrando  traslato  dal- 
la sede  d'  Ampurias  nel  i365  da 
Urbano  V.  Fr.  Giovanni  Leoni  ro- 
mano domenicano,  nominato  da 
Eugenio  IV  nel  i44o,  insigne  dot- 
tore in  teologia  e  sacri  canoni , 
autore  di  un  eccellente  commenta- 


LAR 

rio  mss.  che  fu  depositato  nella 
biblioteca  Vaticana,  ed  intitolato  : 
De  synodo  et  ecclesiastica  potestà- 
te.  Fr.  Giacomo  Petriizzi  di  Chic- 
li francescano  di  lodatissima  vita, 
professore  di  teologia  nell'universi - 
tà  di  Napoli,  fatto  vescovo  nel 
i5o3.  Belisario  Baldini  di  Napoli 
famigliare  di  Paolo  IV  che  lo  no- 
minò nel  i555;  fu  prelato  assai 
dotto,  intervenne  al  concilio  di 
Trento  sotto  Pio  IV,  fece  diverse 
costituzioni  per  1'  ottima  ammini- 
strazione della  diocesi,  e  morì  nel 
1591.  Gio.  Tommaso  Eustachio 
di  Troia,  nobile  e  di  eccellente 
qualità,  dótto,  pio  e  penitente  fi- 
lippino :  Paolo  V  premiò  il  suo 
singoiar  zelo  nel  161 2  colla  digni- 
tà  vescovile  che  accettò  ripugnan- 
te, per  cui  governò  con  prudenza 
e  pastorale  vigilanza.  Restituì  il 
seminario  al  primiero  splendore; 
tenne  familiari  esemplari  ;  illustrò 
la  diocesi  colla  predicazione  ed 
amministrazione  de'  sacramenti;  di- 
votissimo  della  Beata  Vergine,  com- 
pose diverse  opere  in  suo  ono- 
re,  e  le  eresse  due  cappelle  ;  li- 
mosiniero  e  modello  d'  ogni  virtù, 
dopo  qualtr'  anni  rinunziò  il  ve- 
scovato tra  le  lagrime  de'diocesani; 
si  ritirò  fra  i  suoi  filippini  di  Na- 
poli, ove  morì  santamente  nel 
i64i-  Urbano  Vili  nel  1628  fece 
vescovo  Pietro  Paolo  Caputo  no- 
bile napoletano,  referendario  di  se- 
gnatura ;  visse  pochi  giorni,  e  fu 
compianto  per  dottrina  ed  egregie 
doti.  Gli  successe  Persio  Caracci 
di  Guastalla,  già  rettore  pontificio 
del  contado  Venaissino  e  di  Car- 
pentrasso,  assai  benemerito  ;  fu  con- 
sacrato in  Roma  nel  i63i.  Riparò 
ed  ingrandì  l'episcopio;  dai  fonda- 
menti rifabbricò  il  seminario,  e 
gli  donò  seimila  ducati  per  miglio- 

VOL.    XXXVII, 


LAR  129 

rame  l'istruzione;  difese  energica- 
mente r  immunità  ecclesiastica,  e 
nel  i656  abdicò  la  sede.  Gli  suc- 
cessero Gio.  Battista  Quaranta  na- 
poletano; nel  1686  Giuseppe  Ca- 
talani; nel  1703  Gregorio  Com- 
pagni traslato  da  Borgo  s.  Sepol- 
cro ;  nel  1706  Carlo  Maria  Pia- 
netti  di  Jesi.  Così  r  Ughelli,  Ila' 
Ha  sacra  t.  Vili,  p.  3o2  e  seg. 
La  serie  de' vescovi  successori  sino 
ad  oggi,  si  legge  nelle  annuali 
Notìzie  di  Roma.  Per  morte  di 
Raffaele  Lupoli  della  congregazione 
del  ss.  Redentore  della  diocesi  di 
Aversa,  fatto  vescovo  da  Pio  VII 
nel  18 18,  il  Pontefice  Pio  VII! 
nel  concistoro  de'21  maggio  1829 
preconizzò  Vincenzo  Rocca  di  Cer- 
ee arcidiocesi  di  Benevento;  final- 
mente il  Papa  regnante  in  quello 
de'24  novembre  1845  dichiarò  l'o- 
dierno vescovo  monsignor  Pietro 
Bottazzi  di  Lacedonia. 

La  cattedrale  posta  in  mezzo 
alla  città,  edifizio  di  gotica  strut- 
tura, è  sotto  il  titolo  della  Beata 
Vergine  Maria  Assunta  in  cielo. 
Tra  le  reliquie  ivi  è  in  gran  ve- 
nerazione il  corpo  di  s.  Pardo  ve- 
scovo, patrono  della  città,  il  quale 
essendo  stato  cacciato  dalla  sua 
sede  nel  Peloponneso,  si  ritirò  ia 
un  deserto  vicino  a  Lucerà,  dove 
morì  in  odore  di  santità  :  si  cele- 
bra la  festa  della  sua  traslazione 
a'  26  maggio,  e  quella  dell'invea- 
zione  del  suo  corpo  a'  1 7  ottobre. 
Il  capitolo  si  compone  di  quattro 
dignità,  essendo  la  maggiore  l'ar- 
cidiacono, di  otto  canonici  compre- 
se le  prebende  del  teologo  e  del 
penitenziere,  di  dodici  mansionari, 
e  di  altri  preti  e  chierici  addetti 
all'uffiziatura.  Nella  cattedrale  evvi 
il  battisterio  e  la  cura  parrocchia- 
le, quale  si  amministra  da  due. 
9 


i3o  LAR 

mansionari  del  capitolo.  L'episco- 
pio trovavasi  all'elezione  dell'attua- 
lo vescovo  in  cattivo  stalo.  Nella 
città  vi  è  un'altra  chiesa  parroc- 
chiale, ma  senza  il  sacro  fonte; 
un  convento  di  religiosi,  due  con- 
fraternite, ed  il  seminario  riedifi- 
cato dai  fondamenti.  La  diocesi  si 
estende  per  circa  venticinque  miglia, 
e  contiene  dieciotto  luoghi.  I  frut- 
ti della  mensa  sono  tassati  ne'regi- 
stri  delia  camera  apostolica  in  fio- 
rini cento,  corrispondenti  alle  ren- 
dite della  mensa  di  3ooo  ducati 
della  moneta  napoletana,  publicis 
deductis  onerìhus. 

LARISSA.  Città  arcivescovile  e 
metropolitana  della  provincia  di 
Tessaglia,  nella  diocesi  dell'Illiria 
orientale  o  esarcato  di  Macedonia. 
Larissa,  Larìssus,  al  presente  lenit- 
scer,  città  della  Turchia  europea 
nella  Livadia  o  antica  Tessaglia 
sangiacalo,  giace  sulla  riva  destra 
della  Salembria,  l'antico  Penco, 
che  si  attraversa  sopra  un  bel 
ponte  di  pietra  di  dieci  archi,  e 
sulla  riva  sinistra  della  quale  evvi 
un  sobborgo.  Cinta  di  muro  ha 
da  lunge  una  bella  apparenza,  ma 
l'interno  ad  eccezione  del  quartiere 
dei  bazar,  di  un  gran  numero  di 
moschee  e  chiese  greche,  di  tre 
bagni,  e  d'un  pubblico  orologio, 
non  ha  altro  rimarcabile.  L'indu- 
stria vi  è  assai  attiva  ;  ma  varie 
paludi  ne  rendono  l'aria  malsana. 
I  dintorni  sono  deliziosi  e  fertilis- 
simi, essendo  le  rive  del  fiume  co- 
perte di  belli  giardini.  Questa  an- 
tica città  capitale  della  Tessaglia, 
nella  Pelasgiotide,  che  tenne  un 
posto  tanto  distinto,  era  molto  de- 
caduta al  tempo  di  Lucano.  Dice- 
si la  patria  d' Achille,  chiamato 
perciò  Larisse  da  Virgilio.  Filippo 
ir  Macedone   avendo    risoluto    di 


LAR 

portar  la  guerra  ai  greci,  dopo 
aver  fatto  la  pace  cogli  illirii  ed  i 
pannoni,  scelse  la  dimora  di  La- 
rissa,  e  con  tal  mezzo  acquistossi 
l'affetto  dei  tessali,  che  colla  loro 
eccellente  cavalleria  assai  contri- 
buirono ai  suoi  ambiziosi  disegni. 
Secondo  Cesare,  occupava  Scipione 
questa  città  con  una  legione  pri- 
ma della  battaglia  di  Farsaglia,  e 
fu  que§ta  la  prima  piazza  in  cui 
pertossi  Pompeo  dopo  la  sua  scon- 
fitta. Quivi  pure  ritìrossi  Acrisio 
re  d'Argo,  onde  evitar  la  morte 
minacciatagli  dall'oracolo.  Il  gran 
signore  Maometto  IV  vi  tenne  la 
sua  corte  nel  1669,  e  siccome  vi 
fu  edificato  un  bel  palazzo,  anco 
altri  monarchi  ottomani  talvolta  vi 
si  recarono.  I  suoi  abitanti  erano 
anticamente  assai  destri  nei  com- 
battimenti  coi  tori. 

La  sede  arcivescovile  di  Larissa 
nella  prima  provincia  di  Tessaglia, 
divenne  metropoli  nel  IV  secolo, 
dipoi  nel  XIII  fu  elevata  al  gra- 
do di  esarcato  della  seconda  pro- 
vincia di  Tessaglia.  Le  sedi  ve- 
scovili che  furono  suffraganee  di 
Larissa,  sono  le  seguenti.  Farsaglia 
che  divenne  arcivescovato  nel  IX 
secolo;  Demetriade,  Zetune  o  Zeiton, 
Domoci,  Cardica,  Staghi,^Ratosbisdi, 
Sciati,  Litari,  Agraf,  Letza,  Scar- 
fia,  Esero,  Colydri,  Lamia,  Cipara, 
Trica,  Metropoli  e  Gomphi.  la 
Larissa  fu  tenuto  un  concilio  nel- 
l'anno 53 1  o  55i  per  ordinarvi 
un  vescovo.  Baluzio  in  Collect.  li 
primo  de'  suoi  arcivescovi  fu  s. 
Achilio,  in  onore  del  quale  fu  de- 
dicata la  cattedrale^  celebrandosene 
la  festa  a'  i5  maggio.  Ne  tratta 
YOriens  clirist.  t.  Il,  p.  io3,  in- 
sieme ai  ventotto  suoi  successori, 
sino  a  Gabriele  del  1721.  Questa 
città  ebbe  ancora  i  suoi  arcivesco- 


LAR 

\ì  Ialini  dopo  la  presa  di  Coslan- 
tinopoli,  falla  dai  francesi  e  vene- 
ziani nei  primi  del  secolo  XIII,  co- 
me si  può  vedere  nel  medesimo 
Oricns  christ.  t.  HI,  p.  979.  An- 
tonio Pignattelli  fu  fatto  arcivesco- 
To  di  Larissa,  e  da  Clemente  X 
a' 4  "Ti^oS'o  1671  fu  Iraslato  alla 
chiesa  di  Lecce;  Innocenzo  XI  lo 
creò  cardinale,  e  nel  1691  diven- 
ne Papa  Innocenzo  XII.  Al  pre- 
sente Larissa,  Larissen^  è  un  lito- 
Io  arcivescovile  in  partìbus  che 
conferisce  il  Papa,  avente  per  suf- 
fraganee  le  sedi  vescovili,  pur  ti- 
tolari, di  Terape,  Tan)aco,  Termo- 
poli e  Tricala.  Per  ultimi  furono 
insigniti  del  titolo  arcivescovile  di 
Larissa  Salvatore  Maria  Caccamo  ; 
Francesco  Canali  perugino,  traslato 
dalla  chiesa  di  Tivoli  da  Leone 
XII  nel  concistoro  de*2 1  maggio 
1827,  poscia  in  quello  de'23  giu- 
gno 1834  pubblicato  cardinale  dal 
regnante  Gregorio  XVI.  Questi  in- 
oltre nel  concistoro  de'22  giugno 
1843  dichiarò  arcivescovo  di  La- 
rissa  monsignor  Giuseppe  Nowak 
di  Semelino  arcivescovo  di  Zara, 
chiesa  che  rinunziò. 

LARISSA.  Sede  vescovile  della 
seconda  Siria  o  Celisiria,  nel  pa- 
triarcato di  Antiochia,  sotto  la 
metropoli  d'Apamea,  eretta  nel  V 
secolo.  Stefano  compresa  la  prece- 
dente Larissa  di  Macedonia,  nomi- 
nò undici  città  di  questo  nome. 
Questa  giace  tra  Apamea  ed  Epi- 
fania, distante  da  ambedue  sedici 
miglia,  già  famosa  pel  tempio  di 
Giove  Larisseo,  dicendosi  fondata 
dai  macedoni,  sulle  rive  dell'Oron- 
te.  11  primo  de'  suoi  vescovi  greci 
fu  Geronzio,  che  trovossi  al  con- 
cilio di  Nicea.  Il  successore  Zoilo 
fu  al  concilio  di  Seleucia,  dove  u- 
nissi  a  Giorgio  d'Alessandria  e  ad 


LAS  i3i 

A  cacio  di  Cesarea,  e  sottoscrisse  la 
loro  formola.  Atlaccossi  in  seguilo 
agli  ortodossi,  e  sottoscrisse  la  let- 
tera del  concilio  di  Antiochia  al- 
l'imperatore Giovìano,  che  confer- 
mava la  fede  nicena.  Patrofilo  in- 
tervenne al  concilio  primo  di  Co- 
stantinopoli, che  fu  successo  da 
Giuliano,  da  Melezio  e  da  Dioge- 
ne. Altro  vescovo  fu  Eusebio  che 
sottoscrisse  la  lettera  de'vescovi 
della  sua  provincia  a  Giovanni  di 
Costantinopoli,  colla  quale  condan- 
navano l'empietà  di  Severo  di  An- 
tiochia e  di  Pietro  d'Apamea.  Ste- 
fano sottoscrisse  la  lettera  all'im- 
peratore Giustiniano  I.  Oriens  christ. 
t.  II,  p.  918.  Siria  sacra  p.  i  o  i . 
Questa  città  ebbe  ancora  i  suoi 
vescovi  latini,  cioè  Giovanni  Fa- 
ber  dell'ordine  de'  minori,  nomina- 
to da  Eugenio  IV  nel  i437;  Gio- 
vanni II  ;  e  Werboldo  di  Heyfs 
francescano,  che  sedeva  nel  i^'jo 
nel  pontificato  di  Paolo  II.  Oriens 
christ.  t.  Ili,  p.   1 191. 

LARO  o  LARES.  Sede  vesco- 
vile della  Numidia  nell'  Africa 
occidentale,  sotto  la  metropoli  di 
Girla  Giulia.  Forse  Larobo  antica 
città  di  Numidia  nella  Costantinia- 
na, provincia  di  Algeri,  fra  le  cit- 
tà di  Cone  e  di  Bona.  Al  presen- 
te Laro,  LareHy  è  un  titolo  vesco- 
vile m  partibiis  che  conferisce  la 
santa  Sede,  sotto  la  metropoli  pu- 
re in  partìbus  di  Cartagine. 

LASSI,  Lapsi.  Caduti.  Nei  pri- 
mi tempi  del  cristianesimo  e  nelle 
persecuzioni  erano  quelli  che  do- 
po averlo  abbracciato  ritornavano 
al  paganesimo,  per  timore  de'tor- 
meuti  o  per  altri  motivi.  Distin- 
gue vansi  cinque  specie  di  questi 
apostati,  che  si  chiamavano  libel- 
laliciy  traditori,  sacrificati^  turi/i^ 
catiy  idolatri.  Altri  li  chiamano  li- 


i32  LAS 

bdlaùcìy  mittentes,  thurijicatì,  sacri- 
ficali,   hlasphcmad.    Per  lihellalici 
s'intendevano     quelli     che  avevano 
ottenuto  per  denaro  dal  magistra- 
to un  libello  o  polizza     di  sicurtà, 
ovvero  attestato  di  aver  sacrificato 
agl'idoli,  benché  ciò   non  fosse  ve- 
ro. Mittentes  erano    coloro  che  a- 
vevano  incaricato  alcun  altro   per- 
chè sacrificasse  in  loro  vece.  Tku- 
rificali  quelli  che    avevano  offerto 
incenso  e  culto  agi'  idoli   ne'sagri- 
llzi.  Sacrificati  quelli  che  avevano 
preso  parte    ai    sagiifizi   degli  ido- 
latri, e  mangiato  ne'sagrifizi.  Blas- 
phemati     coloro    i    quali     avevano 
negato    formalmente     Gesù    Cristo, 
ovvero  giuralo  pei  falsi  Dei.   Altri 
poi  si  dicevano    traditori,  per  aver 
consegnato  ai  giudici  pagani   i  va- 
si  sacri,    i     libri    sacri,    gli  arredi 
delia  chiesa,  il     catalogo    de'fedeli, 
onde    per    essi     nacque    lo  scisma 
de'  donatisti.    Chiamaronsi    in  vece 
Stantes    tutti    coloro    che   avevano 
perseverato  nella  fede.  Il  nome  di 
lapsi  fu  dato    altresì    a  quelli  che 
consegnavano  ai  pagani  i  libii  san- 
ti perchè  li  bruciassero.  Tutti  quel- 
li ch'erano  rei  di    alcuno  de'men- 
tovati    delitti     non     potevano    far 
parte  del  clero,  e    quelli  che  li  a- 
vevano  commessi,  appartenendo  già 
al  clero,  venivano  puniti  colla  de- 
gradazione ;    si    ammettevano  però 
alla  penitenza,  ma  solo     dopo  che 
l'avevano    soddisfatta     veniva    loro 
soltanto  concessa  la  comunione  lai- 
ca. Vi  furono  due  scismi  a  cagio- 
ne del  modo    col    quale  dovevano 
esser    trattati    i   lassi    o  caduti;  a 
Roma  l'antipapa  Novaziano  nell'an- 
no   254    sostenne    che    bisognava 
privarli  d'ogni  speranza  di  riconci- 
liazione; a  Cartagine    in  vece  Fe- 
licissimo voleva  che  fossero  ricevu- 
ti senza  penitenza  e  senza  prova; 


LAS 

la  Chiesa  tenne  saggiamente  una 
strada  di  mezzo  tra  questi  due 
eccessi,  ed  il  Papa  s.  Cornelio  in 
un  concilio  di  vescovi  scomunicò 
Novaziano  ed  i  suoi  seguaci.  San 
Cipriano  vescovo  di  Cartagine,  nel 
suo  trattato  De.  lapsis,  fa  una 
grande  differenza  tra  quelli  eh'  e- 
ransi  offerti  spontaneamente  a  sa- 
crificare, quando  la  persecuzione 
era  stata  dichiarata,  e  coloro  1 
quali  erano  stati  sforzati^  ovvero 
che  avevano  ceduto  alla  violenza 
de'tormenti;  tra  coloro  che  aveva- 
no persuaso  le  loro  mogli,  figli  e 
domestici  a  sacrificare  con  essi,  e 
coloro  i  quali  aveano  ceduto  sola- 
mente per  mettere  in  salvo  i  loro 
parenti,  ospiti  ed  amici.  I  primi 
erano  molto  piìl  colpevoli  de'  se- 
condi, e  meritavano  maggior  seve- 
rità, ed  è  perciò  che  i  concilit 
prescrissero  ad  essi  una  penitenza 
più  lun^a  e  rigorosa  che  per  gli 
altri.  All'articolo  Indulgenze  [J^edi) 
dicemmo  come  s.  Cipriano  si  sca- 
gliò contro  la  temerità  di  quei 
caduti,  che  senza  aver  fatto  pro- 
porzionata penitenza  impetravano 
l'intercessione  de'  martiri  e  de'con- 
fessori  per  esentarsene.  Delle  di- 
verse sorta  di  libellatici  tratta  il 
p.  Prilezschi  negli  j4cta  et  sciipta 
s.  Cornelii  etc.  p.  5,  annotati. 
Veggasi  s.  Agostino  lib.  7,  e.  1  De 
Bapt.  Baronio  agli  anni  253  e 
3o2.  Lambertini,  De  servor.  Dei 
beali/,  lib.  i,  cap.  2,  p.  7.  Bosquet, 
Eccles.  Gallic.  lib.  3,  p.  232.  Or- 
si nella  Dissert.  hislorica  de  capi- 
talium  criniinuni  ahsolulione,  Me- 
diolani  1730.  Chardon,  Uist.  sa- 
crament.  Bebelio,  Dissert.  de  vete- 
rum  in  lapsos  disciplina  ecclesia' 
stica,  Lipsiae  1687.  Valchio,  Hist, 
eccles.  p.  1 1 66  e  seg.  Corrado 
Daniele  Fiik,     Dissert,   de  libeUa-^ 


LAf 

ticì's  in  Ecclesìa  veteri,  Lipsiae 
1694.  Giannenrico  Kraus,  Dissert. 
de  lapsis  primitivae  Ecclesiae,  Li- 
psiae   1706. 

LASSO  Giovanni,  Cardinale. 
Giovanni  Lasso  di  nobile  prosapia 
di  Siviglia  nella  Spagna,  professò 
nell'ordine  della  Mercede,  dove  di- 
venuto insigne  teologo,  col  favore 
di  Alfonso  XI  re  di  Castiglia,  da 
Innocenzo  VI  fu  nel  fine  del  i356 
creato  cardinale  prete  del  titolo 
di  s.  Maria  in  Trastevere,  ciò  che 
però  non  sembra  certo.  Morì  in 
Avignone  nel  1  366.. 

LATERAIVENSI*  CONTI  o  CA- 
VALIERI. F.  Conte;  Sperone  dV 
Ro,  ordine  equestre;  Pii,  cavalieri. 

LATERANO,  Lateranus.  Luogo 
celebra tissimo  di  Roma  per  me- 
inorie  ecclesiastiche  e  pontificie, 
venerabile  ed  illustre  ne'flisti  della 
santa  Sede,  ivi  essendovi  tuttora 
in  isplendore,  come  si  descrive  ai 
rispettivi  articoli  :  la  Chiesa  di  s. 
Giovanni  in  Laterano,  ossia  la  pa- 
triarcale arcibasilica  del  ss.  Salva- 
tore, prima  chiesa  del  mondo,  Ec- 
clesiaruni  Urbis  et  Orbis  niater  et 
caput,  sede  principale  del  sommo 
Pontefice,  per  cui  in  essa  prende 
il  solenne  Possessoj  la  Chiesa  di 
s.  Giovanni  in  fonte,  ossia  batti- 
sterio  lateranense,  eretto  dall'impe- 
ratore Costantino  pel  battesimo  di 
s.  Costanza  sua  figlia  ;  chiesa  che 
ha  contigue  le  cappelle  dei  ss. 
Giovanni  Battista  ed  Evangelista, 
delle  ss.  Ruftina  e  Seconda,  cos\ 
de'ss.  Lucia  ed  Andrea,  de'  ss,  Ci- 
priano e  Giustina,  oltre  l'oratorio 
di  s.  Venanzio  ;  il  santuario  della 
Scala  santa  o  Sancta  Sanctoriimj  il 
Palazzo  apostolico  Lateranense,  l'an- 
tico Patriarchio  già  residenza  dei 
Papi,  magnificamente  'restaurato,  ed 
ora    abbellito    con    Museo  dal  re- 


LAT  i33 

gnante  Gregorio  XVI;  Il  Triclinio 
LeonianOj  cioè  il  musaico  che  a- 
dornava  uno  de'suoi  absidi  ;  V  O- 
spedale  del  ss.  Salvatore  ad  Sancta 
Sanctonim;  essendo  decorata  la 
vasta  piazza  del  Laterano  dal  ma- 
gnifico  Obelisco  lateranense. 

Laterano  è  un  nome  che  deriva 
dall'antica,  nobilissima,  ricca  e  po- 
tente famiglia  patrizia  romana  dei 
Laterani,  che  ivi  possedevano  delle 
case,  ed  un  palazzo  grande  e 
magnifico,  secondo  le  testimonianze 
di  Sesto  Rufo,  Publio  Vittore, 
Giulio  Capitolino  ed  altri,  cioè 
nella  seconda  regione  CeUmontana, 
presso  la  porta  di  tal  nome,  nel 
Monte  Celio,  Di  tale  famiglia  fiori- 
rono due  Sesti,  un  Torquato,  Lucio 
Sestilio,  che  fu  console  insieme  col- 
r  imperatore  Lucio  Vero  ,  Aulo 
trionfatore  de'britanni,  e  suo  nipo- 
te Plauzio.  Questi  benché  fosse 
uno  degli  impuri  amanti  di  Mes- 
salina ,  talché  campò  dal  furore 
dell'  imperatore  Claudio  solo  a 
contemplazione  dello  zio,  pure  al- 
cuni storici  lo  dipinsero  personag- 
gio pieno  di  onore  e  di  patrio 
zelo  per  l'utile  pubblico,  tutto  co- 
stanza ,  magnanimità  e  fortezza, 
ed  ebbe  per  zia  Pomponia,  che 
professò  la  religione  cristiana.  Plau- 
zio era  console  designato  nell'anno 
65  di  Gesù  Cristo,  quando  non 
per  desiderio  di  novità,  non  per 
torti  fattigli  dall'imperatore  Nero- 
ne ,  ma  solo  per  bene  ed  amore 
alla  repubblica  si  unì  con  Pisone 
e  Seneca  ai  congiurati  contro  di 
quel  crudelissimo  principe.  Cadde 
per  questo  ancor  egli,  in  un  al 
poeta  Lucano  e  ad  altri,  vittima 
di  Nerone,  e  con  tal  precipitazione^ 
che  non  gli  fu  permesso  né  di  da- 
re l'ultimo  abbraccio  a'  suoi  figli, 
né   la    scelta    della     morte.  Tacito 


i34  l^AT 

nel  lib.  XV  de*suoi  Annali,  si 
mostra  quasi  rapito  dall'intrepidez- 
za, con  cui  Plauzio  Laleiano  nel- 
l'anno Gf  ricevette  la  morte  per 
mano  d'im  amico  tribuno,  a  parte 
anch'esso  della  congiura,  senza  pun- 
to rinfacciargliela  e  senza  iscoprirlo, 
mantenendo  con  generoso  e  co- 
stante segreto  il  silenzio.  Anzi  ag- 
giunge Aciano,  epist.  lib.  I,  che 
non  essendo  ben  tagliata  la  testa 
al  primo  colpo,  Plauzio  presentoUa 
di  nuovo  colla  stessa  fermezza  di 
prima.  La  famiglia  de*  Laterani 
non  si  estinse  con  Plauzio,  perchè 
Capitolino  fa  menzione  dappoi  del 
nominato  console  Sestìlio  ;  né  man- 
ca chi  difenda  Plauzio,  e  solo  at- 
tribuisca a  pretesto  di  Nerone  la 
sua  incolpazione,  onde  impadronir- 
si del  suo  palazzo  e  beni.  Nerone 
dopo  aver  sventalo  cotal  congiura^ 
confiscò  il  palazzo,  le  case,  i  beni 
e  gli  orti  de'  Laterani  presso  il 
campo  Sessoriano,  come  attestano 
Giovenale  nella  satira  io,  il  Cassio, 
Delle  acque  anticlie  t.  II,  p.  72,  ed 
altri. 

Del  palazzo  perciò  si  serviro- 
no gl'imperatori  romani  per  a- 
bitazione,  fu  considerato  palazzo 
imperiale,  come  devoluto  al  fisco, 
continuandosi  a  chiamare  Latera- 
nense  dal  nome  degli  antichi  pro- 
prietari ;  cos'i  la  contrada  fu  detta 
in  Laterano,  e  per  la  sontuosità 
dell'edifizio,  e  per  la  memoria  dei 
Plauzi  Laterani,  come  si  raccoglie 
dal  verso  del  citato  Giovenale  :  Et 
egregìas  Laleranorum  ohsidet  Ae- 
des.  Massimiano  Ercole  associato 
all'impero  da  Diocleziano  nell'anno 
28G  e  che  regnò  sino  al  3o5j  die- 
de il  palazzo  di  Laterano  a  Fau- 
sta sua  figlia,  che  fu  moglie  del- 
l'imperatore Costantino  il  Grande, 
onde  si  chiamò  il  palazzo  di  Fan- 


tAT 

?/rt,  ovvero  la  casa  di  Fausta, 
forse  così  detta  perchè  non  tutto 
il  palazzo,  ch'era  amplissimo,  ma 
parte  di  esso,  o  un'altra  CJisa  con- 
tigua, fosse  assegnata  a  Fausta; 
perlocchè  nella  tavola  marmoica 
trovata  sotto  Paolo  III  e  traspor- 
tata in  Campidoglio,  ov'è  delineata 
Roma  antica,  si  vede  appresso  alla 
casa  di  Laterano,  un'altra  casa  se- 
parata da  essa  con  questo  titolo  : 
Domus  Faustae  Constantini.  Quan- 
do poi  Fausta  finì  la  vita  vergo- 
gnosamente, per  la  morte  procu- 
rata a  Crispo  figlio  di  Costantino 
e  suo  figliastro,  si  lasciò  di  chiamare 
il  palazzo  o  la  casa  col  suo  no- 
me odioso,  e  riprese  quello  di  La- 
terano, che  per  sempre  gli  rimase, 
in  un  alle  sue  vicinanze,  edifizi 
eretti  posteriormente  e  siti  conti- 
gui. Non  si  deve  tacere  che  dopo 
.  documenti  e  monumenti  incontra- 
stabili sopra  il  nome  Laterano, 
stranamente  il  Bergier  dice  essere 
probabile,  che  il  nome  di  Latera- 
no derivi  piuttosto  da  later,  qua- 
drello, che  dal  console  Laterano. 
lì  Eeinesio  fece  malamente  deriva- 
re la  parola  Lateranum  dalle  ra» 
nCy  avendo  abbracciato  l'etimologia 
curiosa  e  puerile,  che  ne  diede  il 
monaco  Ruperto  lib.  9,  e.  iQ,  De 
dii^.  offic  :  »  Nomen  ipsum  quod 
dicitur  ad  Laleranas,  antiqua  pro- 
bra  spurci  Neronis  accusai,  qui 
dedecorose  potionibus  usus  male- 
ficis,  illic,  ut  fertur,  Lalens  Raiias 
evomuit  ".  Ed  il  Rinaldi  all'  anno 
3 12,  n.  84,  scrive,  che  si  veneiò 
in  Roma  un  idolo  detto  Laterano, 
il  quale  sovrastava  ai  fuochi,  così 
nominato  a  latercuUs,  siccome  bef- 
fandolo disse  Arnobio,  Ads^ers. 
gcnt.  1.4-  Sopra  le  varie  etimolo- 
gie di  questo  nome,  e  le  famiglie 
Seslie  Lalerane,  patrizia    e  plebea. 


LAT 

si  possono  leggere  le  notizie  ed 
iscrizioni  riportale  dal  p.  Papebro- 
chìo  in  Analectis  de  ss.  Petro  et 
Paulo  t.  V,  Junii  p.  477  »  ^^^ 
]Marangoni  neWIstoria  di  Sancta 
Sanctonim  p.  2;  dal  p.  Pennotlo 
in  Hìslor.  tripart.  Later.  p.  553, 
e  dal  Cancellieri  nella  Storia  dei 
possessi  de' Pontefici  p.  1 52  e  385. 
Da  questo  silo  si  pretende  che  abbia 
preso  il  nome  una  distinta  fami- 
glia,  come  s'industria  di  provare 
Gio.  Battista  Nazari  nel  Discorso 
intorno  V  antica  ed  illustre  casa 
Lateranense,  ora  detta  Ladronescha^ 
Brescia  i552.  Il  Volpi  poi  nel 
f^etus  Latiunìf  t.  Vili,  p.  233,  De 
reliquis  Tusculanìs  famiiiisy  ac  w- 
ris  Romae  illustrihus,  dice  che  Ci- 
cerone nell*  orazione  in  favore  di 
Plancio,  dichiara  che  la  famiglia 
Laterani  era  dell'  antichissimo  mu- 
nicipio Tusculano.  Aggiunge  il 
medesimo  Volpi,  che  ignora  se 
questa  famiglia  tusculana  sia  quel- 
la medesima  di  Roma. 

Dopo  la  morte  dell'  imperatore 
Costanzo  Cloro,  nel  3o6  il  di  lui 
figlio  Costantino  dall'esercito  fu  pro- 
clamato imperatore,  ed  avanzatosi 
"verso  B.oma,  coU'aiuto  celeste  vinse 
il  suo  competitore  e  cognato  Mas- 
senzio nel  3 12.  Che  Costantino  do- 
po la  vittoria  conseguita  per  virtii 
della  croce  apparsagli  in  aria,  a- 
bilasse  il  palazzo  Lateranense,  può 
ragionevolmente  credersi,  non  so- 
lamente per  essere  unita ,  e  parte 
di  quello,  la  casa  di  Fausta  sua 
moglie,  ma  per  ciò  ch'egli  fece 
nel  medesimo  anno  3 12.  Restò  egli 
talmente  alienato  dal  culto  delie 
false  deità  gentilesche,  ed  affezio- 
nalo alla  cristiana  religione,  che 
sebbene  ancora  non  l'avea  per  fini 
politici  abbracciala,  nulladimeno  in 
tutto  favoriva  i  cristiani;  dimodo- 


LAT  i35 

che  fece  innalzare  nel  mezzo  di 
Roma  una  statua  tenente  in  mano 
la  croce,  con  l'iscrizione  di  avere 
in  virtù  di  quel  segno  liberato  la 
città  dal  giogo  del  tiranno  Mas- 
senzio, e  restituita  la  libertà  ed  il 
primiero  splendore  e  grandezza  al 
senato  e  popolo  romano.  Tosto  pro- 
mulgò editti  a  favore  de'  cristiani 
di  Roma  e  di  altre  provincie,  per 
la  restituzione  de*  beni  delle  chiese 
e  per  l' immunità  de'  chierici  ;  ed 
essendo  stato  avvisato  da  Anilino 
proconsole  d'Africa,  che  alcuni  ve- 
scovi cattolici  esposte  aveano  molle 
accuse  contro  Ceciliano  vescovo  di 
Cartagine,  volle  che  questa  causa 
non  altrove  che  in  Roma  fosse  agitata 
avanti  il  Papa  s.  Melchiade,  non  aven- 
do creduto  che  potesse  essere  di  sua 
competenza  il  giudicare  nella  causa 
dei  donatisti,  spettando  al  diritto  ed 
autorità  apostolica  del  Papa  il  giu- 
dizio circa  la  legittimità  e  validità 
dell'elezione  del  vescovo  di  Carta- 
gine Ceciliano,  contro  di  cui  i  do- 
natisti avevano  invece  eletto  Mag- 
giorino o  Majorino.  Avendo  stabi- 
lito s.  Melchiade  di  celebrare  nei 
3  1 3  per  questo  affare  un  concilio, 
chiamò  a  Roma  Ceciliano  e  quin- 
dici vescovi  italiani,  oltre  Ire  dalle 
Gallie,  secondo  il  desiderio  di  Co- 
stantino, acciò  con  l'intervento  di 
questi  si  togliesse  ai  donatisti  il 
pretesto  di  sostenere,  che  i  vescovi 
i  quali  giudicavano  la  loro  causa 
nel  concilio  erano  giudici  sospetti. 
I  donatisti  incolparono  Ceciliano 
reo  o  complice  criminis  traditionisj 
perchè  era  stato  consecrato  vesco- 
vo da  Felice  vescovo  Aptungilano, 
il  quale  asserivano  aver  durante  la 
persecuzione  di  Diocleziano  conse- 
gnati i  libri  sacri  ai  magistrati  gen- 
tili, per  evitar  la  pena  di  morte 
ordinala  dagli  editti    imperiali.    E'. 


i36  LAT 

siccome  questi  Costanzo  Cloro  pa- 
dre tli  Costantino  non  li  fece  ese- 
guire nelle  Gallie  ove  comandava, 
i  vescovi  di  esse  non  potevano  es- 
sere o  dirsi  sospetti.  Di  essi  tra  gli 
altri  parla  Ottato  Milevitano  nel 
lib.  1,  cantra  Parmeniamini  epi- 
scopum  Carthagensem  donatistam^ 
riportandone  i  nomi  con  quelli  an- 
cora italiani.  E  perchè  molto  pre- 
meva all'imperatore  di  porre  in 
credito  ed  in  maestà  il  sommo 
Pontefice  de'  fedeli ,  volendo  che 
questa  adunanza  de'  vescovi  e  con- 
cilio si  eseguisse  con  tutto  il  de- 
coro possibile,  concedette  per  que- 
sto effetto  al  Pontefice  il  palazzo 
di  Fausta  unito  al  Laterano,  ove 
anch'egli  abitava,  il  che  è  cosa  in- 
dubitata per  testimonianza  di  Ot- 
tato Milevitano  nel  lib.  I  contro 
Parmena,  scrivendo  che  i  vescovi 
venuti  a  Roma  a  questo  concilio: 
Una  convenerunt  in  domum  Fau- 
stae  in  Laterano.  Il  Baronio  al- 
l'anno 3 12,  num.  8o,  ed  all'anno 
824,  num.  75  e  seg.,  lungamente 
tratta  di  questa  donazione  del  pa- 
lazzo Lateranense  fatta  da  Costan- 
tino al  Pontefice  s.  Melchiade,  di- 
mostrando come  volendo  egli  met- 
tere in  credito  la  religione  di  Gesù 
Cristo,  dal  quale  riconosceva  la  sua 
vittoria,  ed  il  possesso  pacifico  del- 
l' impero,  non  permise  che  il  som- 
mo Pontefice  abitasse  altrove,  che 
in  un  palazzo  pubblico  ed  impe- 
riale quale  era  il  Lateranense ,  a- 
bitando  pure  in  palazzi  pubblici  i 
pontefici  de'  gentili.  Oltre  al  palaz- 
zo, Costantino  assegnò  al  Papa  ren- 
dite affinchè  si  potesse  mantenere 
con  tutto  lo  splendore  necessario 
al  cospetto  del  gentilesimo.  Il  Se- 
verano  nelle  Memorie  sacre  p.  494» 
dice  che  l' imperatore  donasse  a 
s.  Melchiade  la  pfirte    della    Casa 


LAT 

di  Fausta,  e  che  avendo  poscia 
ricevuto  il  battesimo  nello  stesso 
palazzo  l'anno  324>lo  donasse  tutto 
al  di  lui  successore  s.  Silvestro  I, 
edificandovi  la  basilica  in  onore 
del  ss.  Salvatore  e  de*  ss.  Giovanni 
Battista  ed  Evangelista  :  veramente 
il  titolo  di  questi  ultimi  la  basili- 
ca lo  prese  nel  secolo  XII.  I  cri- 
tici però  dubitano  del  preteso  dono 
del  palazzo  fatto  da  Costantino  al 
Papa,  e  ciò  che  dice  il  Baronio  del 
senato  convocato  dall'  imperatore 
nella  basilica  Ulpia  è  preso  dagli 
atti  apocrifi  di  s.  Silvestro  I,  cosi 
anche  il  discorso  che  dicesi  pro- 
nunziato da  Costantino  in  quella 
basilica.  È  cosa  chiara  che  non  si 
può  parlare  con  fondamento  di  cose 
che  trovansi  appoggiate  a  monu- 
menti che  sono  di  autorità  alme- 
no sommamente  dubbia. 

L'opinione  del  Severano  sembra 
fondata  dal  sapersi,  che  Costantino 
dopo  aver  ad  istanza  de'gentili  pro- 
mulgata nel  323  in  Sardica  la  legge 
con  cui  concedevasi  l'uso  delle  a- 
ruspicine,  e  di  consultare  gli  au- 
guri, quelli  di  Roma  incomincia- 
rono ad  insolentire  contro  i  cri- 
stiani, forzandoli  ad  intervenire  alle 
sacrileghe  loro  lustrazioni,  per  cui 
s.  Silvestro  I  giudicò  necessario  di 
ritirarsi  ne'  nascondigli  del  monte 
Soratte,  sino  al  ritorno  di  Costan- 
tino in  Roma,  ritiramento  di  cui 
fortemente  dubitano  i  critici.  Per 
l'empietà  di  detta  legge,  e  per  al- 
tri eccessi,  appena  Costantino  tornò 
in  Roma,  fu  da  Dio  percosso  colla 
lebbra  in  tutto  il  suo  corpo,  ed 
avendo  rigettato  l'orrido  bagno  sug- 
geritogli dagli  aruspici  col  sangue 
d'innocenti  bambini,  meritò  che  gU; 
apparissero  i  ss.  apostoli  Pietro  e 
Paolo,  e  gli  ordinassero  che  ricer- 
cato il  Pontefice  luggitivo,  adope- 


LAT 

rato  avesse  quel  bagno  che  lui  gli 
proporrebbe,  mediante  il  quale  ri- 
cuperato avrebbe  la  bramata  sa- 
lute, come  seguì  ricevendo  il  bat- 
tesimo nell'anticamera  del  palazzo 
Lateraneiise,  poi  convertita  da  lui 
nel  battisterio  e  chiesa  di  s.  Gio- 
vanni in  fonte,  battesimo  che  altri 
dicono  somministratogli  altrove,  cioè 
in  un  sobborgo  di  Nicomedia,  poco 
prima  di  morire,  come  può  vedersi 
al  voi.  XI T,  p.  17  del  Dizionario. 
Vuoisi  che  anco  in  quella  circo- 
stanza Costantino  abitasse  parte  del 
palazzo  Lateranense,  occupando  l'al- 
tra s.  Silvestro  I.  Non  si  ammette 
dai  critici  il  supposto  suggerimen- 
to d'un  bagno  di  sangue  de'  bam- 
bini per  essere  liberato  Costantino 
dalla  lebbra,  dappoiché  essi  dicono 
che  le  leggi  risguardanti  l' aruspi- 
cira  e  gli  augurii  fatte  dall'impe- 
ratore nel  32  3  non  potevano  me- 
ritare il  castigo  penoso  della  leb- 
bra, con  cui  negli  atti  apocrifi  di 
s.  Silvestro  vuol  dirsi  che  Dio  lo 
punisse.  Quelle  leggi  piuttosto  che 
empie  e  tendenti  a  promuovere  la 
superstizione,  erano  anzi  coercitive 
della  baldanza  e  fraudolenza  degli 
auguri  e  degli  aruspici,  e  non  mi- 
ravano se  non  che  a  tollerare  per 
allora  l'ariispicina,  la  quale  non  si 
sarebbe  potuta  togliere  di  mezzo 
con  un  colpo  di  autoi  ita ,  senza 
esporsi  a  grandi  pericoli.  Ne  anche 
potrebbe  provarsi  che  Costantino 
fosse  percosso  dalla  lebbra  per  al- 
tri eccessi  ,  mentre  le  incolpazioni 
desunte  da  alcuni  fatti  della  vita 
dell'imperatore  per  denigrarne  la 
fama,  sono  state  convenientemente 
confutate  dagli  eruditi.  Partito  l'im- 
peratore per  r  oriente,  lasciò  l' in- 
tero palazzo  per  uso  de'  romani 
Pontefici,  colla  basilica  del  ss.  Sal- 
vatore, eretta  dentro  lo  stesso  pa- 


LAT  i37 

lazzo  nel  324,  ^  solennemente  de- 
dicata dal  Papa  s.    Silvestro    I. 

11  Panvinio  nel  suo  libro  delle  Sette 
chiese,  dice  essere  di  parere,  che  il 
palazzo  Lateranense  altrimenti  ap- 
pellato Patriarchio,  fosse  in  un  me- 
desimo tempo  colla  basilica-  fabbri- 
cato da  s.  Silvestro  Ij  ma  dall'o- 
razione fatta  da  Costantino  mede- 
simo, che  riporta  il  Baronio  all' an- 
no 3  2  4>  num.  81,  al  senato  nella 
basilica  Ulpia,  ove  rese  ragione  di 
avere  abbracciata  la  cristiana  reli- 
gione, sommamente  lodandola,  e 
persuadendo  tutti  similmente  ad 
abbracciarla ,  si  espresse  di  aver 
fabbricata  la  chiesa  del  Salvatore 
dentro  il  palazzo  Laterano.  Dal  che 
apparisce  che  il  Patriarchio  alla 
medesima  unito,  non  fu  altra  fab- 
brica dal  medesimo  distinta  ed  edi- 
ficata da  s.  Silvestro  I.  Terminata 
ch'ebbe  1'  imperatore  la  detta  ora- 
zione, gli  furono  fatte  più  volte  le 
acclamazioni,  e  poscia  da  tutta  la 
città  fu  accompagnato  allo  stesso 
palazzo  con  quantità  di  ceri  e  lam- 
pade ardenti.  Nell'estremità  del  pa- 
lazzo fu  situato,  ed  anche  al  pre- 
sente ritrovasi,  l'oratorio  di  s.  Lo- 
renzo o  Sancta  Sanclorum.  Molti 
Papi  dopo  s.  Silvestro  I  rinnova- 
rono e  restaurarono  le  fabbriche 
vecchie  dello  stesso  palazzo  Late- 
ranense, e  vi  eressero  oratorii,  cap- 
pelle, triclini  e  basiliche,  afllne  di 
pili  agiatamente  praticarvi  varie  e 
diverse  funzioni,  e  specialmente  nel 
portico  sontuosissimo  del  palazzo  , 
ch'era  situato  sopra  la  piazza  verso 
tramontana,  e  ne*  siti  dall'oratorio 
di  s.  Lorenzo  sino  al  portico  orien- 
tale della  basilica,  i  quali  erano 
tutti  occupati  da  somiglianti  fab- 
briche, le  quali  poscia  da  Sisto  V 
furono  tutte  atterrate  coli' antico 
cadente  palazzo.  11  Severano  ripor- 


i38  LAT 

ta  la  pianta  del  palazzo,  delle  sue 
parti  e  della  basilica,  non  giù  quale 
era  ne*  tempi  di  Costantino,  ma 
bensì  ne*  secoli  posteriori,  ricavala 
da  Francesco  Conlini  arcbitetto, 
dal  sito  e  vestigi  di  esso,  dalla  pian- 
ta di  Roma  antica  stampata  dal 
Bufalino  in  tempo  di  Giulio  III, 
e  dai  disegui  che  sono  nella  biblio- 
teca vaticana;  ed  anche  si  esibisce 
dal  cardinale  Rasponi  neW  Istoria 
della  basilica  Lateranense.  Nostro 
proponimento  in  questo  articolo  è 
solo  di  parlare  de'concilii  Latera- 
nensi  compresi  i  cinque  generali , 
trattandosi  de'  luoghi  antichi  e  po- 
steriori che  si  conoscono  sotto  il 
nome  di  Laterano  nei  succitati  ar- 
ticoli. Tultavolta  premetteremo  al- 
cune generiche  erudizioni ,  riguar- 
danti i  medesimi  antichi  luoghi , 
aggiungendo  qualche  altra  notizia 
di  quelli  ancora  esistenti,  in  prin- 
cipio rammentati. 

JVel  monte  Celio  oltre  le  chie- 
se che  tuttora  sussistono,  eravi  il 
tempio  e  palazzo  di  Claudio,  la 
chiesa  ed  il  monastero  di  sant'E- 
rasmo. Nel  sito  eh'  è  dalla  chie- 
sa di  s.  Erasmo  a  s.  Giovanni 
in  Laterano,  erano  molti  altri  edi- 
fizi  e  case  di  persone  principali  che 
abitavano  queste  parti.  Sebbene  non 
si  conoscano  precisamente  i  luoghi 
particolari,  si  sa  però  che  vi  era 
la  casa  di  Simmaco,  personaggio 
consolare,  della  quale  ne*  primi  del 
secolo  XVIl  si  trovarono  molti  mar- 
mi ed  iscrizioni  nella  vigna  incon- 
tro la  chiesa  di  s.  Stefano  allora 
dei  Teofìli.  Giunio  senatore  ebbe 
parimenti  la  casa  in  queste  parti, 
dove  bruciandosi  ogni  cosa,  si  nar- 
ra che  solo  restasse  illesa  dal  fuoco 
r  immagine  di  Tiberio.  Ivi  era  la 
casa  di  Dionisio  ove  fu  preso  il 
nipote  s.  Pancrazio,  ed  ove  ritira- 


LAT 

vasi  il  Papa  s.  Marcellino.  Era  pure 
nella  contrada  l'Area  Carboniana  o 
Carbonara,  dove  stavano  i  poveri  a 
cercar  l'elemosina.  Vicino  a  s.  Gio- 
vanni era  il  palazzo  di  Flavio  Co- 
stantino, e  neir  istesso  sito  quello 
eziandio  di  Marco  Aurelio  Antoni- 
no imperatore,  la  cui  celebre  sta- 
tua equestre  di  bronzo  sino  al  1 536 
stette  appresso  il  palazzo  Latera- 
nense, donde  Paolo  III  la  fece  tras- 
ferire al  Campidoglio^  al  quale  ar- 
ticolo ne  parlammo.  Vi  erano  an- 
cora altri  palazzi  ed  abitazioni  di 
nobili  romani,  i  cui  avanzi  si  rin- 
vennero nel  pontificato  di  Sisto  V, 
che  nella  piazza  fece  erigere  l' o- 
belisco.  Il  Severano  nel  descrivere 
le  chiese  di  s.  Giovanni  in  Late- 
rano, e  del  battisterio  o  s.  Giovan- 
ni in  fonte,  riporta  i  ricchissimi 
doni  che  ad  ambedue  fecero  diversi 
Pontefici:  nel  battisterio  Adriano  I 
del  772  vi  condusse  l'acqua  Clau- 
dia. Della  prima  chiesa,  oltre  il  citato 
suo  articolo,  tenemmo  proposito  an- 
cora ad  altri,  come  agli  articoli 
Fexestrella  e  Gregorio  XVI.  Il 
Papa  s.  Ilario  del  4^'  edificò  le 
cappelle  ed  oratorii  di  s.  Giovanni 
Battista  e  di  s.  Giovanni  Evange- 
lista, non  che  l'oratorio  o  cappella 
della  Croce  contigua  al  battisterio, 
della  quale  ancora  se  ne  vedeva 
porzione  a  tempo  di  Sisto  V.  La 
cappella  di  s.  Giovanni  Battista 
l'adornò  con  mosaico  d'argento  e 
di  pietre  preziose,  colla  confessione 
di  argento  di  cento  libbre ,  e  con 
una  croce  d'oro.  Egualmente  ornò 
la  cappella  di  s.  Giovanni  Evan- 
gelista con  mosaico  d'argento  e  di 
pietre  preziose,  ponendo  sopra  la 
porta  che  vi  fece  di  bronzo  un*  i- 
scrizione  che  Io  chiamava  suo  li- 
beratore; vi  fece  ancora  la  confes- 
sione o  tabernacolo,  e    l' ornò  con 


LAT 

cento  Ii})l)re  d'argento,  e  con  una 
croce  d'oro.  Inoltre  s.  Ilario  presso 
s.  Giovanni  in  fonte  o  l)allisterio 
pose  due  archivi  o  l^iblioteche  : 
un'ultra  mollo  maggiore  fu  nel  pa- 
triarchio o  palazzo  Laleranense,  se- 
condo il  Panvinio ,  la  (]uale  forse 
il  Tiraboschi  confuse  colla  Vatica- 
na. L'oratorio  della  Croce  l'edificò 
in  forma  di  croce ,  e  lo  circondò 
con  un  portico  di  colonne  :  la  por- 
ta era  di  bronzo  ornata  di  argen- 
to, e  le  colonne  che  sostenevano 
l'architrave  erano  d'alabastro  sca- 
nalate. Aveva  quattro  tribune,  in 
una  era  la  detta  porta,  nelle  altre 
tre  gli  altari  :  la  volta  era  ornata 
di  mosaico  con  quattro  angeli  sos- 
tenenti una  croce.  Tra  le  quattro 
finestre  in  mosaico  si  vedevano  le 
imr^agini  dei  ss.  Pietro,  Paolo,  Gio- 
vanni Battista,  Giovanni  Evange- 
lista, Giacomo,  Filippo,  Lorenzo  e 
Stefano;  e  ne'  muri  delle  tribune 
coperti  di  marmi,  gli  enibleuìi  e 
segni  della  Crocè,  in  questa  cap- 
pella pure  s.  Ilario  fece  la  confes- 
sione e  vi  pose  una  croce  d'  oro 
gemmata  di  venti  libbre  col  ss.  le- 
gno della  vera  Croce.  Fece  in  essa 
le  porte  di  argento  di  libbre  cin- 
quanta ;  un  arco  d' oro  di  libbre 
quattordici,  sostenuto  da  colonne 
d'alabastro,  con  un  agnello  d'oro 
di  libbre  due,  una  corona  d'  oro, 
un  faro  con  delfini  di  libbre  cin- 
que, e  quattro  lampade  d'oro.  A- 
vanti  a  tale  oratorio  era  un  bagno 
o  ninfeo,  ossia  un  fonte,  nel  portico, 
circondato  di  cancelli  di  bronzo  e 
di  colonne  di  porfido  forate,  le 
quali  gittavano  l'acque  nell'  istesso 
fonte.  Giovanni  canonico  nel  suo 
libro  de'  Sanclis  Sanctoruiiiy  dice 
che  nel  medesimo  oratorio  s.  Gre- 
gorio I  fece  l'antifonario  dettatogli 
da  un  angelo,  ed  altre  opere. 


LAT  139 

Appresso  l'oratorio  della  Croce, 
ne  fu  cretto  un  altro  in  onore  del 
Papa  s.  Gregorio  I,  dove  presso 
l'altare  si  conservava  il  suo  letto. 
Poco  limge  dall'oratorio  di  s.  Gio- 
vanni Evangelista  lo  stesso  s.  Ilario 
edificò  un  oratorio  in  onore  di  s. 
Stefano,  con  monastero  di  monaci, 
come  affermano  Giovanni  Diacono 
ed  il  p.  Mabillon.  Contiguo  al  bat- 
tislerio  Giovanni  IV  dei  640  fab- 
bricò l'oratorio  in  onore  di  s.  Ve- 
nanzio, nel  quale  coll'occasione  che 
i  barbari  infestavano  la  Dalmazia 
sua  patria ,  vi  fece  trasportare  i 
corpi  de'  ss.  martiri  Venanzio, 
Donnione,  Anastasio,  Mauro,  Aste- 
rio,  Settimio,  Sulpiciano,  Lelio, 
Antiochiano ,  Pauliano  e  Cajano, 
che  ripose  sotto  l' altare  ;  facendo 
dipingere  a  mosaico  nella  tribuna 
le  immagini  loro  con  analoghi  versi. 
Teodoro  I  immediato  suo  succes- 
sore, avendone  compito  il  lavoro, 
vi  fu  pur  lui  effigiato.  JXel  portico 
di  questa  chiesa  Anastasio  IV  nel 
li 54  fece  due  tribune  di  mosaico 
con  due  altari,  uno  dedicato  alle 
ss.  Ruffina  e  Seconda,  i  di  cui  cor- 
pi ivi  pose;  l'altro  a  s.  Andrea  ed 
a  s.  Lucia  romana,  della  quale 
correva  la  memoria  quel  giorno 
che  ne  faceva  la  dedicazione  a' 16 
settembre,  riponendovi  il  corpo  e 
quelli  de'  ss.  Cipriano  e  Giustina 
da  lui  come  i  primi  trovati.  Molle 
funzioni  facevano  i  Papi  nel  porti- 
co di  s.  Venanzio,  particolarmente 
nel  sabbato  santo.  Nel  giorno  di 
Pasqua  il  Papa  cantava  tre  vesperi, 
uno  nella  basilica  di  s.  Giovanni, 
Tallio  in  quella  del  batlisterio,  il 
terzo  neir  oratorio  della  Croce  ; 
anche  nel  lunedì  seguente  si  can- 
tavimo  i  delti  vesperi.  Nella  vigilia 
di  s.  Giovanni  Battista ,  la  curia 
ossia  il  clero  e  la  cappella  del  Pa- 


i4o  LAT 

pa,  cantava  il  vespero,  e  la  notte 
faceva  la  vigilia  nell'oratorio  di  s. 
Giovanni  in  fonte  ossia  nel  batti- 
sterio  ;  ed  i  greci  nella  cappella  del 
ss.  Salvatore  :  il  giorno  poi  della 
festa  la  curia  faceva  Io  stesso  nella 
cappella  del  ss.  Salvatore,  ed  i  gre- 
ci nel  battisteri©.  Erano  come  in- 
torno alle  altre  basiliche,  di  cui 
parleremo,  e  vicino  a  quella  di  s. 
Giovanni  alcuni  monasteri  di  mo- 
nache e  di  religiosi  :  cioè  il  mo- 
nastero de'  ss.  Maria  e  Pancrazio; 
il  monastero  Lateranense  de'  ss. 
Giovanni  Evangelista ,  Battista  e 
Pancrazio,  ov'è  ora  la  sacristia.  Il 
secondo  fu  rinnovato  da  s.  Grego- 
rio IH,  che  vi  collocò  una  con- 
gregazione di  monaci  perchè  offi- 
ziassero  la  basilica  di  s.  Giovanni, 
beneficandolo  con  molti  doni,  tra  ì 
quali  un  calice  d'oro  gemmato  di 
libbre  ventinove ,  ed  una  patena 
simile  di  libbre  ventisei.  Onorio  II 
fu  eletto  Papa  nella  cappella  del 
monastero  di  s.  Pancrazio  a*  2 1 
dicembre  1 124.  Il  monastero  de' ss. 
Sergio  e  Bacco,  eh'  era  dietro  la 
forma  dell'acquedotto  del  patriar- 
chio, e  fu  rinnovato  da  s.  Pasqua- 
le I  :  in  esso  era  una  congregazio- 
ne di  monache  benedettine  che 
cantavano  giorno  e  notte  alle  sue 
ore,  inni  e  salmi  nella  basilica.  Il 
monastero  de'  ss.  Bartolommeo  ed 
Andrea  apostoli  fu  edificalo  da  O- 
norio  I  nella  sua  propria  casa,  e 
rinnovato  da  Adriano  I  ripristinan- 
dovi i  monaci  benedettini  con  l'ob- 
bligo che  questi  da  un  coro,  e  quelli 
di  s.  Pancrazio  dall'altro  offiziasse- 
ro  nella  basilica  Lateranense:  que- 
sto monastero  era  dov'  è  al  presen- 
te l'arcispedale  di  s.  Giovanni.  Il 
monastero  chiamalo  Lateranense 
principiava  tra  il  portico  di  s.  Ve- 
nanzio e  la  tribuna   della    basilica 


LAT 

di  s.  Giovanni ,  e  si  estendeva  a 
quella  parte  dell*  islessa  chiesa  che 
guarda  verso  ponente,  dove  si  vede 
ora  il  claustro  antico  bellissimo , 
ed  i  vestigi  di  varie  officine  del 
medesimo  monastero.  In  questo  il 
Pontefice  s.  Leone  I,  a  mezzo  di 
Gelasio  che  fu  poi  Papa  s.  Gela- 
sio I  nel  49*^ >  ^'  pose  i  Canonici 
regolari  Lateranensi  o  del  ss.  Sal- 
vatore (Fedi)^  ma  nel  58o  o  pri- 
ma fu  dato  ai  monaci  benedettini 
di  Monte  Cassino,  che  vi  restarono 
sino  al  718,  epoca  in  cui  vi  furo- 
no ripristinati  i  canonici  regolari, 
che  vi  restarono  sino  al  tempo  det- 
to al  citato  articolo,  succedendo  i 
canonici  secolari.  Nel  Palazzo  La- 
teranense [Vedi)  vi  era  la  basilica 
Leoniana,  anzi  due,  la  maggiore  e 
la  minore,  edificate  da  s.  Leone  JII; 
1*  oratorio  di  s.  Silvestro  ;  la  basi- 
lica di  s.  Zaccaria  eretta  da  quel 
Papa;  le  scale  sante;  la  basilica 
e  Triclinio  Leoniano,  detto  mag- 
giore, di  s.  Leone  III;  l'oratorio 
di  s.  Nicolò  o  Vestiario  eretto  da 
Calisto  II;  l'oratorio  di  S.Cesario;  la 
basilica  Giulia,  dedicata  da  s.  Celesti- 
no I;  la  basilica  di  Teodoro  I,  fabbri- 
cata da  quel  Pontefice;  l'oratorio  di 
s.  Gregorio,  e  gli  oralorii  di  s.  Cro- 
ce, della  Beata  Vergine,  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  di  s.  Pietro,  di 
s.  Sebastiano  ,  di  s.  Giorgio  ;  1'  o- 
ratorio  o  basilica  di  Papa  Vigilio; 
ed  il  vice-domino  o  abitazione  del 
vicario  del  Papa.  Di  tutte  queste 
basiliche,  oralorii  e  luoghi  celebra- 
tissimi,  ne  tratteremo  al  memorato 
articolo.  A  quello  di  Triclinio  par- 
leremo del  mentovato  eretto  da  s. 
Leone  HI  magnificamente  in  onore 
di  Carlo  Magno,  per  festeggiare  la 
di  lui  venuta  in  Roma. 

La  basilica  ed  il  patriarchio  La- 
teranense furono  illustrati  in  dii'esa 


LAT 

delia  cattolica  religione  e  della  ec- 
clesiastica disciplina,  con  cinque  con- 
cili! ecumenici  che  ivi  solamente 
si  sono  tenuti,  a  preferenza  d'ogn'al- 
tra  chiesa,  oltre  a  molti  particolari. 
Dice  il  Severano  nelle  sue  Memorie 
sacre,  quanti  concilii  e  sinodi  siano 
stali  celebrati  nel  Laterano  è  im- 
possibile a  saperlo,  essendovene  al- 
cuni fra  i  concilii  romani  (de' quali 
parlasi  all'articolo  Roma),  di  cui 
non  si  descrive  il  luogo  dove  fos- 
sero congregati;  ed  è  probabilissi- 
mo che  di  questi,  quando  non  si 
esprima  apertamente,  molti  siano 
stati  tenuti  nel  Laterano  come  resi- 
denza de'Papi,  massime  dopo  s.  JXi- 
colò  1,  poiché  egli  scrive.  «  È  ve- 
nerabile poi  la  sacrosanta  basilica 
patriarcale  Lateranense,  col  palazzo 
di  Laterano,  pei  tanti  sinodi  anco- 
ra e  concilii  nazionali  ed  universali 
che  vi  sono  stati  celebrati  coli' assi- 
stenza dello  Spirito  Santo;  perchè 
sebbene  ordinariamente  questi  si 
solevano  celebrare  nella  chiesa  e 
nella  confessione  di  s.  Pietro,  alcu- 
ne volle  però  si  congregarono  an- 
che nella  chiesa  e  palazzo  Latera- 
nense, e  particolarmente  dopo  il  Pa- 
pa s.  Nicolò  I,  il  quale  avendolo 
convocato,  e  cominciato  nella  pa- 
triarcale basìlica  di  s.  Pietro  l'an- 
no 863j  lo  trasferì  poi  e  proseguì  in 
questa  di  s.  Giovanni,  per  cagione 
del  freddo  che  si  pativa  nel  Vaticano, 
come  lo  stesso  Pontefice  ne  scrisse 
al  vescovo  di  Costantinopoli  ".  E 
nell'istesso  Laterano  seguitarono  per 
l'avvenire  gli  altri  Papi,  tranne  quan- 
do per  qualche  occasione  giudicarono 
bene  di  convocarlo  o  nel  Vaticano 
od  altrove.  L'ultimo  generale  lo  tenne 
Leone  X,  l'ultimo  provinciale  Be- 
nedetto Xin.  Dicemmo  che  due  c- 
rano  nel  palazzo  Lateranense  le  ba- 
siliche Leoniane,  una  detta  maggio- 


LAT  i4i 

re  e  l'altra  minore  edificata  da  s. 
Leone  III,  delle  quali  la  maggiore, 
al  dire  di  Onofrio  Panvinio,  che 
si  vedeva  sino  al  tempo  di  Sisto  V, 
era  comunemente  chiamata  basilica 
Leonìana  o  sala  del  concilio.  Ma 
l'Alemanni  nella  sua  Disse:  tatio  hi' 
storica  de  Lateranensibus  parieli' 
nisj  vuole  che  questa  fosse  la  mino- 
re ;  sebbene  dalle  sue  ragioni  e  da 
quelle  che  scrive  Anastasio  Biblio- 
tecario, non  pare  che  si  possa  nep- 
pure dire  che  fosse  la  minore  pro- 
pria, eretta  da  s.  Leone  III,  perchè 
questa  fu  fabbricata  In  luogo  basso 
ed  al  piano  della  chiesa  e  della 
strada,  mentre  quella  era  in  alto  pia- 
no de'corridori  e  stanze  del  medesi- 
mo palazzo.  Può  ben  essere  che  s. 
Leone  IV,  il  quale  restaurò  la  ba- 
silica e  le  fabbriche  di  s.  Leone  III, 
l'avesse  alzata  nel  modo  che  descri- 
ve lo  stesso  Severano.  Per  dare  un 
saggio  dei  tanti  concilii  celebrati  nel 
Laterano,  faremo  menzione  di  al- 
cuni che  sono  assai  celebri  e  noti. 
Li  nomineremo  con  ordine  di  tem- 
po e  non  numerico  secondo  il  no- 
stro sistema;  come  ancora  nomine- 
remo per  Lateranensi  quelli  cele- 
brati nelle  basiliche  ed  altri  luoghi 
compresi  nel  Laterano. 

Concila  Lateranensi. 

Il  primo  fu  adunato  nel  palazzo 
Lateranense  nell'anno  3i3  a'2  ot- 
tobre, presieduto  dal  Papa  s.  Mel- 
chiade,  con  l'intervento  di  dieciot- 
to vescovi ,  per  la  causa  dei  do- 
natisti, di  cui  già  dammo  un  cen- 
no di  sopra.  Condannò  Donato  ve- 
scovo delle  Case  Nere,  Casae  Nigrac, 
sede  della  Numidia  sotto  Cirta  Giu- 
lia, nell'Africa  occidentale,  però  di- 
verso da  Donato  il  capo  de'dona- 
listi,  i  quali  più  tardi  furono  con- 


i42  LAT 

dannali  dalla  Chiesa  perchè  negaro- 
no la  validità  del  baltesimo  dato 
dagli  eretici,  e  rigettarono  l'infaUi- 
bilità  della  Chiesa  cattolica,  ch'egli- 
no chiamavano  meretrice.  Donato 
vescovo  delle  Case  Nere  fu  con- 
dannato per  avere  consacrato  ve- 
scovo di  Cartagine  Maggiorino,  con- 
tro il  legittimo  Geciliaiio.  Il  conci- 
lio inoltre  dichinrò  innocente  Ceci- 
liano  vescovo  di  Cartagine,  che  i 
donatisti  falsamente  avevano  accusa- 
to traditore,  cioè  apostata  del  gene- 
re óe  Lassi  (Vedi),  calunniandolo 
di  avere  consegnalo  a'  pagani  i  sa- 
cri codici.  Berti, Pro5e  volgari  p.  1 83, 
dissert.  VI. 

Nell'anno  337  ^^  celebrato  un 
concilio  nella  basilica  Lateranense', 
dal  Papa  Giulio  I,  contro  gli  aria- 
ni in  favore  della  fede  Nicena.  Len- 
glet.  Tavolette  cron.j  Severaho  3Ie- 
morie.  Inoltre  san  Giulio  1  nel- 
r  anno  342  tenne  nel  Latera- 
no  un  altro  concilio,  in  cui  fu 
pienamente  giustificato  s.  Atanasio 
"vescovo  d'Alessandria,  contro  tutte 
le  calunnie  che  gli  ariani  avevano 
avanzate  contro  di  lui.  Marcello  ve- 
scovo d' Ancira  parimenti,  che  gli 
ariani  pure  perseguitavano,  dimostrò 
in  quel  concilio  la  sua  innocenza, 
e  cosi  anche  Asclepa  vescovo  di  Ga- 
za. In  questo  concilio  intervennero 
cinquanta  vescovi.  Il  Papa  scrisse 
da  questo  concilio  la  celeberrima 
sua  lettera  ad  Eusebiano  vescovo  di 
Nicomedia.  Questi  vescovi  eretici, 
conoscendo  il  ricorso  che  s.  Atana- 
sio avea  fatto  al  Pontefice  contro 
di  essi,  che  ingiustamente  e  senza 
autorità  lo  aveano  deposto,  doman- 
darono da  principio  che  si  tenesse 
un  concilio  per  esaminare  questa 
causa  ;  ma  chiamati  poi  e  infilati 
piti  volte  da  s.  Giulio  I  a  venire, 
non    vollero   portarsi  a  Roma,   né 


LAT 

essere  prosenti  ad  un  concilio  nel 
quale  prevedevano  facilmente,  che 
s.  Atanasio  e  gli  altri  vescovi 
cattolici  perseguitati  ingiustamente 
ed  oppressi  da  essi  loro,  sarebbero 
stati  dichiarati  innocenti.  Regia  t.  Il; 
Labbé  t.   II. 

Il  concilio  dell'anno  5o2  si  ten- 
ne nella  basilica  Giulia,  dal  Ponte- 
fice s.  Simmaco  in  di  lui  favore. 
Lenglet  e  Severano.  Va  avvertito 
che  prima  e  dopo  tale  epoca  vari 
concilii  ebbero  luogo  nella  causa 
di  s,  Simmaco  in  diversi  luoghi. 

Il  concilio  del  649  nella  basilica 
Lateranense  secondo  il  Severano,  o 
nel  palazzo  al  dire  di  altri,  aduna- 
to dal  Pontefice  s.  Martino  I,  tenu- 
to contro  l'eresia  de  monoteliti,  sic- 
come gran  difensore  del  domma 
cattolico  opposto  all'  errore  di  tali 
eretici.  V'intervennero  circa  cento 
cinque  vescovi  d'Italia,  di  Sicilia,  di 
Sardegna  e  d'Africa.  Si  fecero  cin- 
que sessioni  o  sia  cinque  secretari 
o  consultazioni ,  la  prima  si  ten- 
ne a'  5  ottobre,  e  l'ultima  a'3f 
dello  stesso  mese.  Il  Papa  vi  espo- 
se dapprima  gli  errori  del  mono- 
telismo,  introdotti  da  Sergio  di  Co- 
stantinopoli, da  Ciro  vescovo  d'A- 
lessandria, Teodoro  vescovo  Fara- 
nilano,  Pirro  e  Paolo  di  Costanti- 
nopoli, che  aveano  insegnato  che 
non  vi  è  in  Gesù  Cristo  che  un'o- 
perazione della  divinità  e  della  u- 
manità,  che  chiamavano  Theandrica 
ossia  divinoumana.  Questo  errore 
che  confondeva  in  Gesti  Cristo  le 
due  volontà  e  le  due  operazioni 
(come  due  sono  in  esse  distinte  l'u- 
mana e  la  divina)  in  una  sollan- 
to,  discendeva  dall' eulichianismo  , 
colla  quale  eresia  s'  introdusse  e 
si  sostenne  la  confusione  delle  due 
nature  nel  Verbo  incarnalo.  I  mo- 
noteliti erano  potentissimi  nella  cor- 


LAT 

te  di  Costantinopoli,  la  quale  era 
divenuta  monotelitica.  Nella  secon- 
da si  denunciarono  le  accuse;  si 
lesse  la  supplica  presentata  da  Ste- 
fano vescovo  di  Dota  ;  e  si  fecero 
entrare  molti  abbati,  preti  e  mo- 
naci greci,  che  domandarono  fos- 
se anatematizzato  il  Tipo  (Fedi) 
di  Costante  II:  «  imperciocché  in 
questo  Tipo,  dissero,  si  fa  Gesù 
Cristo  senza  operazione  e  senza  vo- 
lontà, vale  a  dire  senza  intelletto  e 
senza  anima;  confermate  dunque  la 
dottrina  cattolica,  che  insegna  due 
"Volontà  come  due  nature".Nella  terza 
si  produssero  gli  scritti  degli  accusali, 
e  tra  gli  altri  il  libro  di  Teodoro  ch'era 
stato  vescovo  di  Faran,  e  che  inse- 
gnava da  per  tutto  una  sola  e  la 
stessa  operazione,  della  quale  il  Ver- 
bo divino  era  il  principio,  e  l'uma- 
nità n'era  soltanto  lo  strumento.  II 
Papa  rilevò  tutti  questi  errori  che 
rendevano  immaginaria  V  Incarna- 
zione, supponendo  che  Gesti  Cristo 
non  avesse  avuto  un  vero  corpo 
solido  siccome  i  nostri:  spiegò  con 
precisione  il  termine  di  operazio- 
ne teandrica,  la  qual  parola  disse 
comprendere  necessariamente  due 
operazioni,  e  s.  Dionigi©  se  n'era 
servito  per  denotare  la  loro  unione 
in  una  stessa  persona.  Ora  è  pro- 
prio di  questa  unione  di  fare  uma- 
namente le  azioni  divine,  e  divina- 
mente le  azioni  umane.  Nella  quar- 
ta si  lessero  le  definizioni  de'cin- 
queconcilii  generali.  Nella  quinta. si 
lessero  i  passi  de'padri;si  fece  profes- 
sione di  seguire  in  tutto  la  loro  dot- 
trina; si  svilupparono  le  sottigliezze 
dei  monoteliti,  e  si  stabilì  con  molta 
sodezza  il  domma  cattolico.  Si  con- 
dannò come  empia  XEclesi  (  Fedi) 
di  Eraclio,  che  dopo  una  confessio- 
ne di  fede  ortodossa  sopra  la  Tri- 
nità e  l'Incarnazione,  conteneva  la 


LAX  i43 

dottrina  dell'unità  dì  operazione  e 
di  volontà.  Si  rigettò  altresì  e  con- 
dannò il  Tipo  di  Costante  lì,  che 
impose  silenzio  egualmente  a'catto- 
lici  e  ai  monoteliti,  e  che  in  tal 
maniera  metteva  del  pari  la  verità 
coll'errore.  Al  quale  proposito  i  pa- 
dri del  concilio  dissero  queste  pa- 
role. H  È  ben  fatto  che  non  ci  siano 
dispute  intorno  alla  fede;  ma  va 
pur  male  il  confondere  i  dommi  dei 
padri  con  que'  degli  eretici  .... 
Non  occorre  dunque  punire  indistin- 
tamente quelli  che  inseguano  la 
verità  e  quelli  che  insegnano  l'er- 
rore, ma  punire  severamente  coloro 
che  non  confessano  ciò  che  i  padri 
hanno  insegnato.  E  regola  della  Chie- 
sa di  non  condannare  al  silenzio  se 
non  coloro  che  combattono  la  sua  dot- 
trina ".  Il  concilio  dopo  aver  recato  in 
mezzo  una  quantità  di  passi  de'san- 
ti  dottori,  diede  il  suo  giudizio  in 
venti  canoni,  coi  quali  egli  condanna 
chiunque  non  confessa  che  in  Ge- 
sti Cristo  vi  sono  due  nature  e  due 
volontà.  In  conseguenza  furono  con- 
dannati Sergio,  Pirro,  Paolo  vesco- 
vi di  Costantinopoli,  capi  della  fa- 
zione, unitamente  a  Teodoro  vesco- 
vo di  Faran,  e  Ciro  vescovo  d'A- 
lessandria. Gli  atti  di  questo  con- 
cilio furono  inviati  dal  Papa  a  tut- 
ti i  vescovi  cattolici,  con  una  let- 
tera egualmente  forte  e  soda,  e  que- 
sto concilio  fu  ricevuto  da  per  tut- 
to con  gran  venerazione,  coi  cinque 
concini  generali,  e  dopo  questi  fu  di 
sì  grande  autorità,  che  venne  inserito 
nella  professione  di  fede  solita  far- 
si dai  Pontefici,  e  nei  giuramenti 
ch'essi  facevano  dopo  la  loro  elezio- 
ne, nei  tempi  prossimamente  poste- 
riori alla  celebrazione  del  concilio, 
giurando  anche  espressamente:  prac' 
sertim  quae  a  sa.  me.  Martino  u- 
niversaU  Papa  definita  sunt,  et  de- 


i44  LA^^ 

creta.  L'imperatore  Costante  II  ir- 
ritato da  qnL'sle  decisioni  e  condanne, 
crudelmente  perseguitò  s.  Martino 
I  (Vedi)  che  fu  vittima  del  suo  ze- 
lo, e  meri  tossi  la  corona  del  mar- 
tirio. Ileg.  tom.  XV;  Labbc  tom. 
VI  ;  Arduino  tom.  Ili;  Dizionario 
de   concila  j  Mansi,    Suppl. 

Sono  considerati  per  concilii  Late- 
ranensi  quelli  del  78 1  e  782  nella  cau- 
sa degli  Iconoclasti [P^edi)^ e  tenuti  da 
s.  Gregorio  III,  In  quello  principal- 
mente del  782  si  pronunziò  la  sco- 
munica contro  i  nemici  del  cullo  e 
venerazione  delle  sacre  immagini. 
IVellanno  743  il  Papa  s.  Zaccaria 
tenne  un  concilio  di  quaranta  ve- 
scovi, nel  quale  furono  fatti  quindi- 
ci canoni  riguardanti  la  disciplina 
ecclesiastica,  ed  i  matrimoni  illeciti. 
Rcg.  t.  XVII;  Labbé  t.  VI;  Ar- 
duino t.  III. 

Il  concilio  del  74^^  nella  basili- 
ca di  Teodoro,  celebrato  dal  Pon- 
tefice s.  Zaccaria  contro  Adalberto 
e  Clemente  eretici,  che  scomunicò 
e  depose  dal  sacerdozio,  proibendo 
il  nominare  e  riconoscere  per  an- 
geli tutti  quelli  che  si  veneravano 
per  tali,  tranne  gli  arcangeli  Mi- 
chele, Gabriele  e  Kafifaele,  come 
meglio  dicemmo  all'  articolo  Coro 
degli  Angeli  (Fedi).  Sì  avverte 
j)oi  che  la  Sede  apostolica  riprova 
nel  culto  de'  ss.  Angeli  il  far  men- 
zione con  nome  proprio  degli  altri 
quattro  arcangeli  che  stanno  da- 
vanti al  trono  di  Dio  ;  non  proi- 
bisce però  verso  i  detti  sette  ar- 
cangeli un  culto  speciale,  come 
addicesi  alla  loro  maggiore  eccel- 
lenza. Tuttora  la  santa  Sede  riget- 
ta l'indiscreta  divozione  che  oggidì 
alcuno  con  falso  zelo  e  petulanza 
vorrebbe  di  nuovo  introdurre  a 
favore  di  altri  Angeli,  essa  non  ri- 
conosceodo  che  i  nominati^  ed  i  ss. 


LAT 

Angeli  custodi  ,  mentre  tutti  gli 
altri  angeli  i  cui  nomi  non  si  tro- 
vano espressi  nelle  sante  Scritture, 
li  comprende  nel  29  settembre,  e 
gli  onora  tutti  con  uftizio  e  messa 
la  Chiesa.  Reg.  t  XVII;  Labbe' 
t.   VI;   Arduino  t.   III. 

Il  concilio  del  769  nella  basili- 
ca Lateranense  dal  Papa  Stefano 
III  detto  IV,  nel  mese  di  aprile, 
composto  di  quasi  tutti  i  vescovi 
d'Italia  e  delle  Gallie,  contro  l'an- 
tipapa Costantino  intruso  nella  cat- 
tedra di  s.  Pietro  senza  alcun  or- 
dine sacro,  che  fu  condannato  a 
penitenza  perpetua.  Decretò  che 
nessuno  fosse  promosso  al  pontifi- 
cato, se  prima  non  era  ordinato 
cardinale  diacono  o  prete.  Fu  al- 
tresì ordinato  che  le  sacre  reliquie 
e  le  sante  immagini  sarebbero  o- 
norate  secondo  l'antica  tradizione, 
e  venne  scomunicato  il  concilio  te- 
nuto in  Grecia  nel  754  contro  le 
immagini  ed  il  loro  culto.  Questo 
concilio  trovato  in  un  codice  anti- 
co nell'archivio  capitolare  di  Ve- 
rona, fu  per  la  prima  volta  pub- 
blicalo ed  egregiamente  illustrato 
dall'eruditissimo  d.  Gaetano  Cenni 
con  questo  titolo  ;  Conciliuni  La^ 
teranenseni  Stephani  III  an.  769 
eie.  Roraae  ex  typ.  Vaticana  1731- 
1787.  Il  Cenni  vi  schiarisce  con 
squisita  erudizione  la  disciplina  ec- 
clesiastica di  que'  tempi,  e  le  sedi 
di  que'vescovi    che    v'intervennero. 

Lateranense  si  considera  il  con- 
cilio tenuto  nel  799  da  s.  Leone 
III,  coli' intervento  di  cinquantaset- 
te vescovi,  contro  Felice  vescovo 
Urgellitano  che  sosteneva  Vadoptia- 
nisniOy  dicendo  Gesù  Cristo  solo 
figlio  adottivo  di  Dio,  e  contro 
Elipando  di  Toledo,  ch'era  caduto 
nel  medesimo  errore.  Baluzio  in 
notìs  ad  Jgobard. 


LAT 

Il  concilio  dell'  86  r  nella  basi- 
lica Leoniana,  tenuto  dal  Pontefice 
s.  Nicolò  I,  contro  Giovanni  vesco- 
vo di  Ravenna,  che  maltrattava  i 
suoi  diocesani,  che  appellarono  alla 
santa  Sede.  Reg.  t.  XXII;  Lab- 
bé  t.  Vili;   Arduino  t.  V. 

Lateranense  pure  vuoisi  il  conci- 
lio tenuto  neir864  da  s.  Nicolò  I, 
nel  quale  furono  nominati  legati  da 
inviarsi  a  Costantinopoli  nella  cau- 
sa dell'  ingiusta  deposizione  fatta 
del  patriarca  s.  Ignazio,  cioè  Ro- 
doaldo  vescovo  di  Porto  e  Zaccaria 
vescovo  d'Anagni.  Nello  stesso  anno 
il  medesimo  s.  Nicolò  I  tenne  pu- 
re un  altro  concilio,  nel  quale  alla 
presenza  dell'ambasciatore  dell'im- 
peratore Michele  dichiarò,  ch'egli 
non  avea  mandati  i  suoi  legati  a 
Costantinopoli  per  approvare  la 
deposizione  del  patriarca  s.  Ignazio 
e  la  consecrazione  di  Fozio,  ma 
che  anzi  egli  non  avrebbe  giam- 
mai consentito  ne  all'una,  né  all'al- 
tra. Quindi  in  altro  concilio  di  s. 
Nicolò  I  fu  condannato  e  dichia- 
rato nullo  tuttociò  che  in  Costan- 
tinopoli era  stato  fatto  contro  s. 
Ignazio  e  per  la  elezione  di  B'ozio. 

Neil'  864  dal  Papa  s.  Nicolò  I 
il  primo  novembre  si  tenne  un  al- 
tro concilio  ,  in  cui  fu  deposlo 
e  scomunicato  Rodoaldo  vescovo 
di  Porto,  il  quale  era  slato  in- 
viato dal  Papa  come  suo  legato  a 
Costantinopoli,  per  prendere  una 
sincera  ed  esatta  informazione  sul- 
la deposizione  di  s.  Ignazio  patriar- 
ca e  sulla  elezione  di  Fozio  in  di 
lui  luogo,  e  di  renderne  poi  un 
conto  verace  alla  santa  Sede.  Ma 
Rodoaldo  sopraffatto  dai  donativi 
intervenne  al  concilio  latrocinale 
che  neir86i  celebrò  Fozio  in  Co- 
stantinopoli nel  tempio  degli  Apo- 
stoli, ed  approvò  la  deposizione  di 

VOL.     XXXVII. 


LAT  145 

s.  Ignazio  e  la  intronizzazione  di 
Fozio  nella  di  lui  cattedra.  Dicesi 
latrocinale  quel  concilio,  perchè 
s.  Ignazio  fu  ivi  violentemente  spo- 
gliato delle  sue  insegne,  percosso 
e  tormentato  crudelmente,  acciò 
prestasse  il  consenso,  ed  allorché 
era  quasi  esanime,  fu  costretto  a 
fare  il  segno  di  croce  in  una  car- 
ta, cui  Fozio  istesso  aggiunse  le 
parole  esprimenti,  che  Ignazio  di- 
metteva il  patriarcato,  ed  aderiva 
al  decreto  del  concilio.  Rodoaldo 
dopo  queste  scelleraggini  aveva  in- 
formato il  Papa,  come  se  tutto  si 
fosse  fatto  regolarmente  in  Costan- 
tinopoli intorno  a  questa  grave 
causa.  Inoltre  Rodoaldo  prevaricò 
ancora  nell'  863  nel  concilio  tenu- 
to in  quell'anno  in  Metz,  perchè 
ivi  sedotto  dalla  presenza  del  re 
Lotario,  non  badò  egli  ad  esegui- 
re gli  ordini  ricevuti  dal  Papa 
come  di  lui  legato  nella  causa  del 
matrimonio  di  Lotario   istesso,  ma 

10  favori  in  vece  nell'impegno  pre- 
so per  isposare  Valdrada.  Pertanto 
contro  la  verità  delle  cose,  per 
non  disgustare  Lotario,  fu  ivi  con- 
dotto in  modo  l'afTare  come  se 
Valdrada  avesse  avuti  gli  sponsali 
col  re  prima  di  Tieberga,  e  come 
se  questa  ultima  fosse  stata  presa 
da  Lotario  suo  malgrado  per  i- 
sposa.  Nello  stesso  concilio  Latera- 
nense fu  probabilmente  ristabilito 
Rotado  vescovo  di  Soissons,  e  lo 
fu  poi  anche  più  solennemente  in 
un  altro  concilio  tenuto  dal  mede- 
simo s.  Nicolò  I,  incominciato  nel 
dicembre  dell'  anno  istesso  864  e 
finito  nel  gennaio  865.  Rotado 
vescovo  di  Soissons  avea  punito 
colle  censure  un  prete  della  sua 
diocesi  reo  di  un  delitto    capitale. 

11  prete  avea  appellato  ad  Inc- 
maro  arcivescovo  di  Reims,  il  qua- 

10 


i46  LAT 

le  avea  ordinato  a  Rotado  di  ri- 
stabilire il  prete.  Rotado  avendo 
operato  secondo  i  canoni  non  vol- 
le aderire,  quindi  Incmaro  nel  con- 
cilio tenuto  in  Soissons  neU'SGi 
scomunicò  il  vescovo.  Ma  nel  me- 
desimo anno  si  tenne  in  Pitres  sur 
la  Seine,  a  tre  leghe  al  di  sotto 
di  Rouen,  un  altro  concilio ,  nel 
quale  Rotado  appellò  al  Papa 
contro  la  scomunica  pronunziata 
da  Incmaro.  Carlo  il  Calvo  fece 
trasferire  il  concilio  da  Pitres  a 
Soissons  neir862,  ed  in  questo  con- 
cilio Incmaro  avendo  fatto  arre- 
slare  Rotado,  onde  impedirgli  di 
andare  a  Roma  per  trattare  il  suo 
appello,  lo  depose,  costituì  un  altro 
vescovo  nella  di  lui  sede,  e  lo  fece 
rinchiudere  in  un  monastero.  Inc- 
maro ottenne  per  sorpresa  da  piin- 
cipio  che  il  Papa  confermasse 
quest'ultimo  concilio,  ma  tale  con- 
ferma fu  ben  presto  rivocala  dal 
Pontefice,  che  inoltre  comandò  che 
si  permettesse  a  Rotado  di  venire 
a  Roma  per  trattare  la  sua  causa, 
e  fu  restituito  alla  sua  sede.  Reg. 
t.  XXII;  Labbé  t.  Vili;  Diz.  dei 
conciliU 

Nell'anno  868  Adriano  II  cele- 
brò un  concilio,  che  fu  come  una 
preparazione  del  concilio  generale 
Vili  tenuto  in  Costantinopoli  nel- 
1*869  sotto  l'autorità  sua  pontifi- 
cia e  colla  presidenza  dei  di  lui 
legati,  allorché  Basilio  il  Macedone, 
dopo  avere  ucciso  Michele  III^  s'im- 
padroni  dell'  impero,  scacciò  Fozio 
e  volle  che  s.  Ignazio  fosse  rista- 
bilito. In  questo  concilio  Latera- 
nense  furono  confermati  i  decreti 
emanati  dalla  santa  Sede  sotto  s. 
Nicolò  I,  contro  Fozio,  a  favore  di 
s.  Ignazio.  Il  Papa  fece  al  concilio 
una  celebre  allocuzione,  in  difesa 
dell'autorità   della    Sede  apostolica 


LAT 

sopra  i  vescovi  di  tutto  il  mondo, 
e  fu  stabilito  quanto  occorreva  per 
la  celebrazione  di  detto  concilio 
generale.  Pagi  a  tale  anno. 

Nell'agosto  del  900  Benedetto 
rV  tenne  un  concilio  in  favore  di 
Argrimo  vescovo  di  Langres,  il 
quale  cacciato  dalla  sua  sede  per 
opera  di  una  fazione  ad  esso  ne- 
mica, domandava  di  esservi  rista- 
bilito,   ciò    che    ottenne  dal  Papa. 

Il  concilio  del  998  in  una  delle 
basiliche  del  palazzo  Laleranense, 
secondo  il  Severano,  altri  dicono 
in  aula  conci  Hi,  dal  Pontefice  Gio- 
vanni XV  detto  XVI,  per  la  ca- 
nonizzazione di  s.  Udalrico  vescovo 
d'  Augusta.  Questa  fu  la  prima 
canonizzazione  solenne  di  cui  si  ha 
la  bolla  del  Papa,  sottoscritta  da 
luì,  da  cinque  cardinali  vescovi 
suburbicari,  da  nove  cardinali  del- 
l'ordine de'  preti,  e  da  tre  di  quel- 
lo de*  diaconi.  Questo  è  il  primo 
esempio  di  solennità  di  canonizza- 
zione, non  di  canonizzazione  in 
generale,  giacche  la  Chiesa  anco 
ne  più  remoli  tempi  prescrisse  il 
culto  ai  santi,  con  autorità  del 
Pontefice.  P^.  Canonizzazione,  Reg. 
t.  XXV;  Labl>c  t.  IX;  Arduino 
t.  VI. 

Il  concilio  del  ioi5  odel  iof6 
nella  basilica  Lateranense  da  Be- 
nedetto Vili  sopra  l'immunità  di 
una  abbazia.  Labbé   t.  IX. 

Neil'  io5o  s.  Leone  IX  tenne 
un  concilio  con  cinquantacinque 
vescovi,  contro  Berengario  e  l'ere- 
sia che  spai'geva,  colla  quale  nega- 
va la  presenza  reale  di  Gesù  Cri- 
sto neir  Eucaristia.  Reg.  t.  XXV, 
Labbé  t.   IX;  Arduino  t.  VI. 

Il  concilio  del  loSg  nella  basi- 
lica Laleranense  dal  Papa  Nicolò 
II,  coli 'assistenza  di  centotredici  ve- 
scovi, in  cui  si  pubblicarono  tredi- 


LAT 

ci  canoni.  Sì  determinarono  le 
pene  contro  i  nicolaitì,  cioè  con- 
tro il  concubinato  degli  ecclesiasti- 
ci, ordinati  in  sacris,  e  contro  gli 
avversari  della  legge  del  celibato 
sacro.  Sì  fecero  alcune  leggi  con- 
tro i  simoniaci,  proibendosi  il  com- 
mercio delle  cose  sacre.  Fu  fatta 
una  professione  di  fede  sull'Euca- 
ristia, che  Berengario  per  la  terza 
volta  condannato  sottoscrisse,  indi 
ritornò  all'errore.  Il  Papa  inoltre 
vi  emanò  un  decreto,  che  appena 
vacante  la  sede  i  soli  cardinali 
procedessero  all'elezione  del  nuovo 
Pontefice,  a  cui  il  clero  ed  il  po- 
polo prestassero  il  semplice  consen- 
so. In  tal  modo  si  preparò  la  via 
all'altro  decreto,  che  poi  fu  fatto 
solennemente  nel  concilio  generale 
Lateranense  III  nel  1179  sotto 
Alessandro  III,  col  quale  decreto 
il  diritto  della  elezione  del  Papa 
fu  definitivamente  privativo  ed 
esclusivamente  proprio  dei  cardina- 
li. Reg.  t.  XXV;  Labbé  l.  IX; 
Arduino  t.  VI  ;  Marlene  in  Col- 
ica, t.  VII. 

Il  concilio  del  io63  nella  basi- 
lica Lateranense  dal  Papa  Alessan- 
dro II,  coir  intervento  di  più  di 
cento  vescovi.  Venne  ordinato  ai 
sacerdoti  di  celebrare  una  sola 
messa  al  giorno  ;  si  confermarono 
i  decreti  di  s.  Leone  IX  e  Nicolò 
li  contro  i  chierici  incontinenti  ed 
i  simoniaci.  I  monaci  vallombrosa- 
ni  accusarono  di  simonia  e  d'ere- 
sia Pietro  vescovo  di  Firenze,  e* si 
offrirono  di  provarlo  col  giudizio 
del  fuoco,  ma  il  Papa  non  con- 
venne a  tal  prova,  ne  alla  depo- 
sizione del  vescovo.  Reg.  t.  XXV; 
Labbe'  t.  IX;  Arduino   t.  VI. 

Il  due  concilii  dell'  anno  io65 
nella  basilica  Lateranense  dal  Pon- 
tefice   Alessandro  II,  con  molti  ve- 


LAT  147 

scovi.  Sì  condannò  l'eresia  degli 
incestuosi,  e  de'giureconsulti,  i  qua- 
li pretendevano  con  l'autorità  di 
Giustiniano  I  contare  i  gradi  di 
parentela  per  mezzo  del  diritto  ci- 
vile non  del  canonico,  nella  stessa 
guisa  delle  successioni.  Ibidem. 

Il  concilio  del  1078  nella  basi- 
lica Lateranense  dal  Papa  s.  Gre- 
gorio VII  in  novembre.  Berenga- 
rio vi  fece  una  professione  di  fe- 
de, coll'obbligo  di  rendere  minuto 
conto  di  sua  dottrina  in  altro  con- 
cilio. Venne  scomunicato  l'impera- 
tore greco  Niceforo  Betoniate,  per 
aver  usurpato  la  corona  a  Michele 
Parapinace.  In  questo  concilio  i 
deputati  di  Enrico  IV  e  di  Ro- 
dolfo di  Svevia  giurarono  che  i 
loro  sovrani  non  si  opporrebbero 
in  nulla  alla  conferenza  che  i  le- 
gati pontificii  dovevano  tenere  in 
Germania.  Vennero  in  fine  fatti 
dei  regolamenti  per  l'utilità  della 
Chiesa.  Mabillon  in  Analecl. 

Il  concilio  del  1079  "^^'^  basi- 
lica Lateranense  dal  Pontefice  s. 
Gregorio  VII  in  febbraio,  con  cen- 
tocinquanta vescovi.  Berengario  a- 
biurò  nuovamente  i  suoi  errori, 
abbracciò  la  fede  cattolica,  doman- 
dò perdono  e  fece  penitenza.  I 
deputati  di  Rodolfo  re  de'  romani 
presentarono  le  loro  querele  con- 
tro le  violenze  che  commetteva  in 
Germania  Enrico  IV.  Reg.  t.  XXVI; 
Labbé  t.  X;  Arduino  tom.  VI; 
Martene  in   Thesaur.  t.  IV. 

Il  concilio  del  1081  nella  basi- 
lica Lateranense  dal  Papa  s.  Gre- 
gorio VII,  contro  Enrico  IV.  Reg. 
t.  XXVI;  Labbé  t.  X;  Arduino  t. 
VI;  Martene  in  Collect.  t.  VII  ;  e 
l'articolo  s.  Gregorio  VII. 

Il  concilio  del  io83  nella  basi- 
lica Lateranense  dal  Papa  s.  Gre- 
gorio   VII,    contro    Enrico   IV    e 


i48  LAT 

Tanlipapa    Clemente    III.  Reg.    t. 

XXVI;    Labbé  tom.  X;    Arduino 

t.  vr. 

Il  concilio  del  io85  nel  palazzo 
Lateranense  dal  Pontefice  s.  Gre- 
gorio VII,  contro  Enrico  IV  e 
l'antipapa.  V.  l'articolo  s.  Gregorio 
VII.  Noteremo  che  questo  magna- 
nimo Pontefice  dal  1074  al  io8'j> 
tenne  diversi  concilii,  e  più  d'uno 
in  un  medesimo  anno,  ne'  quali 
principalmente  le  materie  trattale 
e  concluse  furono  la  conferma 
delle  condanne  di  Berengario  ;  il 
celibato  degli  ecclesiastici  difeso 
contro  i  concubinari,  che  in  tanto 
numero  in  quel  tempo  violavano 
ranlichissima  legge  universale  del- 
la Chiesa  latina;  la  proibizione  del- 
le investiture  che  i  principi  euro- 
pei conferivano,  violando  la  liber- 
tà della  Chiesa  nelle  sacre  elezioni, 
e  promovendo  la  simonia  ;  la  con- 
danna reiterata  dall'antipapa  Cle- 
mente III,  suoi  seguaci  e  fautori, 
e  le  gravi  vertenze  con  Enrico 
IV,  da  noi  trattate  diffusamente 
in  molti  luoghi. 

11  concilio  del  11 02  nella  basi- 
lica Lateranense  dal  Papa  Pasquale 
II,  contro  Enrico  IV.  Reg.  t.  XXVI; 
Labbé  t.  X;  Arduino  t.  VI. 

Il  concilio  del  iio5  nella  basi- 
lica Lateranense,  secondo  il  Seve- 
rano,  dal  Pontefice  Pasquale  II,  in 
quaresima.  Vi  scomunicò  il  conte 
di  Mculan  0  Meulent,  ed  i  suoi 
compiici^  ch'erano  accusati  di  es- 
sere cagione  che  il  re  d'Inghilterra 
Guglielmo  II  si  ostinasse  a  sos- 
tenere le  dannate  investiture  ec- 
clesiastiche :  vi  si  scomunicarono 
anche  quelli  che  gli  avevano  dato 
ricetto.  Fu  in  questo  concilio,  ov- 
vero ad  un  altro  tenuto  in  quare- 
sima dell'anno  precedente,  che  Pas- 
quale II  fece  una  severa  riprensio- 


LAT 
ne  a  Brunone  arcivescovo  di  Tre- 
veri,  perchè  avea  ricevuto  l'investi- 
tura da  Enrico  IV  :  Brunone  ri- 
nunzi(j  la  sede,  ma  tre  giorni  do- 
po fu  rimesso.  Tuttavolta  alcuni 
pretendono  che  il  Papa  non  facesse 
nessun  rimprovero  all'arcivescovo  pel 
suo  attaccamento  a  cesare,  benché 
questi  fosse  stalo  piti  volte  scomuni- 
cato e  deposto;  come  neppur  non 
ne  fece  a  s.  Ottone  per  lo  stesso  mo- 
tivo, quando  lo  consacrò  vescovo 
di  Bamberga  a'  17  maggio  iio3, 
come  quello  che  mentre  si  era 
procacciata  la  stima  di  Enrico 
IV,  non  dubitò  difendere  i  diritti 
della  Chiesa  con  zelo.  Ibidem. 

Il  concilio  del  i  1  io  da  Pasqua- 
le II,  in  favore  dell'autorità  vesco- 
vile. Fu  proibito  agli  ecclesiastici 
di  ricevere  le  investiture  dalle  ma- 
ni dei  laici,  sotto  pena  della  sco- 
munica, e  della  privazione  delle 
loro  dignità  :  venne  altresì  dichia- 
rato che  la  cura  di  tutti  gli  afKi- 
ri  ecclesiastici  apparteneva  ai  ve- 
scovi. Labbé  t.  X;  Arduino  t.   VI. 

Il  concilio  del  1 1  1 1  da  Pasqua- 
le II,  contro  le  investiture  ed  En- 
rico V.  Ibidem.  Il  p.  Mansi  in  ve- 
ce nel  Suppl.  t.  II,  col.  261,  dice 
che  furono  in  esso  consegnati  i 
feudi  che  la  Chiesa  avea  dell'im- 
pero ad  Enrico  V,  il  quale  da 
parte  sua  rinunziò  alle  Invesliturc. 
ecclesiastiche.  Su  di  che  meglio  è 
vedersi  quell'articolo. 

Il  concilio  del  11 12  nella  basi- 
lica  Lateianense  da  Pasquale  II, 
adunato  per  prevenir  lo  scisma 
che  minacciava  alla  Chiesa  l'estor- 
ta e  violenta  concessione  del  Pa- 
pa ad  Enrico  V.  Vi  si  trovarono 
circa  cento  vescovi,  parecchi  abba- 
ti e  una  moltitudine  innumerabile 
di  chierici  e  di  laici.  Pasquale  II 
vi    revocò  il  privilegio    delle  inve- 


LAT 

sllture,  accordato  nel  precedente 
anno  all'imperatore  Enrico  V  che 
Uf  avea  perciò  imprigionato.  II  pri- 
vilegio fu  cassalo,  e  tolto  all'im- 
peratore, come  contenente  che  un 
vescovo  eletto  canonicamente  dal 
clero  e  dal  popolo,  non  sarà  con- 
sacrato, se  prima  non  ha  ricevuto 
l'investitura  dal  re;  la  qual  cosa, 
soggiunge  il  concilio,  è  contro  lo 
Spirito  Santo,  e  la  istituzione  ca- 
nonica. Enrico  V  vi  fu  scomuni- 
cato. Il  Papa  si  purgò  dal  sospetto 
di  eresia,  di  cui  s'incolpavano  quel- 
li che  favorivano  le  investiture,  e 
fece  la  sua  professione  di  fede  in 
presenza  di  tutto  il  concilio.  Ge- 
rardo vescovo  d'AngouIéme  venne 
incaricato  di  portare  il  decreto  di 
revoca  all'  imperatore:  il  prelato 
adempì  la  pericolosa  commissione 
con  tal  fermezza  ,  che  disarmò  la 
collera  di  Enrico  V.  Diz.  de  con- 
ci In'  ;  Labbé  t.  X;  Mansi,  ivi. 

Il  concilio  del  1116  nella  basi- 
lica Lateranense  da  Pasquale  II  ai 
9  marzo.  Alcuni  autori  hanno  da- 
to a  questo  concilio  il  titolo  di 
universale.  Vi  si  trovarono  vesco- 
vi, abbati ,  signori  e  deputati  di 
diverse  provincie.  Pasquale  II  con- 
fermò il  precedente  concilio,  e  con- 
dannò il  privilegio  delle  investitu- 
re da  lui  sottoscritto, con  violenza 
dentro  il  padiglione  di  Enrico  V, 
sotto  un  perpetuo  anatema,  rinno- 
vando colla  slessa  pena  il  decreto 
di  s.  Gregorio  VII  contro  tutti  i 
laici  che  conferissero  le  investiture 
ecclesiastiche,  ed  i  chierici  che  da 
loro  le  ricevessero;  tutto  il  conci- 
lio gridò,  Così  sia.  Un  vescovo 
avendo  detto,  che  questo  privilegio 
conteneva  un'eresia;  il  Papa  rispo- 
se, che  la  chiesa  di  Roma  non  a- 
vea  mai  avuto  eresia,  che  anzi  le 
avea  ella  sempre   tutte   fulminate. 


LAT  149 

L' imperatore  non  vi  fu  scomuni- 
cato, ma  il  Papa  vi  approvò  ciò 
che  i  legati  avevano  fatto  ne' loro 
concilii,  ne' quali  l'imperatore  era 
stato  più  volte  scomunicato.  In 
questo  concilio  venne  pure  deter- 
minato che  il  titolo  di  abbate 
d(>gli  abbati,  che  arrogavasi  l'  ab- 
biite  di  Cluny,  spettava  al  solo  ab- 
bate di  Monte  Cassino.  Inoltre  il 
Papa  obbligò  Grossolano  a  rinun- 
ziare l'arcivescovato  di  Milano,  e 
lo  rimandò  al  suo  vescovato  di 
Savona,  avendo  rappresentato  che 
non  v'erano  che  due  cause  per  la 
traslazione  de' vescovi,  la  necessità 
e  l'utilità,  e  che  la  traslazione  di 
Grossolano  non  tendeva  che  alla 
perdita  de'  corpi  e  delle  anime. 
Alla  fine  del  concilio  Pasquale  II 
accordò  un'  indulgenza  di  quaranta 
giorni  a  quelli  ch'essendo  in  pe- 
nitenza per  certi  peccati  capitali, 
visitassero  le  chiese  degli  apostoli. 
Ibidem. 

Il  concilio  generale  Lateranen- 
se I  de\  II23,  celebrato  n^lla  ba- 
silica Lateranense  dal  Pontefice 
Calisto  lì.  In  questo  primo  con- 
cilio generale  ed  ecumenico  d'oc- 
cidente, vi  si  trovarono  più  di  tre- 
cento vescovij  e  più  di  seicento 
abbati,  in  tutti  quasi  mille  padri, 
non  che  gli  ambasciatori  dell'  im- 
peratore Enrico  V.  Di  questo  con- 
cilio non  ci  restano  che  ventidue 
canoni,  la  maggior  parte  de'  quali 
sono  ripetuti  dai  concilii  preceden- 
ti, molti  riguardanti  la  disciplina 
ecclesiastica  quasi  annichilita  dai 
lunghi  scismi.  Fu  tenuto  per  la 
pace  della  Chiesa,  intorbidata  da 
più  di  cinquant'anni  sul  diritto 
della  collazione  de'benefizi,  che  gli 
imperatori  pretendevano.  Fu  perciò 
confermalo  l'accordo  fatto  dai  le- 
gati di  Calisto  II,  e  di  Enrico  V 


iSo  LAT 

in  Worms  nell'anno  precedente,  sul- 
l'affare delle  invesliture  ecclesiasti- 
che,   terminando     cosi    la    funesta 
controversia,  che    avea    tenuto  di- 
tìso  il  sacerdozio  dall'impero.  Ven- 
ne pertanto    concluso^    che  gl'im- 
peratori non  darebbero  più    alcu- 
na investitura  di  benefizi    pel  pa- 
storale e  r  anelloj  ma  che  i  vesco- 
vi e    gli  abbati  eletti  hberamente 
e  senza  simonia,    riceverebbero   le 
investiture    de'  feudi     soltanto    col 
bastone    o   collo   scettro .    Furono 
rinnovate  le  indulgenze  che  Urba- 
no li  avea   accordato    a    coloro,  i 
quali  prestassero  soccorsi  ai  cristia- 
ni oppressi  dagli  infedeli.  Fu  inol- 
tre prescritto    ai    crocesignati   che 
avevano    deposto    le    croci    che    si 
erano  messe  sugli  abiti  pel  viaggio 
di  Gerusalemme    e    sacra    guerra, 
di  ripigliarle  sotto  pena  di  scomu- 
nica,  onde    sottrarre    la    Palestina 
dalle    mani    degli    infedeli  ;    come 
pure  trattossi    della    spedizione  di 
Spagna  contro  i  mori  e    saraceni. 
Fu  proibito  ai  monaci  dal  canone 
XVll    di    amministrare    pubblica- 
mente la  penitenza;  di  visitare  gli 
infermi  ;  di    far    le    unzioni    e    di 
cantar  le   messe    pubbliche.  I    ve- 
scovi   lagnaronsi    altamente    delle 
prerogative  concesse  ai    monaci,  o 
da  loro  usurpate,    dicendo:    w  Al- 
tro non  resta  se    non  che    ci  tol- 
gano la  croce  e  l'anello,  e  di  sot- 
tometterci    alle    loro    ordinazioni  ; 
eglino  possedono  le  terre,  i  castel- 
li, le  decime,  le  oblazioni    de' vivi 
e    de*  morti  ".    Sì    rinnovarono    le 
scomuniche  contro  i  nicolaiti  ed  i 
simoniaci.  Il  Papa  vi  canonizzò  s. 
Corrado  vescovo  di  Costanza,  e  vi 
creò  quattro  cardinali.    Reg.    tom. 
XXVI 1;  Labbé  tom.  X;   Arduino 
tom.  VI;  Martenem  Collect.  tom. 
VII;  Diz.  de' concila. 


LAT 

Il  concilio  del  1 1 35  sotto  il  Pon- 
tefice Innocenzo  li.  Furono  appro- 
vate le  tregue  del  Signore,  le  qua- 
li consistevano  nell'  astenersi  da 
qualunque  ostilità,  dal  mercoledì 
a  sera  fino  alla  mattina  del  lunedi 
seguente.  Gali,  christ.  t.  I,  p.  986; 
Lenglet,   Tavolette  cronol. 

11  concilio  generale  Lateranense 
7/ del  1139  nella  basilica  Late- 
ranense ,  celebrato  dal  Papa  In- 
nocenzo II  a' 18  aprile.  V'inter- 
vennero quasi  mille  vescovi,  e  se- 
condo alcuni  anche  l' imperatore 
Corrado  III.  Il  principale  oggetto 
di  questo  concilio  fu  la  riunione 
della  Chiesa  dopo  lo  scisma  dell'an- 
tipapa Anacleto  II,  morto  nel  1 138. 
Vi  si  fecero  trenta  canoni,  in  gran 
parte  eguali  a  quelli  del  concilio 
di  Reims  del  1 1 3 1 ,  presieduto  dal- 
lo stesso  Innocenzo  II.  Si  proibi- 
rono i  tornei;  si  minacciò  di  ana- 
tema i  canonici,  i  quali  escludes- 
sero dall'elezione  del  vescovo  gli  uo- 
mini religiosi;  condannaronsi  i  nuo- 
vi manichei  che  seminavano  anco- 
ra i  loro  errori,  e  quelli  di  Pietro 
di  Bruis  e  di  Arnaldo  da  Brescia, 
antico  discepolo  di  Abelardo  :  egli 
declamava  contro  il  Papa,  i  ve- 
scovi, i  chierici  ed  i  monaci ,  e 
blandiva  solamente  i  laici;  si  con- 
dannarono pure  i  loro  seguaci  che 
sostenevano  non  potersi  salvare  i 
vescovi  che  avessero  regalie,  i  mo- 
naci e  i  chierici  che  possedessero. 
Vi  si  deposero  i  vescovi  ordinati 
dagli  scismatici;  Innocenzo  II  H 
chiamò  per  nome,  e  strappò  loro 
le  croci,  l'anello  e  il  pallio,  dopo 
averli  rimproverati  de' loro  falli; 
si  abrogarono  quindi  gli  atti  del- 
l'antipapa, e  questo  condannato. 
Fu  proibito  a' laici  di  possedere  le 
decime  ecclesiastiche,  o  fosse  che 
le  avessero  ricevute  dal  vescovo  o 


LAT 

dal  re,  e  si  dichiarò  che  se  non 
le  rendevano  alla  Chiesa,  incorre- 
vano il  delitto  di  sacrilegio,  e  la 
pena  di  eterna  dannazione.  Si  de- 
cretò la  scomunica  a  chiunque 
persuaso  dal  demonio  mettesse  le 
mani  sopra  gli  ecclesiastici.  Furo- 
no condannati  i  simoniaci,  i  nico- 
laiti,  e  quelli  che  ricevessero  dai 
laici    le    investiture   ecclesiastiche. 

II  Papa  vi  canonizzò  s.  Sturmio 
primo  abbate  di  Fulda.  Regìa  tom. 
XXVII;  Labbé  t.  X;  Arduino  tora. 
VI  ;  Marlene,  Thesaur.  tom.  IV; 
Diz.  de' conci  Ili. 

Il  concilio  del  1167  0  il 68 
nella  basilica  Lateranense,  Celebra- 
to dal  Pontefice  Alessandro  III  ai 
5,  i4  e  19  marzo.  Lo  scismatico 
imperatore  Federico  I  che  rigoro- 
samente assediava  Roma,  vi  fu  sco- 
municato, ed  assolti  i  di  lui  sud- 
diti dal  giuramento  di  fedeltà,  pri- 
vando il  principe  dell'impero,  co- 
me sostenitore  dello  scisma  e  de- 
gli antipnpi.  Reg.  tom.  XXVII  ; 
Labbé  lom.  X  ;  Arduino  tom.  VI  ; 
Diz.  de^  concila. 

Il  concilio  generale  Lateranense 

III  del  II 79,  celebrato  dal  Pon- 
tefice Alessandro  IH.  V'interven- 
nero più  di  trecento  vescovi  di  tutti 
i  paesi  cattolici ,  Nettario  abbate 
che  vi  si  recò  pei  greci,  i  cardina- 
li, il  prefetto,  i  senatori  ed  i  con- 
soli di  Roma.  Ebbe  luogo  per  ri- 
mediare agli  abusi  che  si  erano  in- 
trodotti nel  lungo  scisma  sostenu- 
to da  quattro  antipapi  e  di  recen- 
te sopito,  dopo  la  concordia  segui- 
ta nel  1177  in  Venezia  tra  il  sa- 
cerdozio e  l'impero,  Alessandro  III 
e  Federico  I.  In  tre  sessioni  si  fe- 
cero ventisette  canoni.  Il  primo 
porla,  che  l'elezione  del  Papa  fu 
dichiarata  diritto  esclusivo  dei  car- 
dinah.  Quindi    per    la    valida  ele- 


LAT  iSi 

zione  canonica  del  Pontefice,  e  per 
prevenire  gli  scismi  fu  stabilito, 
che  se  nella  elezione  del  Papa  i 
cardinali  non  sono  d'accordo  per 
eleggerlo  di  unanime  consenso, 
si  riconosca  per  Papa  quello  che 
avrà  due  terzi  de' voti  dei  cardi- 
nali elettori  presenti;  e  quello  che 
non  avendo  che  il  terzo  de'  suffra- 
gi o  meno  de'  due  terzi,  osasse 
prendere  il  nome  di  Papa,  sarà 
privato  di  ogni  ordine  sacro,  e  sco- 
municato in  guisa  che  non  gli  si 
accorderà  il  s.  Viatico  che  negli 
estremi  della  vita,  qualora  sino  a 
questo  punto  fosse  stato  ostinato  nello 
scisma,  e  non  si  fosse  pentito.  Nel 
secondo  si  condannarono  molli  a- 
busi  cui  le  frequenti  appellazioni 
aveano  introdotti.  Fu  proibito  di 
esigere  alcuna  cosa  pel  possesso  dei 
vescovi,  abbati  e  curati,  per  le  se- 
polture, i  matrimoni  e  gli  altri  sa- 
cramenti. I  vescovi  fecero  de' gran 
lamenti  contro  la  sregolatezza  di 
alcuni  ordini  regolari,  massime  dei 
nuovi  ordini  militari  de'  templari 
e  dei  gerosolimitani  o  spedalieri. 
Fu  proibito  a' religiosi  di  qualun- 
que istituto  di  ricevere  novizi  per 
denaro,  di  possedere  peculio,  sotto 
pena  di  scomunica.  Si  rinnovaro- 
no i  regolamenti  per  la  continen- 
za de'chierici;  vi  si  proibì  la  plu- 
ralità de'benefizi.  »  Affine  di  prov- 
vedere all' istruzione  de'poveri  chie- 
rici, vi  sarà  in  ogni  chiesa  catte- 
drale un  maestro,  a  cui  si  asse- 
gnerà un  benefizio  sufficiente,  e 
che  insegnerà  gratuitamente;  non 
si  ricuserà  la  permissione  d' inse- 
gnare a  chi  ne  sarà  capace".  Inol- 
tre venne  ordinato  che  i  prelati 
non  potessero  assistere  ai  banchet- 
ti, non  usassero  vesti  preziose,  né 
andassero  alla  caccia;  che  niuno 
senza  il  patrimonio  non  potesse  or- 


i52  LAT 

dinarsi  diacono  o  prete;  che  niuoo 
iosse  eletto  vescovo  senza  aver  tren- 
ta anni  di  età.  Furono  condannati 
gli  eretici  valdesi,  albigesi  che  si 
divisero  in  catari,  patarini  e  pub- 
blicani; seguendo  gli  errori  de'ma- 
nichei  rigettavano  l'antico  Testa- 
mento, le  preghiere  pei  morti,  la 
presenza  reale  di  Gesù  Cristo  nel- 
l'Eucaristia, l'autorità  della  Chie- 
sa, ec.  Trattossi  della  riforma  dei 
costumi,  e  vennero  annullale  le 
ordinazioni  fatte  dagli  antipapi.  Sì 
rinnovarono  i  canoni  de' preceden- 
ti concilii  circa  la  disciplina,  e  si 
repressero  le  violenze  de' potenti. 
Regia  t.  XXVII;  Labbé  tom.  X; 
Arduino  tom.  VI;  M^artene  in  Col- 
lect.  tom.  VII;  Diz.  de'concilii. 

Il  concilio  del  1 1 80  celebrato 
da  Papa  Alessandro  III.  Furonvi 
confermate  le  tregue  del  Signore. 
Gali,  christ.  t.  I,  p.  986. 

Il  concilio  generale  Lateranense 
/Fdel  12 15,  celebrato  da  Inno- 
cenzo III.  Questo  Papa  a*  18  o  20 
aprile  1 2 1 3  scrisse  una  lettera  data 
dal  Laterano,  ai  patriarchi,  agli  ar- 
civescovi e  vescovi,  agli  abbati  e 
priori,  ai  gran  maestri  degli  ordini 
equestri,  ed  a  tutti  i  regnanti  di 
cristianità,  loro  esponendo  la  con- 
dizione della  Chiesa,  il  desiderio 
della  ricupera  di  Terrasanta  e  della 
riforma  della  Chiesa  universale.  Di 
avere  perciò  rivolto  ferventi  preci 
e  lagrime  al  Signore  ;  tenute  fre- 
quenti consulte  coi  cardinali  ed  al- 
tre prudenti  persone ,  e  di  essersi 
deliberato  di  convocare  secondo  la 
consuetudine  de*  santi  padri  un 
concilio  generale  per  la  salute  delle 
anime  e  bene  del  popolo  cristiano, 
da  lì  a  due  anni  e  mezzo  a  prin- 
cipiar dal  i2i3  stesso.  Avvertì  i 
vescovi  che  in  ogni  provincia  la- 
sciassero uno  o  due  suiti'aganei  per 


LAT 

adempiere   al   ministero    ecclesiasti- 
co, i   quali   al  pari  di  quanti    altri 
fossero  trattenuti  da    qualche    im- 
pedimento canonico,  vi    mandasse- 
ro rappresentanti  loro  ammissibili. 
Ognuno  osserverà  ,  qcianto    all'  ac- 
compagnamento sì  in  uomini  come 
in  cavalli,   le  discipline  del  concilio 
di  Laterano,  in  modo    che    ninno 
abbia  seco  maggior  seguito  di  quel- 
lo consentito    dal    concilio    stesso  ; 
bensì   minore  se  vuole.    Invitò    gli 
arcivescovi  e  vescovi    d' ingiungere 
a    tutti    i    capitoli    non  solo    delle 
cattedrali,  ma  delle  altre  chie<ie  an- 
cora, d' inviare  al  concilio  il  prio- 
re, il  decano  o  altra    idonea    per- 
sona ,    avendovi  a  trattar    di    vari 
punti  concernenti    i    capitoli  stessi. 
Niuno  però  si   attenti  di    porre  o- 
stacoli  spargendo  zizzanie  o  facen- 
do intoppi  al  viaggio.  11  medesimo 
invito  ebbe  il   capitolo    patriarcale 
di     Costantinopoli    e     V  imperatore 
d'oriente  Enrico,  dovendosi  delibe- 
rare   di    cose  che    riguarderebbero 
l'utile  e  l'onore  di  questo  ultimo. 
In  una  parola    Innocenzo    HI    in- 
vitò al  concilio  l'oriente    e  l' occi- 
dente, i  principi  spirituali    e  tem- 
porali; in  tutte  le  parti  del  mondo 
cristiano  mandò    inviti    ed    esorta- 
zioni.  Al  tempo  stabilito  si    trova- 
rono in  Roma    pel    concilio    quat* 
trocento  dodici,  ovvero  quattrocen- 
to ottantadue  vescovi,   ottocento  o 
novecento  abbati  e  priori,  gli  am- 
basciatori degl'imperatori,    dei    re 
e  di  quasi  tutti  i    principi   cattoli- 
ci. V*  intervennero  due    patriarchi 
latini ,    cioè    Gervasio  di  Costanti- 
nopoli e    Paolo    di    Gerusalemme; 
Giona    patriarca     de'  maroniti  ;    il 
patriarca  d'  Alessandria  a  causa  dei 
saraceni ,  appena  potè    mandare  il 
proprio  fratello  diacono;  invece  del 
patriarca  d*  Antiochia  infermo  ,   ci 


LAT 

venne  il  vescovo  Ancherado  ;  set- 
lantuno  furono  i  primali  e  i  nie- 
Iropolitani,  sopra  i  quali  risplen- 
deva il  celebre  Rodrigo  di  Toledo 
che  pronunziò  un  discorso  Ialino 
sulle  prerogative  del  Papa,  che  ri- 
petè in  tedesco,  in  francese,  ed  in 
ispagnuolo,  acciò  tulli  gli  ascolta- 
tori l'intendessero.  L'arcivescovo 
di  Tiro  vi  accorse  pure  per  espor- 
vi  le  condizioni  di  Terrasanta.  Tra 
i  vescovi  si  notò  che  quello  di  Lie- 
gi nella  triphce  qualità  sua  di  con- 
te, duca  e  vescovo,  si  presentò 
nella  prima  sessione  ornalo  del 
manto  e  del  berretto  di  scarlato , 
nella  seconda  vestilo  di  verde,  e 
solo  nella  terza  coperto  degli  or- 
namenti episcopali.  Oltre  a  tutti 
questi,  gli  uomini  più  famosi  pel 
saper  loro  nel  mondo  cristiano  si 
trovarono  in  Roma  pel  concilio  di 
Laterano.  Ulrico  abbate  di  s.  Gallo 
intervenne  al  concilio  come  procu- 
ratore di  Federico  II  re  di  Sicilia 
e  de*  romani,  mentre  l'imperatore 
Ottone  IV,  benché  deposto  e  sco- 
munica to^  vi  mandò  rappresentanti, 
per  difendervi  le  sue  ragioni.  En- 
rico imperatore  latino  di  Costanti- 
nopoli, Filippo  II  Augusto  re  di 
Francia,  Giovanni  re  d'Inghilterra, 
Giacomo  I  re  d'  Aragona  ,  Ugo  I 
re  di  Cipro,  Andrea  H  re  d'Un- 
gheria, principi  e  grandi  di  tutti 
i  paesi  d'Europa,  ed  anche  parec- 
chie città  vi  mandarono  deputati. 
Duemila  duecento  ottantatre  per- 
sone assisterono  a  questo  concilio, 
altri  dicono  fra'  quali  mille  due- 
cento ottantanove  -padri  ;  numero 
maggiore  di  quelle  convenute  al 
concilio  generale  Lateranense  III  ; 
per  lo  che  si  vide  Roma  cattolica 
in  questa  congiuntura  rispleuder 
di  maggior  lustro  di  Roma  paga- 
na. La  presenza   di   tanti    principi 


LAT  i53 

ecclesiastici  e  secolari  diede  una 
solennità  forse  mai  veduta  alla  con- 
sacrazione che  fece  Innocenzo  HI 
della  basilica  di  s.  Maria  in  Tras* 
levere.  Il  concilio  durò  dagli  1 1 
ai  3o  novembre  i2i5,  perchè  il 
Papa  lo  convocò  pel  giorno  di  s. 
Martino  nella  patriarcale  basilica 
Lateranense,  dove  per  la  calca  l'ar- 
civescovo di  Amalfi  Matteo  di  Ca- 
pua  rimase  soffocato  sotto  il  ve- 
stibolo, e  fu  sepolto  nella  basilica. 
Dopo  che  tutti  furono  raccolti,  In- 
nocenzo IH  si  assise  in  trono  ,  e 
data  prima  a  tutti  l'apostolica  be- 
nedizione, apri  il  concilio  con  gra- 
ve ed  eloquente  orazione ,  della 
quale  prese  per  testo  le  parole  del 
vangelo  :  Desiderio  desideravi  hoc 
Pascha  manducare  vohisciun.  Poi 
gli  alti  del  concilio  furono  raccolti 
per  ordine  del  Papa  in  settanta 
capitoli  ovvero  canoni,  dopo  i  quali 
vi  è  il  decreto  particolare  della 
crociata,  e  nel  medesimo  tempo 
vennero  tradotti  in  greco  :  gli  ab- 
biamo nei  cinque  libri  delle  de- 
cretali. Essi  risguardano  la  condan- 
na degli  eretici,  la  riforma  della 
Chiesa  universale  ed  il  ristabili- 
mento della  disciplina  ecclesiastica, 
la  pace  tra*  principi  cristiani,  ed  il 
soccorso  di  Terrasanta,  la  riunione 
de'  greci  co'  Ialini.  11  patriarca  dei 
maroniti  riunì  i  suoi  connazionali 
colla  Chiesa  romana ,  e  traltossi 
pure  la  questione  della  primazia 
di  Toledo.  In  sostanza  questi  ca- 
noni si  aggirano  intorno  al  dom- 
ma,  alla  costituzione  interna  della 
Chiesa,  al  servigio  divino,  alla  di- 
sciplina morale,  alle  giurisdizioni 
delle  persone  ecclesiastiche,  ed  al- 
cuni diritti  degli  ordini  religiosi,  e 
finalmente  alla  condizione  degli  e- 
brei  verso  i  cristiani. 

Il    primo    capo    è    l' esposizione 


i54  LAT 

della  fedo  cattolica,  falla  principal- 
mente in  ordine  agli  albigesi  ed 
ai  valdesi.  Per  questo  vi  è  detto, 
non  esservi  che  un  solo  Dio  che 
fin  dal  principio  fece  dal  nulla 
r  una  e  V  altra  creatura  spirituale 
e  corporea,  ed  nuche  i  demoni,  da 
lui  creati  buoni,  e  che  diventaro- 
no cattivi.  La  qual  dottrina  tende 
ad  escludere  i  due  falsi  principii 
de'  manichei.  Per  autorizzare  l'an- 
tico»  Testamento,  vi  si  dice:  »»  che 
Io  slesso  Dio  che  ha  dato  agli  uo- 
mini la  dottrina  salutare  per  Mo- 
sè  e  pegli  altri  profeti,  è  quel  me- 
desimo che  fece  poi  nascere  il  suo 
Figliuolo  dal  seno  della  Vergine, 
affinchè  ci  mostrasse  più  chiara- 
mente la  strada  della  vita  ".  Il 
concilio  soggiunge  :  «  Non  v'  è  che 
una  Chiesa  universale  ,  fuor  della 
quale  ninno  si  salva  :  non  v' è  che 
im  sagrifizioj  cioè  quel  della  messa, 
nel  quale  Gesù  Cristo  è  egli  me- 
desimo il  sacerdote  e  la  vittima.  Il 
suo  corpo  e  il  suo  sangue  sono  conte- 
nuti veramente  nel  sacramento  del- 
l'altare, il  pane  essendovi  cambiato 
nella  sostanza  del  suo  corpo,  e  il 
vino  in  quella  del  suo  sangue  dal- 
la onnipotenza  divina  ;  e  questo 
sacramento  non  può  essere  fatto 
che  dal  sacerdote  ordinalo  legitti* 
niamente  in  virtù  del  potere  della 
Chiesa,  accordato  da  Gei.ù  Cristo 
agli  apostoli  e  a'  suoi  successori  '*. 
)l  termine  di  transustanziazione 
consacrato  in  questo  canone,  è  slato 
poi  sempre  usalo  dai  teologi  cat- 
tolici per  significare  il  cambiamen- 
to che  opera  Dio  nel  sacramento 
dell'Eucaristia;  siccome  la  parola 
consostanziale  fu  consacrata  nel 
concilio  Niceno  per  esprimere  il 
mistero  ineft'abile  della  Trinità.  Lan- 
franco e  Simone  si  erano  serviti 
del  primo  contro  Berengario.  «  Se 


LAT 
dopo  il  battesimo,  dice  il  concilio, 
alcuno  cade  in  peccato,  può  essere 
rialzato  per  mezzo  d'una  vera  pe- 
nitenza ".  Lo  stesso  concilio  con- 
dannò il  libro  dell'abbate  Gioac- 
chino (del  quale  parlammo  all'ar- 
ticolo GiOAccuiNo  abbate  e  fonda- 
tore della  congregazione  di  Flora 
o  Florense  nella  Calabria),  contro 
Pietro  Lombardo  sopra  la  Trinità, 
e  il  Papa  confutò  la  sua  opinione 
in  questi  termini.  «  Quanto  a  noi, 
coli' approvazione  del  concilio,  cre- 
diamo e  confessiamo,  esserci  una 
cosa  sovrana,  ch'è  Padre,  Figliuo- 
lo e  Spirito  Santo,  senza  che  siavi 
in  Dio  quaternità,  perchè  ciascuna 
delle  tre  persone  è  la  stessa  cosa, 
vale  a  dire,  la  sostanza,  essenza 
ossia  natura  divina,  che  solo  è  il 
principio  di  tutto".  11  terzo  cano- 
ne pronunzia  anatema  contro  tutte 
l'eresie  contrarie  alla  esposizione 
della  fede  precedente  ,  con  qualsi- 
voglia nome  si  chiamino.  Lo  stesso 
canone  dice,  che  se  il  signore  tem- 
porale, ammonito,  trascura  di  pur- 
gar la  sua  terra  d'eretici,  sia  sco- 
municato dal  suo  metropolitano  e 
da'  suoi  comprovinciali,  e  se  den- 
tro r  anno  non  dà  soddisfazione  , 
se  ne  darà  avviso  al  Papa,  affin- 
chè dichiari  i  suoi  sudditi  assolti 
dal  giuramento  di  fedeltà,  ed  es- 
ponga la  sua  ferra  alla  conquista 
de'  cattolici.  E  qui  è  da  osservare, 
che  a  questo  concilio  assistevano 
gli  ambasciatori  di  molti  sovrani , 
i  quali  acconsentirono  a  nome  dei 
loro  padroni  a  questo  decreto.  Il 
concilio  accorda  a'cattolici  che  pren- 
dono la  croce  per  esterminare  gli 
eretici,  la  stessa  indulgenza  come 
a  quelli  che  vanno  in  Terrasanta. 
Scomunica  i  fautori  degli  eretici; 
comanda  di  evitarli,  dacché  saran- 
no   stati    denunziati    dalla    Chiesa 


LAT 

sotto  pena  di  scomunica.  «  Ogni 
vescovo  visiterà  almeno  una  volta 
all'anno  per  se  o  per  altra  perso- 
na idonea,  quella  parte  della  sua 
diocesi,  dove  si  dirà  vi  sieno  degli 
eretici  ".  La  preeminenza  del  pa- 
triarca di  Costantinopoli  sugli  al- 
tri patriarchi  e  subito  dopo  il  Pa- 
pa, ch'era  già  stata  chiesta  al  con- 
cilio di  Calcedonia ,  fu  ora  con- 
vertita in  canone  della  Chiesa.  Il 
concilio  nota  il  posto  e  le  prero- 
gative d'ogni  patriarca  con  questo 
ordine  :  Costantinopoli,  Alessandria, 
Antiochia^  Gerusalemme.  Si  con- 
cesse a  delti  patriarchi  il  diritto 
di  dare  il  pallio,  dopo  ch'essi  l'a- 
vessero ricevuto  dal  Papa  ;  il  pri- 
vilegio di  farsi  precedere  dalla  cio- 
ce  astata,  e  la  giurisdizione  delle 
appellazioni,  salvo  quelle  alla  Sede 
apostolica.  Vuole  che  si  tengano 
dai  metropolitani  ogni  anno  con- 
cilii  provinciali  ;  regola  la  maniera 
colla  quale  il  superiore  dee  pro- 
cedere quanto  alla  punizione  dei 
delitti.  Questo  canone  è  celebre 
e  servi  poi  di  fondamento  a  tutta 
la  giudicatura  criminale ,  eziandio 
dei  tribunali  secolari.  E  proibito 
ai  chierici  di  sentenziar  a  morte, 
ne  di  assistere  a  nessuna  esecuzio- 
ne sanguinaria  ;  ed  ai  principi  di 
far  nessuna  costituzione  toccante  i 
diritti  spirituaU  della  Chiesa.  Quan- 
to alla  scomunica  è  proibito  di 
pronunziarla  contro  chiunque,  sen- 
za prima  avvertimelo  in  presenza 
di  testimoni,  sotto  pena  di  essere 
privato  della  chiesa  per  un  mese. 
»  I  vescovi  eleggeranno  uomini 
idonei  per  la  predicazione ,  i  qua- 
li visiteranno  in  lor  vece  le  par- 
rocchie della  diocesi,  quando  noi 
potranno  fare  da  se  medesimi;  come 
pure  per  ascoltare  le  confessioni  e 
amministrare  la  penitenza  ". 


LAT  i55 

>»  Nelle  chiese  cattedrali  e  col- 
legiali, il  capitolo  eleggerà  un  mae- 
stro per  insegnare  gratis  la  gram- 
matica e  le  altre  scienze,  secondo 
la  sua  capacità.  Quanto  alle  metro- 
politane avranno  queste  un  teolo- 
go per  insegnar  ai  sacerdoti  la  san- 
ta Scrittura,  e  principalmente  ciò 
che  risguarda  la  condotta  delle  a- 
nime,  e  si  assegnerà  a  ciascuno  dì 
questi  membri  la  rendita  di  una 
prebenda".  Si  fecero  alcune  leggi 
per  r  istruzione  del  clero  ;  si  vietò 
ai  chierici  l'esercizio  della  medici' 
na  o  chirurgia;  il  conferire  bene- 
fìzi a  persone  indegne  o  a  bastar- 
di, e  più  che  uno  al  medesimo 
soggetto;  la  santa  Sede  si  riserbò 
poi  di  dispensare  a  questo  propo- 
sito cogli  uomini  distinti  per  virtù 
e  sapere.  S'invitarono  gli  ecclesia- 
stici alla  sobrietà,  a  fuggire  gli  spet- 
tacoli, astenersi  dal  tralhco  e  dalle 
taverne,  vestir  decente  e  modesto, 
osservar  le  ore  canoniche,  adem- 
piere tutti  i  doveri  e  gli  uflìzi  dei 
santo  ministero.  Venne  proibito  ai 
chierici  di  benedire  acqua  calda  o 
fredda  o  ferri  roventi  in  servigio 
de  giudizi  di  Dio.  Pel  culto  delle 
chiese  si  fecero  provvedimenti;  si 
vietò  il  raccogliere  limosine  senza 
licenza  del  vescovo  o  del  Papa, 
Vengono  poi  i  canoni  sopra  l'ele- 
zioni, e  i  sacramenti  della  peniten- 
za e  dell'  Eucaristia.  Dopo  il  cele- 
bre canone  :  Onmis  uliiusqae  se- 
jcuSy  sopra  la  confessione  e  comu- 
nione pasquale,  soggiunge  il  con- 
cilio, per  occasione  di  queste  pa- 
role al  proprio  sacerdote;  che  se 
alcuno  vuol  confessarsi  da  un  sa- 
cerdote estraneo,  ne  ottenga  prima 
la  permissione  dal  suo  proprio  sa - 
cerdote,  poiché  altrimenti  non  può 
l'altro  uè  legare  né  sciogliere,  ^oa 
è  vero  che  questo  sia  il  primo  ca- 


i56  LAT 

none  nolo  ,  che  prescriva  gene- 
ralmente hi  confessione  sacramen- 
tale, la  quale,  come  dice  il  concilio 
(li  Trento  :  Ecclesia  sancta  utitur, 
tt  ab  inìtio  seniper  usa  est.  11  ca- 
none, dicono  diversi,  che  fu  fatto 
j)erchè  assai  di  rado  in  quei  tem- 
pi i  cristiani,  parlando  in  generale, 
si  accostavano  ai  sacramenti.  Gli 
albigesi  che  pretendevano  ricevere 
la  remissione  de'  peccati  senza  con- 
fessione e  senza  soddisfazione,  pos- 
sono anche  aver  data  occasione  a 
questo  decreto,  in  cui,  per  nome 
di  proprio  sacerdote,  si  deve  inten- 
dere il  curato,  come  nel  concilio 
di  Parigi  del  12 12;  salvo  però  il 
diritto  del  vescovo  diocesano  ;  e  il 
sacerdote  straniero  è  il  curato  di 
un'altra  parrocchia,  ovvero  qualun- 
<|ue  altro  sacerdote.  Quanto  alla 
riforma  de'  monasteri,  e  in  conse- 
guenza a  diversi  abusi,  il  concilio 
prescrive.  i.°  Che  gli  abbati  ovve- 
ro priori  tengano  de'  capitoli  ge- 
nerali ogni  tre  anni,  ne'  quali  si 
tratterà  delia  riforma  e  della  os- 
servanza regolare.  2.°  Che  lo  stesso 
far  debbano  i  canonici  regolari. 
3."  Non  si  dovranno  stabilire  nuo- 
vi ordini  religiosi,  affinchè  la  trop- 
pa varietà  non  apporti  confusione 
nella  Chiesa;  ma  si  approvò  l'or- 
dine de'  predicatori  istituito  da  s. 
Domenico  Gusmano,  nonché  l'or- 
dine de'  minori  fondato  da  s.  Fran- 
cesco d'Asisi.  L'  ordine  de'  crociferi 
fu  ristabilito  e  dotato  di  privilegi: 
molte  questioni  e  liti  Ira  diversi 
ordini  religiosi  furono  esaminate  e 
definite.  Un  abbate  non  potrà  go- 
vernare più  monasteri ,  né  un  mo- 
naco avrà  figliuolanza  in  molte  ca- 
se; non  si  mostreranno  fuori  delle 
loro  casse  le  antiche  reliquie,  né 
si  esporranno  in  vendita  ;  non  si 
darà  nessun  culto  olle  nuove,  che 


LAT 

si  potessero  ritrovare,  se  prima  non 
saranno  state  approvate  dall'  auto- 
rità del  Papa.  L'indulgenza  per 
la  dedicazione  della  chiesa  non  du- 
rerà più  d' un  anno,  e  di  quaranta 
giorni  per  l'anniversario,  e  così  per 
altri  motivi.  Quanto  alla  giurisdi- 
zione interna  della  Chiesa,  non  so- 
lo il  concilio  confermò  le  prece- 
denti provvisioni,  ma  pose  limiti 
altresì  all'ingerenza  temporale  nella 
sua  costituzione,  proprietà  e  disci- 
plina; nessun  laico  potendo  essere 
arbitro  in  materia  ecclesiastica.  Gli 
altri  decreti  versano  intorno  alla 
simonia.  Il  concilio  proibisce  le  tas- 
se per  la  consagrazione  de'  vesco- 
vi, le  benedizioni  degli  abbati ,  le 
ordinazioni  de'  chierici  ;  vuole  che 
i  sacramenti  siano  amministrati  gra- 
tuitamente. Proibisce  alle  religiose 
di  prender  donzelle  per  denaro , 
sotto  prelesto  di  povertà.  Quelle 
che  avranno  commesso  questo  fallo 
saranno  chiuse  in  altri  monasteri 
di  più  stretta  osservanza,  per  farvi 
perpetua  penitenza,  come  per  un 
delitto  de'  più  enormi.  Lo  stesso 
pegli  uomini.  Il  canone  cinquan- 
tesimo riduce  al  quarto  grado  la 
parentela,  che  mette  impedimento 
al  matrimonio;  che  prima  conta- 
vasi  sino  al  settimo  :  si  proibirono 
i  matrimoni  clandestini.  Dichiarò 
pure  il  concilio  invalido  il  matri- 
monio di  Curcardo  d'Avesnes  con 
Margherita  di  Fiandra,  per  avere 
il  primo  goduto  antecedentemente 
de'  benefizi  ecclesiastici. 

La  maggior  parte  de'  decreti  di 
questo  concilio  servirono  di  fonda- 
mento alla  disciplina  che  si  osser- 
vò in  appresso,  e  sono  molto  cele- 
bri presso  i  canonisti.  Del  rimanen- 
te sono  tutti  in  nome  del  Papa. 
Dopo  i  canoni  ci  è  il  decreto  deU 
la   crociata,  in  cui  vi  è  stabiUto  il 


LAT 

giorno  per  raccogliersi  insieme,  per 
Ja  quale  Innocenzo  III  fece  di  tut- 
to per  venirne  alla  vantaggiosa 
riuscita,  sia  con  accendere  il  fer- 
vore de'fedeli,  sia  nel  procurare  i 
mezzij  sia  nel  concedere  privilegi 
a'crocesignati.  Rinnovossi  la  male- 
dizione e  r  anatema  contro  tutti 
quelli  che  fornissero  munizioni  ai 
saraceni,  o  si  mettessero  a' loro 
stipendila  o  gli  assistessero  in  qua- 
lunque modo.  Innocenzo  III  con 
sua  bolla  data  dal  palazzo  di  La- 
terano,  assolvette  da  ogni  peccato, 
dopo  confessati  e  pentiti,  quelli  che 
prendessero  la  croce,  o  contribuis- 
sero alla  santa  impresa.  In  fine  si 
proibiscono  per  tre  anni  i  tornei, 
acciò  non  fossero  d'  impedimento 
alla  sacra  guerra.  In  questo  conci- 
lio, e  trattando  l'affare  degli  albi- 
ges'ìy  fu  negato  a  Raimondo  VI 
conte  di  Tolosa,  venuto  al  concilio 
accompagnato  da  suo  figlio,  e  dai 
conti  di  Foix  e  di  Comminges,  la 
restituzione  delie  loro  terre,  onde 
erano  stati  spogliati  dai  crociati, 
per  questa  ragione,  dice  il  Papa 
nella  sua  sentenza:  «  perchè  la  fe- 
de e  la  pace  non  avevano  mai  po- 
tuto conservarsi  nei  paesi  del  con- 
te Raimondo  ";e  quindi  lo  dichia- 
rava escluso  per  sempre  dalle  sue 
terre,  sebbene  pi'ovasse  compassio- 
ne per  lui_,  specialmente  pel  figlio. 
Fu  lascialo  alla  contessa  sua  mo- 
glie, in  grazia  di  sue  virtù,  il  go- 
dimento de'  suoi  fondi  dotali,  e  al 
conte  Simone  di  Monfort  tutti  i 
paesi  conquistati  dai  crociati^  salvi 
i  diritti  della  Chiesa  e  delle  per- 
sone cattoliche.  S'impose  ai  sara- 
ceni ed  agli  ebrei  che  portassero 
un  segno  esteriore  per  distinguersi 
dai  cristiani ,  massime  le  donne  ; 
né  mostrarsi  in  pubblico  nella  set- 
timana santa.    Volendo    il  concilio 


LAT  iT; 

impedire  che  gli  ebrei  non  ispo- 
gliassero  con  usure  i  cristiani,  ri- 
mise in  vigore  il  divieto  di  qua- 
lunque specie  di  traffico  tra  ebrei 
e  cristiani.  Rinnovò  il  canone  del 
concilio  di  Toledo,  che  dichiarò 
gli  ebrei  incapaci  d'ogni  pubblico 
uffìzio.  Essendo  cadute  in  rovina 
le  quattordici  sedi  vescovili  dell'  i- 
sota  di  Cipro,  furono  ridotte  a 
quattro,  inculcando  il  concilio  che 
fossero  occupate  da  vescovi  latini 
anziché  greci.  La  causa  dell'impero 
fu  disputata  tra  i  deputati  d'Ot- 
tone IV  e  di  Federico  II,  e  giudi- 
cata in  favore  di  quest'  ultimo, 
che  dall'emulo  veniva  chiamato  per 
ischerno  il  re  dei  preti.  Avendo 
Ottone  IV  violato  il  giuramento 
suo  verso  la  Chiesa  romana,  non  es- 
sendosi curato  di  restituire  le  terre 
usurpate,  ond'era  stato  scomunica- 
to, e  commesse  diverse  iniquità,  il 
concilio  approvò  contro  di  lui  l'e- 
lezione di  Federico  II  in  re  dei 
romani.  Prendendo  il  Papa  le  di- 
fese di  Giovanni  re  d'  Inghilterra, 
qual  feudatario  della  santa  Sede, 
scomunicò  i  baroni  che  il  re  avea 
provocato  a  ribellarsi,  e  Luigi  di 
Francia  pegli  armamenti  a  danno 
del  monarca  inglese.  Il  concilio 
finalmente  si  sciolse  il  giorno  di 
s.  Andrea,  e  per  ispiegarne  i  ca- 
noni e  farne  l'applicazione,  furono 
poscia  tenuti  molti  sinodi  provin- 
ciali nella  maggior  parte  degli  stati, 
come  a  Genova,  in  Francia  ed  in 
Germania.  La  maggior  parte  delle 
leggi  fatte  da  questo  concilio  furo- 
no rinnovate  in  quello  di  Trento, 
e  sono  al  giorno  d'oggi  generalmen- 
te osservate.  Regia  l.  XXVIII;  Labbé 
t.  XI  ;  Arduino  t.  VI  ;  Diz.  de'con- 
cilii  ;  e  l'articolo     Innocenzo  III. 

Il    concilio    del     12 16.    Gallia 
chtist.  t.  Ili,    p.  991. 


i58  LAT 

Il  concilio  del  r444  ^o'*^  '^  P^"* 
tefice  Eugenio  IV:  fuvvi  deposto  il 
vescovo  di  Grenoble.  Rinaldi  a  det- 
to anno. 

Il  concilio  generale  Lalernnenfie 
V  del  i5i2,  celebrato  nella  sala 
detta  de'concilii  del  palazzo  Latera- 
nense,  da  Giulio  II  e  da  Leone  X. 
Fu  convocato  con  bolla  de'iB  lu- 
glio i5ri  da  Giulio  II  per  li  19 
aprile  dell'anno  seguente,  onde  op- 
porlo  al  conciliabolo  di  Pisa  denun- 
ziato da  alcuni  cardinali  scismatici 
fautori  di  Lodovico  XII  re  di  Francia, 
per  impedire  una  specie  di  scisma 
nascente,  per  rinnovare  i  canoni  del- 
la disciplina  ecclesiastica,  per  unire 
in  concordia  i  principi  cristiani,  e 
per  intraprendere  la  spedizione  con- 
tro i  turchi,  con  dodici  sessioni.  A- 
vendo  Giulio  II  con  una  bolla  di- 
chiarata irrita  e  nulla  la  simoniaca 
elezione  de'  Pontefici,  perchè  rice- 
vesse maggior  forza  la  fece  leggere 
nel  concilio.  Venne  estinto  lo  scisma 
eccitato  in  Pisa  contro  Giulio  II, 
e  fu  abrogata  la  prammatica  san- 
zione, ch'era  stata  introdotta  duran- 
te i  torbidi  di  Basilea,  e  che  offen- 
deva i  diritti  della  santa  Sede.  Du- 
rò cinque  anni  circa,  dappoiché  a- 
Tcndolo  incominciato  Giulio  II  ai 
10  maggio  i5r2,  avendone  celebra- 
to cinque  sessioni,  ed  essendo  mor- 
to a*  2  I  febbraio  1 5 1  3,  Leone  X 
che  gli  successe  agli  1  i  marzo,  lo 
continuò  e  compi  con  altre  sette 
sessioni  a'  1 6  marzo  1 5 1 7 ,  terminan- 
do le  differenze  col  re  di  Francia. 
Alle  prime  quattro  sessioni  presie- 
dette Giulio  II;  alla  quinta  a'  16 
febbraio  i5i3  il  cardinal  Raffaele 
Rìario  vescovo  d'Ostia,  decano  del 
sacro  collegio,  essendo  aggravnto  il 
Papa  da  mortai  malattia.  L'inter- 
vento dc'padri  fu  or  più  or  meno 
numeroso,  che  arrivarono  a  dieciot- 


LAT 

to  cardinali  ;  i  patriarchi  titolari 
d'Alessandria  e  di  Antiochia,  olire 
a  quello  di  Aquileia;  cento  quat- 
tordici vescovi,  con  molli  abbati,  dot- 
tori, ambasciatori  de' principi,  ed  al- 
tri personaggi.  Non  è  affatto  da  por- 
si in  dubbio  l'ecumenicità  di  que- 
sto concilio.  Il  Bellarmino  sostiene 
questo  concilio  per  ecumenico,  an- 
che altri  teologi  sono  di  tal  sentimen- 
to. Il  Y)Q\y\2X^Prae.not.  can.  I.  2,c.  5, 
dice,  che  nec  apud nos  usquequaqne 
probantur  hujus  concilii  acta.  Trat- 
tine alcuni  francesi,  perchè  è  di  mol- 
to pregiudizio  alle  loro  opinioni, 
tutti  gli  altri  reputano  e  venerano 
il  concilio  Lateranense  V  generale 
ed  ecumenico.  V.  Du  Gharme,  TheO' 
log.  t.  I,  prolog.  p.  89,  ^10,  de  Con- 
dì. Laler.  V,  q.  2.  Si  cerca  in  fi- 
ne da  alcuni,  se  in  questo  concilio 
sia  stato  riprovato  il  concilio  di  Co- 
stanza, circa  le  prime  sessioni  sulla 
podestà  del  Papa  e  del  concilio,  o 
se  possono  conciliarsi  X  opinioni 
d'ambedue  i  concilii.  Per  ordine  di 
Leone  X,  Giacomo  Mazzocchi  é- 
strasse  dai  propri  originali  gli  atti 
del  concilio,  e  li  pubblicò  in  Roma 
colle  stampe  in  un  tomo  in  foglio 
nel  i52i  con  questo  titolo:  Sacr. 
Lateranen.  conciliuni  novissiniwn 
sub  Jiilio  II  et  Leone  X  ctlebratum. 
Quando  Giulio  II  l'aprì  era  assisti- 
to da  quindici  cardinali,  essendovi 
presenti  quasi  ottanta  arcivescovi  e 
vescovi  tutti  italiani,  e  sei  abbati  o 
generali  di  ordini  regolari.  Di  poi 
il  concilio  dopo  morto  altamente 
ne  commendò  le  gesta. 

Fece  l'apertura  del  concilio  con 
lungo  ed  eloquente  discorso  sopra 
Io  stato  lagrimevole  della  cristiani- 
tà, il  p.  Egidio  Canisio  da  Viterbo 
generale  degli  eremitani  di  s.  Ago- 
stino, siccome  il  più  celebre  predi- 
catore de'suoi  tempi,  che  Leone  X 


LAT 

creò  poi  cardinale.  Fra  le  altre  co- 
se disse  r oratore.  «  Può  egli  ve- 
dersi, senza  versar  lagrime  di  san- 
gue, la  corruzione  e  i  disordini  del 
secolo  perverso  nel  qnal  viviamo,  il 
mostruoso  sregolamento  che  regna 
ne'costumij  l'ambizione,  l'impudici- 
zia, il  libertinaggio,  l'empietà  trion* 
fare  nel  luogo  santo,  donde  cpiesli 
vizi  così  abbominevoli  dovrebbero  es- 
sere sbanditi  per  sempre  '* .  Prima 
sessione  li  io  maggio.  Fu  letto  Tun- 
decimo  canone  del  concilio  di  To- 
ledo, sopra  la  modestia,  il  silenzio, 
l'unione  che  deve  regnare  in  sifFa- 
te  assemblee,  e  furono  eletti  gli  uf 
fìziali  del  concilio.  II  sessione  li  17 
maggio.  Fu  letta  la  bolla  di  appro- 
vazione del  concilio.  Il  p.  Tomma- 
so de  Vio  detto  Caj etano,  dotto  ge- 
nerale de'domenicani,  e  poi  creato 
cardinale  da  Leone  X,  vi  parlò 
contro  il  conciliabolo  di  Pisa.  Ili 
sessione.  Si  tenne  a' 3  dicembre  a 
motivo  di  certo  male  contagioso  che 
avea  costretto  a  ritirarsi  da  Roma 
la  maggior  parte  de'prelati.  Vi  si 
rinnovò  la  bolla  che  annullava  tut- 
tociò  eh 'erasi  fatto  a  Pisa  e  a  Mila- 
no, ove  i  cardinali  scismatici  avea- 
no  trasferito  il  loro  detestabile  con- 
gresso, e  quella  che  avea  sottopo- 
sto il  regno  di  Francia  all'interdet- 
to. Il  vescovo  di  Guerck  o  Giurk 
dichiarò  per  parte  dell'imperatore 
Massimiliano  1,  ch'egli  appiovava  il 
concilio,  e  rinunziava  e  disapprova- 
va tutto  quello  ch'era  seguito  in  Pi- 
sa. IV  sessione  a'  10  dicembre. 
Vi  si  lessero  le  lelleie  patenti  del 
re  di  Fi-ancia  Luigi  XI,  indirizzate 
al  Pontefice  Pio  li,  che  abrogava- 
no la  prammatica  sanzione.  L'av- 
vocato del  concilio  fece  un  discor- 
so contro  questa  prammatica,  e  ne 
domandò  la  revoca.  Sì  decretò  un 
monitorio    contro  i   difensori  della 


LAT  i59 

prammatica,  cioè  prelati,  princìpi  e 
parlamenti  di  Francia,  per  compari- 
re al  concilio  dentro  sessanta  giorni, 
e  addurvi  le  ragioni  che  pretende- 
vano avere  per  impedirne  l'abroga- 
zione. V  sessione  li  16  febbraio 
i5i3,  presieduta  dal  suddetto  cardi- 
nal decano.  Vi  recitò  un'  elegante 
orazione  Giovanni  Maria  Ciocchi  del 
Monte  arcivescovo  di  Manfredonia,  e 
poi  Giulio  111:  egli  era  nipote  del 
cardinal  Antonio  del  Monte  che  avea 
persuaso  Giulio  II  alla  convocazio- 
ne di  questo  concilio.  Si  decretò  un 
nuovo  monitorio  contro  la  Francia, 
perchè  fosse  risposto  intorno  allo 
stesso  argomento.  Dopo  sei  giorni 
mori  Giulio  II.  VI  sessione  li  27 
aprile.  Il  nuovo  Pontefice  Leone  X 
vi  presiedette.  Vi  si  produsse  il  mo- 
nitorio intimato  da  Giulio  II  con- 
tro i  fautori  della  prarnmatica,  e 
si  domandò  una  citazione  contro  la 
contumacia  de'  francesi  in  questa 
causa;  ma  il  Papa  non  volle  accon- 
sentirvi ,  avendo  in  vista  di  guada- 
gnare i  francesi  colla  destrezza  e 
colla  dolcezza  .  In  fìtti  Lodovico 
XII  mandò  ambasciatori  al  concilio, 
con  facoltà  di  dichiarare  a  suo  no- 
me, ch'egli  rinunziava  al  concilio 
di  Pisa  e  aderiva  a  quello  di  La- 
terano,  con  patto  che  i  cardinali 
degradati  da  Giulio  II  fossero  ri- 
stabiliti, e  fosse  annullato  tuttociò 
ch'era  stato  fatto  contro  il  suo  re- 
gno. VII  sessione  li  17  giugno.  Si 
lessero  le  lettere  de' due  cardinali 
del  conciliabolo  di  Pisa,  Bernardino 
CarvnjaI  e  Federico  Sanseveriuo, 
Colle  quali  rinunziavano  allo  scisma, 
condannavano  tutti  gli  atti  del  con- 
cilio di  Pisa,  approvavano  quelli 
del  concilio  di  Latcrano,  promet- 
tevano di  obbedire  al  Papa  Leo- 
ne X  ,  e  riconoscevano  che  il 
pontefice    Giulio  II    li   aveva    giù- 


i6o  LAT 

stamcnte  recisi  dal  numero  de*  car- 
dinali. 

Vili  sessione  li  17  dicemìjre.  Il 
Papa  vi  presiedette.  Gli  ambascia- 
tori di  Francia  del  re  Lodovico 
XII  vi  presentarono  l'atto  col  qua- 
le il  re  loro  signore  aderiva  al 
presente  concilio  di  Laterano,  e 
rivocava  il  concilio  di  Pisa,  trat- 
tandolo da  conciliabolo.  Fu  fatto 
quest'atto,  il  quale  tra  le  altre  co- 
se diceva,  che  quantunque  il  re  a- 
vesse  creduto  di  avere  delle  buone 
ragioni  per  intimare  e  sostenere 
il  concilio  di  Pisa,  contuttociò  a- 
vendo  saputo  che  il  Papa  Leone 
X  non  l'approvava,  e  questo  Pa- 
pa avendogli  scritto  di  rinunziare 
a  quel  concilio  e  di  aderire  all'al- 
tro tenuto  in  Roma,  come  solo 
legittimo;  e  attesoché  il  Papa  Giu- 
lio II  essendo  morto,  cessato  era 
ogni  motivo  di  avversione,  e  l'im- 
peratore e  i  cardinali  contrari  al 
defunto  avevano  rinunziato  al  det- 
to concilio  di  Pisa,  prometteva  an- 
ch' egli  in  suo  nome  di  non  più 
sostenere  il  detto  concilio,  e  di  far 
cessare  dentro  un  mese  l'assemblea 
che  tenevasi  a  Lione  sotto  il  suo 
nome,  i.''  Sopra  l'istanza  presen- 
tata da  uno  de'  procuratori  del 
concilio,  contro  il  parlamento  di 
Provenza,  il  Papa  decretò  un  mo- 
nitorio contro  i  membri  di  quel 
parlamento,  per  obbligameli  a  com- 
parire in  persona  dentro  tre  mesi 
al  concilio.  Si  lamentavano  in  que- 
sta istanza,  che  quel  parlamento 
non  volesse  permettere  che  si  das- 
se  esecuzione  alle  lettere  di  grazia 
e  di  giustizia  accordate  da  sua 
Santità,  senza  previa  licenza  del 
parlamento  medesimo,  e,  che  si  ar- 
rogasse sopra  i  chierici  e  sopra  i 
benefizi  un'autorità  che  non  gli 
conveniva  ;  il  che  chiamasi  nell'  i- 


LAT 

stanza,  alzar  il  capo  contro  la  san- 
ta Sede,  imitando  la  superbia  di 
Satana.  Contuttociò  il  parlamene 
to  in  questo  fatto  non  avea  altro 
in  mira,  si  dice,  che  di  mantenere 
la  libertà  della  chiesa  di  Francia, 
e  di  difendere  il  suo  diritto  an- 
nesso,  in  virtù  del  quale  tutte  le 
bolle,  brevi ,  rescritti  e  mandati 
apostolici  per  la  collazione  de'  be- 
nefizi, giubilei,  indulgenze,  dispen- 
se di  voti,  di  età,  in  somma  tutte  le 
spedizioni  della  corte  o  curia  di  Ro- 
ma e  della  legazione  d'Avignone,  non 
potessero  essere  eseguite  senza  la 
sua  permissione,  e  senza  la  sua 
ratificazione  che  chiama  vasi  annes- 
so. In  fatti  questo  diritto  è  tanto 
antico  quanto  la  monarchia  fran- 
cese, ed  era  stato  sodamente  sta- 
bilito in  Provenza,  come  si  vede 
dalla  raccolta  di  scritture  di  mon- 
signor di  Maussac  consigliere  del 
parlamento  d'Aix,  ivi  stampata  nel 
1727.  E  a  dir  vero,  dopo  la  bat- 
taglia di  Marignano,  eh'  ebbe  poi 
luogo  a*  i3  settembre  i5i5,  il 
Papa  essendosi  dichiarato  per  la 
Fiancia,  e  il  parlamento  di  Pro- 
venza avendo  data  pubblica  sod- 
disfazione al  Papa,  e  chiesta  l'as- 
soluzione delle  censure,  il  Papa 
dal  canto  suo  confermò  questo  di- 
ritto d'  annesso,  e  acconsenti  che 
il  parlamento  ne  facesse  uso  in 
avvenire.  2."  Si  lesse  un  decreto 
contro  certi  fi^losofii  che  pretendeva- 
no, che  l'anima  ragionevole  fosse 
mortale,  e  che  non  ve  ne  fosse 
più  d'  una  in  tutti  gli  uomini, 
contro  al  detto  di  Gesù  Cristo  nel 
vangelo,  che,  non  si  può  uccidere 
l'anima,  e.  che  quegli  che  odia  Va- 
ninia  sua  in  questo  mondo,  la  con» 
serva  per  Veterna  vita.  E  contro 
quello  eh*  è  stato  deciso  dal  Papa 
Clemente  V  nel  concilio    di  Viea- 


LAT 

na  :  »»  che  l'anima  è  veramente  ed 
essenzialmente  per  sé  stessa  la 
forma  del  corpo  umano  ;  ch'ella  è 
immortale,  e  moltiplicata  secondo 
il  numero  de'corpi^  ne'  quali  è  in- 
fusa ".  Dipoi  Leone  X  ordinò  a 
tulli  i  professori  di  filosofia,  che 
per  quanto  potessero,  procurassero 
di  provare  l'immortalità  dell'anima 
anche  dai  principii  filosofici.  Veg- 
gasi  la  di  lui  costituzione  Sposto- 
liei  regiminisj  nel  Bull.  Rom.  t. 
I,  p.  549;  Bernino,  Storia  delle 
eresie,  t.  IV,  p.  240  ;  e  Lamber- 
tini,  De  serv.  Dei  beatif,  lib.  3, 
cap.  19.  3."  Si  ordinò  che  tutti 
quelli  che  sono  costituiti  negU 
ordini  sacri,  dopo  il  tempo  che 
hanno  impiegato  nella  grammatica 
e  nella  dialettica,  non  lascino  pas- 
sare i  loro  cinque  anni  di  studio 
nella  filosofia,  senza  applicarsi  alla 
teologia  e  al  gius  canonico.  4-° 
Si  pubblicarono  tre  bolle,  la  prima 
diretta  a'  principi  cristiani,  per  e- 
sor tarli  alla  pace  e  all'unione,  e 
rivolgere  le  armi  contro  gl'infede- 
li. La  seconda  a'  boemi,  contenen- 
te un  salvocondotto  per  obbligar- 
neli  a  venire  al  concilio.  La  terza 
per  la  riforma  degli  ufFiziali  della 
corte  di  Roma,  intorno  all'esazioni 
che  facevano  per  le  provvisioni 
de*  benefici  ed  altre  spedizioni, 
oltre  a  quanto  era  loro  dovuto. 
Rinaldi  ad  an.  i5i3,  num.  91. 

IX  sessione  li  5  maggio  i5i4- 
Si  lesse  un  alto  de'prelati  francesi, 
col  quale  scusavansi  di  non  aver 
potuto  intervenire  al  concilio  di  La- 
terano,  perchè  l'imperatore  Massimi- 
liano I,  e  Massimiliano  Sforza  duca 
di  Milano  aveano  loro  negato  un 
salvocondotto.  L'atto  era  sottoscritto 
da  cinque  vescovi,  di  Chalons  sur 
Saonne,  di  Lisieux,  d'Amiens,  d'An- 
goulème  e  di  Laon,  ed  era    stalo 

VOL.    XXXVII. 


LAT  i6i 

disteso  da  Guglielmo  de  la  Coste 
priore  commendatario  di  Vaulvìse 
diocesi  di  Ambrun,  e  canonico  del- 
la chiesa  collegiale  di  s.  Salvatore 
di  Montpellier.  Inoltre  si  lesse  un 
lungo  decreto  intorno  la  riforma 
della  corte  di  Roma,  il  quale  con- 
tiene molti  regolamenti  di  disci- 
plina utilissimi ,  massime  riguar- 
danti i  vescovi  ed  i  benefizi,  l 
cardinali  devono  menar  vita  esem- 
plare, assistere  all'  ufificio  divino, 
celebrare  la  messa,  aver  la  loro 
cappella  in  un  luogo  proprio  e 
decente;  le  loro  case,  i  mobili,  la 
mensa  non  devono  spirare  la  pom- 
pa del  secolo;  si  contenteranno  di 
ciò  che  conviene  alla  modestia  sa- 
cerdotale ;  riceveranno  favorevol- 
mente quelli  che  vengono  alla  cor- 
te di  Roma;  tratteranno  amore- 
volmente gli  ecclesiastici  che  sono 
presso  di .  essi  ;  non  gl'impiegheran- 
no  mai  in  servigi  bassi  e  poco 
decenti  ;  prenderanno  cura  egual- 
mente degli  affari  dei  poveri  e  di 
quelli  de'principi  ;  visiteranno  una 
volta  l'anno  o  per  sé,  o  per  mez- 
zo del  loro  vicario,  se  sono  assen- 
ti, le  chiese  del  loro  titola  e  dia- 
conie; avranno  cura  de'  bisogni  del 
clero  e  del  popolo,  lasciandovi  un 
fondo  per  mantenere  un  sacerdote, 
o  facendovi  qualche  altra  fonda- 
zione ;  non  dispenseranno  importu- 
namente i  beni  delle  chiese,  ma 
ne  faranno  buon  uso  ;  avran  cura 
che  le  chiese  cattedrali,  che  avran- 
no in  commenda,  siano  servite  dai 
vicari  o  vescovi  suffraganei  ;  avran- 
no un  numero  sufficiente  di  reli- 
giosi nelle  loro  abbazie^  e  le  fab- 
briche delle  chiese  saranno  ben 
mantenute;  eviteranno  il  lusso  e 
ogni  sospetto  di  avarizia  nel  loro 
treno.  Gli  ecclesiastici  che  stanno 
presso  di  loro,  porteranno  gli  ahi- 
II 


i62  LAT  LAT 

li  del  loro  stato,  e  vivrauno  chieri-  in  avvenire  alcun  libro  in  Roma 
calraente.  L'immunità  le  godrebbero  né  in  altre  città  e  diocesi,  se  pri- 
solo  i  loro  attuali  famigliari,  e  pel  ma  non  sarà  stato  esaminato  a 
futuro  i  reali  ed  effettivi.  Stabili-  Roma  dal  vicario  di  sua  Santità, 
lonsi  le  pene  contro  i  chierici  ed  e  dal  p.  maestro  del  sacro  palaz- 
i  laici  colpevoli  di  bestemmie  e  zo  ;  e  nelle  altre  città  dal  vesco- 
di  delitti  enormi.  vo  diocesano,  ovvero  da  qualche 
X  sessione  li  4  maggio  i5i5.  dottore  destinato  dal  vescovo,  e 
11  Papa  vi  presiedette  ;  vi  si  tro-  che  ci  avranno  posta  l'approvazio- 
varono  ventitre  cardinali,  e  una  ne  sottoscritta,  e  questo  sotto  pe- 
quantità  d'arcivescovi,  vescovi,  ab-  na  di  scomunica, 
bali  e  dottori.  Yi  lessero  quattro  XI  sessione  li  19  dicembre  i5i6. 
decreti.  Il  primo  dichiarò  che  i  Si  ammisero  all'obbedienza  del  Pa- 
monli  di  pietà  stabiliti  in  Italia  e  pa  i  deputati  del  patriarca  de'ma- 
altrove ,  i  quali  sono  una  spe-  roniti,  e  vi  si  lesse  la  loro  professio- 
eie  di  banco  pubblico,  dove  si  dà  ne  di  fede,  colla  quale  riconoscono 
in  imprestito  denaro  a  chi  ne  che  lo  Spirito  Santo  procede  dal 
ha  bisogno  ,  previo  il  pegno,  il  Padre  e  dal  Figliuolo,  come  da 
quale  sì  rende  spirato  che  sia  il  un  solo  principio  e  da  un'unica 
tempo  ;  che  questi  monti  di  pietà  spirazione  ;  che  vi  è  un  purgato- 
non sono  usurari,  quantunque sareb-  rio;  ch'era  necessario  di  confessar- 
be  più  perfetto  stabilire  de'  luoghi  si  de'propri  peccati  e  di  comuni- 
dove  s'imprestasse  denaro  gratuita-  carsi  almeno  una  volta  l'anno.  Fu 
mente.  Il  secondo    concerne  il  de-  letta    una    bolla    che   prescrive  le 

10  e  il  Papa  ;  prescrive  eh»  i  ca-  regole  da  osservarsi  dai  predicato- 
pitoli  esenti  non  potranno  preva-  ri  nel  predicare  la  parola  di  Dio. 
lersi  della  loro  esenzione  per  vive«  Fu  letta  la  celebre  bolla  che  sosti- 
re  in  un  modo  poco  regolare,  ed  tuiva  il  Concordato  tra  Leone  X 
evitare  la  correzione  de'  superiori,  e  Francesco T  re  di  Francia,  fatto 
In  conseguenza  permette  a' vescovi  a  Bologna,  alla  Prammatica  san- 
diocesani  di  visitare  una  volta  l'an-  zione  (P^edi).  Questo  concordato 
no  i  monasteri  delle  vergini  sog-  contiene,  è  vero,  parecchi  articoli 
getti  immediatamente  alla  santa  della  prammatica,  raa  la  maggior 
Sede.  Il  secondo,  che  le  cause  con-  parte  furono  sfigurati  e  parecchi 
cernenti  i  benefìzi,  purché  non  altri  del  tutto  aboliti.  Il  primo  ar- 
Sjieno  riservate,  e  che  la  loro  ren-  licolo  era  diametralmente  contrario 
dita  non  ecceda  ventiquattro  du-  alla  pramuialica.  Questa  aveva  ri- 
cali, saranno  giudicate  in  prima  messo  il  diritto  dell'elezione,  lad- 
ìi»lanza  davanti  gli  ordinari  ;  uè  si  dove  il  concordato  porta  che  i  ca- 
potrà  appellare  dal  loro  giudizio,  pitoli  delle  chiese  cattedrali  di 
se  non  sarà  prima  uscita  una  sua  Francia  non  faranno  piii  in  avve- 
sentenza  definitiva,  se  non  fosse  nire  l'elezione  de'  loro  prelati,  es- 
che l'iuterloculorio  contenesse  un  sendo  vacante  la  sede;  ma  che  il 
aggravio,  che  non  potesse  essere  re  esibirà  la  nomina  al  Papa  nel- 
riparato     tlalla  sentenza    definitiva.  Io  spazio  di  sei   mesi,    da   contarsi 

11  terzo  è  sopra  la  stampa  de'li-  dal  giorno  della  vacanza  della  se- 
bii  :  piescrivc    di    non  imprimere  de^  d'un  dottore  o  di  un  licenziato 


LàT 

in  teologln,  in  età  di  ventisette 
anni  per  lo  meno;  e  che  il  Papa 
lo  provvedeià  della  chiesa  vacante. 
Che  se  il  re  non  dasse  la  nomina 
di  soggetto  idoneo,  ne  nominerà 
tin  altro  nello  spazio  di  tre  mesi, 
■dopo  esserne  stato  avvertito,  da 
coniarsi  dal  giorno  del  rifiuto;  in 
difetto  ci  provvederh  il  Papa.  Con 
questo  trattato  il  Papa  si  riservò 
la  nomina  de'  vescovati  vacanti  in 
curia,  vale  a  dire  de'benefìziati  che 
muoiono  nella  corte  di  Roma,  sen- 
za aspettare  la  nomina  del  re.  Il 
secondo  articolo  porta  l'abrogazione 
di  tutte  le  grazie  aspettative,  e  le 
riserve  pei  benefizi  che  vacheranno. 
il  terzo  stabilisce  il  diritto  dei  gra- 
duali, e  dice  che  i  collatori  saran- 
no tenuti  di  dare  la  terza  parte 
de'loro  benefizi  a'  graduali,  ovvero 
piuttosto  che  nomineranno  de'gra- 
duati  ai  benefizi  che  verranno  ft 
vacare  ne*  quattro  mesi  dell'anno, 
cioè  in  gennaio  e  luglio  a  quelli 
che  avranno  insinuato  le  loro  let- 
tere di  grado  e  il  tempo  de'loro 
studi,  il  che  si  chiama  il  mese  di 
rigore  j  in  aprile  e  in  ottobre  ai 
graduati  solamente  nominati,  vale 
a  dire,  che  non  avranno  fatto  in- 
sinuare i  loro  gradi  ^  il  che  si 
chiama  mese  di  favore.  Il  tempo 
di  studio  necessario  è  fissato  dieci 
anni  per  i  dottori,  licenziati  o  bac- 
cellieri in  teologia;  e  sette  per  i 
dottori  e  licenziali  in  diritto  ca- 
nonico ovvero  civile  e  in  medici- 
na; e  a  cinque  anni  per  i  baccel- 
lieri semplici  in  teologia,  e  cinque 
anni  pei  baccellieri  in  diritto  cano- 
nico ovvero  civile,  e  se  sono  no- 
bili a  Ire  solamente.  È  detto  che 
saranno  tenuti  a  notificare  le  loro 
lettere  di  grado  e  di  nomina  una 
volta  avanti  la  vacanza  del  benefi- 
zio per  lettere  dell'università,  dove 


LAT  i63 

aveano  studiato  ;  e  i  nobili  tenuti 
a  giustificare  la  loro  nobiltà,  e 
tutti  i  graduati  di  dare  ogni  anno 
in  quaresima  copia  delle  loro  let- 
tere di  grado,  di  nomina,  di  atte- 
stati di  sludi  ai  collatori,  ovvero 
patroni  ecclesiastici,  e  di  produrre 
i  loro  nomi  e  cognomi  ;  e  nel  ca- 
so che  abbiano  ommesso  di  farlo 
un  anno,  non  potranno  ricercare  in 
quell'anno  il  benefizio  vacante  in 
virtù  de'loro  gradi.  Che  se  qualche 
gradualo  non  ha  prodotto,  la  col- 
lazione sarà  libera  al  col  latore, 
purché  il  benefizio  con  vachi  tra 
la  prima  insinuazione  e  la  quare- 
sima. I  collatori  nei  mesi  di  favo- 
re potranno  eleggere  chi  vorranno, 
tra  i  graduati  nominati,  ma  nei 
due  mesi  di  rigore  saranno  obbli- 
gati di  darlo  al  più  antico  nomi- 
nato; e  in  caso  di  concorrenza,  i 
dottori  saranno  preferiti  ai  licen- 
ziati, i  licenziati  ai  baccellieri,  tol- 
tone i  baccellieri  formati  in  teolo- 
gia, che  saranno  preferiti  ai  licen- 
ziali in  diritto  o  in  medicina,  e  i 
baccellieri  in  diritto  ai  professori 
delle  arti.  Chiamavansi  baccellieii 
formati  quelli  che  non  avevano 
preso  il  grado  ptima  del  tempo, 
ma  secondo  la  forma  degli  statuti 
dopo  dieci  anni  di  studio.  Nel- 
la concorrenza  di  molti  dottori  o 
licenziati,  la  teologia  passerà  la 
prima.  Poscia  il  diritto  canonico, 
il  diritto  civile  e  la  medicina  ;  e 
in  caso  di  concorrenza  eguale,  l'or- 
dinario potrà  gratificare  quel  che 
vorrà.  Bisogna  ancora  che  i  gra- 
duati esprimano  nelle  loro  lettere 
di  nomina  i  benefizi  che  già  pos- 
seggono e  il  loro  valore;  che  se 
ne  hanno  del  valore  di  duecento 
fiorini  di  rendita,  o  che  domanda- 
no residenza,  non  potranno  ottene- 
re   altri    benefizi    in  virtù  de'loro 


i64  LAT 

gradi.  Del  rimanente  i  benefizi  re- 
golari saranno  sempre  dati  a*  re- 
golarij  e  i  secolari  ai  secolari,  sen- 
za che  il  Papa  ne  possa  dispensa- 
re. Le  rassegnazioni  e  permute  sa- 
ranno libere  ne*mesi  de*graduati  : 
Je  cure  delle  città  saranno  conferi- 
te ai  graduati.  Finalmente  si  proi- 
bisce alle  università  di  dar  le  let- 
tere di  nomina  ad  altri  che  a 
quelli  che  avranno  compiuto  il 
tempo  prescritto  degli  studi.  La 
diflferenza  tra  il  concordato  e  la 
prammatica  sanzione  consiste,  che 
questa  obbligava  tutti  i  collatori  e 
patroni  ecclesiastici  a  tenere  dei 
ruoli  esatti  di  lutti  i  benefizi  che 
fossero  a  loro  disposizione,  a  fine 
di  conferirne  d'ogni  tre  uno  dei 
graduati  per  giro  ;  laddove  il  con- 
cordato, conservando  questo  diritto, 
ha  solamente  tolto  questo  giro  di 
ruolo,  ed  ha  riserbato  a'  graduati 
i  benefizi  vacanti  ne'  quattro  mesi 
dell'anno  accennati  di  sopra ,  e 
questo  diritto  sussiste  ancora  di 
presente.  Il  quarto  articolo  dichia- 
ra, che  il  Papa  potrà  provvedere 
a  un  benefizio,  quando  il  collatore 
ne  avrà  dieci  da  conferire,  e  a  due 
quando  ne  avrà  cinquanta,  purché 
non  sieno  due  prebende  della  stes- 
sa chiesa  j  e  che  in  questa  colla- 
zione il  Papa  avrà  il  diritto  di 
prevenire  i  collatori  ordinari.  11 
giusto  valore  del  benefizio  dev'es- 
sere espresso  nelle  provvisioni,  altri- 
menti la  grazia  sarà  nulla.  Il  quin- 
to concerne  le  cause  e  le  appella- 
zioni 5  questo  articolo  è  conforme 
alla  prammatica.  Vi  è  detto  che 
le  cause  devono  essere  terminate 
sopra  luogo  dai  giudici,  ai  quali 
appartiene  per  diritto,  per  costume, 
o  per  privilegio  di  farne  cognizio- 
ne ;  toltone  le  cause  maggiori,  che 
sono  espresse  nel  gius,  con  proibi- 


LAT 

zione  di  appellare  all'ultimo  giudi- 
ce omi'sso  medio  j  ne  d'interporre 
appello  prima  della  sentenza  defi- 
nitiva, se  non  fosse  che  l'aggravio 
della  sentenza  definitiva  non  si 
potesse  riparare  al  definitivo. 

I  cinque  articoli  seguenti  sono 
simili  in  tutto  a  quelli  della  pram- 
matica, cioè  il  sesto  de'  possessori 
pacifici  ;  il  settimo  de'  concubina- 
ri; l'ottavo  del  commercio  cogli 
scomunicali,  che  in  certi  casi  non 
sono  da  evitare;  il  nono  degl'in- 
terdetti ;  il  decimo  riguarda  il  de- 
creto de  sublatione  Clenientinae  Ut- 
terìs.  Quanto  agli  altri  due  artico- 
li della  prammatica  concernenti  le 
annate  e  il  numero  de'cardinali,  il 
concordato  non  ne  fa  nessuna  men- 
zione. Si  fece  poi  nel  concilio  la 
lettura  della  bolla  che  aboliva  la 
prammatica  sanzione,  sulla  pretesa 
ch'ella  fosse  notoriamente  nulla 
per  molti  capi.  Questa  bolla  fu 
ricevuta  da  tutta  1'  assemblea,  ec- 
cetto dal  vescovo  di  Tortona  in 
Lombardia,  ch'ebbe  il  coraggio  di 
opporvisi.  Egli  protestò  che  la  ve- 
nerazione che  doveasi  avere  pel 
concilio  di  Basilea  (  conciliabolo 
quando  si  formò  la  prammatica), 
e  per  l'assemblea  di  Bourges(  ove 
appunto  la  prammatica  si  slese  nel 
i438),  avrebbe  dovuto  impedire 
che  non  si  mettesse  mano  in  un 
affare  di  tanta  importanza;  e  che 
quanto  a  se,  non  poteva  egli  ap- 
provare, che  punto  si  revocasse  di 
quello  ch'era  fondato  sopra  l'auto- 
rità di  que'  due  concilii,  e  ch'egli 
risguardava  l'assemblea  di  Bourges 
come  un  vero  concilio,  attesa  la 
sapienza  di  sue  decisioni.  Ma  non 
si  ebbe  riguardo  alle  sue  rimo- 
stranze. Del  rimanente  é  noto  qua- 
li forti  opposizioni  incontrasse  il 
concordato  per  parte  del  parlamea- 


LAT 

fo,  della  chiesa  di  Parigi,  e  delle 
università;  le  modificazioni  colle 
quali  fu  ricevuto  dal  parlamento; 
le  dispute  e  le  divisioni  alle  qua- 
li diede  occasione  la  sua  esecuzio- 
ne. Fu  anche  letta  la  bolla  intor- 
no al  privilegio  de*  religiosi,  colla 
quale  il  Papa  stabili,  che  gli  or- 
dinari avranno  diritto  di  visitare 
le  chiese  parrocchiali  che  appar- 
tengono ai  regolari,  e  di  celebrarvi 
la  messa  ;  che  avranno  diritto  di 
esaminare  i  religiosi  che  vorranno 
essere  impiegati  nel  ministero;  che 
quelli  che  si  saranno  confessati  da 
questi  religiosi  approvati  dall'ordi- 
nario, si  terrà  che  abbiano  sod- 
disfatto al  canone  XJtrìusque  sexus. 
Il  Papa  poi  entrò  in  un  minuto 
dettaglio  delle  cose  spettanti  ai 
regolari. 

XII  sessione  li  16  marzo  del 
i5i7.  Vi  si  pubblicò  una  bolla 
che  confermava  tuttociò  eh*  era 
stato  fatto  nelle  undici  sessioni 
precedenti,  e  che  ordinava  una 
imposizione  di  decime  da  essere 
impiegate  nella  guerra  contro  i 
turchi,  la  quale  si  decretò  contro 
Selim  I,  nominandosi  per  capi  della 
spedizione  Massimiliano  I  re  dei 
romani,  e  Francesco  I  re  di  Fran- 
cia; la  morte  di  Cesare,  e  la  na- 
scente eresia  di  Lutero,  che  cagio- 
nò tante  turbolenze  in  Alemagna, 
resero  nullo  quel  gran  progetto. 
In  tal  modo  ebbe  fine  il  concilio 
generale  ed  ecumenico  Lateranense 
V.  Molti  vescovi  dissero,  che  vi 
erano  assai  altre  cose  da  regolare, 
e  che  non  bisognava  terminare  il 
concilio  ;  ma  la  pluralità  de*  voti 
la  vinse  per  la  chiusura.  Dopo  di 
che  un  cardinale  disse  ad  alta  vo- 
ce :  Signori  andate  in  pace.  Reg. 
t.  XXXIV;  Labbé  t.  XIV;  Ar- 
duiao  t.  IX;  Diz,  de*  concila. 


LAT 


65 


II  concilio  finalmente  del  1725 
nella  basilica  Lateranense  ,  cele- 
brato  dal  Papa  Benedetto  XI IL 
Questo  concilio  con  qualche  diffu- 
sione lo  descrivemmo  nel  voi.  XV, 
p.  172  e  seg.  del  Dizionario.  So- 
lo qui  noteremo,  che  il  concilio 
trattò  cose  riguardanti  la  fede,  ì 
costumi,  e  la  disciplina  ecclesiasti- 
ca e  sua  riforma.  Fra  le  altre  co- 
se si  dichiarò  per  regola  di  fede 
la  bolla  Unigenitus  di  Clemente 
XI,  condannandosi  tutti  gli  scritti 
contro  di  essa  pubblicati.  Avendo 
concesso  Giovanni  XI  nel  98 1  il 
pallio  ai  patriarchi  di  Costantino- 
poli senza  ricorrere  alla  santa  Se- 
de, questo  concilio  revocò  la  con- 
cessione, accordando  solamente  ai 
patriarchi  orientali,  che  soltanto 
dopo  di  averlo  essi  ricevuto  dal 
Papa  potessero  conferirlo  ai  rispet- 
tivi sufifraganei.  V.  Concilium  ro- 
manum  in  sacrosancla  basilica  La- 
teranense celebratimi  anno  univer- 
sali  jubilaei  1725  a  sanctissimo 
Patre  et  Domino  nostro  Benedicto 
Papa  XIII,  Romae  1725.  Filippo 
Federico  Hane,  De  conciliis  Late" 
ranensik:s^  Riliae  1725.  Gio.  Fran- 
cesco Budeo,  De  conciliis  Latera- 
nensibus,  Jenae  1725.  Rasponi,  De 
basilica  et  patriarchio  Lateranensiy 
lib.  II,  cap.  XI,  De  conciliis  ha- 
bitis  in  basilica  Lateranense.  Gior- 
gio Walchio,  Conimentatio  de  conc, 
Later.  a  Benedicto  XIII  celebrato, 
Lipsiae  1728.  Formagliari,  Dia- 
rio del  concilio  romano  tenuto  nel 
1725.  Gio.  Cristoforo  Rlemmio, 
De  conc.  a  Bened.  XIII  in  Late- 
rano  habito j  Tuh'iogae  1729.  Fran- 
cesco Antonio  Zaccaria,  Difesa  del 
concilio  romano  tenuto  nel  1725, 
Ravenna    1782. 

LATGER  Bertrando,  Cacdinale^ 
Bertrando  Latger,  nato  nella   prò- 


i66  LAT 

\incia  d'Alvergna,  valente  teologo 
dell'ordine  de'  minori,  e  lettore  del 
convento  di  Montpellier,  fu  pro- 
mosso nel  1345  da  Cleraenle  VI 
al  vescovato  di  Ajaccio  nella  Cor- 
sica, da  cui  venne  dallo  stesso  Pa- 
pa nel  1348  trasferito  a  quello  di 
Asisi.  Avendo  per  lo  spazio  di  ven- 
ti anni  con  somma  prudènza  go- 
vernata quella  diocesi,  passò  nel 
1 368  al  vescovato  di  Glandeve  in 
Provenza,  finche  nel  maggio  o  giu- 
gno 1371  Gregorio  XI  lo  creò  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Prisca, 
e  forse  poi  ebbe  quello  di  s.  Ce- 
cilia. Seguì  il  Papa  nel  viaggio  che 
fece  d'Avignone  a  Roma  per  resti- 
tuirvi la  residenza  pontifìcia.  Inter- 
venne ai  comizi  di  Urbano  VI,  che 
quantunque  lo  facesse  vescovo  d'O- 
stia e  Velletri,  abbandonò  per  git- 
tarsi  al  partito  dell'antipapa  Cle- 
mente VII.  Mori  in  Avignone  nel 
1392,  e  rimase  sepolto  nella  chiesa 
de'  francescani.  Scrisse  un  libro  del- 
lo scisma  contro  gli  eretici. 

LATICLAVIO  o  LATICLAVO, 
Latìclavius.  ì^oào  o  liste,  segni,  or- 
namenti di  porpora,  di  altro  drap- 
po o  d'oro  in  forma  di  testa  di 
cbiodo  tondo  o  quadrato ,  ovvero 
striscia  di  tali  materie.  La  toga  se- 
natoria, per  avere  [il  laticlavio,  si 
chiamò  toga  latìclavis.  11  davo , 
clavus,  presso  gli  antichi  romani  fu 
un  ornamento  in  rilievo,  una  spe- 
cie di  bottone  a  foggia  di  largo 
chiodo,  d'oro  odi  porpora,  che  si 
metteva  a  più  file  sulle  tuniche, 
le  quali  perciò  si  chiamavano  Jn- 
gitsticlave  o  Lalìclave^  secondo  che 
le  fascìe  ornate  con  quei  chiodi 
erano  strette  o  larghe  :  alcuni  le 
collocavano  orizzontalmente,  altri 
verticalmente.  Pare  piuttosto  che  i 
romani  intendessero  pe^'  davi  delle 
liste  di  stoffa    di    colore   difcenle 


LAT 

dal  fondo  delle  vesti  cui  erano  at- 
taccate. Siffatte  liste,  ossiano  larghe 
righe,  sono  altresì  chiamate  dagli 
autori  antichi,  viae,  virgae^virgulaef 
tramite s^  liiieae  e  zonae.  Essendo  la 
tunica  una  veste  che  portavasi  più 
abitualmente  in  Roma,  essa  ador- 
navasi  coi  davi  per  distinzione  del- 
le classi  fra' romani.  L'ansruslicla- 

o 

vo  era  ornato  di  due  liste  strette 
di  porpora,  collocate  sul  davanti 
della  tunica,  le  quali  partendo  dalle 
spalle,  andavano  fino  ai  piedi  :  il 
laticlavo  avea  una  sola  lista  sul 
petto.  Alcuni  dicono  che  i  romani 
avessero  ricevuto  dalle  isole  Balea- 
ri  questa  veste,  che  Tulio  Ostilio 
portò  pel  primo  :  diventò  in  se- 
guito comune  a  tutti  i  romani,  ma 
potevano  vestire  il  laticlavo  i  soli 
senatori,  gli  altri  usavano  l'angu- 
sticlavo.  11  laticlavo  era  ciò  che  i 
greci  chiamavano  mesoporphyra, 
od  ornato  di  porpora  nel  mezzo, 
mentre  la  pretesta  era  periporphy- 
ra,  o  bordata  con  una  lista  di  por- 
pora. 11  laticlavo  portavasi  sotto  la 
toga  senza  cintura,  mentre  che  con 
la  penula f  mantello  militare,  ciu- 
gevasi  la  tunica.  Inoltre  si  adorna- 
vano di  davi  anche  altre  vesti  dif- 
ferenti dall'angusticlavo  e  dal  lati- 
davo;  la  penula  medesima  non 
era  che  un  mantello  od  una  ca- 
sacca bordata  di  davi.  La  tunica 
angusliclava,  a  liste  di  porpora,  era 
in  Grecia  usata  molto  dai  ricchi; 
portavano  gli  altri  delle  tuniche  a 
liste  bianche.  A  Sparta  erano  proi- 
bite le  liste  di  porpora;  a  Taran- 
to l'angustidavo  era  di  una  stoffa 
leggiera  e  trasparente  ;  a  Siracusa 
usavasi  cortissimo.  Sul  Laticlavo 
ed  Angusticlavo  furono  pubblicati 
molti  differenti  sistemi,  e  tutti  lun- 
gamente discussi  nell'opera  di  Al- 
berto Rubens  intitolala  :  De  re  ve- 


LAT 

stmrìa  ,  praecipite   de  lato  davo , 
Anluerpiae    i665. 

Il  Sarnelli  nelle  Leti.  eccl.  t.  II, 
p.  63,  parlando  della  forma  di  alcune 
vesti  ecclesiastiche  somiglianti  a  quel- 
le degli  antichi  romani,  dice  che  la 
tunicella  del  suddiacono  e  la  dal- 
matica del  diacono  sono  simili  al 
lato  davo  de'  senatori,  ed  all'  an- 
giisto  davo  de'  cavalieri  romani. 
Aggiunge  che  le  tuniche  degli  an- 
tichi romani  erano  vesti  quadrate, 
cioè  vesti  di  due  pezzi  di  panni 
quadrati  che  si  affibbiavano  sulla 
spalla,  e  perciò  aperte  dai  fianchi.  Il 
davo  o  chiodo,  secondo  il  Sarnelli, 
altro  non  era  che  pezzetti  di  porpora 
rotonda ,  come  teste  di  chiodi,  cu- 
cili nel  petto  della  tunica.  Varro- 
ne  nel  lib.  8  li  chiamò  :  plaga- 
las  j  quod  iis  tunica^  ut  rete  pla- 
gis  di  stili  gneretur.  I  senatori  gli 
usavano  più  grandi,  e  nella  tunica 
distinta.  I  cavalieri  più  piccoli,  e 
nella  tunica  cinta  ;  si€chè  quei  dei 
senatori  chiamavansi  lati  davi^  e 
quelli  dei  cavalieri  angusti  davi. 
I  davi  di  porpora  non  solo  alle 
tuniche,  ma  eziandio  alle  suppel- 
lettili de'  letti  e  delle  inense  si  u- 
savano;  onde  scrissero,  Petronio: 
latidavia  mappa j  Marziale  :  lato 
i^niata  mappa  davo  ;  e  Lampri- 
dio:  pura  et  ctavata  lintea.  Alle 
tuniche  palmate,  e  tutte  di  porpo- 
re, si  mettevano  cuciti  i  laticlavi 
d'oro,  come  scrive  Alicarnasso  lib. 
3;  però  il  medesimo  Sarnelli,  nel 
toni.  X,  pag.  43,  dice  che  pei  segni 
o  laticlavi  che  si  ponevano  sulle 
vesti,  queste  chiamavansi  palmate 
se  i  laticlavi  erano  d'oro,  verru- 
cate  se  di  porpora.  Conchiude  il 
Sarnelli  che  la  dalmatica  e  la  tu- 
nicella sono  simiglianti  alle  sud- 
dette tuniche ,  e  quanto  ai  pezzi 
di  poi'pora,  riporta   dò   che    disse 


LAT  167 

Alcuino  :  habuisse  lineai  eoccincas 
vel  ut  aia  purpureos  tramites^  vel 
davos  pariter  purpureos^  ut  tuni- 
cae  senatorum.  Il  Buonarroti  nelle 
Ossen'azionì  sopra  i  vasi  ahtidd 
di  vetro  riporta  Varie  ertidizioni 
sui  davi^  che  chiama  frammenti  e 
strisde  di  porpora  nelle  tuniche; 
che  se  ne  portavano  uno,  e  per 
lo  piò  due;  che  fu  già  in  uso 
presso  gli  ebrei  anche  pastori  ; 
perchè  di  essi  ne  furono  orna- 
te le  tuniche  de'  profeti,  del  Sal- 
vatore e  degli  apostoli  ;  de'  davi 
usati  dai  pastori  e  dalle  persone 
meccaniche,  i  quali  forse  non  era- 
no di  rosso  buono  di  porpora  ; 
de'  davi  usati  dalle  donne,  e  dalle 
vergini  consagrate  a  Dio;  de' davi 
nelle  dalmatiche;  de'  davi  d'oro, 
de'  davi  nelle  penule  ampie  e  pia- 
nete  ;  del  davo  detto  la  porpora, 
e  del  davo  creduto  erroneamente 
ne'  bassirilievi  e  statue  non  tanto 
antiche,  quello  eh'  è  il  seno  supe- 
riore della  toga.  Nel  solenne  in- 
gresso fatto  in  Roma  da  M.  An- 
tonio Colonna  nel  1571  ,  i  capo- 
rioni incedevano  armati  con  armi 
bianche,  col  laticlavo  di  velluto 
paonazzo  foderalo  di  tocche  d'ar- 
gento. V.  Ottavio  Ferrarlo,  De 
lato  clav»y  nell'opera  :  De  re  vestia- 
ri aj  e  la  Biblìogra pìtie  curieuse  du 
Clement,  toni.  Vili,  p.  287.  Del 
iato  davo,  nobilissimo  ornamento 
de'  romani,  latus  clavus,  ne  parla 
pure  il  Rinaldi  all'  anno  34,  n.  78. 
LATIER  DE  BAYANNE  Al- 
Foivso  Uberto,  Cardinale.  Alfonso 
Uberto  de  Latier  conte  de  Bayan- 
ne,  nacque  a  Valenza  di  Francia 
nel  Delfinato,  d'una  delle  più  an- 
tiche famiglie  di  quella  provincia, 
a'  3o  ottobre  1739.  Fino  dalla 
puerizia  fu  destinato  al  sacerdozio, 
divenendo    successivamente    vicario» 


i68  LAT 

generale  e  dottore  di  Sorbona. 
Fu  nominato  uditore  di  rota  a'  20 
oprile  1773,  nel  pontificato  di  Cle- 
mente XIV,  come  si  legge  nelle 
annuali  Notizie  di  Roma,  e  sotto 
quello  di  Pio  VI  ne  divenne  il  de- 
cano. Tale  era  quando  Pio  VII  Io 
creò  cardinale  diacono  nel  conci- 
storo de'  2  3  febbraio  1801,  pub- 
blicandolo poi  in  quello  de*  9  ago- 
sto 1802;  assegnandogli  indi  per 
diaconia  la  chiesa  di  s.  Angelo  in 
Pescheria,  e  per  congregazioni  car- 
dinalizie quelle  del  concilio,  de'  riti, 
dell'  immunità  e  delle  acque.  Va 
notato,  che  appena  Alfonso  ebbe 
notizia  che  sarebbe  stato  esaltato 
alla  porpora,  divoto  al  suo  re, 
prontamente  ne  diede  partecipazio- 
|ie  a  Luigi  XVIII,  ch'era  allora 
a  Mittau,  mentre  la  Francia  era 
governata  da  Napoleone  come  pri- 
mo console,  poi  imperatore.  Nell'an- 
no 1808  Pio  VII  lo  incaricò  di 
una  missione  in  Francia,  ove  fu 
perfettamente  accolto  dal  governo 
imperiale,  e  dopo  la  quale  restò 
sempre  a  Parigi.  Napoleone  dopo 
averlo  fatto  conte  e  grande  uÒi- 
ziale  della  legione  d'onore,  lo  nomi- 
nò senatore  nel  1 8 1 3  ;  quindi  tut- 
tavolta  il  cardinale  nel  seguente 
anno,  nel  dì  primo  di  aprile,  votò 
la  creazione  di  un  governo  provviso- 
rio, come  ancora  la  decadenza  dello 
stesso  Napoleone  e  sua  famiglia.  H 
re  Luigi  XVIII  il  primo  maggio 
1814  lo  fece  pari  di  Francia;  ma 
nel  seguente  anno  alla  ricomparsa 
di  Napoleone  in  tal  regno,  reduce 
dall'isola  dell'Elba,  nel  primo  di 
giugno  assistè  alla  messa  celebra- 
ta nel  campo  di  maggio  da  M. 
di  Barrai,  per  ordine  dello  stesso 
Napoleone.  Tuttavolta  nel  ritorno 
de'  Borboni,  da  Luigi  XVIII  fu 
cpnservatp  nella  lis(a  e  camera  dei 


LAT 

pari.  Nel  processo  del  maresciallo 
Michele  Ney,  fatto  nel  dicembre  di 
quell'anno,  come  ecclesiastico  si  ri- 
cusò di  dare  il  voto  per  la  sua 
condanna  a  morte.  D'  allora  in  poi 
prese  poca  parte  ai  pubblici  affari, 
e  visse  ritirato,  anco  perchè  era 
divenuto  afifatto  sordo.  Morì  improv- 
visamente in  Parigi  a*  27  luglio 
181 8,  come  si  ha  dalle  annuali  ci- 
tate Notizie,  fu  esposto  pei  funerali 
nella  chiesa  di  s.  Tommaso  d'Aqui- 
no, indi  sepolto  nel  cimiterio  del  p. 
Lachaise  di  quella  città.  Il  suo  e- 
logio  fu  recitato  nella  camera  dei 
pari  da  Lemercier.  Nella  distribu- 
zione dei  titoli  ch'erasi  fatta  in  prin- 
cipio di  quell'anno,  il  re  l'avea 
creato  duca.  Essendo  uditore  di 
rota,  pubblicò  in  Roma  nel  1793: 
Discorso  sopra  la  mataria  e  le 
malattie  che  cagiona  principalnieìi' 
te  in  varie  spiaggie  d'Italia.  L'au- 
tore opina,  che  le  esalazioni  della 
terra  costituiscano  quasi  per  inte- 
ro il  veleno  della  maKaria,  e  con- 
siglia di  non  abitare  se  non  luoghi 
il  cui  circuito  sia  selciato.  Tale  o- 
pera,  siccome  ebbe  qualche  voga,  è 
divenuta  rara.  Dopo  il  1772  era 
Stato  in  diversi  tempi  provveduto 
di  tre  abbazie,  che  gli  davano  una 
entrata  di  sessantamila  franchi,  ma 
la  perdette  all'epoca  della  rivolu- 
zione. 

LATIL(de)  Giambattista  Maria 
Anna  Antonio,  Cardinale.  Giam- 
battista Maria  Anna  Antonio  de 
Latil  nacque  il  6  marzo  1761,  nel- 
r  isola  di  s.  Margherita,  diocesi  di 
Frejus,  in  Provenza,  ove  il  padre 
era  comandante.  Destinato  allo  sta- 
to ecclesiastico,  entrò  nel  seminario 
di  s.  Sulpizio  a  Parigi,  ove  ricevè 
i  sacri  ordini;  indi  passò  nella  co- 
munità de'  preti,  posta  nella  stes- 
sa parroqchia  ,  ch'era    come    una 


LAT 

scuola  pei  giovani  ecclesiastici  per 
fbiDiarsi  al  sacro  ministero.  All'e- 
poca della  rivoluzione  di  Francia 
si  dice  che  fosse  gran  vicario  del 
vescovo  di  Vence,  ma  non  è  certo. 
Volendo  partire  dalla  Francia  fu 
imprigionato  nel  1792.  Restituito 
in  libertà,  passando  in  Germania 
$i  fermò  in  Dusseldorf,  dedicandosi 
alla  predicazione.  Portatosi  in  In- 
ghilterra, vi  fece  la  conoscenza  con 
monsignor  Conziè  vescovo  d'Arras, 
che  godeva  la  confidenza  del  con- 
te d'Artois,  monsìeur, ù'aleììo  di  Lui- 
gi XVIII ,  allora  ritirato  in  quel 
reame,  ed  alla  morte  di  quel  pre- 
lato, verso  il  i8o5  o  1806,  il  con- 
te lo  prese  per  suo  confessore,  e 
non  si  separò  più  da  lui.  All'epo- 
ca della  restaurazione  il  conte  es- 
sendo rientrato  in  Francia,  Giam- 
battista fu  nominato  membro  delle 
due  commissioni  formate  successi- 
vamente nel  maggio  e  novembre 
181 4  per  gli  affari  ecclesiastici,  e 
verso  il  medesimo  tempo  monsieur 
lo  fece  suo  primo  elemosiniere,  ed 
ebbe  l' abitazione  nelle  Tuileries; 
indi  segui  il  principe  fuori  di  Fran- 
cia ne*  cento  giorni  che  tornò  a 
regnare  Napoleone.  Nel  1 8 1 6  a'  7 
aprile  Pio  VII  lo  dichiarò  vescovo 
<l'Amiclea  in  partibiis,  e  nel  seguen- 
te anno  nel  primo  ottobre  lo  tras- 
ferì alla  chiesa  di  Chartres  da  lui 
ristabilita  col  concordato  del  me- 
desimo anno.  Ma  non  avendo  que- 
sto allora  avuto  esecuzione ,  solo 
nel  1821  ai  3  novembre  ne  prese 
possesso,  formando  quindi  il  suo 
capitolo,  ed  organizzando  la  dio- 
cesi. A'  3i  ottobre  1822  Luigi 
XVIII  lo  elevò  a  pari  di  Francia. 
Poco  dopo,  ad  esempio  di  altre 
diocesi ,  volendo  riunire  la  cura 
della  cattedrale  al  suo  capitolo,  il 
piirropo  Cha§le$  reclamando  appel- 


LAT  169 

lo  alla  corte  reale  di  Parigi  ed  al 
consiglio  di  stato,  ciò  che  diede 
luogo  alla  pubblicazione  di  vari 
scritti;  l'affare  non  era  ancora  ter- 
minato, quando  Leone  XII  lo  tras- 
ferì a*  12  luglio  1824  all'arcive- 
scovato di  Reims,  per  nomina  di 
Carlo  X  già  monsieur.  In  questa 
metropolitana  solennemente  consa- 
crò il  re  a'  29  maggio  1825,  di 
cui  era  sempre  il  confidente  e  l'a- 
mico. L'avvenimento  fu  celebrato 
con  medaglia,  di  cui  facemmo  parola 
nel  voi.  XXVII,  p.  \^i  del  Dizio- 
nario. Nel  concistoro  de'  1 3  marzo 
1826  Leone  XII  lo  creò  cardinale 
dell'ordine  de'  preti,  ad  istanza  del 
medesimo  Carlo  X,  e  gli  spedì  la 
notizia  di  questa  promozione,  ed  il 
berrettino  cardinalizio,  pel  marche- 
se Giuseppe  Melchiorri,  una  delle 
sue  guardie  nobili,  al  presente  sot- 
to-tenente col  grado  di  brigadiere 
generale  delle  medesime ,  il  quale 
fu  dal  re  decorato  del  grado  di 
cavaliere  della  legione  d' onore.  Il 
Papa  nominò  ablegalo  apostolico 
per  la  tradizione  della  berretta  car- 
dinalizia in  Parigi,  monsignor  Lo- 
dovico Altieri,  che  a  tale  effetto 
dichiarò  suo  cameriere  segreto  so- 
prannumerario, ed  ora  cardinale  e 
pro-segretario  de'  memoriali.  L'im- 
posizione della  berretta  con  solen- 
ne cerimonia  la  fece  il  re  a'  22 
aprile,  indirizzando  al  cardinale  le 
parole  piìi  lusinghiere,  cui  rispose 
con  sensi  di  profonda  riconoscenza 
il  porporato:  questi  discorsi  sono 
riportati  òb\V  Ami  de  la  religion 
de'  26  aprile.  Nel  medesimo  tem- 
po il  cardinale  assistè  alla  riunio- 
ne de'  vescovi  eh'  erano  in  Parigi 
presso  il  cardinal  de  la  Fare  ar- 
civescovo di  Sens,  per  redigere 
un  Exposé  des  sentimens  de  Vepi- 
scopai  sur  l'ìndépendancc  des  rois 


I70  LAT 

dans  Vordre  temporel.  Questa  Espo- 
sizione fu  provocala  dalle  esage- 
razioni dell'abbate  de  la  Menuais 
e  de'suoi  seguaci.  L'Esposizione  ai 
3  aprile  fu  sottoscritta  da  quattor- 
dici prelati,  e  fu  presentala  al  re 
ai  IO  aprile  per  una  deputazione 
di  vescovi,  alla  lesta  de'quali  era 
il  cardinal  de  Latil;  successivamen- 
te i  vescovi  del  rimanente  del  re- 
gno aderirono  all'Esposizione.  Per 
la  morte  di  Leone  XII  si  recò  a 
Roma,  ove  giunse  a' 9  marzo  1829, 
ed  entrò  nel  conclave  in  cui  fu 
eletto  Pio  Vili,  il  quale  gli  conferì 
per  titolo  la  chiesa  di  s.  Sisto,  an- 
noverandolo alle  congregazioni  della 
concistoriale,  del  concilio,  della  re- 
sidenza de'  vescovi  e  di  propagan- 
éaifide.  Ritornalo  in  Francia,  l'op- 
posizione che  minava  allora  il  tro- 
no di  Carlo  X,  dopo  la  restaura- 
zione mise  sovente  avanti  il  nome 
del  cardinal  Latil,  perchè  suppone- 
va in  lui  una  costante  influenza 
politica  sugli  affari  ;  lo  fece  com- 
parire come  capo  d'una  camarilla^ 
alla  quale  attribuiva  la  secreta  di- 
rezione degli  affari  ;  questo  motto 
i  giornali  lo  ripeterono  spesso,  per 
disegnare  talvolta  l'alto  clero,  tale 
altra  il  cardinale.  Veramente  que- 
sti avea  cessato  d'essere  confessore 
del  conte  di  Arlois  quando  diven- 
ne vescovo  di  Chartres,  essendo 
slato  rimpiazzato  dal  sacerdote  Jo- 
card;  la  sua  influenza  di  molto 
s'illanguidì  dopo  l'assunzione  al 
trono  di  Carlo  X,  non  perchè  que- 
sti diminuisse  la  propria  stima  e 
benevolenza  per  lui,  ma  perchè  si 
credette  obbligato  di  cedere  alle 
considerazioni  politiche  ed  alle  esi- 
genze de'  suoi  ministri  ;  vuoisi  pe- 
rò che  presiedesse  alle  nomine  dei 
vescovi  di  Francia,  e  sostenne  con 
successo  moliti  difUcollà   nella   sua 


LAT 

diocesi,  allora  divisa  da  opinioni 
politiche.  Oltre  a  ciò,  cessò  di  abi- 
tare nelle  Tuileries,  e  passò  la  più 
gran  parte  del  tempo  successivo 
nella  sua  sede  arcivescovile.  Ivi  era 
all'epoca  delle  ordinanze  de'  25  lu- 
glio i83o,  ed  arrivò  a  Parigi  il 
27,  nel  momento  che  quella  capi- 
tale era  in  preda  al  tumulto  della 
famosa  rivoluzione;  in  conseguen- 
za egli  era  interamente  straniero 
all'ordinanza,  cui  se  ne  attribuì  lo 
sviluppo.  Tuttavolta  seguì  il  re  nel 
suo  esilio,  prima  io  Inghilterra,  a 
Lullworth ,  ad  Holyrood,  e  più 
tardi  in  Germania,  per  cui  non 
potè  recarsi  al  conclave  in  cui  fu 
eletto  il  regnante  Papa  Gregorio 
XVI.  Governò  l'arcidiocesi  a  mez- 
zo de*  suoi  gran  vicari  ;  monsignor 
Blanquet  de  Rouville ,  vescovo  di 
Numidia  in  partibus ,  adempì  per 
lui  le  funzioni  episcopali,  mentre 
il  sacerdote  Gros  venne  incaricato 
dell'amministrazione  della  sede.  Fe- 
dele al  suo  re,  nel  i836  provò  il 
dolore  di  perderlo,  dopo  tanto  tem- 
po che  gli  era  sinceramente  affe- 
zionato; questa  disgrazia  in  un  al- 
l'aflìevolimento  di  sua  salute,  gli 
rese  più  penoso  il  suo  esilio.  Es- 
sendo ancora  morto  monsignor  Rou- 
ville, il  cardinale  si  recò  in  Roma, 
forse  preso  da  scrupoli  per  ritene- 
re una  sede  di  cui  non  ne  adem- 
piva lutti  gli  obblighi,  onde  fu 
consiglialo  prendersi  un  coadiutore, 
eh'  egli  di  buon  grado  indicò  in 
monsig.  Gallard  vescovo  di  Meaux; 
ma  questi  appena  comparse  in  Reims 
che  la  morte  il  rapì.  Non  conve- 
nendo più  alla  salute  del  cardina- 
le il  soggiorno  di  Gorizia ,  lasciò 
la  famiglia  reale  di  Carlo  X,  e 
passò  a  prendere  le  acque  di  s. 
Gervasio  in  Savoia,  indi  ritornò 
in  Francia  con  l' intenzione  di  fls- 


LAT 

sarsi  ìq  Provenza,  a  naori  in  Ge- 
iiienos  diocesi  di  Marsiglia,  la  nelle 
del  3o  novembre  venendo  il  primo 
dicembre  1 83g.Fu  esposto  ne'funera- 
li  nella  chiesa  di  Gemenos,  indi  tras- 
portato e  sepolto,  secondo  l'idtima 
i>ua  disposizione,  nella  sua  nietropo' 
Jitana  di  Reiras.  Avendolo  assistito 
il  vescovo  di  Marsiglia  nel  punto 
estremo,  in  memoria  gli  donò  il 
proprio  anello.  Fu  encomiato  per 
animo  leale  e  costante,  per  la  sua 
pietà  e  contrarietà  alle  novità  ,  e 
per  altri  meriti  e  pregi  che  distin- 
sero la  sua  lunga  ed  onorabile  car- 
riera. 

LATINA  CHIESA  e  LATINI. 
La  Chiesa  latina  è  propriamente 
parlando  la  Chiesa  romana,  ovvero 
la  Chiesa  d'occidente,  per  opposi- 
zione alla  Chiesa  greca,  ovvero  al- 
la Chiesa  d'oriente.  Dopo  lo  sci- 
sma de'greci,  incominciato  nel  IX 
secolo  e  consumato  nell'XI,  i  cattolici 
romani  sparsi  in  tutto  l'occidente  fu- 
rono detti  latini,  perchè  hanno  ri- 
tenuto nell'uffizio  divino  l'uso  del- 
la lingua  latina,  l'antica  lingua  del 
Lazio  (  Vedi  )  j  mentre  in  vece 
quelli  d'oriente  conservarono  l' uso 
dell'antico  greco.  Ed  è  dopo  quel 
fatale  scisma  che  la  Chiesa  latina  si 
considera  sola  come  la  Chiesa  cat- 
tolica (Vedi)  od  universale;  quin- 
di sarebbe  un  abuso  in  fatto  di 
dottrina,  il  volere  opporre  il  senti- 
mento della  Chiesa  greca  a  quello 
della  Chiesa  latina  ;  che  però  non  ne 
consegue  che  sia  inutile  il  sapere 
ciò  che  pensavasi  nella  Chiesa  gre- 
ca durante  il  corso  de'primi  otto 
secoli,  giacché  in  allora  faceva  essa 
parte  della  Chiesa  universale.  Tan- 
to osserva  il  Bergier  nel  Dizionario 
Enciclopedico  y  citando  il  Bossuet 
nella  sua  Difesa  della  tradizione 
dei  santi  padri.  Aggiunge  il  Bergier 


LAT  171 

che  devonsi  necessariamente    auire 
i  padri    greci    coi    padri  Ialini  per 
formare   la    catena    della    tradizio- 
ne,   e  farla    risalire  (Ino    agli  apo- 
stoli. La    riunione    dei  greci  e   dei 
latini,  fu    inutilmente    trattata   più. 
\olte  ,    massime    ne'  conoilii    gene- 
rali di    Lione  II   e    di    Firenze.  la 
tempo  delle  crociate  e    nel    ponli- 
fioalo    d'Innocenzo  IH    [Tedi)^    i 
latini,  cioè  gl'italiani  e  francesi  col- 
legali, nel  1204  s'impadronirono  di 
Cosfanlinopoli    (Vedi),    e  vi  domi- 
narono per  più  di  sessanta  anni  sot- 
to diversi  imperatori  della  loro  co- 
munione :  eccone  la  serie.  Baldovi- 
no   I  conte  di    Fiandra  eletto    nel 
i2o4;  Enrico  nel   1206;  Pietro  de 
Courtenay    nel    12 16;    Roberto    de 
CoLirtenay  nel    1219;  Baldovino  II 
nel    1228,  che    nel    i23i    ebbe   a 
tutore    Giovanni  di  Brienne  già  re 
di   Gerusalemme:    fu    deposto     nel 
1261,  e  mori  nel    1272.   Si  nomi- 
nò quell'impero  de'lalini,  perchè  ia 
sostanza    era  un  impero    greco  che 
i  Ialini  smembrato  avevano,  e  fon- 
dato in  questo   modo  un  nuovo  im- 
pero   sulla  base    dell'antico.    Latini 
dicevansi  fino  dai  tempi  remoti  quei 
popoli  à' Italia  (  Vedi  )  che  abitava- 
no il  Lazio;  passò  poscia  questo  no- 
me   a    tutti    coloro    che    parlavano 
la  lingua  latina,  e   latini  in    tempi 
posteriori,  cioè  dopo  la  caduta  del- 
l'impero romano,  furono  detti  qua- 
si tutti  i  popoli  d'occidente.   I  som- 
mi Pontefici,    come    furono  zelanti 
e  gelosi  mantenitori  de'riti  de' Gre- 
ci [Vedi),  COSI  lo  #furono  dei   lati- 
ni, tranne  qualche    parlicolar  con- 
cessione   secondo  le    circostanze.    Il 
Papa    s.  Pio    V,    colla    costituzione 
Providenlia,  de'20  settembre  i566,' 
rivocò   la  facoltà  già  data  ai   latini 
di  celebrare  gli  uffizi  divini  in  rito 
greco,  siccome  ai  greci  nel   rito  la- 


172  LAT 

tino.  Clemente  XI  nel  170^  ricu- 
sò di  dispensare  i  missionari  latini 
a  poter  usare  secondo  il  bisogno  del- 
le cose  sacre  nel  rito  greco,  conser- 
vata la  libertà  di  tornare,  cessata 
la  necessità,  al  rito  latino,  giacche 
com'egli  dichiarò,  questa  variazione 
si  opponeva  all'antica  disciplina  del- 
la Chiesa  cattolica,  ai  decreti  de'con- 
cilii  generali,  e  alla  costante  consue- 
tudine .  Per  greci-uniti  s'  inten- 
dono quei  greci  che  sono  in  unio- 
ne alla  Chiesa  latina,  cioè  alla*  ro- 
mana o  d'occidente.  In  oriente  gii 
orientali  chiamano  franchi  tutti  gli 
europei,  e  latini  tutti  quelli  che 
ne  seguono  il  rito,  ancorché  sieno 
di  diverse  nazioni. 

LATOPOLI.  Sede  vescovile  del 
Basso  Egitto,  nel  patriarcato  d'Ales- 
sandria, eretta  nel  V  secolo.  Stra- 
bone  la  dice  città  mediterranea  e 
la  chiama  Lalonae  civitasy  altri  la 
chiamano  Leontopolis.  Era  la  capi- 
tale di  un  nomo  o  prefettura,  det- 
ta dal  suo  nome  Latopolite^  assai 
vicina  a  Memfi  da  cui  dipendeva, 
facendone  anzi  parte  :  poi  venne  co- 
nosciuta sotto  il  nome  di  Derote  o 
Deironte.  Dalla  vita  soltanto  di  s. 
Pacomio  si  apprende  che  nella  cit- 
tà di  Latopoli  nell'anno  34/  fu  te- 
nuto un  concilio.  Si  conoscono  tre 
vescovi  che  ne  occuparono  la  sede, 
cioè  Paolo  che  sottoscrisse  il  con- 
cilio di  Sardica;  Timoteo,  ed  Apelle. 
Oriens  christ.   t.  II,  p.   522. 

LATOPOLIS.  Sede  vescovile 
della  seconda  Tebaide,  nel  patriar- 
cato d'Alessandr^ia,  eretta  nel  IV  se- 
colo. Apparteneva  la  città  alla  pre- 
fettura o  nomo  Hermontite,  sulla 
riva  sinistra  od  occidentale  del  Nilo, 
£|l  di  là  di  Dendera.  Quivi  onora- 
vansi  Pallade  e  Lato  ;  questo  Lato, 
da  cui  forse  prese  il  nome  la  città, 
è  un  pesce  che  trovasi  nei  Nilo  nei 


LAT 

dintorni  della  città  che  gli  arabi  chia- 
mano Asna  o  Isne  ossia  Siene.  Laon- 
de Co  m  man  ville  crede  che  Latopolis 
sia  la  Siene  dei  latini,  o  l'Isne  dei 
copti,  avente  molte  antichità.  Tre 
vescovi  ne  occuparono  la  sede,  cioè 
Isacco  Meleciano;  Ammonio  che 
sedeva  al  tempo  della  persecuzione 
di  Diocleziano  e  di  Massimiano  ;  e 
Teodoro  giacobita,  che  assistette  al- 
la riunione  de' vescovi  della  Tebai- 
de, i  quali  portarono  le  loro  lagnan- 
ze contro  i  domestici  di  Cirillo  II 
patriarca  dei  giacobiti.  Oriens  christ, 

t.    II,    p.    522. 

LATRIA,  Latria.  Culto  di  reli- 
gione dovuto  a  Dio,  cui  solo,  in  at- 
testato del  supremo  suo  dominio,  e 
della  dipendenza  nostra  da  lui,  si 
offre  l'incruento  sacrifizio.  Il  culto 
di  latria  ha  i  suoi  atti  interni  ed 
esterni:  gli  atti  interni  consistono 
neir  adorazione  propriamente  detta, 
per  mezzo  della  quale  onoriamo 
Dio  in  ispirito  e  verità  come  l'Ente 
supremo.  Gli  atti  esterni  consistono 
ne'sacrifizi  che  non  possono  essere 
offèrti  che  a  Dio  solo,  perchè  sono 
essi  stabiliti  per  fare  una  pubblica 
confessione  del  supremo  suo  domi- 
nio e  della  nostra  dipendenza.  Il  Ber- 
gier  dice  che  la  parola  latria  deri- 
va dal  greco  servo,  che  in  origine 
indicava  il  rispetto,  i  servigi  e  tutti 
gli  uffizi  che  uno  schiavo  rendeva 
al  suo  padrone;  quindi  si  adoperò 
questo  termine  per  significare  il  cul- 
to che  rendiamo  a  Dio.  Come  ono- 
riamo anco  i  santi  pel  rispetto  do- 
vuto allo  stesso  Dio,  si  chiamò 
dulia  il  cullo  reso  ai  santi,  a  fine 
di  testificare  che  questo  culto  non 
è  eguale  a  quello  che  si  rende  a 
Dio,  ma  inferioie  e  subordinato  ;  co- 
sì il  cullo  d'iperdulia  è  quello  con 
cui  si  onora  la  Beata  Vergine  Ma- 
ria.   F.  Culto. 


LAT 
LATTANZIO  Firmiapto.  Celebre 
autore  ecclesiastico,  oratore,  ed  a- 
pologista  della  cristiana  religione; 
secondo  il  p.  Franceschini,  ch'è  l'ul- 
timo editore  delle  sue  opere,  ed  al- 
tri,  nacque  a  Fermo  ;  il  Baroni©  ed 
altri  Io  dicono  in  vece  africano , 
perchè  studiò  la  rettorica  a  Sicca 
neir  Africa  sotto  Arnobio,  mentre 
non  solevano  gl'italiani  recarsi  in 
Africa  ad  apprendere  le  scienze.  A- 
veva  di  già  abbracciala  la  religione 
cristiana  all'epoca  della  persecuzio- 
ne di  Diocleziano  cominciata  nel 
3o3.  Fu  chiamato  in  Nicomedia 
per  insegnare  la  rettorica,  divenne 
precettore  di  Crispo  figliuolo  di  Co- 
^ntino,  e  ritirossi  a  Treveri,  dopo 
)a  morte  del  suo  scolare,  ed  ivi  pro- 
iDabilraente  morì  verso  il  325.  La- 
sciò diverse  opere  molto  bene  scrit- 
te in  latino,  cioè:  i.°  Un  libro  sul- 
l'opera di  Dio,  nella  quale  prova 
la  creazione  dell'uomo  e  la  divina 
provvidenza.  2.°  Un  altro  libro  sulla 
collera  di  Dio,  nel  quale  vuole  egli 
provare  che  Dio  è  egualmente  ca- 
pace di  collera,  come  di  misericor- 
dia. 3.°  Sette  libri  d'istituzioni  di- 
vine, nelle  quali  prova  la  religione 
cristiana,  e  confuta  le  difllcoità  che  vi 
si  oppongono.  Fece  altresì  l'epito- 
me od  il  compendio  dei  prefati  set- 
te libri  delle  istituzioni.  Compose 
pure  uà  libro  sulla  morte  de'perse- 
cutori.  Questa  opera  ha  per  iscopo 
di  mosti-are  che  gl'imperatori,  i  qua- 
li perseguitarono  i  cristiani,  sono 
tutti  periti  disgraziatamente.  Lattan- 
zio compose  pure  altre  opere,  ed 
alcuni  gli  attribuiscono  anche  dei 
poemi.  Osserva  s.  Girolamo  che 
Lattanzio  abbatte  più  il  paganesi- 
mo, anziché  fortemente  stabilire  la 
dottrina  cristiana;  e  benché  le  sue 
opere  non  sieno  piene  di  eresie,  co- 
me lo  pretende  il  p.  d'Arauda,  noi» 


LAU  173 

si  può  nondimeno  scusarlo  di  di- 
versi errori,  dappoiché  egli  è  indubi- 
tatamente millenario.  Lattanzio  per 
essere  tra  gli  autori  ecclesiastici  la- 
tini il  più  eloquente,  tranne  Sulpi- 
zio  Severo,  fu  chiamato  il  Cicero- 
ne cristiano,  ad  onta  che  Gaspare 
Scioppio  voglia  diminuirne  il  meri- 
to. La  migliore  edizione  delle  ope- 
re di  Lattanzio  è  quella  pubblica- 
ta da  Le  Brun  e  Lenglet  nel  1748 
a  Parigi,  colla  di  lui  vita. 

LATUINO  o  LAIN  (s.),  primo 
vescovo  di  Seez  in  Normandia.  Cre- 
desi  che  si  recasse  dall'Italia  nelle 
Gallie,  in  compagnia  di  molti  altri 
missionari ,  verso  il  pi'incipio  del 
quinto  secolo;  ma  è  assai  malagevole 
fissare  l'epoca  del  suo  apostolato. 
Egli  però  fu  il  primo  ad  annunzia- 
re il  vangelo  ai  sagieni,  agli  ozi- 
mieni  e  ad  altri  popoli  vicini,  e  fon- 
dò la  chiesa  di  Seez.  Corre  tradi- 
zione nel  paese  che  sia  morto  e  se- 
polto lungi  una  lega  e  mezzo  da 
Seez,  ove  gli  fu  dedicata  una  chiesa. 
Il  nuovo  martirologio  di  Evreux  ne 
fa  rimembranza  ai  20  di  giugno, 
nel  qual  giorno  pure  la  chiesa  di 
Seez  ne  celebrava  la  festa,  che  poi 
nel  suo  nuovo  breviario  pose  ai  19 
di  gennaio. 

LAUDI,  Laudes.  Parte  dell'uffi- 
zio mattutino.  Le  laudi  mattutina- 
li,  secondo  la  più  comune  opinione, 
non  si  distinguono  dal  mattutino, 
per  cui  l'Amalario,  1.  IV,  cap.  io, 
le  chiama  :  Malutinale  offlcium,  ciò 
che  si  verifica  dal  terminarsi  con 
l'istessa  orazione  del  mattutino.  11 
vescovo  nelle  ordinazioni  ingiungen- 
do ai  diaconi  e  suddiaconi  il  i-eci- 
tare  il  solo  mattutino,  usa  queste 
parole  ;  Dicetis  noclurnuni  talis  fé- 
riacj  e  non  dice  Alatiitiniim,  per 
non  comprendere  anco  le  laudi.  Le 
laudisono  parti  dell'uffizio  mattutino, 


174  LAIJ 

né  si  deblwno  dire  separatamente  dai 
notlurni,  se  non  che  per  una  giusta 
causa,  e  quantunque    si    prenda    il 
loro  principio  dal    Deus  in  acljuto- 
rhim,  tultnvolta  non  sono  un'ora  dai 
notturni  distinta.   Si  possono  le  lau- 
di   separare  dal  mattutino,    ed  al- 
lora si   terminerà  quello  con  l'ora- 
«ione  solita^  e  Bcnedìcanius  Domino^ 
e  senza  commemorazione  alcuna,  se 
Ti  fosse  da  farsi  dopo  le  laudi,  ag- 
giunta soltanto  sotto  voce  l'orazio- 
ne   domenicale,  come   si   legge    nel 
Colti  par.  2,  tit.  Laudes.  Il   Macri 
però  dice  che  in  tal  caso  si  questio- 
na se  poi  al  principio  delle  laudi  si 
debba    premettere  e  recitare  l' ora- 
zione   domenicale   e  la    salutazione 
angelica,  come  si  costuma  fare  nel 
principio  delle   altre  ore  canoniche. 
Il  Navarro  tiene  la  parte  affermati- 
va, pensando  esso  che  le  laudi  sia- 
no distinte  dal   mattutmo,  insegnan- 
do essere  otto  le  ore  canoniche,   De 
erat.  cap.  HI,  n.  64.  Altri  seguita- 
no la  parte  contraria,  mossi  dall'e- 
sempio di   santa    Chiesa ,    la    quale 
nella  notte  di  Natale,  separando  le 
laudi  dal  mattutino,  non  dice  Palcr^ 
né  Ave  Maria.  Le  laudi  hanno  gran- 
dissima somiglianza    col  Tespero,  e 
perciò  si  cantano  colle  medesime  ce- 
vimonie   ed  altre    solennità ,    come 
prescrive  il  Caerem.epìsc.  lib.  II, e.  7. 
Sono  dette    Laudes^  non  perchè  nel 
fine  del  mattutino  s'interponga  l'inno 
Te    Dcum  prima  d'incominciare  le 
laudi,  come  hanno  stimalo  alcuni,  se- 
guitando l'opinione  del  Durando;  ma 
perchè  nelle  laudi  si  recitano  alcu- 
ni   salmi,    che  contengono    le    lodi 
divine,  con   invitare   le    creature  a 
lodare  il  loro    creatore,  particolar- 
mente nel    cantico    Benedicite.  Nel 
concilio Tolelano  IV  il  vocabolo Ltìfzf- 
des  significa  il  prefazio  che  si   can- 
ta  nella  messa.  In  tiuibusdani  quo- 


LAU 

queHspnnìarnm  Ecclexiis  laudes  post 
Apo^tolnni  decantantur.Wena  con- 
dannato questo  rito  dal  medesimo 
concilio  dovendosi  cantare  il  prefa- 
zio dopo  l'evangelio.  Per  le  rubri- 
che della  recita  delle  laudi  si  può 
vedere  la  Rubr.  gener.  Breviar. 
Boni.  t.  i4;  ed  il  Diz»  sacro  li- 
turgico di  d.  Giovanni  Diclich,  al- 
l'articolo Laudi. 

LAUDI  ED  AccLAMAziom.  Una 
volta  i  magistrati  e  vescovi  veniva- 
no eletti  dai  voti  e  dalle  pubbliche 
acclamazioni  ;  erano  frequenti  nei 
primi  secoli  della  Chiesa  nelle  adu- 
nanze de' fedeli:  inoltre  queste  si 
praticavano  nelle  chiese  e  ne'concilii 
per  dare  dei  felici  auguri!  ai  Pa- 
pi ed  agli  imperatori,  o  per  ma- 
nifestare i  voti  dell'assemblea.  Co! 
mezzo  delle  acclamazioni  vennero 
raccolti  i  suffragi  dei  padri  del  con- 
cilio d'  Efeso,  così  in  quello  di  Caì- 
cedonia,  e  in  due  coùcilii  romani, 
uno  tenuto  sotto  il  Papa  s.  Ilario, 
l'altro  sotto  il  Pontefice  s.  Simma- 
co. Per  acclamazione  furono  eletti 
diversi  Papi.  Delle  Laudi  e  litanie 
che  cantano  nel  dì  della  coronazio- 
ne del  Papa  il  caidinal  primo  dia- 
cono, gli  uditori  di  rota  suddia- 
coni apostolici,  e  gli  avvocati  conci- 
storiali; e  nel  dì  del  possesso  del 
Pontefice  il  cardinal  primo  prete 
coi  medesimi  uditori  ed  avvocati , 
sono  a  vedersi  gli  articoli  Coronazio- 
ne e  Possesso  de'  Pontefici.  Il  ri- 
to delle  laudi  ed  acclamazioni  che 
dai  memorati  personaggi  si  recita- 
no nella  funzione  del  possesso  che 
il  Papa  prende  della  basilica  Late- 
rànense,  sua  principale  sede  patriar- 
cale, è  antichissimo.  Allorché  s.  A- 
gostino  destinò  per  successore  nella 
propia  cattedra  d'Ippona  Eraclio,  fu- 
rono fatte  ad  esso  e  agli  altri  vesco- 
vi  laudi  ed  acclamazioni,   Com'  egli 


LAU 

stesso  narra.  «  A  notariis  Eoclesioe, 
siciit  cernitis,  excipiuntur,  qiiae  dU 
cimus,  excipiuntur,  quae  dicills;  et 
me  US  sermo,  et  vestrae  acclamatio- 
nes  in  terram  non  cadunt.  Aptius 
nunc  dicam.  Ecclesiastica  gesta  con- 
fìcimus...  A  populo  acclamatum 
est  trigesies.  Deo  gratias,  Chrislo 
laiide.Sj  Exaiidi  Christe.  Angustino 
viia^  dictum,  tredecies;  Te  Patrem^ 
Te.  episcopiinij  dictum  est  octies  '*. 
Continuarono  i  cristiani  a  seguita- 
re la  tradizione  apostolica,  prose- 
guendo ad  invocare  in  queste  ele- 
zioni la  divina  assistenza,  come  già 
gli  apostoli  aveano  fatto  nel  Cena- 
colo in  quella  di  s.  Mattia,  dicen- 
do: Tu  Domine^  qui  corda  nosti 
lioniìniiìiìi  etc.  Di  ciò  trattarono  fra 
gli  altri  lo  Scbarffii  :  Dispula tio 
de  Matlhìa  rile  vocato,  Wittem- 
bergae  i652;  ed  il  Bitlelmajori  : 
Disserlatio  de  Matlhia  sorte  ad 
apostolatum  electOy  Witlerabergae 
1676.  Cencio  Camerario  nell'Ordi- 
ne  romano  XI l,  §1,  num.  2,  do- 
po di  aver  riferito  le  laudi  ed  ac- 
clamazioni che  si  facevano  al  nuo- 
vo Papa,  prima  dell'  epistola  nel 
giorno  della  sua  coronazione  nella 
basilica  vaticana,  dal  cardinal  ar- 
cidiacono, dai  cardinali  diaconi,  dai 
suddiaconi  e  dagli  scrinarli,  descrive 
ancora  queste  altre  che  gli  ripete- 
vano nel  suo  ritorno  ad  Later, 
Expleta  mìssa  D,  Papae  coronatur 
ad  ^portarli  ipsìus  ecclesiae  ab  ar- 
chidiacono  cum  uno  diacono,  re- 
dilque  cum  processione  ad  pala- 
tiujn.  Tunc  judices  et  ad  vocali 
veniunt  ei  ohviani  sub  gradibus,  et 
porticu,  ihìque  prior  card.  s.  Law 
renli  foris  inuruni  cum  judicibus^ 
et  adi'ocalis  fnciunt  ei  laudes . 
Avverte  il  Cancellieri  nella  Storia 
de  possessi,  che  in  quello  d'Inno- 
cenzo  IX    le  laudi  furono  cantate 


LAU  175 

senza  gli  avvocali  concistoriali,  e 
che  non  Io  furono  da  veruno  ia 
qwello  di  Urbano  Vili  ;  come  pu- 
re, che  talvolta  le  laudi  furono 
cantate  nella  sala  regia,  aida  ma- 
gna, del  contiguo  palazzo  Latera- 
nense,  sedendo  in  trono  nella  me- 
desima sala  il  Pontefice.  Descrive 
ancora  le  laudi  fatte  ai  nuovi  Pa- 
pi e  cantate  dagli  ebrei  di  RomS, 
nella  presentazione  della  loro  leg- 
ge, esclamando  talvolta  :  Benedictus 
qui  venit  in  nomine  Domini. 

Di  altre  laudi  o  acclamazioni 
ne  parlammo  altrove,  come  all'ar- 
ticolo Domestico;  di  quelle  per  gli 
imperatori  agli  articoli  Coronazio- 
ne DEGLI  Imperatori,  Dominus,  In- 
gressi solenni  in  Roma,  discorrendo 
delle  pompe  trionfali;  ed  Immagini, 
per  quelle  fatte  alle  immagini  degli 
imperatori  ed  imperatrici.  11  Buo- 
narroti nelle  Osservazioni  sui  vasi 
antichi  di  vetro,  riporta  erudita- 
mente diverse  specie  di  laudi  ed 
acclamazioni  che  qui  accenneremo. 
Acclamazione  a  Cristo  :  IVica,  che 
vuol  dire  vincit.  Acclamazioni  det- 
te senza  connessione  ed  unione  di 
parole.  Acclamazioni  fatte  dagli  ar- 
tefici, e  scritte  nelle  cose  d'uso,  e 
ne'regali  de'  saturnali,  a  nome  an- 
che di  quei  che  donavano,  essen- 
done una  Nugas  vivas.  Acclama- 
zioni fatte  agli  aurighi,  simili  a 
quelle  fatte  ai  principi  ;  dette  Lau- 
des e  Gloria  j  ne*  co» viti  diveni- 
vano convivali  :  di  questa  sorta 
sono  Fivas,  Faleas,  Vincas ,  la 
saecula  saeculorxim.  Acclamazioni 
de'concilii  fatte  ai  sommi  Pontefi- 
ci ed  agli  imperatori.  Acclamazio- 
ni a' consoli  nuovi,  fra  le  quali  : 
Bono  reipublicae ,  et  ìterum.  Ac* 
clamazioni  delle  nozze,  una  tra  es- 
se: Utere  fdix.  Acclamazioni  con- 
vivali  scritte    ne'  vasi     di    vetix)  : 


176  LAU 

Anima  dulcis  ;  Anima  dulcis  fruU' 
miir  nos  sine  bile  zeses  ;  Ante  sae- 
cula  rex  benedicte  j  Bibas  in  pace 
Deij    Bibe    et    propina  ;  Dignitas 
amicorum  pie  zeses  cum  tuis  omni- 
bus bibe    et  propinaj    Dulcis  ani- 
ma vivas  j  Hilaris  vivas  cum  tuis 
felici  ter  refrigeris  in  pace  Deij  Fi- 
vas  cum  caris  tuis  j    Maxima  vi' 
vas  cum  dextro.    Acclamazioni  fu- 
nerali de'cristiani    verso    de'  morti 
scritte    nelle    lapidi,    nella  calcina 
che  mura  le  lapidi ,  e  negli  anelli  ; 
si  conoscono  perchè    hanno    il  no- 
me del  defunto  posto  nel  vocativo, 
ed  invece  di  scriverle    neHe   lapidi 
facevano    talvolta     che     servissero 
quelle  scritte  ne'vasi  di    vetro  che 
muravano  per  segno  accanto  a*  se- 
polcri. Acclamazioni  funerali  notate 
nelle    iscrizioni  :     Accepta    sis    in 
Christo  j    Anima    dulcis  j  Anima 
innox  cesquas  bene  in  pacej  Bene 
vixisti  bene  consumasti  j    Calenice 
dulcis  in  pacej  Dulcis  bene  ques- 
(juas  j    In    pace    et  benedictione  ; 
Ispes    in     Christo  j    Requiescas  in 
pace;  Sabbati  dulcis    anima  pere 
et  roga  prò  fratres  et  sodales  tuos  j 
Spirilus  tuus  in  pace.    Acclamazio- 
ni funerali  usate  anche  dai  gentili. 
Dice  il    Marangoni  che  Zeses,  ac- 
clamazione solita  a  scriversi  ne'fon- 
di  delle  tazze  da  bere,  può  alcune 
volte  significare  il  nome    di  Gesù. 
LAUNOMARO  (s.),  abbate,  det- 
to    volgarmente    s.  Laumer.  Nato 
nel  villaggio    di    Neuville-la  Mare, 
lungi  Ire  leghe  da  Chartres,  passò 
i   primi  anni  di  sua    vita  a  pascer 
le  greggi  di  suo  padre^  santificando 
questa    sua    abbietta     occupazione 
colla  pratica  di  tutte    le  virtù  cri- 
sliane  .     Apprese    le    lettere  da  un 
santo    prete    di    Chartres,    fu   suo 
malgrado     innalzato    al    sacerdozio, 
e  divenne  successivamente  canonico 


LAU 

ed  economo  del  capitolo.  Il  desi- 
derio di  più  alta  perfezione  il  so- 
spinse a  ritirarsi  in  una  foresta  del 
Perche,  verso  l'anno  558;  e  ben 
presto  si  vide  attorniato  da  molti 
discepoli .  Ma  disturbato  dalle  trop- 
po frequenti  visite,  determinossi  di 
cambiare  con  essi  soggiorno,  e  si 
stabili  lungi  sei  leghe  da  Chartres, 
in  un  deserto,  ove  verso  il  575 
fondò  il  monastero  di  Corbione. 
Celebre  pel  dono  dei  miracoli  e 
per  uno  straordinario  spirito  di 
preghiera,  mori  a  Chartres  ai  19 
gennaio  del  598,  nella  casa  del 
vescovo,  che  alcun  tempo  prima  a- 
vealo  chiamato  a  se.  11  suo  corpo 
fu  deposto  nella  chiesa  di  s.  Mar- 
tino in  Vallata,  borgo  di  Chartres; 
e  dopo  varie  traslazioni  le  sue  re- 
lìquie furono  abbruciate  a  Blois 
dagli  ugonotti  nel  1567,  meno  le 
ossa  d'un  braccio  che  si  conserva- 
rono in  un'arca.  Il  di  lui  capo  è 
nel  priorato  di  Maissac  in  Alver- 
gna,  che  dopo  il  912  porta  il  no- 
me di  s.  Launomaro.  Il  giorno 
della  sua  morte  è  sacro  alla  sua 
ricordanza. 

LAURA.  Dimora  degli  antichi 
monaci.  Questo  vocabolo  deriva 
dal  greco,  e  significa  piazza,  strada, 
villaggio,  casale  o  casolare.  Il  Ma- 
cri  nelle  Not.  de"  vocab.  eccl.  dice 
che  gli  autori  non  sono  tutti  d'ac- 
cordo sulla  differenza  ch'era  vi  an- 
ticamente tra  Laura  e  Monast^ro^ 
e  che  dal  nome  greco  villa  o  vil- 
laggio derivò  il  nome  di  Laura, 
perchè  la  moltitudine  delle  celle 
sparse  comparivano  da  lontano  co- 
me un  villaggio.  Alcuni  pretendo- 
no che  laura  significasse  un  vasto 
edifizio,  che  poteva  contenere  fino 
a  mille  monaci  ed  anco  di  più; 
ma  dalla  storia  ecclesiastica  appa- 
risce che  gli  antichi  monasteri  del* 


LAU 

la  Tebaide  non  furono  giammai 
di  una  tale  estensione.  V.  Cella. 
Quindi  l'opinione  più  probabile  è 
che  i  monasteri  fossero,  come  quelli 
d'oggidì,  grandi  fabbricati  cioè,  di- 
visi in  sale,  cappelle,  chiostri,  dor- 
mitoi  e  celle  per  ciascun  monaco; 
mentre  in  vece  le  laure  erano  spe- 
cie di  villaggi  o  casali,  di  cui  cia- 
scuna casa  ovvero  cella  era  occu- 
pata da  uno  o  due  monaci  al  più, 
i  quali  vivevano  separati  a  guisa 
di  eremiti  ;  e  questo  è  pure  il 
sentimento  di  Cirillo  nella  vita  di 
s.  Saba.  Laonde  gli  odierni  mona- 
steri de'  certosini  sembrano  rap- 
presentare le  antiche  laure,  e  le 
case  degli  altri  monaci  corrispon- 
dono ai  monasteri  propriamente 
detti.  I  monaci  delle  antiche  lau- 
re, com'anche  i  certosini  ne'  pri- 
mordi del  loro  ordine,  congrega- 
vansi  una  sola  volta  per  settimana 
nella  chiesa  per  ascoltare  la  s.  mes- 
sa, ricevere  la  comunione,  e  reci- 
tare r  uffizio  in  comune;  quindi 
mangiavano  tutti  insieme  nel  re- 
fettorio. Questo  nome  di  laura  è 
proprio  soltanto  degli  antichi  mo- 
nasteri d'  oriente  o  d'  Egitto,  non 
essendosi  mai  usato  parlando  di 
quelli  d'occidente.  La  prima  laura 
si  vuole  fondata  da  s.  Cantone 
(Fedi),  che  alcuni  dicono  essere 
lo  stesso  che  fu  martirizzato  sotto 
Aureliano;  mentre  altri  sostengono 
in  vece  che  fu  un  altro  Cantone, 
il  quale  fondò  la  sua  laura  alla 
distanza  di  circa  sei  miglia  da  Ge- 
rusalemme, soltanto  dopo  che  s. 
Ilarione  ebbe  introdotta  la  vita 
monastica  nella  Palestina.  Delle 
laure  ne  discorre  il  Sarnelli,  Lett. 
eccl.  t.  Ili,  lett.  XLIV.  Non  esse- 
re credibile  la  gran  moltitudine 
de'monaci,  da  alcuni  autori  de- 
scritta anche  in  un  sol  monastero 
vot.  xxxvir. 


LAU  .  Ì77 

o  laura.  Descrive  le  laure  il  Ri- 
naldi all'anno  4^0,  n.  22,  e  quella 
di  s.  Eutimio;  aggiunge  all'anno 
477,  n.  21,  che  tal  santo  dopo 
morto  ordinò  che  si  distruggesse  la 
sua  laura  e  tutte  le  celle,  ed  in 
vece  si  fabbricasse  un  monastero. 
LAURETANI  o  LORETANl, 
Ordine  equestre.  Paolo  IH  istituì 
il  collegio,  o  uffizii  Vacabili  [Fedi), 
de'cavalieri  lauretani,  perchè  fosse- 
ro pronti  alla  difesa  della  città  di 
Loreto,  dove  si  venera  la  santa  Ca- 
sa ove  incarnò  il  divin  Verbo, 
contro  l'invasione  de'  turchi,  senza 
però  l'entrata  fissa  per  i  frutti  an- 
nui de'medesimi  cavalierati,  lo  che 
diede  motivo  a  Gregorio  XIII  di 
estinguere  detto  collegio  in  varie 
sessioni  ed  anni.  Il  suo  immediato 
successore  Sisto  V,  allorché  eresse  la 
sede  vescovile  di  Loreto,  volle  rin- 
novare nel  i586  il  collegio  me- 
diante la  bolla  Postquam  divina 
clementia  t.  IV,  par.  IV  del  Bull. 
Roni.,  con  duecento  cavalieri  lau- 
retani,  per  la  somma  di  centomila 
scudi,  da  pagarsi  da  quelli  che 
bramavano  esservi  annoverati  ;  po- 
nendo i  cavalieri  sotto  la  prote- 
zione della  Beata  Vergine  di  Lo,- 
reto.  Dipoi  a'  21  luglio  i588, 
colla  bolla  Romanum  decel  Pon- 
tifìcem,  ampliò  il  collegio  aggiun- 
gendovi altri  sessanta  cavalieri  per 
trentamila  scudi,  giacché  ogni  va- 
cabile di  cavaliere  si  acquistava 
coU'esborso  di  cinquecento  scudi. 
In  queste  due  creazioni  il  Papa 
assegnò  ai  cavalieri  le  rate  sopra 
le  spedizioni  di  Dataria  e  Cari' 
celleria  (Vedi)^  e  specialmente 
sopra  le  dispense  matrimoniali  di 
minor  grazia,  che  come  più  nume- 
rose, compirono  la  tassa  di  scudi 
duecento  per  ciascun  uffizio.  I  ca- 
valieri lauretani,  quantunque  am- 
12 


lyS  LAU 

mogliali,  potevano  godere  pensioni 
sopra  i    benefizi     ecclesiastici,  sino 
alla  somma  di  duecento  scudi  d'o- 
ro ;    era  loro  permesso  di  lasciare 
queste    pensioni    ai    loro    eredi,  i 
quali    avevano     diritto  di  goderne 
per  tre    anni,  passati  i  quali    esse 
ritornavano  alla  camera  apostolica. 
Gli  altri  privilegi  che    Sisto  V  ac- 
cordò ai  cavalieri    lauretani    erano 
considerabilissimi,  imperciocché  go- 
devano essi  dell'esenzione    da  qua- 
lunque    gravezza,    erano    riputati 
commensaU  e  famigliari    del   Papa, 
e  potevano  portare  le  aste  del  suo 
baldacchino    in    alcune     occasioni, 
come  nella  processione  del   Corpus 
Domini.  I  loro    primogeniti  aveva- 
no il    titolo  di    conti  di    Laterano 
o  Lateranensi,  ed    i    secondogeniti 
di  cavalieri    dorati  o    aurati  ;  e  se 
tra'  loro  figliuoli    alcuno  abbraccia- 
va lo  slato    ecclesiastico,    avea  di- 
ritto    di  portare     l'abito  di   notaro 
apostolico  :  sebbene    i  cavalieri  lau- 
retani cessassero  di    essere  parteci- 
panti, continuarono  a  godere  il  ti- 
tolo   di   conti    Lateranensi.   A  tali 
privilegi  era  però  annesso   1'  obbli- 
go di  difendere  dai  corsari  le  spiag-> 
gie    della  Marca    d'  Ancona,  dagli 
assassini  la  Romagna,  e    di  custo- 
dire la  città  e  santuario    di    Lore- 
to. Il  Giustiniani  mW Historie   de- 
gli ordini  equestri^  a  p.  345»   chia- 
ma questi  cavalieri  di  s.  Maria  di 
Lorelo  detti    lauretani^    ma  ne  at- 
tribuisce   r  istituzione  a  s.  Pio  V, 
e  che  dopo  la  sua  morte  ebbe  ter- 
mine l'ordine,  ciò  che  non  é  vero. 
Quando  Sisto  V  premiò  il  Fonta- 
na per  l'erezione  dell'obelisco   vati- 
cano, lo  creò    cavaliere  dello    spe- 
ron  d'oro,  e  gli  donò    dieci  vaca- 
bili de'  cavalierati  lauretani.  In  se- 
guito   Alessandro    VII     nel    i656 
crebbe   il   numero    de'  cavalieri   a 


LAU 

trecentotrenla,  aggiungendovene  set- 
tanta. Ciò  fece  in  occasione  di 
traslatare  e  commutare  le  specie 
de'  monti  vacabili,  per  minorazione 
de'  frutti  e  per  l'estinzione'  de'capi» 
tali.  In  progresso  di  tempo  mancò 
lo  splendore  a  questa  ìiobile  mili- 
zia, ed  al  tempo  del  p.  Bonanni 
più  non  esisteva,  o  almeno  erano 
divenuti  ulfiziali  della  cancelleria 
apostolica.  Così  egli  dice  a  p.  LXIV 
del  Catalogo  degli  ordini  equestri ^ 
stampato  in  Roma  sotto  Clemente 
XI,  ove  ce  ne  dà  la  figura  por- 
tante appesa  al  petto  una  meda- 
glia d'oro,  insegna  dell'  ordine,  a- 
vente  da  un  lato  l'immagine  della 
Madonna  di  Loreto,  dall'  altro  lo 
stemma  di  Sisto  V  che  aveva  con- 
cesso ai  cavalieri  tal  distinzione. 

LAUREO  o  LAURI  V^cenzo, 
Cardinale.  Vincenzo  Laureo  o  Lau- 
ri, nato  in  Tropea  nella  Calabria  da 
miserabili  genitori,  ma  di  onesta  e 
civile  condizione,  bene  educato  per 
opera  di  una  sua  sorella  chiamala 
Beatrice,  presso  Ferdinando  duca 
di  Nocera,  questi  gli  pose  tale  a- 
more  come  a  proprio  figlio.  Sino 
dai  primi  anni  diede  manifesti  se- 
gni di  straordinaria  saviezza  e  gra- 
vila di  costumi,  indi  apprese  con 
incredibile  celerilà  le  lettere  gre- 
che e  Ialine  da  Giovanni  Padilla 
spagnuolo,  a  cui  il  duca  avea  af- 
fidato l'educazione  morale  e  lette- 
raria del  suo  figlio  Alfonso  e  di 
Vincenzo  coetanei.  Il  Padilla,  sic- 
come uomo  quanto  dotto  alfrettan- 
to  d'illibati  costumi,  pose  ogni  stu- 
dio d' istillarli  ne'suoi  allievi,  par- 
ticolarmenle  la  divozione  verso  la 
Beata  Vergine,  colla  giornaliera  re- 
cita del  suo  uffizio,  ciò  che  il  Lau- 
reo continuò  per  tutta  la  sua  vi- 
ta. Col  favore  del  duca,  Vincenzo 
si  trasferì  a  Napoli,  e  poi  a  Pado- 


LAU 

va  dove  nelle  facoltà  filosofiche, 
mediche  e  teologiche  fece  tali  e  si 
mirabili  progressi,  sino  a  ritene- 
re a  memoria  la  Somma  dell' an- 
gelico s.  Tommaso,  com'ebbe  a  te- 
stificare s.  Pio  V.  Condottosi  a 
Roma  poco  mancò  che  un  fiero 
toro  l'uccidesse  presso  la  piazza  di 
s.  Marco,  dappoiché  sollevatolo  in 
aria  colle  corna,  tuttavia  non  pati 
alcun  detrimento.  Indi  entrò  nella 
corte  del  celebre  cardinal  Parisio, 
ove  strinse  amicizia  sincera  con 
Ugo  Boncompagni,  poi  Gregorio 
XI II.  Passò  quindi  in  quella  del 
cardinal  Nicolò  Caddi,  il  quale  ta- 
le stima  prese  per  Vincenzo,  che 
levatosi  un  giorno  dal  capo  il  cap- 
pello cardinalizio,  lo  pose  su  quel- 
lo suo,  dicendogli  :  Ti  auguro  que- 
sto onore,  che  non  dubito  un  gior- 
no conseguirai.  Dopo  la  morte  del 
cardinale,  entrò  nella  corte  del 
cardinal  di  Tournon,  il  quale  per 
segno  di  affettuosa  stima  gli  rinun- 
ziò due  pingui  priorati  di  Polonia, 
che  poi  Vincenzo  rinunziò  a' ge- 
suiti, coll'obbligo  di  mantenere  nei 
medesimi  due  loro  missionari.  Tras- 
feritosi col  cardinale  in  Francia, 
fu  richiesto  dal  cardinale  Ippolito 
d'Este  legato  a  lalere  in  detto  re- 
gno. Ivi  acceso  di  zelo  per  propa- 
gare la  religione  cattolica,  conver- 
tì parecchi  calvinisti,,  e  concorse  a 
confermare  nella  romana  credenza 
Antonio  re  di  Navarra,  che  in  pun- 
to di  morte  persuase  a  ricevere  i 
sagramenti,  in  qualità  di  suo  me- 
dico. Piitornato  a  Roma  col  cardi- 
nal d'Este,  che  gli  donò  tremila 
scudi,  s.  Pio  V  lo  fece  vescovo  di 
Mondovi  e  nunzio  a .  Maria  Stuar- 
da regina  di  Scozia.  A  cagione  del- 
le politiche  vicende  di  quella  regi- 
na, dovè  fermarsi  a  Parigi,  indi 
portarsi  alla  sua  chiesa.  Nei  brevi 


LAU  179 

che  il  Papa  avea  scritto  alla  regi- 
na, celebrò  il  nunzio  qual  uomo 
di  singolare  e  rara  virtù,  fornito 
di  dottrina  e  prudenza.  Visitò  la 
città  e  diocesi  di  Mondovi,  e  sic- 
come a  cagione  delle  guerre  reli- 
giose la  trovò  piena  d'eretici,  con 
dolcezza  e  con  rigore  li  bandì  da 
essa.  Fondò  il  seminario,  pacificò 
nobili  e  cittadini.  Fu  inviato  nun» 
zio  ad  Emmanuele  Filiberto  duca 
di  Savoia,  che  per  la  venerazione 
che  concepì,  a  di  lui  istanza  espul- 
se tutti  gli  eretici  dal  Piemonte. 
Gregorio  XIII,  suo  antico  amico,  lo 
trasferì  alla  nunziatura  di  Polonia: 
portatosi  prima  in  Roma  per  la 
morte  del  re,  fu  dal  Papa  accollo 
e  trattato  nel  palazzo  apostolico, 
finché  eletto  per  nuovo  re  Enrico 
di  Francia,  partì  per  Parigi  per 
congratularsene,  e  con  lui  passò  in 
Polonia.  Ivi  con  zelo  promossegli 
interessi  della  religione,  combattè 
gli  eretici,  guadagnò  alla  fede  An- 
drea Lorichio  ambasciatore  del  re 
di  Svezia,  e  persuase  Giovanni  re 
di  Svezia  a  ricevere  il  dotto  ge- 
suita Antonio  Possevino  nunzio 
pontificio,  il  quale  impegnò  Sigis- 
mondo figlio  del  re  e  tutta  la  fa- 
miglia ad  abbracciare  il  caltolici- 
smo.  Dopo  la  repentina  partenza 
del  re  Eurico  dalla  Polonia,  per 
salire  sul  trono  di  Francia,  il  nun- 
zio senza  effetto  si  adoperò  perchè 
fosse  eletto  in  successore  Massimi- 
liano II  re  de'  romani,  ma  non 
essendovi  riuscito  gli  convenne  riti- 
rarsi in  Slesia.  Divenuto  re  Stefa- 
no Batorio,  il  nunzio  gli  racco- 
mandò la  fede  cattolica,  e  la  buo- 
na corrispondenza  con  Ridolfo  \\ 
re  de'romani;  e  nel  concilio  pro- 
vinciale di  Petricovia  ottenne  a 
fronte  degli  sforzi  degli  eretici,  che 
fosse  mantenuta  illesa  l'ecclesiasti- 


,8o  LAU  LAU 

ca    giurisdizione    ed    immunità,    e  lauto  pranzo,  nel  quale  egli    con- 
che senza  alcuna  eccezione   fossero  tento  di  scarso  alimento,    tutto    il 
accettali  i  decreti    del    concilio    di  suo  diletto  riponeva  nella  loro  con- 
Trento; laonde  il  celebre  cardina-  versazione.     Voleva    però     che    a 
le  Osio  assicurò  il  Papa,    che  per  mensa  sempre  si  leggesse    qualche 
opera  del  vescovo  di    Mondovi    e-  libro  sacro.  Riguardò  i  suoi  fami- 
rasi  nella  Polonia  meglio  propaga-  gliari  e  domestici    con   amore    pa- 
la la  cattolica  religione,    ed  accre-  terno,    occupato    assiduamente    nel 
scinta  l'autorità  della  Sede  aposto-  procurare  i    loro  vantaggi.    Meritò 
lica.  Tornato  in  Roma    a  rendere  di  goder    l'amicizia    de'  ss.     Carlo 
conto  della  sua  nunziatura,    quan-  Borromeo ,    Filippo    Neri ,  Ignazio 
do  pensava  restituirsi  alla  sua  chic-  Lojola,    Camillo    de   Lellis,    Felice 
sa,  da  Gregorio  XllI  fu    deputato  da  Cantalice  e    Francesco    Borgia, 
prefetto    della    congregazione    isti-  Siccome  poi  avea    goduto    l'amici- 
tuita  per  la  correzione    del   calen-  zia  di  Bernardo  Tasso,  la  continuò 
dario  romano;    se    non    che  l'im-  anco  al  figlio  Torquato  che    seni- 
matura  morte  del  duca  di   Savoia  pre  accarezzò  e  favori,   come  rile- 
r  obbligò  ad  un  nuovo  viaggio  per  vasi  dalle  sue  lettere.   Giunto  alla 
esortare    Carlo  Emmanuele    figlio  età  d'anni  sessantanove,  nell'ultima 
del  defunto  a  mantenere   la    pace,  malattia,    munito    de'  santi    sacra- 
Neir  esercizio  di  questa  nunziatura,  menti,    due    volte    benché    grave- 
benchè  assente,    Gregorio    XIII    ai  mente    infermo    ricevè    nella    cap- 
12  dicembre    i583  lo  creò    cardi-  pella  domestica    vestito    da    cardi- 
nale prete,  poi  ebbe  il  titolo  di  s.  naie  il  s.  Viatico^    e    con    tal  fer- 
Maria  in  Via,    e  fu  fatto    prefetto  vore,  che  sembrava  un  angelo.  As- 
delle    congregazioni    de'  riti    e    dei  sistito  da  s.  Camillo  de  Lellis,  che 
vescovi  e  regolari ,    non  che    prò-  ne  predisse    la  morte,    firn    di  vi- 
tettore  de'minimi,    de'ministri    de-  vere  in  Roma    nel   1592,    con  fa- 
gl' infermi,  e  del  regno    di  Scozia,  ma    universale    di   uomo    dotto    e 
In  tal  qualifica  riconobbe    giuridi-  santo.  Fu  sepolto    nella    chiesa  di 
camente  il  testamento   dell'  infelice  s.  Clemente  suo  secondo  titolo,  ove 
regina    Maria    Stuarda    decapitata  gli  fu  eretto  un    monumento   con 
in  Londra,  da  lei  scritto  in    fran-  l'arme  gentilizia,  e  col  di    lui   no- 
cese  il  giorno  precedente    alla  sua  me  scolpito  in    metallo.    Lasciò  la 
morte.  Il  cardinale    lo    sottoscrisse  suppellettile    a'  suoi    famigliari     e 
e  consegnò    al    conte   di    Olivares  domestici,  la  biblioteca  al  collegio 
ambasciatore  di  Spagna   in  Roma,  romano,  e  l'eredità  a'  religiosi  mi- 
Si  trovò  presente    a    quattro  con-  nistri  degl'infermi.   La  vita  di  que- 
clavi,  ma  non  giunse  in  tempo    a  sto  pio  e  degno  cardinale  la  scris- 
quello  in  cui  fu  eletto  Sisto  V.  Il  sero  il  Castiglioni,  e  Ruggero  Trik- 
suo    carattere    schietto    e   sincero,  toni  suo  segretario   in   latino,    che 
non  solo  faceagli  pronunziare    con  il  Rossi  stampò  a  Bologna  nel  iSgg. 
senatoria  libertà  i  propri  sentimen-  Si  vuole  che  il  cardinale  compilas- 
ti, ove  la  necessità  o    la    giustizia  se  la    vita    del  cardinal    Tournon, 
Io    richiedeva,    ma    gli  faceva    ri-  suo  generoso  benefattore, 
guardar    gli    amici    con    affettuosa  LAURERIO  o  LORKRIO  Dio- 
beuevplenza,  trattandoli    sovente  a  wisio,  Cardinale,    Dionisio   Laure- 


LAU 

rio  o  Lorerio  nacque  in  Beneven- 
to da  miserabili  genitori  di  oscura 
condizione,  che  il  INicaslro  nella 
sua  Pinacoteca  Beneventana  dice  no- 
bili ed  illustri.  Professò  in  tenera 
età  nell'ordine  de'  servili,  dove  la 
sua  singolare  dottrina  ed  eloquen- 
za gli  meritò  le  prime  cariche. 
Lesse  filosofia,  matematica  .  e  teo- 
logia in  Perugia,  Bologna  e  Roma, 
e  come  eccellente  predicatore  con 
molta  gloria  predicò  in  molti  dei 
più  famosi  pulpiti  d' Italia.  Enrico 
Vili  re  d'Inghilterra  lo  fece  suo 
ministro  presso  la  santa  Sede  in 
luogo  di  Tommaso  Crammer  suo 
cappellano.  Questi  giunto  in  Lon- 
dra mise  in  ottima  vista  Dionisio 
al  re,  alla  cui  corte  d'ordine  di 
Clemente  VII  dovette  poi  trasfe- 
rirsi per  urgentissime  cause,  e  per 
affari  di  religione.  Restituitosi  a 
Roma,  il  Papa  lo  nominò  generale 
del  suo  ordine ,  ma  egli  anziché 
prevalersi  del  breve  di  nomina , 
raccolto  il  capitolo  rimase  a  pieni 
voti  nell'addossatogli  ministero  sta- 
bilito e  confermato,  quantunque  ciò 
dispiacque  a  lui  solo,  che  ripugnan- 
te e  piangente  accettò.  Spedito  da 
Paolo  III  nel  i536  a  Giacomo  V 
re  di  Scozia  pel  concilio  generale, 
con  prerogative  di  legato  a  latere 
e  facoltà  amplissime  per  visitare, 
correggere  e  riformare  monasteri 
di  monache,  conventi  di  frati,  col- 
legi, capitoli,  università,  chiese  di 
sacerdoti  secolaii  e  regolari,  cosa 
che  non  poteva  cadere  più  in  ac- 
concio attesa  l'apostasia  di  Enrico 
Vili  dalla  Chiesa  romana,  e  con 
lui  lutto  il  regno  d' Inghilterra,  il 
quale  come  confinante  colla  Scozia 
poteva  agevolmente  comunicargli  i 
suoi  errori  ;  disordine  a  cui  si  pro- 
curava di  prevenire  colla  riforma 
dell'uno  e  l'altro  clero.  Dopo  que- 


LAU  i8i 

sta  legazione  da  lui  compiuta  cou 
dignità  e  valore.  Paolo  III  a'  12 
dicembre  i539  lo  creò  cardinale 
prete  del  titolo  di  s.  Marcello,  e 
nel  i54o  vescovo  di  Urbino.  Il 
Papa  per  distinzione  gli  trasmise 
la  berretta  cardinalizia  per  mezzo 
di  Pier  Luigi  Farnese ,  duca  di 
Parma  e  Piacenza ,  cioè  gli  avrà 
recato  la  notizia  della  promozione 
ovvero  la  berretta  de'  regolari,  giac- 
che solo  a  questi  Gregorio  XIV 
accordò  la  berretta  rossa  come  l'u- 
savano gli  altri  cardinali.  Continuò 
la  suprema  prefettura  dell'ordine, 
sinché  fu  destinato  legalo  della 
provincia  di  Campagna,  ma  riten- 
ne r  arcidiaconato  di  Benevento  , 
che  conservò  fino  alla  morte.  Si 
narra  che  Dionisio  trattando  fami- 
gliarmente  negli  sludi  di  matematica, 
in  cui  era  eccellentemente  versato, 
col  cardinal  Farnese  poi  Paolo  III, 
gli  predisse  il  pontificato,  onde  que- 
sti gli  pose  subito  in  testa  la  sua 
berretta  cardinalizia.  Lo  stesso  Pon- 
tefice, e  r  imperatore  Carlo  V  sog- 
giornando in  Lucca,  d'unanime  con- 
senso incaricarono  il  cardinale  di 
portarsi  in  Firenze  per  indurre  il 
duca  a  consentire  alla  celebrazio- 
ne del  conciho  generale.  Si  trat- 
tenne tre  mesi,  parte  co'  suoi  frati 
in  Firenze,  e  parte  nel  Monte  Se- 
nario  onde  rimettersi  in  salute,  e 
ricuperare  le  perdute  forze  :  in  tale 
occasione  ottenne  che  il  duca  fa- 
cesse restaurare  i  bagni  di  s.  Fi- 
lippo. Quanto  il  cardinale  fu  fa- 
vorevole a  Carlo  V,  altrettanto  si 
mostrò  contrario  a  Francesco  I 
re  di  Francia,  per  cui  una  volta 
con  gran  ardore  perorò  contro  di 
lui  in  pubblico  concistoro,  del  che 
fu  energicamente  ripreso  dal  car- 
dinal de  Cupis  decano  del  sacro 
collegio.  Morì  in  Roma  d'anni  qua- 


i82  LAV 

rantacinque  nel  i542,  e  fu  sepol- 
to nella  chiesa  del  suo  titolo  con 
elegante  iscrizione.  Fu  quasi  d'o- 
gni sorte  di  scienza  a  meraviglia 
ornato,  prudente,  grazioso  nel  con- 
versare per  la  sua  dolce  eloquen- 
za, ond'era  amalo  da  quanti  lo  pra- 
ticavano. 

LAURIAC,  Laurìacum.  Luogo 
di  Francia  nell'  Anjou.  Neil'  anno 
843  vi  si  tenne  un  concilio,  in  cui 
si  fecero  quattro  canoni,  de*  quali 
i  due  primi  anatematizzano  coloro 
che  non  obbediscono  al  re.  Diz. 
de*  concila. 

LAUS  TIBI  DOMINE  REX  AE- 
TERNAE  GLORIAE.  Si  dicono 
queste  parole  invece  dell'  Alleluja 
nel  principio  delle  ore  canoniche, 
cominciando  dalla  settuagesirna  fi- 
no a  Pasqua,  per  decreto  di  Ales- 
sandro II  del  1061.  Gem.  lib.  IV, 
e.  117;  Baronio  an.  1078.  Con- 
tengono il  medesimo  significato  che 
V  Alleluja  (Fedi),  si  pronunziano 
nondimeno  in  segno  di  mestizia 
in  lingua  latina,  come  più  umile 
e  bassa  dell'ebrea,  come  si  espri- 
me il  Macri,  citando  Alenino,  cap. 
De  septuag,  V.  il  Cecconi,  Disser- 
tazione dell' Alleluja,  num.  XI. 

LAVABO.  Termine  di  chiesa  che 
dicesi:  i."  dell'azione  dei  sacerdoti, 
i  quali  si  lavano  le  dita  celebran- 
do la  messa  ;  2.**  della  parte  della 
messa,  in  cui  quell'  azione  viene 
fatta;  S.**  del  pannolino  con  cui  il 
sacerdote  asciuga  i  diti,  dopo  es- 
serseli lavati,  in  seguito  all'  of- 
fertorio; 4-"  ^^lla  carta  su  cui  so- 
no scritte  o  stampate  queste  pa- 
role. Lavabo  inter  ìnnocentes  ma- 
nus  meas,  ec.  Anticamente  in  al- 
cune chiese  recita  vasi  questo  solo 
versetto  Lavabo;  in  oggi  si  dice 
tutto  il  restante  del  salmo  25,  da 
cui  è  tolto,   col  Gloria  Patri,  ec- 


LAV 

celtuate  le  messe  dei  morti,  e  in 
quelle  de  tempore,  dalla  domenica 
di  Passione  fino  al  sabbato  santo 
exclusive;  ma  non  però  nelle  messe 
votive  de  Passione  e  de  Cruce , 
che  nel  tempo  pure  si  celebrano 
di  Passione,  come  avverte  il  Colti, 
Dici,  liturg.  par.  I,  tit.  Lavabo. 
I  certosini  ed  i  domenicani  reci- 
tano il  salmo  Lavabo  arrivando 
soltanto  fino  al  versetto  Ne  perdas 
cum  impiis,  inclusivamente.  Quan- 
to all'azione  della  lavanda  delle  di- 
ta, il  sacerdote  colle  mani  giunte 
si  porta  in  cornu  epìstolae,  dove 
infondendogli  l'acqua  il  ministro, 
si  lava  le  mani,  cioè  l' estremità 
delle  dita  pollice  e  indice,  dicendo 
il  salmo  ec,  ed  il  Gloria  Patri 
nello  stesso  cornu  epislolae.  Nel  IV 
secolo  s.  Cirillo  di  Gerusalemme  , 
Cath.  Mystag.  i5,  e  l'autore  del- 
le Costituzioni  apostoliche  \.  2,  e.  8, 
n.  II,  osservano  che  quest'atto  di 
lavarsi  le  mani  è  un  simbolo  della 
purità  dell'anima  che  devono  ave- 
re i  sacerdoti  nella  celebrazione  del 
santo  sacrifizio.  La  lavanda  delle 
mani  poi  che  fa  il  sacerdote  pri- 
ma di  vestirsi  per  la  messa,  o  per 
altra  sacra  funzione,  significa  la  mon- 
dezza esteriore,  eh'  è  naturale  alla 
convenienza  ed  alla  riverenza  che 
devesi  a'  sacrosanti  misteri  che  si 
accinge  a  trattare ,  ed  alle  sacre 
funzioni  ch'egli  va  a  fare.  Questa 
esteriore  mondezza  indica  pure  la 
mondezza  interiore,  colla  quale  si 
deve  avvicinare  ai  tremendi  miste- 
ri. Il  p.  Le  Brun,  Spieg.  delle  ce- 
rem.  della  messa  tom.  II,  p.  343, 
nota  le  diversità  assegnate  al  tem- 
po per  fare  questa  azione.  Secon- 
do r  ordine  romano  si  fa  imme- 
diatamente avanti  l'oblazione;  nel- 
le chiese  di  Francia  e  di  Germa- 
nia immediatamente  dopo  ;    in  al- 


LAV 

cune  si  usa  farla  avanti  e  dopo. 
V.  le  note  del  p.  Morando  sul  Sa- 
cramentario di  s.  Gregorio  I,  p. 
370  e  371. 

LAVAL  o  LAVAL  GUYON , 
LavaUiuììiy  Vollis  Guidonìs.  Città 
di  Francia  nella  bassa  Maina,  ca- 
poluogo del  dipartimento  della 
Mayenne  di  circondario  e  di  can- 
tone, nella  diocesi  di  JMans.  E  si- 
tuata sopra  un  colle  alla  riva  de- 
stra della  Mayenne,  che  la  divide 
dal  più  grande  de'  suoi  sobborghi 
con  cui  comunica  mediante  il  pon- 
te recentemente  costrutto.  Il  vec- 
chio castello,  sormontato  da  alta 
torre  rotonda,  fu  un  tempo  la  di- 
mora dei  duchi  di  Lavai,  e  poscia 
de'duchi  della  Tremouille.  In  fian- 
co vi  fu  eretto  altro  bel  castello. 
La  chiesa  della  ss.  Trinità,  costrut- 
ta sull'area  d'un  tempio  di  Giove, 
è  di  rimarchevole  architettura  go- 
tica mischiata  colla  moderna  ;  quella 
de'  francescani  si  distingue  per  la 
volta  di  legno  dipinta,  e  per  le 
sue  trenlasei  colonne,  metà  in  mar- 
mo rosso,  e  metà  in  marmo  nero; 
nel  gran  sobborgo  si  vede  la  chie- 
sa di  s.  Veneranda.  La  città  è  assai 
manifatturiera,  massime  di  tele, 
e  vanta  diversi  uomini  illustri.  Si 
crede  fabbricata  sotto  Carlo  il  Cai. 
vo  onde  arrestare  le  scorrerie  dei 
bretoni.  Divenne  il  capoluogo  di 
una  delle  grandi  signorie  di  Fran- 
cia, possedute  dalla  famiglia  dei 
Guy,  e  ch'ebbe  per  molto  tempo 
il  titolo  di  baronia.  Carlo  VII  nel 
14^9  la  eresse  in  contea  colla  di- 
gnità di  pari.  Edme  di  Lavai,  ere- 
de di  questa  signoria,  portolla  in 
dote  a  Matteo  II  sire  di  Montmo- 
rency,  il  cui  figlio  prese  il  nome 
di  Lavai  che  lasciò  a'  suoi  discen- 
denti. Ma  nel  i52i  Francesco  de 
la  Tremouille  ne  divenne  possesso- 


LAV  ia5 

re  sposando  Anna  di  Lavai.  Fu 
presa  per  iscalata  da  Talbot  gene- 
rale degli  inglesi  nel  1466,  indi 
nell'anno  seguente  ripresa  da'  fran- 
cesi sotto  la  condotta  dei  signori 
del  paese.  Molto  soffrì  durante  la 
guerra  della  Vandea,  e  fu  presa 
nel  1793  dai  vandeisti.  Ne' suoi 
dintorni  ebbe  origine  la  cosi  detta 
diovaneria,  della  quale  i  quattro 
fratelli  Chovan,  abitanti  della  cam- 
pagna, furono  i  creatori  ed  i  pri- 
mi capi.  Da  ultimo  il  eh.  J.  Gre- 
ti Aeau  Joly  ci  ha  dato  1'  Hisloire 
de  la  Vandee  mìlitaire^  la  cui  XII 
edizione  aumentata  di  più  di  mil- 
le pagine  di  nuovo  testo,  venne 
pubblicata  nel  i843  in  Parigi  dal 
Gosselin. 

Nel  1242  vi  si  tenne  un  conci- 
lio, che  presiedette  Giuvelio  di 
Magonza  arcivescovo  di  Tours,  e 
vi  fece  alcuni  regolamenti  di  di- 
sciplina. Il  terzo  de'  medesimi  sta- 
bilisce che  gli  abbati  non  potran- 
no cambiare  i  priori.  Il  quarto 
vieta  agli  arcidiaconi  di  trattare  le 
cause  di  matrimonio,  o  di  simonia, 
senza  un  potere  speciale  del  vesco- 
vo, e  di  avere  officiali  fuori  della 
città.  Il  quinto  richiama  le  pene 
stabilite  dai  canoni  contro  gli  ec- 
clesiastici che  difendono  cause  nei 
tribunali  secolari.  Il  settimo  rin- 
nova il  divieto  fatto  ai  religiosi  di 
avere  in  proprietà  del  denaro  per 
acquistarsi  degli  abiti.  L'ottavo  di- 
chiara che  colui  il  quale  rimane 
scomunicato  un  anno,  dev*  essere 
punito  coli'interdetto  del  luogo  ove 
abita.  Il  nono  ordina  che  coloro 
i  quali  sono  accusati  di  aver  fatto 
ingiuria  alle  chiese,  e  contro  i 
quali  vi  sono  de'forti  sospetti,  si 
purghino  canonicamente,  e  venga- 
no puniti  se  non  riescono  a  farlo. 
Labbé  t.  XI;  Arduino  t.  X. 


i84  LAV 

LàVAL  MOINTMORENGY  Lo- 
dovico Giuseppe,  Cardinale.  Lodo- 
vico Giuseppe  Lavai  de  Monttno- 
jenny,  nobilissimo  francese,  nacque 
in  Blaycler  diocesi  d'Angouléme  nel 
1724-  Ricevuta  una  educazione 
conveniente  alla  sua  cospicua  con- 
dizione, egregiamente  compì  il  cor- 
so degli  studi,  dopo  i  quali  avendo 
abbracciato  lo  stato  ecclesiastico, 
meritò  di  essere  nominato  vescovo 
di  Condom,  sede  a  cui  lo  preconiz- 
zò il  Papa  Benedetto  XIV  nel 
concistoro  de'  i3  marzo  lySS.  Da 
questo  vescovato  lo  traslatò  a  quel- 
lo di  Metz  Clemente  XIII  a  6 
aprile  1761,  indi  fu  dal  re  di 
Francia  dichiarato  gran  limosiniere 
del  regno.  Ad  istanza  del  re  Lui- 
gi XVI,  il  Pontefice  Pio  VI  nel 
concistoro  de'  3o  marzo  1789  lo 
creò  cardinale  dell'ordine  de'preti. 
Inoltre  Pio  VI  dichiarò  il  di  lui 
nipote  Anna  Pietro  de  Lava}  Mont- 
morency,  cameriere  segreto  sopran- 
numerario, ed  ablegato  apostolico 
a  recargli  la  berretta  cardinalizia. 
A  cagione  delle  politiche  vicende 
de'tempi  non  potè  intervenire  al 
conclave  in  cui  fu  eletto  Pio  VII, 
né  in  Roma  a  ricevere  l'insegne, 
il  cappello  e  il  titolo  cardinalizio, 
restando  sempre  fedele  ai  Borboni, 
per  cui  Napoleone  nel  1806  nomi- 
nò alla  sua  sede  di  Metz  Gaspare 
JaufFret.  Lodato  per  belle  qualità, 
d'anni  ottantaquattro  mori  in  Alto- 
na,  nel  mese  di   marzo    1808. 

LAVANDA  o  LAVaMENTO 
DEGLI  Altari.  Cerimonia  che  pra- 
ticasi nel  giovedì  santo,  nella  ba- 
silica vaticana  ed  in  alcune  altre 
chièse,  all'altare  maggiore,  mentre 
prima  era  più  comune,,  come  de- 
scrivemmo all'  articolo  Altare,  § 
Vili,  Lavanda  dell'  altare.  Questa 
lavaada  ha  luogo  dopo  lo  spoglia- 


lav 

mento  degli  altari,  che  ci  ricoi*da 
Gesù  Cristo  figurato  dall'  altare, 
quando  fu  spogliato  delle  sue  ve- 
sti in  tempo  di  sua  passione  ;  do- 
po la  lavanda  il  popolo  suole  ba- 
ciare gli  altari.  Sembra  che  questa 
cerimonia  della  lavanda  non  sia  sta- 
ta introdotta  solo  per  pulire  gli  alta- 
ri, avvicinandosi  la  festa  di  Pasqua, 
come  congetturarono  il  Battelli,  De 
ritu  ec.  ;  e  Du  Vert,  Des  cèrénio- 
nies  de  V  Eglise  t.  I,  p.  36,  però 
la  ragione  mistica  dicesi  figurare 
la  lavanda  de' piedi  fatta  da  Gesù 
Cristo  agli  apostoli.  Monsignor 
Cristoforo  Battelli  ci  diede  :  Ritus 
annuae  ahludonis  altaris  majoris 
sacros.  bas.  Val.  in  die  Coenae 
Domini  explicatiis^  et  illuslratus. 
Romae  1676  et  1072.  Questo  rito 
che  stolt<imente  fu  praticato  in  o- 
nore  de'  falsi  Dei  anche  dai  gen- 
tili, i  quali  con  acqua  lustrale  ne 
lavavano  con  solenne  rito  le  sta- 
tue, ed  aspergevano  il  popolo,  le 
are  e  le  immagini  degli  stessi  Dei, 
è  in  uso  non  solo  presso  i  greci, 
ma  anche  presso  i  latini,  in  tutte  le 
chiese  degli  ordini  de'  predicatori, 
come  attesta  Cavalieri  vescovo  di 
Gravina ,  nella  Staterà  sacra,  til. 
IV,  n.  127;  e  carmelitani  comesi 
ha  dal  Fantoui,  in  Caerem.  Carmeli- 
tan.  lib.  II,  p.  242.  Ih  alcune 
chiese  gallicane  e  spagnuole  si  be- 
nediceva l'acqua  e  il  vino  che  dove- 
vano servire  per  questa  lavanda, 
che  face  vasi  altrove  coli'  acqua  di 
rose  e  coll'isopo  mischiato  all'  ac- 
qua e  al  vino  dai  sacri  ministri, 
i  quali  si  vestivano  di  bianco  coi 
piedi  nudi,  ovvero  assumevano  i 
paramenti  violacei,  aggiungendo  in 
fine  la  commemorazione  del  santo, 
in  onore  di  cui  era  eretto  l'altare. 
Ma  in  nìun  luogo  si  eseguisce  la 
funzione  con  più  nobili  cerimonie, 


LAV 

come  uetla  basilica  vaticana,  illu- 
strale dal  Marlene,  De  ant.  tccl. 
rit.  t.  Ili;  da  Benedetto  XIV,  De 
festis  p.  139;  e  particolarmente 
con  singolare  dottrina  da  Giuseppe 
Suaeres  vescovo  di  Vaison,  vicario 
della  basilica,  coll'opera  intitolata  ; 
De  ri  tu,  qui  ohsetvalur  in  has.  Val. 
qiLoUinnis  in  die  Coena  Domini ^ 
ut  sub  occasum  solis  procedente 
chorOy  clerus  omnis  cuni  aspergillus 
altare  super  Aposloloruin  Confes- 
sioneni  extructum  vino  diffuso  la- 
vet^  atque  adspergat,  et  probatur 
esse  antiquissiniuni  usum,  Romae 
1676. 

Varie  sono  le  spiegazioni  che 
danno  i  liturgici  di  (juesli  riti.  Es- 
sendo, come  dicemmo,  l'altare  in 
più  luoghi  della  ScrilUua  simbolo 
di  Gesù  Cristo,  nel  suo  spogliamen- 
to  intende  la  Chiesa  di  significare 
la  sua  nudità,  come  pure  dichiarò 
Melch.  Inchofer,  Epist.  ad  Anior- 
tium  de  templorum  denudalione , 
ext.  cum  Geor.  A  crepoli  la  p.  ^zog. 
Durando,  Radon,  divin.  offìc.  lib. 
VIj  e.  76,  dice  che  l'altaie  si  lava 
coH'acqua  e  col  vino  per  ricorda- 
re r  acqua  ed  il  sangue  che  sca- 
turirono dal  costato  di  Gesti  Cristo; 
ovvero  per  alludere  coU'acqua  alle 
lagrime,  col  vino  all'unguento,  co- 
gli aspergini  o  rami  di  bosso  ar- 
ricciati ai  capelli  coi  quali  Maria 
Vergine  lavò,  unse,  asciugò  il  cor- 
po dell'  estinto  figlio.  Ruperto'  e 
Beleto  si  uniscono  a  credere  che 
nel  vino  si  rappresenti  il  sangue 
con  cui  fu  redento  l'uman  genere, 
e  nell'acqua  il  battesimo  con  cui 
viene  rigenerato.  Lo  spargimento 
del  vino  e  dell'acqua  per  tutta  la 
mensa  dell'altare,  dicesi  esprimere 
la  comunicazione  della  virtù  della 
Passione,  e  la  santificazione  della 
Chiesa,  seguita  per  mezzo  suo.  Per 


LAV  i85 

gli  aspergini  vuoisi  figurata  la  co- 
rona di  spine  o  i  flagelli,    con  cui 
fu  coronato  ^  percosso  il  Redento- 
re. Le  spugne  ricordano  quella  in- 
zuppata di  fiele  ed  aceto,  con  cui 
fu    abbeverato     Gesù     moribondo; 
ovvero    quelle    colle    quali    le    pie 
donne  ne  raccolsero  il  prezioso  san- 
gue. I  tovaglioli  co'  quali  asciugasi 
l'altare  possono  significare   la  sacra 
sindone    o    lo    sciugatoio    con    cui 
Pilato   si  asciugò    le    mani  ;    final- 
mente le  candele   smorzate  rappre- 
sentano le  tenebre,    cui    restò    co- 
perta la  terra  nella  mancanza  del- 
la vera  luce,  mentre    il    canto  lu- 
gubre de'  salmi  dimostra  la  comu- 
ne mestizia  per  la   morte    del  Re- 
dentore.  V.  Fr.  Orlendi,    Duplex 
lavacrum  in   Coena  Domini^    alte- 
rum  de  sacra  pedum  lotione^  aite- 
rum  de  expiandis  altaribus ^YÌQven' 
tiae   17  IO.   Riferisce  poi   il  Galletti, 
nelle  Memorie  del  cardinal  Passio- 
nei,  p.    109,  che  s.  Leone  IX  con- 
sacrò in  Besangone  una    mensa  di 
altare,  che  servì  alla  chiesa  di  san 
Stefano,  la  quale  poi  rovinò.   Quin- 
di fu  trasferita  a  quella  di  s.  Gio. 
Evangelista     metropolitana.    Osser- 
vabile è  il  rito  che  quivi    s'intro- 
dusse, cioè  di   riempire  di    vino  nel 
giorno  della    cena    del     Signore,  il 
concavo  di  detta  mensa,  dal  quale 
i  canonici   traggono  il  vino  per  be- 
verlo  per  ordine,    baciando    prima 
l'altare,  ed  altrettanto  la  poi  il  po- 
polo spettatore. 

LAVANDA  DE' CADAVERI,  r. 
Cadaveri,  Funerali,   Imbalsamare. 

LAVANDA  DELLE  MANI.  Ol- 
tre quanto  dicemmo  all'articolo  La- 
vabo, ed  agli  altri  articoli  Cappel- 
le Pontificie,  e  Famigliari  de'  car- 
dinali E  PRELATI,  sulla  lavanda  del- 
le mani  del  Papa,  de'  cardinali  e 
de'  vescovi,  qui  aggiungeremo  alcu- 


i86  LAV  LAV 

ne  altre  erut^izioni.  Nelle  funzioni  dato  dal  cerimoniere  Chiapponi,  in 
che  celebra  il  Papa  gli  dà  l'acqua  Ada  canoniz.  sanctor.  PUF,  etc, 
alle  mani  il  principe  assistente  al  pag.  227,  conae  riporta  il  Novaes 
soglio,  il  senatore,  i  conservatori  di  nelle  Dissert.  storico ■  criticlie ^  to- 
Roma  ed  il  maestro  del  sacro  ospi-  mo  II,  pag.  i23.  V.  il  Sarnel- 
zio,  al  modo  detto  al  rispettivi  arti-  li,  Lett.  eccl.  tom.  IX,  pag.  22, 
coli.  Nell'esercilare  detti  personaggi  lett.  2  i  :  iSe  //  laicOf  che  vuol  ser- 
questo  onorévole  uffizio,  che  prima  vìre  la  messa,  dee  lasciar  la  spada. 
disimpegnavano  anche  gli  y^m^<7^ci<i!-  In  altre  funzioni  ove  non  hanno 
tori  (Fedi),  sono  accompagnati  da  luogo  i  conservatori  di  Roma,  co- 
un  cerimoniere  e  da  due  mazzieri,  me  nel  solenne  battesimo  che  fece 
oltre  i  prelati  uditore  di  rota  e  chic-  Clemente  XI  in  s.  Pietro,  il  prin- 
rico  di  camera,  porgitori,  il  primo  cipe  assistente  al  soglio  ed  il  mae- 
del  pannolino  o  mantile  sopra  un  stro  del  sacro  ospizio  versarono 
piatto  d' argento  dorato,  per  ascia-  l'acqua  sulle  mani,  presentando  il 
garsi  le  mani,  il  secondo  del  grem-  tovagliolo  il  cardinal  decano.  Nella 
biale.  Il  cerimoniere  ,  ov'  è  la  messa  bassa  che  il  Papa  celebrò, 
credenza  pontifìcia  ,  pone  sulle  versò  l'acqua  sulle  mani  il  came- 
spalle  di  chi  deve  dare  Tacqua  riere  segreto  coppiere,  ed  il  detto 
alle  mani  un  velo  di  seta  bian-  cardinale  presentò  il  tovagliolo.  Il 
ca,  paonazza  a  rossa,  ec.  secondo  maestro  di  camera  ed  il  sagrista 
il  colore  de'  paramenti ,  guarnito  assisterono  nella  messa  il  Pontefl- 
con  merletto  d'oro;  ed  il  creden-  ce.  Al  pranzo  il  coppiere  sommi- 
ziere  del  Papa  vestito  in  abito  da  nistrò  l'acqua  alle  mani,  ed  il  me- 
città  gli  consegna  un  boccale  con  desimo  cardinale  l'asciugatoio.  Quan- 
acqua  e  bacile  di  argento  dorato,  to  al  presentare  che  fa  il  cardinale 
L'acqua  dev'essere  prima  pregusta-  decano  del  mantile  o  asciugamano 
ta  dal  credenziere.  Chi  somministra  al  Papa,  monsignor  Dini  nel  suo 
r  acqua  ciò  fa  genuflesso ,  mentre  Cerimoniale  p.  253,  dice  che  nel 
il  cardinal  decano  presenta  sul  piat-  giorno  delle  Ceneri,  dopo  che  il 
to  l'asciugamano.  Frattanto  che  il  Papa  avrà  imposte  le  ceneri,  de- 
Papa  si  lava  ed  asciuga  le  mani,  tran-  v'essere  il  cardinale  primo  prete  il 
ne  i  cardinali  e  i  vescovi,  tutti  deb-  porgitore  dell'asciugamano  alla  la- 
bono  genufleltere.  Nelle  messe  bas-  vanda  delle  mani,  aggiungendo  che 
se  che  celebra  il  Pontefice,  allor-  questa  variazione  è  oscurissima,  ad- 
chè  si  lava  le  numi,  e  quando  pri-  ducendo  solo  una  risposta  del  ce- 
rna e  dopo  si  lava  per  dare  o  per  rimoniale  al  quesito.  /4n  prior  e- 
aver  dato  la  benedizione  col  ss.  piscoporum  debeat  in  die  Purifica' 
Sagramento  in  alcuna  chiesa,  solo  tionis  inservire  prò  ahlutione  ma- 
genuflettono  i  viciniori  a  tale  atto  nuni  sanctissinii,  prout  dicitur  in 
e  quelli  che  ministrano ,  essendo  caeremoniali  impresso;  an  potius 
azione  privata.  Quello  che  porge  prior  presbyteroruni  prout  in  die 
l'acqua  dev'essere  senza  spada,  a  Cinerum  reperilur  alias  observatUm, 
tenore  della  prescrizione  del  Cae-  et  secunduni  opinionum  Paride  de 
rem.  Roman,  lib.  Ili,  sect.  5,  e.  4,  Grassis  sanctissinius  (  Gregorius 
e  secondo  il  decreto  di  Gregorio  XIIl  i^yS)  quod  prò  nunc  ob- 
XI U,  De  reform.  cap.  Ponti/. ,  ricor-  servetur  liber  caeremonialis.  La  ri- 


LAV 

sposta  del  quesito  riguarcla  il  cVi 
della  Purificazione,  non  quello  del- 
le Ceneri.  Delle  Ceneri  si  adduce 
soltanto  ,  alias  observatum.  Ma 
questa  osservanza  è  contraria  al 
cerinooniale  de'  vescovi_,  che  nell'u- 
no e  l'altro  caso  dice ,  che  la  la- 
vanda si  fa  more  solito;  e  nel  ce- 
rimoniale del  Patrizi,  che  va  sotto 
il  nome  di  Marcello,  si  dice,  an- 
che nelle  Ceneri,  abluit  manus  mo- 
re consueto  prout  etiam  siipra  in 
Purificatione  dictiim  est .  Per  la 
Purificazione  dice,  prior  episcopo- 
rum;  dunque  anche  nelle  Ceneri. 
Dall'assertiva  di  monsignor  Dini 
nacque  questione  tra  il  cardinal 
Saluzzo  primo  prete  ed  il  cardinal 
Dugnani  vescovo,  nel  pontificato  di 
Pio  VII,  e  fu  convenuto  che  anco 
per  le  Ceneri  il  presentar  al  Papa 
1'  asciugamano  alla  lavanda  delle 
mani ,  spetta  al  cardinal  vescovo 
pili  degno  ossia  antico,  e  non  al 
primo  cardinale  prete.  Nella  con- 
sacrazione di  vescovi  e  di  altari , 
nelle  benedizioni  delle  campane , 
degli  agmis  Dei,  della  rosa  d*oro,  ec, 
e  nell'imposizione  delle  ceneri,  al- 
lorché il  Papa  deve  lavarsi  le  ma- 
ni, il  chierico  di  camera,  oltre  il 
zinale,  deve  alla  credenza  prende- 
re il  piallo  d' argento,  con  delle 
fette  di  limone  e  di  mollica  di  pa- 
ne e  bombace,  colle  quali  il  Papa 
si  pulisce  e  netta  le  dita.  Anche  i 
vescovi  nelle  dette  e  altre  funzioni 
usano  nelle  lavande  delle  mani  il 
limone,    il    pane,  la  bombace. 

Allorquando  il  Papa  celebra  la 
messa  bassa,  gli  versa  l'acqua  sul- 
le mani  monsignor  maggiordo- 
mo (  prima  soleva  ciò  fare  il  cop- 
piere, anche  nel  dì  del  Corpus 
Domini j  ed  allora  vestito  di  cappa 
rossa),  e  l'asciugamano  lo  presen- 
ta il  cardinale  più  degno.  Non  es- 


LAV 


187 


sendovi  cardinali  ciò  fa  il  mag- 
giordomo, ed  in  vece  somministra 
l'acqua  monsignor  maestro  di  ca- 
mera. Ai  detti  personaggi  porgono 
il  piatto  col  manlile,  ed  il  boccale 
col  bacile  due  camerieri  segreti,  in 
mancanza  di  alcuno  di  essi  suppli- 
scono gli  aiutanti  di  camera.  Se 
vi  sono  presenti  cardinali  diaconi, 
prima  delle  lavande  che  hanno 
luogo  avanti  di  pararsi  e  dopo 
spogliato,  il  più  antico  leva  e  poi 
mette  la  stola  al  Papa,  in  sua  man- 
canza supplisce  altro  cardinale,  o 
il  medesimo  che  presenta  il  tova- 
gliolo; non  essendovi  poi  alcun  car- 
dinale, ciò  fa  il  maggiordomo.  La 
stola  la  riceve  in  consegna  l' aiu- 
tante di  camera,  che  poi  la  pre- 
senta a  chi  deve  imporla;  egli  ri- 
tira pure  la  mozzetla  e  poi  la  po- 
ne sulle  spalle  del  Pontefice.  Tal- 
volta i  sovrani  per  atto  di  ossequio 
porsero  ai  Papi  l'acqua  sulle  ma- 
ni, o  il  pannolino  per  asciugarle: 
ciò  si  dice  ai  rispettivi  luoghi;  al- 
l'articolo Pranzo  si  descrive  il  ce- 
rimoniale di  que'  re  ed  imperato- 
ri, che  mangiando  col  Papa  ver- 
sarono l'acqua  sulle  di  lui  mani. 
Quando  Gregorio  X  nel  1272  pre- 
se il  solenne  possesso  della  basili- 
ca Lateranense,  nel  gran  convito 
ch'ebbe  luogo  nel  contiguo  patriar- 
chio ,  Carlo  I  re  di  Sicilia  dopo 
avergli  versato  l'acqua  sulle  mani 
gli  presentò  la  prima  vivanda.  Nel 
1389  l'antipapa  Clemente  VII  co- 
ronò in  Avignone  re  di  Napoli  Lo- 
dovico d'Angiò;  e  Carlo  VI  re  di 
Francia  che  assistè  a  tal  solennità, 
nella  messa  servì  il  pseudo-Ponte- 
fice dell'acqua  alle  mani.  Cristia- 
no I  re  di  Danimarca  nel  i474 
si  recò  in  Roma  ricevuto  con  di- 
stinzione da  Sisto  IV,  al  quale  nel- 
le funzioni  presentò  il  mantile  alla 


i88  LAV 

lavanda  delle  mani.  Nel  149^  Car- 
lo Vili  re  di  Francia,  dopo  essersi 
pacificato  con  Alessandro  VI,  iiella 
Ijasilica  Vaticana,    nella    messa  so- 
lenne ch'esso  celebrò,  gli  diede  l'ac- 
qua  alle    mani,  avendogli    baciato 
prima    il  piede.   Nella  relazione  del 
convito  solenne  eli'  ebbe  luogo  pel 
solenne  possesso  che  Giulio  II  pre- 
se nel    i5o3   della    patriarcale    ba- 
silica Laleranense,  si  legge:  Nobilior 
ex  omnibus  laicis,  etiani  imperatore 
aiit  reXy  aqiiam  ad  lavandas  ma- 
nus  Papae  deferat  hoc  ordine.  Duo 
scutìferi  cuni  torciis  quatuor.  Mace- 
rii  quatuor,  magisler  domus,  magi' 
stcr  caerenioniarwiiy  duo  alìi  scutìferi 
cum  torciisy  utius   canierarius,  aut 
nohilis  cum  mantili    ad   tergendas 
manus,  et  postea  nohilis j  aut  prin- 
ceps  ad  portandos  fonles,   idest  ha- 
cilia  duo  papalia,  adjuvante   ma- 
gistro  aulae,  idest  scalco,  vel  ali- 
quo  alio.    Prior    cardinalium ,     et 
duo  diaconi  assistenles^   dep'ositis  in 
manibus  servitoruni  suoruni  mantel- 
lis,  sic  in  rocchetto  sen'iant  Papae, 
dum  la\>at  manus.    Prior  cardina-' 
liuni  aquani    cum  portatore  infun- 
dendoy  et  diaconi  mantile  hinc  in- 
de  tenendo.  Dum  autem  Papa  la- 
\'at  manus,  non  praelati,  sed  lai- 
ci omnes  genufleclunl.   Cardìnales, 
et  praelati  stent  capite  nudo.  Quuni 
autem  Papa  laverit  manus,  recom- 
ponatur  mensa  ante  eum ,    et  tres 
cardinales,  qui  illi  sennerunt,    ca- 
piunt  sua  mantidla,  et    vadunt  ad 
loca  sua,  et  lava nt   etiamipsi,  sed 
stantes  ante   suas  mensas,    et  dum 
carduialis    lavai    manus,    unus    ci 
servii   de  mantili,    illud    explican- 
do  et   tenendo,    dum    alìus    lavat. 
Postquani  omnes  laverint . . .    Fini- 
ta coena,  fit  secunda    lavatio  ma- 
nuum  ;    et   tane    secundus    nohilis 
laieus,  etiamsi,  rex    siij   portai  a- 


LAV 

qùam  manibus  Papae  cum  pria- 
ribus  caeremoniis.  iVel  i5i5  nella 
messa  che  Leone  X  celebrò  in  Bo- 
logna, il  re  di  Francia  Francesco 
I  gli  versò  r  acqua  sulle  mani,  e 
gli  sostenne  lo  strascico  del  manto 
ad  onta  della  ripugnanza  del  Pa- 
pa a  questo  contrassegno  di  vene- 
razione. A  questo  uffizio  sono  stati 
sempre  destinati  i  più  gran  per- 
sonaggi ,  come  si  può  vedere  in 
Bomènico  Giorgi,  De  liturgia  Rom, 
Pont.  lora.  I,  pag.  2  38.  1  Papi  si 
esercitarono,  e  tuttora  si  esercita- 
no per  umiltà  in  questo  uffizio 
co'  poverelli  e  co'  pellegrini,  ser- 
vendoli a  mensa  o  lavando  loro  i 
piedi,  tanto  negli  anni  santi ,  .  che 
nel  giovedì  santo.  Quando  nel  pa- 
lazzo apostolico  aveano  luogo  i  quo- 
tidiani pranzi  ai  pellegrini  e  pove- 
ri, i  Pontefici  assistevano  alla  men- 
sa ,  la  benedicevano ,  e  versavano 
l'acqua  sulle  mani  de'  convitati.  Ai 
relativi  articoli  ne  portammo  molti 
esempli. 

Sul  genuflettere  degli  astanti 
quando  il  Papa  si  lava  le  mani , 
tranne  i  cardinali  ed  i  vescovi,  ci 
permetteremo  una  breve  digressio- 
ne, siccome  argomento  che  più  vol- 
te diede  luogo  ad  osservazioni.  Nel 
cerimoniale  della  santa  romana 
Chiesa  del  Patrizi,  eh 'è  quello  che 
riguarda  esclusivamente  le  funzioni 
papali,  si  prescrive  che  allorquan- 
do il  sommo  Pontefice  nelle  messe 
che  solennemente  celebra  (non  solo 
quando  celebra  solennemente,  ma 
anche  quando  si  lava  le  mani  in 
altre  funzioni,  come  in  queHe  della 
Purificazione ,  delle  Ceneri,  ec„  e 
ciò  perchè  sono  funzioni  che  fa  il 
sommo  Pontefice,  ossia  funziona 
esso  stesso,  dappoiché  l'assistenza 
semplice  non  è  che  alla  messa)  si 
lava  le  mani,  tutti  quelli  che  faa« 


LAV 

no  parte  della  funzione,  oltre  gli 
spettatori,  secondo  il  loro  grado  e 
dignità,  debbono  prestare  un  atto 
sia  d'ossequio,  sia  di  rispello,  e  sia 
anche  in  segno  di  unirsi  alle  preci 
del  Papa ,  almeno  di  quelle  che 
prima  recitava,  e  quindi  o  alzarsi 
in  piedi  e  scoperti  di  mitra,  rite- 
nendo il  berrettino  come  i  cardi- 
nali, o  stare  in  piedi  e  scoperti 
non  solamente  di  mitra  ma  di  ber- 
rettino ancora,  come  i  vescovi,  o 
stare  genuflessi  come  i  laici  e  tulli 
gli  altri  tranne  i  cardinali,  ed  ec- 
cone  le  parole  del  cerimoniale.  Fon- 
tifex  maniis  lavala  omnes  laici  ge- 
iw/Iectimfy  praelaii  vero  siirgunt  et 
stant  sine  mitra  capite  delecto  :  car- 
dinales  deposilis  tantum  mitris  sur- 
glint.  Questa  cerimonia  è  slata  sem- 
pre premessa  al  santo  sacrifizio , 
come  si  raccoglie  da  tutti  i  litur- 
gici e  dai  commentatori.  Si  aggiun- 
ge poi  dal  Catalani  nel  commento 
e  note  alle  riferite  parole  del  ce- 
rimoniale, che  questa  lavanda  so- 
leva essere  accompagnata  colle  pre- 
ghiere: Qiiae  etiani  fieri  solita  erat 
Clini  precibus.  Si  avverte  che  dicesi 
solita  erat,  che  era  solito;  se  era, 
dunque  ora  queste  preghiere  si  om- 
metlono,  erano  in  conseguenza  pre- 
ghiere diverse  da  quelle  che  reci- 
tava il  Papa,  giacché,  come  ognu- 
no sa,  tanto  il  Papa  che  i  vesco- 
vi ed  i  semplici  sacerdoti  nel  la- 
varsi le  mani,  si  avanti  la  celebra- 
zione della  messa,  che  nel  tempo 
di  questa,  recitano  tuttora  l'orazio- 
ne :  Da  Domine,  cioè  prima  di 
assumere  le  sacre  vesti  ;  Lavabo, 
dopo  l'offertorio.  Le  orazioni  per- 
tanto che  ora  si  ommetlono,  deb- 
bono intendersi  cfuelle  che  il  clero 
recitava  una  volta  nel  tempo  della 
lavanda.  E  queste  preghiere  erano 
analoghe  a  quelle   che   i-ecilaya   il 


LAV  189 

Papa  «ollovoce,  e  dirette  allo  slesso 
fine,  sebbene  diverse,  e  recitavansi 
stando  genuflessi.  Tralascialo  poi 
questo  rito,  che  anticamente  si  os- 
servava (  come  è  avvenuto  di  molli 
altri  o  tralasciati  o  variati,  ripor- 
tati dagli  ordini  romani  e  da  molli 
autori  liturgici)  è  restato  il  solo 
atto  di  genuflettere,  o  di  stare  in 
piedi ,  o  di  scoprirsi ,  come  si  è 
detto,  secondo  la  dignità,  ritenen- 
dosi così  in  parte  un  vestigio  ed 
una  memoria  dell'antico  intiero 
rito,  genuflettendo  soltanto  senza 
recitare  alcuna  preghiera  ,  essendo 
la  genuflessione  per  se  stessa  un 
atto  proprio  di  chi  prega  ;  ed  é 
perciò  che  dal  citato  cerimoniale, 
ed  anche  da  quello  de' vescovi,  si 
prescrive  tuttora ,  che  nel  tempo 
della  lavanda  i  laici  debbano  ge- 
nuflettere. Questo  è  ciò  che  sem- 
bra doversi  rilevare  daJle  espres- 
sioni della  nota  riportata,  sebbene 
né  il  Catalani,  né  il  Marlene,  né 
gli  ordini  romani,  né  l'Amelio,  né 
altri  indichino  la  ragione  di  questa 
genuflessione.  Oraci  sia  permesso  che 
per  analogia  di  argomento  pro- 
duciamo alcune  osservazioni  sul  ge- 
nuflettere ,  quando  il  Papa  com- 
parte la  benedizione  apostolica,  ed 
anco  perché  non  rechi  sorpresa  che 
mentre  si  dichiara  doversi  genu- 
flettere allorché  il  Pontefice  si  la- 
va le  mani,  non  pochi  si  permet- 
tano restare  in  piedi  all'atto  della 
veneranda  pontifìcia  benedizione. 

Il  memorato  cerimoniale,  Sacra- 
rum  caerimoniarum  sive  riluum  en- 
clesiasticoriim  S.  R.  £".,  parlando 
di  qualunque  funzione  del  sommo 
Pontefice,  sia  che  Teserei  li  esso  sles- 
so, sia  che  vi  assista  soltanto,  al- 
lorché parla  della  benedizione  che 
comparte  il  Papa  o  dopo  l'omelia 
o  in  fine  della  messa,  nulla  affat- 


1 90  L  A  V 

to  accenna  sopra  la  genuflessione 
da  farsi  dagli  astanti  ;  ma  da  ciò 
non  si  può  ne  si  deve  dedursi  che 
non  debbasi  genufleltere  neli' in- 
dicata circostanza.  Se  nulla  accen- 
na allorché  appunto  fa  parola  del- 
l'atto della  benedizione,  come  sem- 
brerebbe che  dovesse  parlarne,  la 
ragione  è  che  ne  parla  in  altro 
luogo,  ove  dà  la  norma  di  molte 
azioni  che  accompagnano  le  parti- 
colari circostanze  ossia  le  partico- 
lari attribuzioni,  e  perciò  appunto 
non  ne  fa  parola  quando  descrive 
la  benedizione  suddetta,  per  non 
ripetere  in  particolare  ciò  che  in 
generale  in  altro  ed  apposito  luo- 
go prescrive,  potendo  ciascuno  dalla 
generale  prescrizione  argomentare 
ciò  che  deve  farsi  ed  eseguirsi  di 
fatto  da  ognuno  secondo  il  grado 
che  occupa  nella  cappella.  Si  riscon- 
tri il  medesimo  cerimoniale  nel  lib. 
Ili,  cap.  Vili,  de  gemifleclionihus 
in  cappella,  e  si  vedrà  chiaramen- 
te che  ad  eccezione  dei  cardinali  , 
allorché  il  Papa  dà  la  benedizione, 
tutti  sebbene  in  diverso  tempo , 
cioè  chi  poco  prima  e  chi  poco 
dopo,  debbono  genuflettere  nell'at- 
to della  benedizione.  Eccone  le  pa- 
role :  Cam  Papa  dal  hencdicùoneni 
post  sermonem  vel  in  fine  missae, 
cum  incipit:  Precihus  et  meritis  etc.j 
vel:  Sit  nomen  Domini^  etc,  onmes 
genii/lectunt  praeter  cardinales,  et 
praelalos.  Praelati  tamen^  cum  in- 
cipitur:  Et  bcnedictio  Dei,  vel  Be- 
nedicat  vos,  geniifleclunt.  Apparisce 
chiaramente ,  come  ognuno  vede  , 
che  i  soli  cardinaU  non  genuflet- 
tono, e  se  si  dice  anche  praeter 
prelatos,  non  sono  essi  eccettuati 
come  i  cardinali,  a'  quali  soli  si 
prescrive  di  chinare  il  capo,  e  que- 
sta eccezione  dei  prelati  consiste 
soltanto    che    non   debbono   geuu- 


LAV 

flettere  alle  parole  Precihus  et  me- 
ntis, ma  lo  debbono  nell'atto  che 
il  Papa  benedice,  come  Io  dimo- 
strano le  riportate  parole,  giacché 
dopo  aver  detto  il  cerimoniale  che 
lutti  genuflettono  fuori  che  i  car- 
dinali ed  i  prelati,  si  aggiunge  im- 
mediatamente prelati  tanien  cum 
incipitur,  s'intende  genuflectunt,  Be* 
nediclio  Dei,  etc,  vel  Benedicat  vos. 
Per  prelati  poi  s' intendono  in  sen- 
so ovvio  anche  i  vescovi,  e  ciò 
apparisce  chiaramente  dall'eccezio- 
ne de'  cardinali  soltanto,  eccezione 
che  non  può  applicarsi  ad  altri. 
Che  anco  i  vescovi  debbono  genu- 
flettere nell'atto  che  il  Papa  bene- 
dice, e  che  sieno  compresi  sotto  il 
nome  di  pielati,  oltre  il  non  essere 
eccettuati  come  i  cardinali,  si  de- 
duce da  altro  principio:  chi  non 
sa  che  i  vescovi  passando  avanti 
al  Papa  genuflettono?  E  se  genu- 
flettono in  tale  circostanza,  perchè 
non  debbono  genuflettere  allorché 
il  Papa  benedice?  Sono  forse  essi 
esclusi  dalla  benedizione?  O  é  me- 
no il  Papa  allorché  benedice,  di 
quello  che  sia  allorché  sta  in  tro- 
no ?  E  se  genuflettono  passando 
avanti  al  Papa,  perché  non  lo  deb- 
bono allorché  fa  un'azione  che  per 
sé  stessa  esige  un  alto  di  maggior 
riverenza?  11  non  genuflettersi  per- 
tanto da  tutti  neir  indicato  atto  , 
è  un  mancare  alla  prescrizione  del 
cerimoniale  del  sommo  Pontefice. 
Come  parimenti  è  una  inosservan- 
za della  prescrizione  il  non  genu- 
flettere quando  chi  fa  il  sermone 
recita  l*  Ave  Maria,  mentre  così 
termina  il  detto  cap.  VIH:  Et  gè- 
neraliter  quotiescumque  ille  qui  fa- 
cit  sermonem  dicit,  Ave  Maria, 
omnes  genujlectunt,  tranne  i  soli 
cardinali.  Come  siasi  introdotta  que- 
sta inosservanza,  e  quando,  s'igno- 


LAV 

ra;  ma  sicuramente  dalTavei*  la- 
sciato correre  la  cosa  dal  principio 
che  si  mancò,  o  per  poco  corag- 
gio e  minor  zelo  di  farlo  avverti- 
to, o  dal  non  avere  avuto  presen- 
te quel  prìnclpìis  obsla^  che  sono 
le  due  principali  cagioni  che  apro- 
no la  strada  agli  abusi,  quali  una 
volta  introdotti  si  rende  presso 
che  impossibile  a  sradicarli. 

I  cardinali,  i  vescovi  ed  altri 
prelatij  nelle  messe  prima  di  as- 
sumere i  paramenti  sacri,  e  dopo 
che  li  hanno  deposti,  con  berretta 
in  capo,  avendo  deposto  la  man- 
telletta,  e  la  mozzettà  quei  che  la 
usano,  in  rocchetto  e  sedendo  si 
lavano  le  mani.  L'acqua  viene  som- 
ministrata da  un  loro  gentiluomo 
ecclesiastico,  al  modo  indicato  al 
succitato  articolo  Famigliari  :  il 
tovagliolo  o  manlile  lo  porge  il  ce- 
rimoniere e  lo  sostengono  i  ministri 
assistenti.  Siccome  queste  due  la- 
vande si  fauno  in  sagrestia,  il  gen- 
tiluomo che  versa  V  acqua  deve 
stare  genuflesso,,  perchè  ivi  non  vi 
è  altro  superiore,  mentre  in  cap- 
pella deve  slare  in  piedi.  Noteremo 
che  tali  lavande  hanno  pur  luogo 
in  altre  funzioni,  non  che  prima, 
e  talvolta  anche  dopo  di  esse.  In 
cappella  pontificia  il  gentiluomo 
nell'accesso  e  recesso  deve  far  la 
.  genuflessione  all'altare  ed  al  Papa. 
Sulla  credenza  si  pone  il  boccale 
coir  acqua,  il  bacile  e  l'asciuga- 
mano. I  cardinali  usano  tali  e  le 
altre  suppellettili  doratp,  e  nelle 
messe  di  requie  di  argento;  gli  al- 
tri solo  di  questo  metallo.  Le  tre 
lavande  che  nelle  messe  hanno 
luogo  in  cappelle,  sono  al  faldi- 
storio dopo  che  il  celebrante  ha 
letto  l'offertorio,  essendo  egli  se- 
dente suKmedesimo,  ed  in  piedi  a 
cortui  epislolae  al  Lavabo,  e  dopo 


L.W  191 

la  purificazione.  Nella  messa  della 
prima  domenica  dell'  avvento,  in 
quelle  del  giovedì  e  venerdì  santo, 
ed  in  quella  del  Corpus  Domini^ 
essendo  sull'altare  l'ostia  consacrala 
o  per  l'esposizione,  o  pel  sepolcro, 
o  per  la  processione,  il  celebrante 
dopo  la  purificazione  si  lava  le 
mani  fuQii  della  predella  e  del- 
l'altare, facie  versa  ad  popolani. 
Essendo  slato  stabilito  da  alcuni 
maestri  delle  cerimonie  pontificie, 
che  nella  cappella  papale,  essen- 
dovi presente  o  assente  il  Pontefi- 
ce, dovesse  somministrarsi  sempre  in 
piedi  la  lavanda,  nacque  in  seguito 
il  dubbio,  se  questa  effettivamente 
sia  la  regola  che  debba  tenersi, 
per  cui  il  dotto  liturgico  segre- 
tario della  cerimoniale  e  mae- 
stro delle  cerimonie  pontificie  Gio- 
vanni Fornici,  fece  il  seguente  e- 
rudito  voto.  Se  non  essendo  pre- 
sente il  Papa,  e  nelle  cappelle 
cardinalizie  debba  somministrarsi 
la  lavanda  dal  gentiluomo  o  cap- 
pellano in  piedi  o  geniiflesso.  «  Al- 
cuni hanno  trovato  ragionevole 
questo  dubbio:  i."  Perchè  Fran- 
cesco Cancellieri  nella  Descrizione 
delle  cappelle  pontificie  e  cardina^ 
liziej  nel  cap.  VI,  diversità  del  ce- 
rimoniale, quando  si  canta  messa 
in  cappella  senza  l'assistenza  del 
Papa,  dice  nella  p.  1 34-  I  gentil- 
uomini o  cappellani  che  danno 
da  lavare  le  mani,  genuflessi  sos- 
tengono il  bacile  e  boccale.  2." 
Perchè  nel  vgl.  X,  /appendice  al 
t.  Ili,  in  una  descrizione  delle  ce- 
rimonie delle  cappelle  pontificie, 
si  dice  che  quando  il  Papa  non 
assiste,  chi  somministra  la  lavanda 
sta  genuflesso.  3."  Perchè  non  è 
per  il  trono,  ma  soltanto  per  la 
presenza  del  Papa,  che  non  si  de- 
ve genuflettere,    quando    si  dà  la 


19^  LAV 

Javanda.  Per  esaminare,  se  liittociò 
fosse  sufficiente  per  allontanarsi  dal 
principio  fissato  di  versar  l'acqua 
in  piedi  nella  cappella  papaie,  o 
presente  o  assente  il  Papa,  ho  cre- 
duto necessario  di  riscontrare  il 
cerimoniale  di  Marcello,  e  il  ceri- 
moniale che  ha  lasciato  mons:ignor 
Dini  della  cappella  pontifìcia  nel 
suo  t.  Ili,  voi.  IX,  p.  3o,  esistente 
nell'archivio  de'  cerimonieri  ponti- 
fìcii. JXel  detto  cerimoniale  della 
Chiesa  romana,  tanto  nel  cap.  II 
del  lib.  II  :  Ordo  seivandus  quan- 
do cantatur  missa  ordinaria  corain 
Papa,  quanto  nel  cap.  seg.  Papa 
ahsenle.  Si  dice  soltanto  nel  primo 
caso  ;  exLraliantur  chirotecae  a  mi- 
nistrisi et  uniis  ex  sciUiferis  portat 
aquani,  qui  primo  facìt  reverentiam 
Papae,  dónde  altari,  tum  celebran- 
te cui  dat  aquam  manibus  j  e  nel 
secondo  :  depoaantur  ei  chirotecae 
lavai  manuSj  surgit  deinde  ec. 
Niente  più  di  questo  si  rileva  dal 
cerimoniale  del  Dini,  seppure  non 
avesse  di  ciò  parlato  altrove.  « 

»  Non  avendo  dunque  rilevato 
alcuna  cosa  sul  proposito  nel  ceri- 
moniale suddetto,  e  nella  istruzione 
di  monsignor  Dini,  ho  creduto  op- 
portuno di  esaminare  il  cerimonia- 
le de' vescovi,  ed  i  decreti  cerimo- 
niali fatti  per  la  cappella  pontifi- 
cia, e  mi  sembra  che  da  questi 
possa  evidentemente  risultale,  che 
anche  assente  il  Papa  debba  darsi 
l'acqua  alle  mani  del  celebrante  in 
piedi,  e  che  questo  istesso  debba 
praticarsi  nelle  cappelle  cardinali- 
zie, benché  il  contrario  venisse  pri- 
ma convenuto  tra'  cerimonieri.  Ec- 
co poi  quello  che  si  prescrive  nel 
Cerimoniale  de*  vescovi  (  stampato 
sotto  Clemente  XI),  cap.  VIII,  lib. 
Il,  p.  r66:  Lavat  manus,  et  tane 
laici  tantum,  ci  clerici  onines,  prae- 


LAV 

ter  canonfcos,  et  praelatos,  dehent 
genujlectere  nìsi  adesse t  legatus,  aut 
alter  dignior  episcopo^  quo  casa 
non  debit  permillere  ut  genufle- 
ctant.  (  Nel  cerimoniale  stampa- 
to sotto  Benedetto  XIV  le  pa- 
role sono  alquanto  diverse,  ma  si 
prescrive  lo  stesso,  come  si  legge 
a  detto  capo,  §  io).  Se  dunque 
non  deve  permettersi  che  si  genu- 
fletta in  questa  '  azione,  essendovi 
presente  o  il  legato  o  altro  piìi 
degno  del  vescovo,  ne  viene  per 
conseguenza  che  anco  assente  il 
Papa  e  nelle  cappelle  cardinalizie, 
siccome  vi  è  sempre  il  sacro  col- 
legio, non  deve  genuflettersi  ne  al 
cardinale  ne  al  vescovo.  Non  al 
cardinale,  perchè  il  cardinale  stes- 
so benché  eguale  agli  altri,  deve 
scoprirsi  di  berrettino,  quando  vi 
siano  tre  soli  cardinali,  giacche  tre 
soli  formano  collegio,  e  deve  allo- 
ra un  cardinale  stesso  distinguerli 
con  questo  atto  di  ossequio.  Come 
dunque  potrà  esigere  un  atto  di 
rispetto  particolare  alla  sua  perso- 
na essendo  presente  tutto  il  sacro 
collegio,  che  collettivamente  preso 
è  superiore  e  piti  degno  del  car- 
dinale che  celebra?  Molto  più  va- 
le la  ragione  per  un  semplice  ar- 
civescovo o  vescovo,  di  cui  non 
solo  è  più  degno  il  sacro  collegio, 
ma  un  cardinale  solo,  e  perciò  te- 
nendo fermo  quanto  si  piescrive 
nel  cerimoniale,  io  sono  d'avviso 
che  mai  debba  darsi  la  lavanda 
genuflesso,  non  solamente  assente 
il  Papa  nelle  cappelle  pontificie, 
ma  egualmente  nelle  cardinalizie, 
ed  alla  presenza  di  un  solo  cardi- 
nale. Si  conferma  questo  mio  sen- 
timento da  un  decreto  fatto  dalla 
congregazione  cerimoniale.  Nei  ca- 
pitoli per  la  riforma  delle  cerimo- 
nie nella  cappella     pontifìcia,  riso- 


LAV 

luti  in  una  congregazione  deputala 
di  cardinali,  e  confermati  da  Gre- 
gorio Xni  nel   iSyS,  si  legge  an- 
che questo  nella    collezione  auten- 
tica   dei    decreti    cerimoniali    pag. 
1 1 .     Cam    cardinalis  celebralurus 
capii  paramenia^  ahsente  Fontifice, 
vel  cardinalibus^  sennanl  cappella- 
ni geniiflexi,  alias   stent.    Presente 
dunque  il  Papa    o  i  cardinali,  de- 
vono   i     cappellani    del  celebrante 
stare.    Atqui    tanto    i    paramenti  , 
che  la  lavanda  debbono    sommini- 
strarsi nello  stesso    modo ,    perchè 
egualmente  è    prescritto     dal  ceri- 
moniale.   Dunque     come  si  adsint 
cardinales,  non     può  il  celebrante 
prendere  i  paramenti     dai    cappel- 
lani    genuflessi,     così     neppure     la 
lavanda.  In  fine  perchè  non  è  per- 
messo   al    celebrante    cardinale    o 
vescovo,  né  ad    alcun  vescovo  alla 
presenza  di  un  sol    cardinale  l'uso 
della    bugia  ?     Perchè    qualunque 
distinzione    deve    ommettersi,  assi- 
stendo alla  messa    uno    più  degno 
del  celebrante.  Lo  stare  genuflesso 
avanti  il  celebrante  è  sempre  una 
particolare  disti nzione^  la  quale  se- 
condo il  prescritto  dal  cerimoniale 
de' vescovi,    e     dal  decreto  cerimo- 
niale   deve    ommettersi,    sì  adsint 
cardinales,  aut    dignor    epìscopo  j 
dunque    io    credo    che    assente  il 
Papa    nelle    cappelle     cardinalizie, 
ed  alla  presenza    di    un  sol  cardi- 
nale, debba    la    lavanda    sommini- 
strarsi in  piedi  '*. 

Quanto  all'uso  degli  antichi  cri- 
stiani di  lavarsi  le  mani  e  la  fac- 
cia nelle  fonti  perciò  erette  a- 
vanti  e  negli  atri  delle  chiese,  ne 
parlammo  agli  articoli  Battisteri, 
massime  agli  articoli  Chiesa,  e 
FoNT4NA.  Il  Severano  nelle  Me- 
morie sacre  p.  62,  osserva  che 
quando  i  primi  cristiani  comincia- 
VOL.   xxxvii. 


LAV  193 

rono  a   edificare  chiese    pubbliche, 
negli    atri    di    esse     facevano     un 
fonte,  dove  prima  d'entrare  in  esse 
a    fare    orazione,    si    lavavano    le 
mani  e  il  viso  ;    imitando  in  que- 
sta azione  il  rito    e    l'uso  degli  e- 
brei     che    facevano     altrettanto  in 
quel    fonte  di  bronzo,  ch'era    nel- 
l'atrio   antico  tra  l'altare    e  il  ta- 
bernacolo   nel  tempio    di   Gerusa- 
lemme [Vedi).    E    noto  che  gli  e- 
brei     solevano     lavarsi    le   mani,  a 
mostrare  d'essere  innocenti  del  san- 
gue umano  :  così  fece  Pilato  quan- 
do fu    condannato    a  morte  Gesù 
Cristo.  Avendo   Paolino  vescovo  di 
Tiro    edificato     un     tempio,  narra 
Eusebio  weWIst.  l.  X,  cap.  4>  che 
fece    un  fonte  fuori  di  esso,  dove 
i  cristiani     lavassero    le  sordidezze 
del  corpo,  con  ricordarsi    del  bat- 
tesimo,   nel  quale    erano  state  la- 
vate quelle  dell'anima.  Molti  padri 
fanno    menzione   di    quest'  uso  dei 
cristiani  di   lavarsi  le    mani  prima 
di  entrare  in  chiesa  o   di  far  ora- 
zione,    come    il  Papa  s.   Clemente 
I,  1.    8,  Const.  e.     38;  Tertulliano 
dell' O/vzf.,  ed  altri.    Ma  particolar- 
mente   s.    Giovanni    Crisostomo,  il 
quale  volendo  mostrare  al  popolo, 
che  per    la  purità    dell'  anima    ed 
emendazione  della  vita  non  basta- 
va   quella    lavanda    sola  esteriore, 
neir  homil.  52,  cap.  i5  di  s.  Mat- 
teo, dice  le  seguenti    parole  degne 
di    considerazione.  >»     In    nonnullis 
jam  ecclesiis  hunc  more  corrobora- 
tum  videmus,    ut   diligenter  multi 
studeant     quoraodo     manibus    loti, 
candidisque     induti    vestimentis  in 
ecclesiam     ingrediantur;    quomodo 
autem    animum,      atque     raentem 
suam  puram,  atque  defecatam    ot- 
ferant  Deo,   nuUam  prorsus  habent 
curam.  Haec  dico   non  quia  lavare 
manus  prohibeamus;  sed  quia  non 
i3 


194  LAV 

aqua  solum  lavarios  velim,  verum 
etiam,  at  aequius  est,  omnis  virtii- 
tis     numero,  ec".    E    l'istesso  dice 
in  altro  luogo,  liom.   'ji    in     fine: 
>i  Ingressuri  lemplus  manus  lavant, 
non  autetn  corda.    Numcpiid  enirn 
manus  loquuntur?     Anima  proferì 
verba,  in  animam  Deus  inspicit". 
Per  questo  dunque,  e  per  la  com- 
raodità  de*  pellegrini,    fece  il  Papa 
s.  Damaso  I  quel  fonte    nelT  atrio 
della  basilica  vaticana,  che  descri- 
vemmo   air  articolo     Chiesa     di  s. 
Pietro  in     Vaticano,    il  quale  poi 
fu  ornato    da    altri  Pontefici.   Dei 
fonti  o  grandi  vasi  d'acqua  presso 
alle  porte  dei  templi    de'gentili,  e 
delle    chiese    de' cristiani ,  i     quali 
se  ne  servivano  per    lavarsi    e  pu- 
lirsi le  mani,  a  fine  di  ricevere  in 
palma     la  ss.     Eucaristia,   del  qual 
rito  parlammo  a  quell'  articolo,  ne 
tratta  il  p.  Lupi,  Dissertazioni  t.  I, 
pag.     4^    6  seg.;    ivi  discorre  pure 
dell'acqua  benedetta  serbata  all'in- 
gresso delle  chiese,  dicendo  ripete- 
re r  origine  dall'  uso    de'gentili  di 
tenere    grandi    conche    di     acqua 
alle  porle  de'loro  templi,  ma  esse- 
re differenti   i  pili  dell'acqua  bene- 
detta    neir  interno     e     vicino    alle 
porte  delle  chiese,  dalle  fonti  ester- 
ne di   acqua  perenne,    che  cessaro- 
no in  molti   luoghi   per  essersi  rot- 
te \e    fistole  e    gli     acquedotti.   Ivi 
il  p.  Lupi    parla    dei     triclinii   che 
l'ospitalità  cristiana  apri  vicino  alle 
diiese  più  cospicue  nelle  abitazioni 
de' vescovi   a  ricovero  -de'  pellegi'ini, 
o    anche    a   fomento    di    carità  fra 
i    sacerdoti    minori    e  il   loro  capo, 
che  quivi   in  alcune  principali  feste 
tutti  si    refìciavauo.    Osserva  che  i 
refeltorii    gentileschi    e    cristiani  a- 
vcano  presso  di  se  il     bagno,  dove 
prima  di  porsi  a  mensa  si   lavava- 
no   i  convìtuli  fra  i    gentili,  i  pcl- 


LAV 

legrini  fra  i  cristiani.  Così  vi  furo- 
no bagni  presso  il  Vaticano,  nel 
patriarchio  Lateranense,  nel  mona- 
stero di  s.  Paolo  fuori  le  mura,  e 
in  s.  Lorenzo  al  campo  Verano, 
uhi  lai^antar  pauperes  ffalres  no- 
stn\  essendo  stati  eretti  e  poi  ri- 
storati da  vari  Pontefici,  come  si 
ha  dall'Anastasio.    P^.  Bagno. 

LAVANDA  DE'  PIEDI.  Costu- 
manza che  praticavano  gli  antichi 
verso  i  loro  ospiti^  e  che  nel  cri- 
stianesimo divenne  una  cerimonia 
religiosa.  Gli  orientali  lavavano  i 
piedi  agli  stranieri  appena  arrivati 
da  un  viaggio,  perchè  camminava- 
no ordinariamente  colle  gambe  nu-» 
de,  e  con  semplici  sandali  a' piedi, 
ed  anche  scalzi:  questa  lavanda  era 
indispensabile  essendo  in  uso  man- 
giare a  tavola  sopra  de'  letti,  onde 
non  lordarli.  Così  Abramo  fece  la- 
vare i  piedi  ai  tre  angeli  che  rice- 
vette in  casa;  Genesi  e.  i8,  v.  4« 
Sì  praticò  lo  stesso  con  Eliezer  e 
con  quelli  che  lo  accompagnavano, 
quando  giunsero  alla  casa  di  La- 
bano  ;  e  così  pure  ai  fratelli  di 
Giuseppe  in  Egitto  ;  Genesi  e.  24, 
V.  32,  e.  43,  V.  24.  Questo  eserci- 
zio veniva  comunemente  esercitato 
dai  domestici  e  dagli  schiavi.  Abi- 
gail disse  ai  messi  mandati  dal  re 
David  che  la  voleva  prendere  per 
moglie,  che  si  stimerebbe  fortunata 
di  lavare  i  piedi  ai  servi  del  re; 
Reg.  e.  25,  V.  4i.  Gesù  Cristo  in- 
vitato a  mangiare  in  casa  di  Si- 
meone il  fariseo.  Io  rimproverò  di 
aver  mancato  a  questo  uffìzio  di 
civiltà;  Luca  e.  7,  v.  44- 1^°  ^'^^^ 
Gesù  dopo  l'ultima  cena  che  fece 
co'suoi  apostoli,  volle  dar  loro  una 
lezione  di  umiltà  con  lavar  loro  i 
piedi,  perchè  anch'essi  camminavano 
scalzi  ;  e  questa  azione  diventò  po- 
sciìa  un  alto  di  pietà,  che  rinnovo»- 


LAV 

9ì  in  sua  memoria.  Li  lavò  pel 
primo  a  s.  Pietro,  e  siccome  que- 
sto per  rispetto  si  ricusava,  Gesìi 
gli  disse  :  se  non  ti  lacero  i  piedi 
non  avrai  parte  meco,  ed  il  prin- 
cipe degli  apostoli  subito  si  sotto- 
mise. Tali  divine  parole  fecero  cre- 
dere a  diversi  antichi,  che  la  la- 
vanda de'piedi  avesse  degli  efTelti 
spirituali,  e  che  potesse  cancellare 
i  peccati,  s'intende  delle  venialità. 
Questa  commovente  funzione  chia- 
masi Manda tOy  perchè  il  Reden- 
tore ce  ne  ha  lasciato  l'esempio  e 
il  comando  perchè  si  facesse.  Nella 
primitiva  Chiesa,  come  dicemmo  al- 
l' articolo  Battesimo  (f^edi),  lava- 
vansi  i  piedi  ai-  catecumeni  o  nuo- 
vi battezzati,  cioè  prima  di  riceve- 
re il  sacramento  del  battesimo  e 
quando  sortivano  dal  bagno  sacro, 
come  testifica  s.  Ambrogio,  lib.  De 
myster.  cap.  6.  Ne  ciò  praticavasi 
soltanto  dalla  chiesa  di  Milano,  ma 
anche  in  altre  d'Italia,  delle  Gallie, 
di  Spagna,  e  d' Africa,  lavandosi  i 
piedi  a  quelli  che  si  dovevano  bat- 
tezzare il  sabbato  santo.  T^.  Viscon- 
ti, De  ritib.  baplis.  e.  17;  Cornelio 
a  Lapide  ad  e.  i3  ;  Calmet  ibid. 
V.  8. 

I  vescovi,  gli  abbati,  i  sacerdoti, 
i  superiori  degli  ordini  religiosi,  le 
superiore  delle  monache,  molti  so- 
vrani ed  altri  principi  e  principes- 
se sovrane  lo  praticano  tuttora  in 
diversi  luoghi,  ed  il  Pontefice  an- 
cora. Nicolò  li  del  io58,  ad  esem- 
pio de' suoi  predecessori,  non  passò 
mai  alcun  giorno  del  suo  pontifi- 
cato, che  non  lavasse  i  piedi  a  do- 
dici poveri;  ed  Onorio  III  del  12 16 
ordinò  a  lutti  i  vescovi ,  che  nel 
giovedì  santo  lavassero  i  piedi  ai 
poverelli,  e  facessero  loro  limosina. 
Elgado  monaco  racconta  che  Ro- 
berto re  di  Francia,  deposte  le  re- 


LAV  19^ 

gìe  insegne  e  coperto  di  cilicio,  fa- 
ceva a  più  di  centosessanta  chieri- 
ci la  lavanda  de'  piedi,  che  asciu- 
gava co'  suoi  capelli,  come  si  può 
leggere  in  Martene,  De  antiq.  eccl. 
rit.  disc.  280.  Nella  vita  di  s.  Berta 
ebbadessa  vallombrosana  è  detto 
che  nel  giovedì  santo  soleva  lava- 
re i  piedi  alle  monache.  Fra  le 
risposte  date  dal  Papa  s.  Zaccaria 
del  741  a  s.  Bonifazio  apostolo 
della  Germania ,  una  dice  essere 
lecito  alle  monache  il  fare  in  que- 
sto giorno  fra  loro  la  lavanda  dei 
piedi,  come  flumo  gli  uomini.  Noo 
essendo  questa  funzione  un  atto 
del  solo  sacerdozio ,  ecco  perché 
non  si  restringe  a' soli  Papi,  ve- 
scovi e  preti.  Anzi  vi  furono  al- 
cuni che  stando  al  sentimento  delle 
parole  :  Et  vos  debetìs  alter  alleriiis 
lavare  pedes,  lavavano  i  piedi  ai 
loro  sudditi,  e  da  questi  poi  si  fa- 
cevano lavare  ancor  essi.  Ecco  qui 
la  rubrica  di  tale  funzione ,  come 
si  trova  scritta  nell'  ordinario  Re- 
mense. "»  Surgit  Dominus  archie- 
piscopus  a  sede  sua,  et  praecinctus 
linleo  lavat  pedes  archidiaconi,  et 
decani,  et  personarum.  Postea  re- 
sidens  in  sede  sua  praebet  pedes 
suos  decano  ad  lavandum  ".  Alcu- 
ni fra  gli  antichi  diedero  il  nome 
di  sagrumento  alla  lavanda  de'  pie- 
di, e  le  attribuirono  la  virtù  di 
cancellare  i  peccati  veniali  ;  tale 
essendo  il  sentimento  di  s.  Bernar- 
do, ed  anche  di  s.  Agostino,  il  qua- 
le però  fa  osservare  nell'epist.  129 
ad  Januar.  che  molti  aslenevansi  da 
questa  pratica,  per  timore  che  sem- 
brasse far  parte  del  battesimo.  Sic- 
come sì  volle  sostenere  da  alcuni 
che  la  lavanda  de'  piedi  può  ri- 
mettere i  peccati  mortali,  vedendo 
il  concilio  di  Elvira  l' abuso  che 
facevasi  di  tale  opinione  senza  fon- 


196  LAV 

daraento,  e  la  superstiziosa  confi- 
denza che  il  popolo  vi  attaccava, 
col  cap.  4^  "G  ordinò  la  soppres- 
sione in  tutta  la  Spagna.  Questa 
cerimonia  si  fa  nel  giovedì  santo 
presso  i  greci,  come  anche  nella 
Chiesa  latina  ;  in  Roma  ha  luogo 
pure  neW  jdnno  santo  (Fedi)  y  di 
frequente  co'  pellegrini  che  vi  si 
recano  d'ogni  parte,  massime  nel- 
r  ospizio  o  spedale  dell'  arciconfra- 
ternita  della  ss.  Trinità  de'  pelle- 
grini. Gl'imperatori  di  Costanti- 
nopoli facevano  la  medesima  ceri- 
monia nel  loro  palazzo  prima  del- 
la messa,  lavando  ì  piedi  a  dodici 
poveri,  al  modo  che  descrive  il 
Codino,  De  offìciis  aulae  Constant, 
11  Sarnelli  nelle  Lettere  eccles.  t. 
Vili,  lett.  XX,  n.  7,  descrive  il 
lavipedio  del  giovedì  santo  de'  gre- 
ci, tra'  quali  un  prete  fa  da  dia- 
cono. In  quel  giorno  pertanto  alla 
lavanda  un  sacerdote  greco  legge 
l'evangelo,  perchè  secondo  il  ritua- 
le greco,  sostiene  le  veci  dell'evan- 
gelista s.  Giovanni.  Mentre  il  sa- 
cerdote legge,  il  vescovo  sta  in  pie- 
di, ed  alle  parole  :  Exuit  vestimen- 
tasua,  si  spoglia  del  mandya.  In- 
di alle  parole,  accepto  linteo  se 
praecinxit,  si  cinge  di  una  lunga 
tovaglia,  detta  sahanon.  Quando 
il  sacerdote  dice,  mittìt  acjuani  in 
peli^im,  mette  nella  conca  1'  acqua 
tiepida  ;  quando  dice,  coepit  lava- 
re pedes  discìpuloruniy  comincia  la 
lavanda,  principiando  dall' ostiario, 
che  in  quel  giorno  sostiene  la  per- 
sona di  Giuda,  perchè  così  i  greci 
intendono  le  parole  dell'evangeli- 
sta, quasi  che  cominciasse  la  la- 
vanda da  Giuda;  ma  i  latini,  co- 
me dicemmo,  tengono  costantemen- 
te che  cominciasse  da  s.  Pietro. 
Quando  poi  il  vescovo  greco  vie- 
ne  all'  economo ,   che    sostiene   le 


LAV 

veci  di  s.  Pietro,  leggendo  il  sa- 
cerdote :  Fenit  ergo  ad  Simoneni 
Petnun^  et  dicit  ei;  allora  parla 
s.  Pietro:  Domine,  tu  mihi  lavas 
pedesl  II  sacerdote  prosiegue:  jRe- 
spondit  Jesus  et  dixit  eij  allora  di- 
ce il  vescovo:  Quod  ego  facio,  tu 
nescis  modo:  scies  auteni  postea. 
Risponde  l'economo:  Non  lavabis 
mihi  pedes  in  aeternwn.  Legge  il 
sacerdote,  Respondit  ei  Jesus,  e  il  ve- 
scovo dice  :  Si  non  laverò  te,  non  ha- 
hebis  parteni  mecuni.  E  seguita  nel 
resto  la  funzione  come  la  facciamo 
noi,  quando  si  canta  la  Passione 
del  Redentore.  Il  Baillet  descrive 
l'uso  medesimo  della  Chiesa  greca, 
dicendo  che  s'imponeva  il  nome  a 
ciascuno  di  que*  poveri  che  rap- 
presentavano i  dodici  apostoli ,  a 
cui  si  lavavano  i  piedi  dal  patriar- 
ca o  dal  vescovo,  e  ricusandosi  da 
tutti  il  nome  di  Giuda  Iscariote , 
si  estraevano  a  sorte  i  nomi.  Be- 
nedetto XIV  nel  tom.  1,  pag.  264 
Delle  feste,  e  De  feslis  pag.  182, 
riporta  le  diverse  opinioni  degli 
autori  intorno  al  rito  della  lavan- 
da de'  piedi  nel  giovedì  sauto,  che 
varia  nelle  qualità  e  nel  numero 
delle  persone  a  cui  si  lavano  i  pie- 
di ;  poiché  in  alcune  chiese  sono 
canonici,  in  altre  ministri  inferiori, 
poveri  in  altre.  Nelle  chiese  latine 
ecco  come  procede  la  funzione.  Do- 
po la  denudazione  degli  altari,  da- 
to il  segno  con  una  tavola,  ad  ora 
competente  si  radunano  gli  eccle- 
siastici ad  facienduni  Mandatum. 
Il  prelato  o  superiore  vestito  di 
amito,  camice,  stola  e  piviale  di 
color  paonazzo,  parte  dalla  sacre- 
stia preceduto  dalla  processione,  dal 
turiferario  col  turiholo  nel  quale 
ha  posto  r  iiicenso,  dal  suddiacono 
con  la  croce  (  che  il  Bisso  dice  non 
doversi    poi-tare)    senza    manipolo 


LAV 
(che  prende  poi  al  luogo  della  firn- 
xione),  tra  i  ceroferari,  dal  cerimo- 
niere e  dal  clero,  avente  alla  sini- 
stra il  diacono  apparato  come  il 
suddiacono  co'  paramenti  messali  dì 
color  bianco.  Giunta  la  processione 
al  luogo  della  lavanda,  il  diacono 
canta  l' evangelo  :  Ante  dieni  fe- 
stum  Paschae.  Finito  che  sia ,  il 
suddiacono  porta  a  baciare  il  libro 
aperto  al  celebrante,  il  quale  vie- 
ne incensato  dal  diacono.  Indi  il 
diacono  e  suddiacono  depongono  i 
manipoli  onde  amministrare  al  ce- 
lebrante, e  questi  si  spoglia  del  pi- 
viale, si  cinge  di  un  zinale  o  grem- 
biale di  lino,  e  recasi  a  fare  la  la- 
vanda de'  piedi  a  tredici  poveri  o 
canonici,  ec.  col  capo  coperto  e  se- 
denti, come  ordina  il  cerimoniale 
de'  vescovi,  lib.  2,  cap.  XXIV,  n.  2. 
Si  lavano  i  piedi  dal  celebrante, 
amministrando  i  chierici  il  bacile 
e  l'acqua  ;  il  suddiacono  sostiene  il 
piede  destro  d'ognuno,  e  il  cele- 
brante lo  asterge  e  lo  bacia;  pren- 
dendo dal  diacono  il  pannolino  per 
astergerlo.  Frattanto  che  il  cele- 
brante eseguisce  la  lavanda,  si  can- 
tano le  antifone  e  le  cose  descritte 
nel  messale;  dopo  che  l'ha  termi- 
nata si  lava  le  mani ,  riprende  il 
piviale,  dice  il  Pater  noster,  ec,  e 
col  medesimo  ordine  ritorna  colla 
processione  in  sacrestia.  Se  a  quelli 
che  si  lavano  i  piedi,  secondo  le 
consuetudini,  si  devono  dare  delle 
limosi  ne,  un  chierico  porta  il  ba- 
cile colle  monete,  una  delle  quali 
consegna  al  diacono,  e  questi  al 
celebrante,  il  quale  dopo  asciugato 
il  piede  la  dà  al  povero,  che  oltre 
la  mano  del  celebrante  bacia  an- 
cora la  moneta.  Varie  sono  le  opi- 
nioni, perchè  a  tredici  piuttosto  che 
a  dodici  si  lavano  i  piedi ,  quali 
riportammo  al  luogo  che  citeremo. 


LAV  197 

Qui  ci  limiteremo  a  dire,  che  opi- 
nano alcuni  sacri  scrittori,  che  ciò 
si  faccia  perchè  Gesù  Cristo  a  tre- 
dici individui  in  fatti  lavò  i  piedi, 
avendo  invitato  anche  il  padre  di 
famiglia ,  ove  fece  la  gran  cena  ; 
asserzione  che  viene  smentita  dagli 
evangelisti,  che  dicono  soltanto  i 
dodici  discepoli  0  apostoli.  Altri  nel 
decimoterzo  vi  rappresentarono  s. 
Paolo;  altri  s.  Mattia  surroga- 
to a  Giuda;  altri  per  unire  in 
una  sola  le  due  lavande  che  si 
facevano  anticamente  in  tal  giorno, 
cioè  una  dai  canonici  ai  piedi  di 
tredici  poveri,  per  figurare  la  Mad- 
dalena che  lavò  ed  unse  i  piedi  a 
Gesù,  e  l'altra  che  si  faceva  dal 
vescovo  dopo  il  vespero  a'  suoi  do- 
dici canonici,  per  dimostrare  quan- 
to fece  il  medesimo  Gesù  a'  suoi 
discepoli,  sebbene  il  Macri  dice  che 
la  lavanda  per  ricordar  quella  della 
Maddalena  facevasi  nel  sabbato  pre- 
cedente la  domenica  delle  palme. 
11  Rinaldi  all'anno  34,  n.  38,  ri- 
leva che  nel  convito  pasquale  de- 
gli ebrei,  due  erano  le  lavande.  Di- 
ce pertanto,  che  il  lavar  de'  piedi 
tra  gli  ebrei  si  facesse  dopo  la  ce- 
na dell'agnello  ;  primieramente  per» 
che  si  ha  da  s.  Giovanni,  che  ciò 
avvenne  fatta  la  cena,  e  che  un'al- 
tra volta  Cristo  si  levò  dalla  cena, 
e  preso  lo  sciugatoio  lavò  i  piedi 
agli  apostoli.  Quanto  all'  uso  di 
lavar  i  piedi  nell' entrar  in  casa  ai 
convitati,  s'intende  mentre  non  si 
erano  già  lavati,  come  gli  apostoh, 
onde  disse  il  Signore  a  s.  Pietro: 
Qui  lotus  esty  non  indiget  nisi  ut 
pedes  lavetj  sed  est  mundiis  totus. 
E  certamente  che  fossero  soliti  gli 
ebrei  nella  mensa  pasquale  lavarsi 
di  nuovo  i  piedi  e  le  mani,  ben  si 
vede  nel  rituale  loro  :  del  che  si 
assegna  espressamente   la   ragione, 


f9«  LAV. 

perché    d' un    convito    si   facevano 
due  cene  congiunte   insieme,    o  se 
dir  meglio  vogliamo,    d'una  cena 
due  mense,  nella  prima  delle  quali 
si  mangiava  V  agnello,  e    nella  se- 
conda si  faceva  la  cereraonia  degli 
azimi.    Però    da    un    canone  dello 
stesso  rituale  apparisce,  che  ancora 
nelle  altre    grandi    solennità,  come 
della  Pentecoste,  e  della    Scenope- 
gia  ossia  de*  tabernacoli  (  in  cui  il 
popolo  per  otto  giorni  abitava  sot- 
to capanne  di  frasche   e  verdure), 
si  facevano    due    somiglianti    cene, 
{la  questa  era  la  differenza  tra  es- 
se, che  nelle  altre  una    sola   volta 
si   lavavano  i  piedi,  ma    in  quella 
della  Pasqua  due  ,    cioè    prima   di 
mangiar  l'agnello,    e  avanti  la  se- 
conda mensa  e  cerimonia  degli  a- 
zimi  :  e  conforme  a  questo  fa  me- 
stieri dire,  che    la    prima    lavanda 
s'era  fatta  avanti  che  mangiassero 
l'agnello,  e  la  seconda  dal    Signo- 
re avanti  la  seconda  mensa.  Oltre  di 
ciò,  che  la  prima  mensa  dell'agnello 
fosse  già    consumata    quando  Gesù 
Cristo  lavò  i  piedi  ai  discepoli,   lo 
dimostra  lo  stesso  s.   Giovanni,  di- 
cendo che  dopo  la  lavanda  de'piedi 
il  Signore  ripigliò  le  sue  vesti,  cioè 
depose  la  veste  cenatoria  e  riprese  la 
propria,  volendo  usare  abito  diverso 
nel  nuovo  convito  in  cui  istituì  la 
ss.  Eucaristia.  Ma    prima    d' insti^ 
tuire  il  cibo  divino  lavò  i  piedi  ai 
convitati,  parendo  che  ciò  toccasse 
a  chi  convitava.    Pompeo    Sarnelli 
nel  t.   VI  delle    sue  Lett.    eccl.j  ci 
dà  la   lett.  XXXllI:    Onde    è   che 
santa     Maria     Maddalena    si    met- 
te nelle  litanie    prima    delle    sante 
vergini.   Il  Sarnelli  crede,    che  per 
la  lavanda  de'  piedi  ch'essa  fece  a 
Cristo  colle  sue  lagrime,  la  Chiesa 
adottò  la  lavanda  di    tredici    indi- 
vidui. Nel  t,  J,  p.  58,  rese    ragio- 


LAV 

ne  delle  due  antiche  lavande  che 
fa  cévansi  nel  giovedì  santo.  Altri 
finalmente  dicono  introdotto  il  de- 
cimoterzo alla  lavanda,  per  figura- 
re quell'angelo  che  s.  Gregorio  I 
trovò  tra  que'  miseri  o  pelle- 
grini che  ogni  giorno  trattava  a 
mensa,  somministrando  loro  po- 
scia anche  l'acqua  per  la  Lavanda 
delle  mani  (Fedi).  Altri  poi  con 
riJgione  più  fondata,  dicono  che  la 
Chiesa  stabili  la  lavanda  di  tredici 
individui,  ciò  che  confermò  Sisto 
IV  con  suo  decreto  presso  il  Mar- 
cello, per  rappresentare  che  Cristo 
col  fatto  e  coll'esempio  di  somma 
umiltà  volle  istituire  questa  cere- 
monia. 

Nel  voi.  Vili,  p.  296  e  seg.  del 
Dizionario  ,  descrivemmo  la  la- 
vanda che  nel  giovfcd'i  santo  fa  il 
Papa  dei  tredici  apostoli,  sacerdo- 
ti o  diaconi;  gli  antichi  riti  ese- 
guiti dai  Pontefici;  le  due  lavande 
che  prima  si  facevano;  chi  debba- 
si  riconoscere  per  decimoterzo  in- 
dividuo; come  il  Papa  ad  imita- 
zione di  Gesù  Cristo  che  depose 
le  vesti,  e  si  cinse  d'uno  sciugatoio 
per  dimostrare  la  sua  grande  umil- 
tà, essendo  ciò  proprio  de'  servi 
(  racconta  Leone  Ostiense  che  una 
pcirte  di  detto  sciugatoio  portato 
da  alcuni  monaci  da  Gerusalemme 
a  Monte  Casino,  gettato  nel  fuoco 
estinse  1*  incendio  e  restò  illeso  : 
F.  il  Chifìlet,  De  liiiteis  scpul- 
chralibus),  si  leva  il  piviale  e  pren- 
de il  grembiale;  e  parlammo  pu- 
re della  tavola  o  mensa  loro  im- 
bandita ;  e  chi  fa  le  veci  del 
Papa  per  sua  impotenza,  ciò  che 
pure  dicemmo  a  p.  288.  Qui  poi 
aggiungeremo,  che  se  il  prelato  te- 
soriere o  protesoriere  (ancorché 
cardinale)  è  assente  o  infermo,  le 
medaglie  ai    pellegrini    o    apostoli 


LAV 

cui  il  Papa  ha  lavato  il  piede,  le 
sona  ministra  il  prelato  decano  dei 
chierici  di  camera;  ciò  che  fece 
monsignor  Giacomo  A  madori -Pic- 
colomini  decano  de' medesimi  nel- 
r  anno  i843,  ora  cardinale,  hen- 
chè  si  dicesse  che  ciò  toccava  far- 
si da  monsignor  commissario  ge- 
nerale della  stessa  camera  apo- 
stolica, come  quello  il  quale  fa  le 
veci  del  tesoriere  per  sua  impo- 
tenza o  nella  vacanza  di  esso,  e 
di  aver  ciò  fatto  nel  pontificato 
di  Pio  VII  monsignor  commissa- 
rio Pier  Maria  Gasparri.  11  cau- 
datario poi  del  cardinal  diacono 
che  canta  il  vangelo,  sulla  croccia 
assume  la  colta.  Anticamente  le 
medaglie  che  il  tesoriere  dà  al  Pa- 
pa, eguali  a  quelle  de' pellegrini, 
il  prelato  gliele  consegnava ,  dopo 
che  il  Pontefice  avea  deposto  i  pa- 
ramenti, finita  la  funzione  della 
lavanda.  Assente  il  Papa,  la  fun- 
zione della  lavanda  la  fa  il  car- 
dinale decano  del  sacro  collegio,  e 
per  sua  impotenza  il  cardinale  ve- 
scovo suburhicario  piti  antico  d'or- 
dine. Il  celebrante  con  piviale  pao- 
nazzo e  mitra  bianca  di  damasco, 
col  diacono  e  suddiacono  assisten- 
ti si  porta  al  luogo  della  lavanda, 
dopo  aver  messo  l' incenso  nell'in- 
censiere, preceduto  dalla  croce  a- 
stata^  sostenuta  da  un  accolito^ 
fermandosi  al  faldistorio.  11  van- 
gelo si  canta  dal  detto  diacono, 
che  bacia  poi  il  celebrante  de  mo- 
re. Incensato  il  celebrante,  depone 
egli  il  piviale,  si  cinge  del  greni» 
biale  di  lino  e  procede  alla  lavan- 
da colla  mitra,  dopo  che  i  mini- 
stri suddetti  hanno  deposto  i  ma- 
nipoli. 11  suddiacono  solleva  il  pie- 
de ed  il  diacono  porge  il  niantile 
o  pannolino.  11  celebrante  fa  la 
lavanda    genuflesso:    cosi    fece    il 


LAV  199 

cardinal  della  Somaglia  decano  ne- 
gli anni  1822,  1823,  1824,  come 
si  legge  i\Q  Diari  di  Romay  uum. 
28,  25  e  3i.  11  tesoriere  dà  le 
medaglie  ai  pellegrini  o  apostoli, 
ed  i  bussolanti  portano  i  soliti  ba- 
cili^ cioè  due  il  boccale  coll'acqua 
ed  il  bacile,  e  due  coi  bacili  dei 
pannolini  e  de'  fiori.  Terminata  la 
lavanda,  il  celebrante  torna  al  fal- 
distorio, si  lava  le  mani,  depone 
il  zinale  e  riprende  il  piviale^  de- 
pone la  mitra  e  recita  l'orazione 
assistendovi  i  ceroferari  .  Ripresa 
la  mitra,  co'sacri  ministri  si  por- 
ta al  silo  ove  depone  i  paramenti. 
Questi  apostoli  sono  stati  preceden- 
temente comunicati  dal  sotto  guar- 
daroba, il  quale  si  reca  a  celebrar 
loro  la  messa  coU'abito  di  mantelr 
Ione,  assiste  alla  lavanda  colla  veste 
e  cappa  rossa,  ed  al  pranzo  ripren- 
de l'abito  di  manlellone,  deponen- 
do la  veste  e  cappa  rossa.  Ai  22 
di  agosto  1818,  dalla  sacra  con- 
gregazione de'riti,  in  seguito  di  uri 
voto  di  monsignor  Luigi  Gardelli- 
ni  assessore  della  medesima,  sopra 
il  dubbio  promosso:  Se  i  sacerdo' 
ti  di  rito  greco  possano  e  debbano 
comunicarsi  cogli  altri  in  azinìo, 
fu  deciso  affermativamente.  Poiché 
nella  costituzione  di  Benedetto  XIV, 
Etsi  pastoralisy  de'26  maggio  i  742, 
per  le  regole  da  osservarsi  dagl'i- 
talo-greci,  nell'articolo  6,  §  i3,  fu 
loro  permesso  l'uso  dell'azimo,  al- 
lorché fuoii  delle  loro  parrocchie 
non  trovano  sacerdoti  del  loro  ri- 
to, essendo  assai  conveniente  che 
i  tredici  sacerdoti  rappresentanti 
i  dodici  apostoli  si  comunichino 
tutti  al  tempo  istesso  e  nello  stes- 
so rito,  prima  di  passare  alla  la- 
vanda, avanti  di  cui  si  crede  da 
molli,  che  seguisse  la  istituzione 
dell'Eucaristia;  ed  ancora    perchè 


200  LAV 

gli  etiopi  caltolici  i  quali  nel  re- 
sto dell'anno  consacrano  in  fermen- 
tato, ueWa  feria  f^  in  Coena  Domi- 
ni  celebrano  in  azimo,  che  si  cre- 
de usato  dal  Salvatore,  correndo 
allora  la  festa  degli  azimi.  Fedi 
Decret.  S,  C.  Kit.  t.  VI,  p.  65. 

A  quanto  poi  si  disse  a  p.  3o2  e 
seg.  della  lavanda  e  mensa  de'pel- 
legrini  in  sede  vacante,   cui    sole- 
vano intervenire  i   conservatori  di 
Homa,  vi  aggiungeremo  le  seguen- 
ti notizie.  Il  calendario  Capitolino 
ci  conserva  la  memoria  di    un'an- 
tichissima funzione,   che  ebbe  luo- 
go   nell'arcispedale   del    ss.    Salva- 
tore al  Laterano,  almeno  forse  fi- 
no all'epoca  che  nel  declinare  del 
passato  secolo  apparve  l'ultima  ef- 
fimera   repubblica    romana.    Pare 
che  la  sua  origine  risalga  alla  tras- 
lazione   della    residenza    pontificia 
da  Roma  ad   Avignone,    dopo   es- 
sersi   tralasciato  l'uso  in  cui  il  Pa- 
pa   lavava  i    piedi   a    dodici    sud- 
diaconi o  diaconi  o    cappellani,  se 
pure  non  si  voglia  dire  che  il  pri- 
mario   oggetto   dell'estinta    compa» 
gnia  dell'arcispedale,   chiamata    di 
Sancta    sanctorum^  fu   di    ricevere 
i  pellegrini,  ed  anco  di  curar    gli 
infermi;  ma  che   dopo  la    porten- 
tosa istituzione  concepita  da  s.  Fi- 
lippo   Neri    della    arcicon fraternità 
della  ss.  Trinità  de' pellegrini,  tut- 
te le  cure  della  nobile  compagnia 
si  rivolgessero  a  curare  gl'infermi, 
e  che  restò  l'annua  funzione  della 
Javanda  e  mensa,  per  provare  alla 
posterità  il  primo    fine   dell'istitu- 
to. Comunque  la  cosa  fosse,  si  co- 
nosce che  la  cerimonia  era    solen- 
ne e  si  faceva  ogni  anno  nelle  sale 
superiori  dell'arcispedale,  e  grande 
era     il     coiicorso    de' romani;     es- 
sendo notabile  che  la     lavanda    e 
la  jnensa    non    a  tredici   individui 


LAV 

poveH,  ma   a  soli    dodici    facevasl 
dai    tre    guardiani    e    camerlengo, 
forse  in  riguardo  all'antico  cerimo- 
niale. Sull'intervento  poi  alla  fun- 
zione del    magistrato    romano,  ciò 
probabilmente    provenne    dall'alto 
patronato    che    il    medesimo   gode 
sulla    cappella    di    Sancta   sanato- 
rum  e  sue  dipendenze.  In  fatti  nel- 
lo statuto  della  nobile    compagnia 
estinta,  stampato  nel  1608,  si  leg- 
ge che  l'elezione  annua  delle  cari- 
che   si  doveva  fare  innanzi  all'in- 
tero magistrato  romano,  quasi  che 
la  compagnia  del  ss.  Salvatore,  ove 
non  erano  ammessi  che  nobili  cit- 
tadini romani,  fosse  una  cosa  stes- 
sa   e    proveniente   dal    magistrato, 
usando  perfino    i    tre    guardiani  e 
camerlengo  la    toga    senatoria     ne- 
ra   simile    a  quella  del  magistrato 
romano  (che  abusivamente  i  depu- 
tati dell'arcispedale  usarono  nell'an- 
no santo   1825,    in    una    funzione 
fatta  nella  sacra  cappella  col  capi- 
tolo Lateranense).  Non  fa  meravi- 
glia dunque  che  il  magistrato  del- 
l'alma Roma  pubblicamente  vi  as- 
sistesse, e   non    solo  come   dice  il 
calendario  Capitolino,  quando  non 
vi  è    cappella    papale^    ma    era  in 
libertà  del    medesimo    assistervi    a 
piacere,  mentre  dai  diari  stampati 
degli  anni  santi,  si  rileva  che  non 
ostante  vi  fossero  le  funzioni  pon- 
tificie, il   magistrato  era  intervenu- 
to alla  lavanda  nelle  sale  dell'ar- 
cispedale Lateranense.  Circa    poi    i 
soggetti     che    rappresentavano    gli 
apostoli,  abbiamo  dal  Fanucci  che 
descrisse  le  opere  pie  di  Roma  nel 
1601,  opera  che  in  gran  parte  ri- 
produsse   il  Piazza,    che    i    dodici 
poveri    erano   sempre    sei    religiosi 
dell'ordine  di  s.  Ambrogio  ad  Ne- 
mus    che    avevano     in  custodia  la 
chiesa  di  s.  Clenjente,  e  sei  religiosi 


LAV 

gesuati  ch'erano  in  ss.  Giovanni  e 
Paolo,  i  quali  religiosi  forse  saran- 
no stati  preferiti  ad  ogni  altro,  e 
perchè  erano  esteri  e  perchè  di- 
moravano nella  parrocchia  e  regio- 
ne Lateranense.  Estinti  però  questi 
due  ordini,  il  primo  sotto  Urbano 
Vili,  o  meglio  sotto  Innocenzo  X, 
e  l'altro  sotto  Clemente  IX,  la 
compagnia  avrà  scelto  dodici  sacer- 
doti poveri,  come  dice  il  calenda- 
rio Capitolino.  In  Roma  oltre  la 
lavanda  che  fa  il  Papa,  diversi  or- 
dini religiosi  d'ambo  i  sessi  e  pii 
istituti  fanno  egual  funzione.  Nel 
numero  27  del  Diario  di  Roma  del 
1 80 1  si  legge  quelle  lavande  che  fe- 
cero i  domenicani  in  s.  Maria  sopra 
Minerva,  i  carmelitani  in  s.  Mar- 
tino a'Montij  e  quelle  ch'ebbero 
luogo  in  s.  Omobono,  ed  in  s.  Ni- 
cola in  carcere  nelle  stanze  capi- 
tolari, dando  anco  il  pranzo  a  do- 
dici poveri.  Nel  Rituale  dell'  arci- 
confraternita  delle  sacre  Stimmate 
di  Roma^  stampalo  nel  17.11,  si 
prescriveva  che  nel  giovedì  santo 
si  facesse  in  chiesa  la  lavanda  dei 
dodici  apostoli  dal  sacerdote  che 
avea  celebrato  la  messa,  unitamen- 
te ai  guardiani.  Questo  uso  è  du- 
rato fino  al  i8i3j  in  cui  fu  sospe- 
so, essendo  poi  stato  proibito  con 
decreto  della  s.  congregazione  dei 
riti  de' 22  marzo,  1817,  per  ca- 
gione d'un  dotto  ed  erudito  voto, 
che  si  legge  nel  vqI.  VI,  pag.  12 
e  seg.  del  Cardellini,  par.  \,  con- 
tro il  luogo  ove  si  faceva  la  lavan- 
da, e  le  persone  che  l'eseguivano. 
Il  Sarnelli  nelle  Lettere  eccl.  to- 
mo I,  p.  57,  lett.  XIII:  Perchè  nel 
giovedì  santo  si  lavano  dal  vesco- 
vo i  piedi  a  tredici,  e  non  più  to- 
sto a  dodici;  e  se  dodici  furono 
gli  apostoli,  riporta  molle  analoghe 
erudizioui.  Nel  t.  Ili,  p.  87  discor- 


LAV  201 

re  della  veste  cenalorìa,  che  dai 
romani  chiama  vasi  toga  tricliniarìs, 
molto  usala  dagli  ebrei  ;  e  perchè 
la  lavanda  de' piedi  fu  fatta  da  Cri- 
sto prima  della  cena.  Nel  t.  VI, 
lett.  XXV,  n.  8^  dice  che  la  lavanda 
de'  piedi  mai  fu  usata  nella  Chiesa 
avanti  di  prendere  la  ss.  Eucari- 
stia, ma  dopo  di  essa  e  dopo  il- 
battesimo.  Nel  t.  Vili,  lett.  XXXVI, 
Della  sacra  lavanda,  parla  eziandio 
del  Lavipedio  del  giovedì  santo. 
Oltre  a  ciò  il  Sarnelli  nel  1711 
colle  stampe  di  Antonio  Barloli 
pubblicò  in  Venezia  :  Sacra  lavan- 
da de' piedi  di  tredici  poveri  che 
si  celebra  nel  giovedì  santo.  Il  Can- 
cellieri ha  trattato  di  questo  argo- 
mento nella  sua  Settimana  santa, 
ed  a  p.  37  e  seg.  delle  Notizie 
della  venuta  in  Roma  di  Canuto  li 
e  di  Cristiano  I  re  di  D animar- 
ca.  S.  Cyprianus  in  Serni.  de  ablu' 
tìone  pedani.  Jacopo  Gretsero,  Po- 
doniptnis,  sive  liher  de  more  la- 
vandi  pedes  peregrinorum,  et  ho- 
spitunij  Ingolstadii  161  o;  et  in 
t.  II  Oper.  par.  II  :  Consuetudo 
lavandi  peregrinoruni  pedes  quoti- 
die  Hierosolynds  celebra  nda,  et 
processio  per  ecclesiam  s.  Sepul- 
chn\  Venetiae  1623.  Gio.  Battista 
Franchi,  L' acqua,  diceria  nella 
solennità  della  lavanda  de'  piedi y 
Reggio  i644-  Th.  Ittigius,  De  pe- 
diluvio D.  N.  J.  C.j  Lipsiae  1 699. 
A.  D.  A.  Rrachevait,  De  pedilu- 
vio Christi,  Rostochii  1707.  C.  G. 
HofFmann ,  De  vera  et  falsa  pedi- 
luvii  Christi  imitatione ,  Vittem- 
bergae  1740-  J-  J-  Kheukus,  De 
lotione  a  Chrislo  administrata.  Pi- 
card, Cérémonie  de  laver  les  pieds 
à  douze  pouvres  le  jeudi  sainl, 
t.  II,  20.  Gio.  Battista  Frescobal- 
di,  Pediluvium,  sive  de  numero 
paupevum,  quibus  lavandi  sunt  pe- 


'J02  LAV 

des  feria  V  in  Coena  Domini^  Lu- 
cae  1713,  r7i4>  »7^o.  Menochio, 
Stiiore  t.  II,  p.  292,  cap.  LXXVI  : 
Del  costume  di  lavare  i  piedi  ai 
pellegrini.  Inoltre  si  possono  vede- 
re gli  arlicoli  a  questo  relativi, 
e  Pellegrini. 

I  romani  Pontefici  negli  anni 
santi,  oltre  la  consueta  lavanda  del 
giovedì  santo,  in  varie  circostanze 
hanno  umilmente  lavato  i  piedi  ai 
poveri  pellegrini.  Clemente  VII! 
nell'anno  santo  iGoo,  ad  onta  di 
sua  grave  età  e  delle  sue  infer- 
mità, più  volte  li  lavò  con  una 
mano  sola  a  cagione  della  chiragra 
che  gli  teneva  impedita  V  altra, 
servendoli  poscia  a  mensa.  Il  Tor- 
rigio  nella  HisLoria  della  chiesa 
di  s.  Giacomo  in  Borgo ^  dice  a 
p.  20,  che  ciò  fece  Clemente  Vili 
nel  palazzo  del  cardinal  di  Trento 
in  Borgo,  rimpetto  a  (|uello  dei 
Campeggi,  ove  le  compagnie  o  so- 
dalizi forestieri  si  alloggiavano,  cioè 
ai  poveri  sacerdoti.  Clemente  X 
non  ostante  ottantacinque  anni  di 
età,  nell'anno  santo  1675,  per  ben 
dodici  volte  si  portò  all'  ospedale 
della  ss.  Trinità  de'  pellegrini  affi- 
ne di  lavare  ad  essi  i  piedi.  Cle- 
mente XI  nell'anno  santo  1700 
fece  altrettanto,  ed  eccone  il  ceri- 
moniale. A'  2 1  dicembre  Clemen- 
te XI  si  portò  al  detto  ospedale 
coi  cardinali  Noailles  e  Lambergh, 
altri  trovandosi  nell'ospedale.  Dopo 
aver  visitato  la  chiesa,  passò  alla 
tavola  delle  donne  ch'erano  servi- 
te da  principesse  e  dame,  le  am- 
mise al  bacio  del  piede  sedente  in 
sedia  sotto  baldacchino ,  indi  dopo 
le  solite  preci  del  cappellano  se- 
greto, benedi  la  mensa.  Si  recò  al 
luogo  ov' erano  i  pellegrini  per  la- 
var loro  i  piedi.  Prima  si  lavò  le 
mani,  versando  l'acqua  il  principe 


LAV 

d.   Livio    Odescalchi    come    priore 
del    pio  luogo,  e  presentando  il  pan- 
nolino il  cardinal  Colloredo,  il  quale 
gli  avea  già  cinto  il  zinale.  Quindi  il 
Papa  lavò  i  piedi  a  dieci  pellegrini, 
assistito  sempre  da  monsignor  mae- 
stro di    camera  nell'  inginocchiarsi, 
alzarsi  e  baciare  i    piedi    ai    pelle- 
grini. Terminata  la    lavanda,    Cle- 
mente XI  andò  alla  tavola  de*  po- 
veri, rimettendogli  il  detto  cardina- 
le il  grembiale,  e  col  principe  die- 
rono  a  lavar  le  mani  al  Papa,  poi 
il    cardinale    slacciò    il    zinale    che 
restò  al  nominato  prelato,  che  alla 
tavola  stette  sempre  presso  il  Pon- 
tefice porgendogli  le  vivande.    Alla 
funzione  delle  donne,    il  Papa    as- 
sistette con   camauro,    mozzetla    e 
stola,  ed  alle    tavole    ancora;    alla 
lavanda     senza    mozzetla     e    senza 
stola  ;  questa  gli    fu    levata     e    ri- 
messa dal  primo  cardinal   diacono, 
tutto  il  resto    dal    maestro    di    ca- 
mera   ed    aiutante  di    camera.  Nel 
partire  il  Papa    lasciò    all'ospedale 
scudi    quattromila    in    due  polizze, 
dicendo  che  quella  di  mille  era  del 
cardinal  Albani,  cioè  lui  stesso.  Que- 
sta fu  una    delle    prime    uscite     e 
funzioni  che  Clemente  XI  fece  do- 
po   assunto    al    pontificato .     Dipoi 
agli     li    aprile    1701    il    Papa    si 
portò  in  s.  Sisto,  ove  lavò  i  piedi 
a   dodici    pellegrini  :    un    cardinale 
levò  la  stola,  pose  il  zinale,  e  die- 
de il  tovagliolo;  monsignor  maestro 
di  camera  la    mozzetla,    che    colla 
stola  ritirò  V  aiutante  di  camera,  e 
d.  Livio  Odescalchi    diede    da    la- 
vare. Il  maestro  di   camera  assistè 
il  Papa    alla    lavanda,    ed    alzò    il 
piede  de' pellegrini  nel  chinarsi  Cle- 
mente   XI    per    baciarglieli.    Passò 
poi  alla    tavola    delle    donne ,    che 
benedì,  e  servi  a  mensa  i    poveri. 
Benedetto  XIII  nel  recarsi  nel  1727 


LAV 

alla  sua  antica  chiesa  di  Benevento 
per  la  settimana  santa,  ogni  sera 
si  recò  all'ospedale  a  lavare  i  pie- 
di, e  servire  a  mensa  i  poverelli. 
Benedetto  XIV,  a  fronte  della  sua 
avanzata  età,  nell'anno  santo  1750, 
a'  19  marzo  si  portò  all'ospedale 
della  ss.  Trinità  de' pellegrini,  ove 
lavò  i  piedi  a  dodici  sacerdoti  pel- 
legrini, ed  accompagnalo  conke  Cle- 
mente XI  da  ventidue  cardinali,  li 
servi  tutti  a  tavola.  1  suoi  succes- 
sori ne  imitarono  l'esempio. 

Della  lavanda  de'  piedi  dell'  im- 
magine del  ss.  Salvatore  che  si  ve- 
nera in  Sancta  Sanctorunij  che 
fncevasi  sino  al  pontificalo  di  s. 
Pio  V  nella  vigilia  della  festa  del- 
l' Assunzione  di  Maria  Vergine  in 
Roma,  coir  intervento  del  magistra- 
to romano,  dei  consoli  delle  arti 
della  città,  e  di  altri,  ne  parlammo 
al  voi.  IX,  p.  83  del  Dizionario, 
ed  all'articolo  Kyrie;  il  Marongoni 
ne  tratta  pure  a  p.  io3,  delle  Co- 
se gentilesche  e  profane  trasportale 
ad  uso  ed  ornamento  delle  chiese^ 
dicendo  che  della  processione  non 
il  Papa  Sergio  11,  ma  piuttosto  s. 
Leone  IV  ne  fu  istitutore,  e  che 
l'acqua  della  lavanda  bevuta  dogli 
infermi,  conferiva  loro  la  sanità. 
E  siccome  il  Martinelli  scrisse  aver 
luogo  tale  lavanda  in  memoria  di 
quella  che  i  sacerdoti  della  dea 
Cibele  facevano  dell'  idolo  di  essa 
nel  primo  di  aprile,  il  Marangoni 
confuta  questa  asser2Ìone  con  giu- 
ste ragioi)!,  dimostrando  diverso  il 
fine  delle  due  lavande.  La  proces- 
sione dell'immagine  del  ss.  Salva- 
tole colla  lavanda  de'  piedi  ebbe 
origine  dall' aver  s.  Leone  IV  fatto 
portare  processionalmente  la  me- 
desima avanti  una  caverna  presso 
s.  Lucia  in  Selce,  ove  erasi  anni- 
dato un  pestifero  serpente    o  basi- 


LAV  2o3 

iiscò,  cx)n  grave  danno  de' romani, 
e  di  aver  quindi  ottenuto  la  morte 
del  mobtro^  onde  in  memoria  la 
processione  fu  ripetuta,  aggiungeu- 
duvisi  poi  la  lavanda  coli' erba  ba- 
silisco ed  acqua  rosata,  che  face- 
vano delle  piante  dell' imm;igìne  i 
sacerdoti.  Questa  lavanda  sembra 
derivata  dall' esser  mancato  il  prò-» 
digioso  scaturimento  di  quell'umo- 
re acqueo,  che  trasudava  antica- 
mente la  tavola  ov' è  dipinta  l'im- 
magine, colla  quale  molli  infermi 
conseguivano  la  sanila;  e  per  la 
divozione  di  tutto  il  popolo  fu  in 
vece  sostituita  questa  lavanda,  che 
operò  gli  stessi  effetti  per  virtù  di- 
vina, y.  la  biografìa  di  s.  Leo- 
ne  IV.  Filialmente  noteremo,  che 
i  gentili  si  valevano  di  lavande 
nelle  cose  sacre,  per  confondere  il 
sacramento  del  battesimo,  come 
Osserva  Tertulliano,  De  coron.  mi- 
li  t,  de  baptis. 

LAVAlNT  {Lavantìn).  Città  ve- 
scovile  con  residenza  in  s.  Andrea, 
della  bassa  Carintia,  nel  regno  di 
lUiria,  sotto  il  governo  di  Lubiana. 
È  situala  al  confluente  del  Lavant 
e  della  Drava,  e  viene  pur  chia- 
mata Lavantz,  Lavamund,  Lavand- 
Mind,  o  s.  Andrea,  Lavaniunda. 
La  piccola  ci  Uà  di  s.  Andrea  o 
Audrastadt,  egualmente  nel  circolo 
di  Lubiana,  giace  nella  valle  di 
Lavant,  e  sulle  sponde  del  fiume 
che  porta  l'istesso  nome,  e  die  si 
getta  nella  Drava.  Predicò  la  ì^^ìÌq 
cattolica  in  Lavant  s.  Virgilio  ot- 
tavo vescovo  ed  abbate  di  Salisbur- 
go, onde  i  popoli  della  Carintia 
abbandonarono  gli  errori  del  pa- 
ganesimo. Nel  775  s.  Virgilio  vi 
mandò  s.  Modesto  che  ordinò  ve- 
scovo, il  quale  si  stabilì  in  una 
piccola  città  chiamata  Salina,  dove 
fabbricò  una  chiesa  in  onore  della 


2o4  LAV 

Beata  Vergine;  poco  dopo  fece  e- 
difìcare  quella  di  s.  Andrea  nella 
valle  di  Lavant,  e  molte  altre  nei 
dintorni.  Commanville  chiama  La- 
vant, Lavantum  seu  Fanum  sancii 
Andreae^  e  crede  che  la  città  sia 
stala  edificata  sulle  rovine  dell'an- 
tica Salina  o  Solva,  che  qualche 
autore  disse  essere  stata  sede  ve- 
scovile sino  dal  primo  secolo.  Eve- 
lardo  di  Truchsen  arcivescovo  di 
Salisburgo  eresse  la  chiesa  di  s. 
Andrea  in  collegiata  nel  12 12, 
mettendovi  dei  canonici  regolari, 
ai  quali  diede  per  primo  preposto 
il  suo  slesso  cappellano  Federico 
Schalle,  aggiungendovi  il  titolo  di 
arcidiacono  della  valle  di  Lavantz. 
Il  medesimo  arcivescovo  ivi  fondò 
a' IO  maggio  i223,  altri  dicono  nel 
1221,  col  consenso  del  Papa  Ono- 
rio IH,  un  vescovato  che  rese  suf- 
fraganeo  della  sua  metropoli,  riser- 
vando per  sé  e  per  i  suoi  succes- 
sori il  diritto  di  nominare  il  ve- 
scovo, di  confermarlo  e  di  ordinar- 
lo, per  autorità  concessagli  dal  som- 
mo Pontefice.  I  vescovi  di  Lavant 
ottennero  in  seguito  il  titolo  di 
principi  del  sacro  romano  impero, 
ma  senza  volo  e  sessione  nelle 
diete,  ed  ebbero  il  diritto  di  bat- 
tere moneta.  Tra  i  vescovati  eret- 
ti dagli  arcivescovi  di  Salisburgo, 
questo  di  Lavant  ed  i  suoi  vesco- 
vi godevano  il  primo  rango.  L'  e- 
piscopio  resta  sopra  un'altura  vici- 
no alla  cattedrale,  e  prima  delle 
note  vicende  i  vescovi  possedevano 
i  tre  castelli  di  Lavant  presso  Fri- 
sach,  Thurn  distante  una  lega  dal- 
la detta  città,  e  Twinberg  lungi 
tre  leghe  dalla  città  vescovile.  La 
cattedrale  di  s.  Andrea  ha  il  capi- 
tolo composto  di  dieciotto  canonici 
ed  un  decano,  che  hanno  per  di- 
gnità ed  alla  loro  testa  un   prepo- 


LAV 

sto  col  titolo  di  arcidiacono,  e  col 
privilegio  di  usare  la  mitra  ed  il 
pastorale.  La  diocesi  di  Lavant  si 
estende  nella  bassa  Carintia  e  nel- 
r  interno  della  Stiria,  comprende 
due  chiese  collegiale,  l'  una  di  s. 
Bartolomeo  a  Frisa  eh,  e  l'altra  ar- 
cidiaconale  a  s.  Floriano  o  Fiorano 
nella  piccola  città  dello  stesso  no- 
me j  più  due  belli  monasteri  di 
domenicane,  uno  a  Marnberg  nella 
Stiria,  r  altro  della  Madonna  di 
Loreto  presso  Lavant,  oltre  altri 
conventi  e  monasteri  di  regolari. 
Tuttora  la  diocesi  è  sufFraganéa 
della  metropolitana  di  Salisburgo, 
i  cui  arcivescovi  tuttora  nominano 
i  vescovi  di   Lavant. 

Ulrico  parroco  di  HaufT  e  cap- 
pellano dell'  arcivescovo  Everardo 
di  Truchsen,  fondatore  di  questo 
vescovato,  fu  il  primo  vescovo  di 
Lavant,  ordinato  nel  i223  o  1228, 
e  mori  nel  i25o.  Gli  successe  Car- 
lo preposto  di  Frisach,  che  morì, 
nel  12^9.  Tra  gli  altri  vescovi  che 
occuparono  la  sede  vescovile  di 
Lavant,  noteremo  particolarmente 
Federico  Theyl,  che  fu  uditore 
della  rota  di  Roma,  nominato  nel 
1421  e  trasferito  a  Chiemsée  nel 
1424-  Lorenzo  di  Leichtenberg, 
già  patriarca  di  Aquileia,  morto 
nel  i44^*  Rodolfo  di  Rudisheini 
uditore  di  rota,  e  nunzio  pontifi- 
cio in  Boemia,  trasferito  a  Bresla- 
via  nel  1467.  Giovanni  di  Rotth 
canonico  della  cattedrale  d'Augu- 
sta ed  uditore  di  rota,  nominato 
nel  i4^9)  6  trasferito  a  Breslavia 
nel  1482.  Marco  Ercole  di  Retti n- 
ger,  dottore  in  diritto,  canonico 
della  cattedrale  d'  Augusta  e  di 
Brixen,  nominato  nel  i555,  che  si 
distinse  per  la  sua  dottrina  al 
concilio  di  Trento,  e  morì  nel  iSyo. 
Giorgio  Stubeo  di  Palmburg  pi'us- 


LAV 

siano,  consigliere  di  Ferdinando  ar- 
ciduca d'Austria,  e  suo  inviato  al 
re  d^  Polonia,  morto  nel  1618. 
Leonardo  Gotz  dottore  e  canonico 
d'Augusta,  cancelliere  dell'imperato- 
re Ferdinando  li,  nominato  nel 
1619,  morto  nel  i64o.  Massimilia- 
no Gandolfo  conte  di  Reimbourgli 
o  Kienbourg,  nel  i654  vescovo  di 
Lavant,  nel  1666  di  Secovia,  poi 
trasferito  a  Salisburgo  nel  1668, 
che  il  Pontefice  Innocenzo  XI  creò 
cardinale  nel  1686  ,  morto  nel 
seguente  anno.  Sebastiano  conte  di 
Peltingj  preposto  e  canonico  della 
cattedrale  di  Passavia,  nominato 
nel  1668.  Filippo  Carlo  conte  di 
Furstemberg,  cameriere  d'onore  di 
Innocenzo  XII,  morto  nel  febbraio 
1718.  Leopoldo  Antonio  Eleutero 
barone  di  Firmi an ,  signore  di 
Gronmelz  e  di  Meggl,  ordinato  nel 
1718.  IS'elle  Notìzie  di  Roma  è  ri- 
portala la  serie  de'  suoi  successori 
sino  al  principe  e  vescovo  monsi- 
gnor Ignazio  Francesco  Zimmer- 
niann  di  Windischfeistriz  nella 
Stiria^  fatto  vescovo  agli  1 1  set- 
tembre 1824.  Questo  prelato  è 
morto  a*9  marzo  1 846,  laonde  in 
questo  punto  la  sede  di  Lavant  è 
vacante. 

LAVATA.  Sede  vescovile  di  Pa- 
trasso in  Tessaglia,  secondo  il  p. 
Wadiogo,  che  dice  avervi  seduto 
due  vescovi  del  suo  ordine  de' mi- 
nori, Giovanni  cioè,  ed  Enrico  di 
Apoldia,  nominato  da  Giovanni 
XXII.  Oriens  christ.  t.  III, p.  io  16. 

LAVAUR.  Città  vescovile  di 
Francia  dell'alta  Linguadoca  ,  che 
avea  già  il  titolo  di  contea,  in  og- 
gi capoluogo  della  vice-prefettura 
del  dipartimento  del  Tarn,  iti  un 
fertile  territorio,  e  sulla  riva  sini- 
stra delTAgout,  che  si  attraversa 
sopra  un  arditissimo  ponte  costrut* 


L  AV  2o5 

to  nel  1799.  Assai  grande,  sì  di- 
vide in  vecchia  e  nuova  città,  ed 
in  generale  è  bene  fabbricala.  La- 
vaur,  Vauriam  o  Castrum  Vaii- 
ri,  prima  del  1098  non  era  che 
un  grosso  borgo  cinto  di  mura  e 
di  fosse,  e  protetto  da  un  castello. 
Divenne  una  delle  più  forti  piazze 
del  partito  degli  albigesi,  e  fu  pre- 
sa nel  121  I  da  Simone  di  Mon- 
fort,  che  vi  esercitò  le  maggiori 
crudeltà .  li  Pontefice  Giovanni 
XXII  a' 7  aprile  i3i7  eresse  la 
sede  vescovile  di  Lavaur,  che  di- 
chiarò suffraganea  della  metropoli 
di  Tolosa,  dalla  quale  dismembrò 
il  territorio  per  formare  questa 
diocesi,  stabilendola  nel  priorato 
de' canònici  regolari  di  s.  Agostino, 
al  dire  di  Coramanville,  e  secon- 
do altri  de'  benedettini,  e  dipen- 
dente dall'abbazia  di  Saint-Ponts 
de  Tomières.  Il  suo  capitolo  era 
composto  di  dodici  canonici  e  quat- 
tro dignitari.  I  religiosi  della  dot- 
trina cristiana  vi  avevano  quattro 
case  religiose.  La  diocesi  conteneva 
oltantotto  parrocchie,  e  fu  soppres- 
sa da  Pio  VII  nel  concordalo  del 
1802.  Il  primo  vescovo  di  Lavaur 
fu  Ruggero  d'Armaynat,  fatto  nel 
i3i8  da  Giovanni  XXII.  I  suoi 
successori  fino  a  Gio.  Antonio  di 
Castellane  di  Troischasteaux,  fatto 
vescovo  da  Clemente  XIV  nel 
1 77 1 ,  e  che  fu  l'ultimo,  furono  tren« 
tacinque. 

Concila  di  Lavaur. 

Il  primo  fu  tenuto  nel  ir 68. 
Gallia  christ.  t.   I,  p.    1269. 

Il  secondo  nel  12 12.  Gallia 
christ.  t.  VI,  p.  444- 

II  terzo  nel  121 3  dall'arcive- 
scovo di  Narbona  legato  d'Innocen» 
zo  III,  sopra  le  domande  di  Pie- 
tro lì  re  d'Aragona  protettore   di 


ao6  LAV 

Bni mondo  VI  conte  di  Tolosa  e 
degli  altri  albigesi,  colle  quali  pre- 
tendeva che  si  rendessero  ai  conti 
di  Tolosa,  di  Foix  e  di  Commin- 
ges  le  terre  ch'erano  sfate  loro 
tolte.  La  risposta  del  concilio  non 
fu  favorevole  ne  all'una  ne  all'al- 
tra parte,  attesoché  il  conte  di  To- 
losa avea  violato  spesso  i  suoi  giu- 
ramenti fatti  in  mano  dei  legati. 
Lahbé  tom.  XI;  Arduino  tom.  \ì; 
Diz.  de^  concila. 

Il  quarto  nel  i368  da  tredici 
Teseo  vi  di  tre  prò  vi  nei  e,  ai  quali 
presiedette  Pietro  o  Goffredo  di 
Vairolles  arcivescovo  di  Narbona. 
Vi  si  pubblicò  una  raccolta  di  re- 
golamenti ecclesiastici,  divìsa  in 
cento  trentatre  articoli,  de'quali 
ima  gran  parte  è  tratta  dai  conci- 
lii  di  Avignone  tenuti  nel  1826  e 
nel  1337.  Vi  è  ordinato  che  il 
ciu'ato  dicendo  la  messa  nella  sua 
chiesa,  deve  essere  servilo  almeno 
da  un  suo  chierico  in  cotta;  che 
ogni  chiesa  cattedrale  e  collegiata 
manderà  almeno  due  persone  del 
suo  corpo,  per  istudiar  teologia  o 
gius  canonico,  senza  che  per  quest'as- 
senza perdano  altro  che  le  distri- 
buzioni manuali.  li  resto  riguarda 
i  beni  temporali  della  Cbiesa,  ì 
suoi  diritti  e  la  sua  giurisdizione. 
Labbé  tora.  XI;  Arduino  tom.  VII; 
Diz.   de'  conc. . 

LAVELLO,  Lavellum.  Città  ve- 
scovile piccola  ed  antica  della  pro- 
vincia di  Capitanata,  presso  i  con- 
fini settentrionali  della  Basilicata  , 
distretto  di  Melfi^  cantone  di  Venosa. 
Sta  io  ameno  ed  ubertoso  territo- 
rio, distante  cinque  miglia  da  Ve- 
nosa. Quando  i  normanni  divisero 
la  Puglia  nel  io/j^ì,  cedettero  que- 
sta città,  che  non  era  di  molla 
considerazione.  Ebbe  poscia  il  ti- 
tolo di  contea,  quindi  come    mar- 


LAV 

diesato  appartenne  alia  casa  di 
Tufo.  La  cattedrale,  dedicata  a  s. 
Muuro,  aveva  il  capitolo  conT[)osto 
di  quattro  dignitari,  l'arcidiacono, 
l'arciprete,  il  cantore  ed  il  primi- 
cerio, con  dodici  canonici,  oltre 
altri  sacerdoti.  Non  vi  erano  altre 
chiese  parrocchiali,  e  l'arcidiacono 
faceva  le  funzioni  del  parroco.  La 
diocesi  consisteva  nella  città,  ed  a- 
vea  due  conventi,  cioè  di  osservan- 
ti e  di  cappuccini;  era  suCfraganea 
della   metropoli   di  Bari. 

La  sede  vescovile  di  Lavello  di- 
cesi molto  antica,  ma  il  primo  ve 
scovo  che  si  conosca  è  Vincenzo, 
che  fiori  nel  1060  nel  pontificalo 
di  Nicolò  II.  Il  secondo  fu  Seone 
del  io64j  il  terzo  Bisanzio  del 
1069;  il  quarto  Giovanni  che  in- 
terveiìne  nel  i  i  79  al  concilio  ge- 
nerale Laternnense  111,  celebrato  da 
Alessandro  III.  Tra  i  di  lui  succes- 
sori nomineremo  fr.  Filippo  napo- 
letano domenicano,  celebre  nella 
teologia,  prudente,  ed  ornato  di 
altri  piegij  che  Clemente  VI  nel 
134^  fece  vescovo,  e  nel  seguente 
anno  trasferì  all'  arcivescovato  di 
Tranì.  Stefano  Capano  patrizio 
napoletano,  nato  in  Lavello,  lodato 
per  dottrina  e  virtù:  Sisto  IV  nel 
1474  lo  ft^ce  vescovo.  Bernardino 
de  Leis  romano,  canonico  latera- 
nense,  fatto  nel  i5o4  da  Giulio 
II.  Nel  i5i5  Leone  X  fece  ammi- 
nistratore di  questa  sede  il  cardi- 
nal Francesco  Surrentinus  (  proba- 
bilmente Remolino  ),  il  quale  po- 
co dopo  la  rassegnò  al  suo  segre- 
tario Pietro  Prisco  Guglielm  uc- 
ci di  Amandola,  chiaro  per  eru- 
dizione varia.  Ad  esso  nel  iSSg 
successe  Gio.  Vincenzo  Michele  di 
Lavello,  Iraslato  nel  i545  a  Mi- 
nervino. Gio.  Pietro  Ferretti  di 
Ravenna,    poeta     laurealo,  isterico 


LAZ 

celebre,  dottissimo    scnttore,  Paolo 
III  nel    i549  ^^  trasferì  da   Mileto 
a  Lavello.  Degnamente  gli    succes- 
sero, nel    i554  Bartolomeo  Orsucci 
di   Lucca;  nel    i558    Antonio  Fio- 
rabelli  di  Modena,  ornalo  di  singo- 
lare   erudizione;     nel     i56i    Lucio 
Maranta  venosino  che  fu  al   conci- 
lio di     Trento;  nel     1627   Placido 
Padiglia  napoletano,  egregio  predi- 
catore celestino;  nel    i652   Giusep- 
pe Boncore  napoletano,  terminando 
rCJghelli  neir  Ilalia  sacra   t.   VII, 
p.  74o,  la  serie  con  Nicola  Cerbini 
napoletano.  Questi  ebbe  a  successo- 
ri que'vescovi     registrati     nelle  an- 
nuali    Notizie    di    Roma,  V  ultimo 
de'quali   fu  Gennaro  Fortunato  del- 
la diocesi  di  Rapolla,  fatto  vescovo 
da  Pio  VI  nel   179*2.  Dopo  lunga 
sede     vacante,     nella    circoscrizione 
delle  diocesi   delle  due    Sicilie,  Pio 
VII  nel     18 18     soppresse     la  sede 
vescovile  di  Lavello,     ed  in   perpe- 
tuo l'unì  a  quella  di  Venosa  [t^edi). 
LAZICA.     Provincia     dell'  Asia, 
che  chiamasi     anche     Golchide,  od 
almeno  che  faceva  parte  della  Gol- 
chide.  I  popoli  della    Lazica,  chia- 
mati lazii  o  lazes,  furono  assogget- 
tati ai  romani,  che  se    ne  serviro- 
no onde    reprimere     gli  unni,  che 
scendevano  dal  Caucaso,  e  si  span- 
devano    nella  Lazica  e    sulle  terre 
dell'impero,  mantenevano  cojnmer- 
cio  coi  romani  del  Ponto.    Conser- 
varono il  loro  nome   antico,  ed  al 
presente  abitano  la  Turchia  asiati- 
ca hungo  il  mar  Nero,  nel    pascia- 
latico  di  Trebisouda.  I    popoli  che 
abitavano     il     paese     di    Lazica,  al 
dire  di    Procopio,  erano    altaccalis- 
simi  alla     religione    cristiana.    Bau- 
drand  colloca  questa  provincia  dal- 
la parte  del  Fasi,  Ira  il  monte  Cau- 
caso  -ed  il   Ponto    Eusino,    ed  era 
una    provincia    ecclesiastica     della 


LAZ  'xoj 

diocesi  d'Iberia.  Da    un'antica  No- 
tizia   pare  che     vi    fossero  quattro 
vescovati  sotto  la  metropoli  di  Fa- 
si,  Phasis^  città     situata   sul  fiume 
del  medesimo  nome.    Commanville 
nell'esarcato  di    Ponto  pone  la  pro- 
vincia Lazica  con    Phasis    per  me- 
tropoli, nel  IX     secolo  trasferita  a 
Trebisonda,    che    nel     secolo  XIII 
divenne    esarcato    di    Lazica ,    con 
dieciotto  sedi   vescovili     per    suffra- 
ganee,     fra  le    quali  Phasiana  del 
IX    secolo.     Il  p.     Le    Quien  dice 
che  la  Lazica  o  la  Colchide,  detta 
anche  Bassa- 1  berla,   chiamasi     pure 
Mingrelia.   Avvi  ui^  cattolico  o  pa- 
triarca differente  da  quello  dell'Al- 
ta-1  berla,  il  quale  ha    sotto   di   lui 
il  metropolitano  d'Imiretta,  il  qua- 
le ha  due   arcivescovi  ed  un  vesco- 
vo sotto    la  sua   giurisdizione.  Il  p. 
Le  Quien    incomincia    la    serie  dei 
cattolici     della     Colchide    o    della 
Bassa-Iberia  coi   vescovi  di  Fasi,  an- 
tica metropoli  dei  lazii    o     laziani. 
Giorgio  sedeva  al    tempo  dell'  im- 
peratore   Maurizio,     diventò    poscia 
patriarca     d'  Alessandria,     dopo  la 
morte  di  s.   Giovanni   TElcmosinie- 
re.   Ciro,  uno  de'principali  difensori 
deir  eresia     monolelita,     governava 
la  chiesa  di   Fasi  nel  622   e   63o; 
fa     in  seguito  nominato     patriarca 
d'Alessandria  dall'  inlperalore  Era- 
clio. Furono  suoi  successori  Teodo- 
ro,   Cristoforo,    Gennadio,  Giorgio 
Scolari,    ec.    V.    il  p.    Le  Quien, 
Oricns  christ.  1. 1,  p.  i336  e  iZ^\. 
LAZIO,  Lnlium.  Il  Lazio  o  pae- 
se de'latini  é  una  contrada  nobilis- 
sima, illustre   e   celebratissima  d'I- 
talia    nello  stalo     pontificio,  all'est 
del  Tevere  e  al  sud  del  Teverone, 
al  di  sotto    dei     sabini    e    in  vici- 
nanza degli  etruschi.  L' antico  La- 
scio non  occupava  che  una  porzio- 
ne di  ciò  che  poi   chiamossi  Cam» 


2o8  LAZ 

pagna    di  Roma,    cioè  quello  che 
trovavasi    dopo    il    Tevere  sino  al 
capo  Circeo,    Circaeum    promonto- 
riuni  (  di  cui  parlammo  all'articolo 
s.  Felice).  Ma  dopo    che    gli  au- 
runci,  gli  ernici,  gli  equi,  i  volsci, 
i  rutuli  e  gli  ausonii  furono  com- 
presi sotto  il  nome  di   latini,  i  li- 
miti del  nuovo    Lazio    si    estesero 
sino  al  Volturno.  Gli  aborigeni  ne 
furono  i  primi  abitatori^  i    pelasgi 
si    unirono    ad    essi,    ed  i  tirreni 
approfittarono    poscia     della    deca- 
denza di  questi  ultimi.  I  siculi  che 
da  Plinio    furono    posti    in  quarto 
luogo  tra  i  priq^i  abitatori  d'Italia, 
Dionigio    d'  Aliearnasso    li   chiama 
popoli  naturali  del    Lazio.    Questo 
memorabile  paese  da    cui  uscirono 
i  conquistatori  del  mondo,  ch'ebbe 
Roma  per  capitale,  e    che  secondo 
alcuni  autori    un    tempo     diede  il 
suo   nome  a  tutta  Yltalia    (Vedi\ 
secondo    il     Bochard    fu    chiamato 
Lazio    per  una    voce    ebraica  che 
significa  magia,  a  cui     erano  assai 
dediti  i  latini.     Molti  però  lo  fan- 
no derivare  da  lateoj  his  quoniani 
latuisset    in    oris    Saturno    fuggito 
dalle  armi  di  Giove   suo  figlio,  co- 
me si    legge    in    Virgilio,  Aeneide 
Vili,  222;  altri  poi  dal  re  Latino. 
Fabio    Pittore,  De  aiir.   saec.  lib. 
I,    registrando   la  venuta  di  Satur- 
no nella  regione,  è  di     parere  che 
Giano  per  divisione  del  regno  con- 
ceduto a  Saturno,  vi  stabilisse  co- 
me per  linea  divisoria     il  Tevere; 
patto  osservato  ancora  molti  secoli 
dopo  per  separazione     tra' latini    e 
toscani  al  tempo  di  Ascanio,  come 
si    ha    da  Livio,    decad.  I,    1.  I  ; 
ecco  le    parole  di    Fabio:  «  Paulo 
post    frementibus    undique    contra 
se  armis^  toto  prius  perrerato  Or- 
be Saturnus  ad  Janum  se  contulit, 
eum  comi  hospitio  JaDUs  receptuiU; 


LAZ 

Latio,  et  aborigìnibuS  praefecit,  et 
more,  quamvis  tunc  finientis  aurei 
saeculi,  intra  fines  se  quisque  con- 
tinuit,  Janus  in  Etrurìa,    Saturnus 
in  Latio,  Tiberimque  fines  imperii 
esse  instiluit  ".    E  più  sotto  segue. 
«   Etruria  a  Janiculo  Janus,  Lati ura 
a  Saturno  Saturnus  cognominavit". 
E     sesto  Aurelio  Vittore,  De  orig. 
gent.rom.  dice:  »lgiturJano  regnan- 
te    apud    indigenas    rudes  ,   incul- 
tosque    Saturnus    regno    profugus, 
cum  in    Italiam     venisset,    benigno 
exceptus  hospitio  est  ".  Che  Satur- 
no edificasse  la  parte  del  Capitolio 
ove  si  fabbricò    Roma,    con  nome 
di     Saturnia,    lo    dichiara  Virgilio 
quando  vuole    dimostrare,    che  el- 
la   indifferentemente    nel    Lazio    e 
nella  Toscana    era    fabbricata,  Ae- 
ned.  lib.  Vili.  Ovidio  poi,   De  fast. 
lib.    I,  così  si  esprime.  »»  Inde    diu 
genti  mansit  Saturnia  nomen,  dieta 
fuitLatium  terra  latente  Deo".  Se- 
sto Aurelio  dice  :  »  Sed  Urbem  Sa- 
turnus,    cum    in    Italiam    venisset, 
condidisse    traditur  ".  Lo  conferma 
ancora  Giulio  Solino,  De  orig.  gent. 
rorn.,  con  queste  parole.  »  Quis  igno- 
rat,  vel    dictum,    vel    conditum  a 
Jano  Janiculum,  a  Saturno  Latium, 
atque  Saturniam  ".  Ed  Isidoro  His- 
palense  lib.    i5  eziandio:    «   In  I- 
talia     autem    a     Jano     Janiculum, 
a     Saturno     Saturnia,    atque    La- 
tium   conditum,    eo  quod   ibi    fu- 
giens  latuisset  ".  Parimente    Arno- 
bio,    Advers.    gent.    lib.  3  :  "  Ja- 
nus Janiculus    conditor,    et  civita- 
tis    Saturniae    Saturnus    auctor"; 
opinione  che    seguono    Bartolomeo 
Isernacense,  De  ant.  rom.  lib.  I,  e. 
4;  il    Fazzello,  De  reb.  Sicil.  dee. 
2,  lib.  I;lo  Scotto,  De  origin.  ur- 
bis Rom.j    il  Perotti,   epigr.  6,  ed 
altri,  come  il  p.   Tbeuli    nel  Tea- 
tro  islorico  di  Felletri,  pag.   10  e 


LAZ 

seg.  Sono  quasi  tutti  conformi  gli 
scrittori  intorno  all'origine  del  no- 
me del  Lazio,  affermando  perchè 
Saturno  latuit,  si  nascose  in  esso. 
Così  dice  Erodiano,  De  imp.  rom. 
lib.  I:  M  Cujus  etiam  Saturnum 
ipsum  ab  Jove  fìlio  pulsum  fiiisse 
hospitem  praedicant,  quod  et  ibi  la- 
tuisset  nomen  Latio  inditum".  Pao- 
lo Diacono,  ^w/.  mwc.  lib.  I  :  »Sa- 
iurnus,  quia  in  Italia  latuit,  ab  ejus 
latebra  Latium  appellatum  est  ". 
L'abbate  Uspergense  in  Cliron.,  e 
Papia  nel  Vocah.  lit.  L ,  dicono  lo 
stesso.  >»  Latium  pars  Italia  dictum, 
quod  Saturnus  a  Jove  fugiens,  ibi 
latuerit  ".  Paolo  Merula,  Chronol. 
p.  II,  lib.  4>  dice:  «  Latium  di- 
ctura  putatur  a  Saturno,  qui  patria 
profugus  in  bis  locis  latuisse  fer- 
tur".  Finalmente  il  citato  Perotti, 
epigr.  6  :  «  Dictum  Latium,  quod 
illic  latuerit  Saturnus  Jovera  filium 
fugiens".  Dunque  è  provato  che 
Latium  dicatur  a  latendo,  benché 
alcuni  opinarono  cosi  chiamarsi  : 
Quia  lalet  iuter  praecipitia  Alpium 
et  Apennlni. 

Il  Lazio  antico,  cioè  il  Lazio 
prima  della  venuta  di  Enea  troia- 
no e  di  Evandro,  ebbe  per  città 
Ostia^  e  Laurenlo  detta  terra  Sa- 
iurnìay  il  Gianicolo^  Gobio ^  Fre- 
nesie o  Palestrina  ,  Tusculo  poi 
Frascati j  LabicOj  Ariccia  o  Ric- 
cia^ Boriile  e  Ortona.  Evandro  vi 
aggiunse  Pallanteo  Tibiire,  e  Ca- 
tillo  prefetto  dell'armata  navale  di 
Evandro,  Tivoli.  I  troiani  venuti 
con  Enea  vi  fondarono  Lavinia, 
ed  Ascanio  Alba.  Qui  va  notato 
che  la  maggior  parte  delle  città 
dell'antico  e  del  nuovo  Lazio  han- 
no articoli  nel  Dizionario  ;  delle 
altre  se  ne  parla  agli  analoghi  ar- 
ticoli, come  per  esempio  all'articolo 
Genzano  si  parlò  di  Ardea,  Nemi 
VOI.  xxxvii. 


La  2  209 

e  Lanuvio.  Verso  la  fine  di  questo 
articolo  parleremo  di  Laurenio,  la 
prima  capitale  dell'antico  Lazio,  e 
daremo  qualche  cenno  eziandio  di 
Lavinio  ed  Albalimga  che  lo  diven- 
nero dappoi,  oltre  quanto  in  progres- 
so dovremo  dire  di  trenta  città  la- 
tine. Quanto  ivi  diremo  natural- 
mente riguardano  importanti  noti- 
zie del  Lazio  stesso. 

Dopo  la  vittoria  de'  troiani  so- 
pra Turno  re  de'  rutuli,  fu  il  La- 
zio accresciuto  dal  paese  di  questi, 
che  comprendeva  Ardea  la  capitale, 
fondata  dal  re  Pilumno,  Afrodisio 
e  Castel  d'Invi,  cioè  del  Dio  Pane, 
come  spiega  Servio.  Finalmente  i 
romani  ampliarono  il  Lazio  anche 
più,  aggiungendovi  i  volsci,  gli  au- 
runci,  gli  ernici  e  gli  equi.  Il  go- 
verno dei  re  del  Lazio  fu  monar- 
chico, e  tale  durò  sino  a  Numito- 
re ,  dopo  la  cui  morte  presero  i 
latini  il  governo  repubblicano ,  e- 
leggendosi  ogni  anno  un  dittatore, 
di  due  de'  quali  si  trova  menzio- 
ne, cioè  di  Cluilio  e  di  Mezio  Su- 
fezio.  Dopo  che  Alba  fu  distrutta 
da  Tulio  Ostilio  terzo  re  di  Roma, 
e  gli  albani  passarono  in  Roma,  si 
elessero  i  latini  due  dittatori ,  che 
altri  dissero  pretori,  l'elezione  dei 
quali  facevasi  ogn'anno  al  bosco  di 
Ferentino,  ove  similmente  si  adu- 
navano nelle  maggiori  urgenze  della 
repubblica,  e  così  seguironsi  a  go- 
vernare, finché  furono  soggiogati 
dalle  armi  romane ,  come  si  può 
vedere  nel  cardinal  Corradini,  La- 
tium velus  tom.  I,  cap.  8,  pag.  66. 
Nel  Lazio  antico  non  v'ebbero  più 
re  ad  un  tempo,  ma  uno  solo, 
però  va  avvertito  che  antichi  e 
moderni  scrittori  diverse  volte  chia- 
marono re  latini  tutti  coloro  che 
hanno  regnato  di  là  dal  Tevere 
verso  Napoli,  come  un  re  Sabino, 

■4 


2  10  L  AZ 

il  quale  verosimilmente  avrà  deno- 
minata la  Sabina,  secondo  clic  di- 
cono alcuni  ;  un  Dauno  che  fu  re 
de' danni  neUa  Puglia;    un    Mur- 
rano  collegato   con   Turno ,    e    re 
di  un  qualche  vicino  paese.  Sem- 
bra bizzarra  l'opinione  di   Servio, 
che  vorrebbe  Murrano  il  primo  re 
del  Lazio.  Quanto  ai   re  del  Lazio 
sino  ad  Enea,  il  Casella,  De  prim. 
Hai.  colon,  p.  40)   ^^  ^''*''  >   dopo 
aver  falsamente  assegnati  al   Lazio 
Enotro,  Italo,   Morgete  e  Siculo, 
che  regnarono    nella    penisola    dei 
bruzi,  fanno  successore  di  Siculo  il 
re  Osiri    combattitore    de'  giganti , 
indi  Lestrigone  debellato  da  Erco- 
le ,  poscia    Tosco  figlio    d' Ercole , 
poi    Morgenle    figlio    di    Pùte,  poi 
Sasio,  quindi  una  regina  Roma  fon- 
datrice della  città  che  divenne    si- 
gnora   del    mondo ,    e  dopo  di  lei 
Romanesco;  ma  queste    non    sono 
che  favole.  Ecco  i  veri  re  del  La- 
zio.  Narra  Macrobio  lib.  I,  cap.  7, 
sulla  fede  d'Igino,  che  arrivato  nel 
Lazio  Giano  vi  ritrovò    il    re  Ca- 
mese,  che  all'ospite  Giano  fece  par- 
te del  regno,  e   gli    diede    facoltà 
di    fabbricarvi    una    città,  che  dal 
suo  nome  fu  detta  Gianicolo,  con 
questo  però,  che  tutto  il    paese  si 
appellasse  Regton   Camascne.  Euse- 
bio non  nomina  il  re  Cauìese  ;  ma 
oltreché     paia     che    debba    essere 
preferita  l'autorità  di  autoii    ante- 
riori, forse  l'avrà   taciuto  Eusebio, 
perchè  Giano    oscurò    la    memoria 
di  Camese  colle  sue  gesta,  arrivan- 
do fino  ad  essere  venerato  siccome 
Dio.  Anzi  Giano  fu  Dio    non  solo 
de'  latini,  ma  pure  degli    etruschi, 
come  lo  mostrano  molte  loro  mo- 
nete.   V.  l'Olivieri,    nella    raccolta 
del  p.  Calogerà  toni.  XXI,  p.  268; 


ed  il  Maffei,  Oss.  leti.  t.  VI, 


p.  27. 


La  venuta  di  Giano  io    Italia  de^ 


LAZ 

v'essere  stata  centoquaranlasei  anni 
prima  dell'eccidio  di  Troia,  il  quale 
corrispondendo,  secondo  l' Usserio, 
all'anno  del  mondo  2795,  sarà  Gia- 
no venuto  in  Italia  l'anno  del  mon- 
do 2649.  Venne  egli  dal  paese  dei 
gereti,  popoli  della  Tessaglia,  situati 
lungo  il  fiume  Peneo ,  come  dice 
il  Banier,  Mitol  t.  VI,  lib.  1,  e.  6. 
Secondo  l'autore  delle  Orìgini  del  po- 
polo di  Roma,  fu  Giano  figlio  di 
Creusa  nata  dal  re  d' Atene  ;  per 
lo  che  non  è  inverosimile  che  si 
chiamasse  Jone,  e  che  questo  no- 
me nella  pronunzia  latina  non  si 
cambiasse  in  Giano.  Questo  però 
è  diverso  dal  Giano  de*  greci ,  es- 
serido  quello  morto  nell'Attica. 

Dopo  la  morte  di  Camese^  Gia- 
no successe  al  suo  regno.  Ebbe 
Giano  un  ospite,  cioè  Sterce  o  Sa- 
turno, che  con  nuova  leva  di  gen- 
te approdò  nel  Lazio.  Questi  inse- 
gnò a'  latini  la  maniera  di  coltiva- 
re le  terre  e  d'innestare  le  pian- 
te. E  quindi  come  Giano  a  Came- 
se, così  a  Giano  successe  Sterce  nel 
regno  del  Lazio,  fabbricandovi  egli 
pure  una  città  che  fu  delta  Satur- 
nia, di  cui  a'  tempi  di  Varrone  ri- 
manevano de'  vestigi.  Dopo  Giano 
regnò  nel  Lazio  Saturno,  come  at- 
testano antichi  scrittori  greci  e  la- 
tini, poeti  e  prosatori,  e  gli  slessi 
padri  della  Chiesa,  come  Eusebio 
e  Latlanzio.  Ma  ciò  non  ostante 
parecchi  eruditi,  ira'  quali  il  p.  Do- 
menico Ricci  chierico  minore,  nella 
Dissert.  sopra  Giano  primo  re  de- 
gli aborigeni,  vogliono  che  il  Sa- 
turno d'  Italia  sia  un  sogno  poeti- 
co, essendo  stato  Saturno  impri- 
gionato da  Giove  e  ucciso  in  Gre- 
cia, come  si  ha  da  Onìero  e  da 
Platone,  citati  da  Natal  Conte,  Mi^ 
lol.  lib.  2,  cap.  2.  Trattandosi  però 
di  due  opposte  sentenze,  sembra  che 


debba  darsi  la  precedenza  a  quella, 
cioè  alla  prima,  che  ha  per  sé  la 
continua  tradizione  degli  antichi 
scrittori,  e  eh' è  confermata  dalla 
città  stessa  appellata  Saturnia.  A 
comporre  simile  controversia  ,  la 
migliore  ragione  pare  quella  di  s. 
Agostino,  Deciv.  Dei,  1.  i8,  cap. 
i5.  >»  De  Pici  patre  Saturno  viderint 
quid  senliant  talium  deorum  cul- 
tores ,  qui  eum  negant  hominem 
fuisse,  de  quo  alii  scripserunt,  quod 
ante  Picum  suum  fìlium  in  Italia 
regna verit,  et  Virgili us  notioribus 
literis  dedit;  sed  haec  poetica  opi- 
nentur  esse  fìgmenta,  et  Pici  patre 
Stercen  potius  fuisse  adseverent,  a 
quo  peritissittio  agricola  inventum 
ferunt,  ut  fimo  animalium  agri  fae- 
cundarentur,  quod  ab  ejus  nomine 
Stercus  dictum  est,  unde  et  hunc 
quidam  Sterculium  vocatum  ferunt. 
Qualibet  autem  ex  caussa  eum  Sa- 
turnum  appellare  voi  neri  nt,  certuni 
est  tamen  hunc  fuisse  Stercen,  seu 
Stercutium,  quem  merito  agricul- 
turae  ferunt  Deum  ".  Dunque  Ster- 
ce  è  il  Saturno  d'Italia.  Mercè  i 
benefìzi  portali  da  Sterce  ai  latini, 
credettero  di  vedere  in  lui  tornalo 
un  nuovo  Saturno,  e  dopo  la  sua 
morte  come  tale  lo  venerarono.  La 
città  fondata  da  Sterce  sarà  prima 
slata,  com'è  verosimile,  dal  suo  no- 
me chiamata  Stercene ,  tramutato 
poi  in  quello  di  Saturnia,  tosto  che 
i  latini  fecero  di  lui  morto  l'apo- 
teosi, e  lo  venerarono  per  Satur- 
no. Sembra  perciò  chiaro ,  che  i 
latini  aveano  idea  di  Saturno  pri- 
ma della  venuta  di  Sterce.  In  fatti 
gli  enotri  avevano  nella  primitiva 
Italia  già  introdotto  il  culto  di  Sa- 
turno, a  cui  si  attribuiva  la  gio- 
vevole arte  dell'agricoltura,  e  la 
bella  età  dell'oro  fiorita  nel  regno 
suo,  sotto  i  quali  racconli  si  vede 


LAZ  211 

chiaramente  adombrato  Noè.  Su 
questa  controversia  si  possono  con- 
sultare il  Vossio,  il  marchese  Maf- 
fei,  il  Mazzocchi,  il  p.  Theuli  a  p. 
8,  cap.  II,  del  regno  del  Lazio;  il 
Fourmont,  Refi.  crit.  sur  Ics  Just, 
des  ano.  peup.,  tom.  I,  lib.  2,  §  3, 
cap.  2,  e  gli  autori  che  citeremo  in 
fine. 

Quanto  alla  venuta  nel  Lazio  di 
Evandro  e  di  Ercole,  quella  del 
primo  pare  ch'abbia  avuto  effetto 
sessanta  anni  prima  dell'assedio  di 
Troia,  con  piccola  truppa  d'arcadi, 
quanti  ne  potean  capire  in  due  navi, 
come  narra  Dionigi  lib,  I,  regnan- 
do Fauno  figlio  di  Pico  e  nipote 
dell'  avolo  Sterce.  Accolto  Evandro 
cortesemente  da  Fauno,  gii  fu  as- 
segnato il  monte  detto  dipoi  Pala- 
lino,  in  cui  fabbricò  la  città  appel- 
lata da  Virgilio,  Aeneid.  Vili,  54: 
Pallantis  proavis  de  nomine  Pal- 
lanteum  ;  e  tenne  vi  con  picei  ol  di- 
stretto, come  dice  Varrone,  picciol 
reame,  avendo  seco  condotto  la  sua 
madre  Carmenta.  Sette  anni  ap- 
presso ,  e  sotto  lo  stesso  Fauno 
giunse  nel  Lazio  anco  il  famoso 
Ercole,  e  vi  uccise  il  celebre  Ca- 
co nella  spelonca  detta  poscia  A- 
ventino.  A  Fauno  successe  il  figlio 
Latino,  a  cui  sembra  attribuirsi  da 
Virgilio  Jib.  VII,  %,  Ja  città  di 
Laurento.  Ma  altrove  accenna  lo 
stesso  Virgilio  essere  stata  questa 
città  più  antica  ancora  di  Pico  fi- 
glio di  Sterce.  Quanto  al  nome,  è 
naturale  il  derivarlo  coH'autore  del- 
le Origini  de'romani,  lib.  I,c.  12, 
e  con  Erodiano,  dai  lauri,  de'quali 
ve  n'  era  intorno  a  quel  luogo 
grande  abbondanza.  Della  venuta 
di  Enea  in  Italia  e  nel  Lazio  pur 
vi  è  grave  controversia.  Strabone 
nel  lib.  i3  fu  forse  il  primo  non 
a  dubitare  egli  stesso  di  questa  ve- 


2  12  LA  Z 

nuta,  come  alcuni  hanno  creduto, 
ma  a  proporre  gli   argomenti   che 
la  rendono  incerta,   riportando   in 
ispecie  le  due  contrarie   tradizioni, 
cioè  quella  de'  greci,  che  descrive- 
vano i  principi  di  Scepsi  sul  mon* 
te  Ida  come  discendenti    da  Etto- 
re   e  da  Ascanio  figlio  di  Enea,  e 
affermavano  aver  essi  continuato  il 
dominio  della  mentovata  città  sino 
a*  tempi  di  Antigono  e  di  Lisima- 
co; e  l'altra  dei  romani,  che  por- 
tavano con  Ascanio  la  posterità  di 
lui  in  Italia,  e  nel  sepolcro  di  Et- 
tore e  di  Troia  tutta    chiudevano 
la  discendenza  di  Priamo,  alle  quali 
due  tradizioni  aggiunge    il    riferito 
Straberne  che  Omero  egualmente  si 
oppone.  Dopo  Strabene    sono  pas- 
sati   più    oltre    vari  moderni,   ne- 
gando affatto  la  venuta    di    cui  si 
tratta,  cioè  il    Cluverio  neh'  Italia 
antica  lib.  3;  Samuele    Bochar   in 
una  dissertazione  alla  fine  del  suo 
Canaanj  de  Segrais  nel    suo  Vir- 
gilio. Il  Bannier  e  gli  scrittori  in- 
glesi della  Storia  universale    incli- 
nano alla  stessa  opinione,  e  in  fine 
Erasmo  Gesualdo  nelle  sue   Osser- 
vazioni crìtiche    sulla   storia   della 
via  Jppia,  di  d.  Francesco  M.  Pra- 
tilli,  ha  tutti  sorpassato  nella  fran- 
chezza di   deridere    come    favoloso 
l'arrivo  che  contro  ver  tesi.  Per  con- 
trario l'autorità  di  altri  autori  fa- 
vorisce la  tradizione  romana,  tra  i 
quali  sonosi  distinti  Teodoro  Rikio 
nel  ììh.Depr.Htal.  col.  p.  io,  ii  e 
12,    e    monsignor    Bianchini    nella 
Storia  univ.  p.  SgS;  il    p.  Catrou, 
Diss.  sul  VII  libro  di  Virgilio^  e 
il    Giannicoli,    Tract.  de  orìgine  et 
pueritia  linguae  lai.  1.  I;  e.  9,  coi 
quali  è  più  equa  cosa  il  sentire.  E 
da  notare,  che  la    questione    della 
venuta  d'Enea  in  Italia    prescinde 
dalla  verità  delia    guerra    troiana, 


LAZ 

potendoci  egli  esser  venuto  a  tras- 
portarvi nuova   colonia ,   ancorché 
quella  guerra  non  vi  fosse  mai  sta- 
ta, né  veri  sieno  stati  tutti  gli  ag- 
giunti, che  si   dicono    dello    stesso 
Enea.  Le  principali  ragioni  di  que- 
sti secondi  sono,   i."  Il  consenso  di 
tutti    gli    antichi    scrittori  romani. 
2."  Le  tante  romane  famiglie,  che 
si  gloriano  discese  dai  troiani,   co- 
me la  Giulia,  l'Emilia,   T  Azia,  la 
Cecilia,    la    Clelia,    la  Cluenzia,  la 
Gegania,  la  Giunia,  la    Memonia, 
la  Nanzia,  la  Sergia  ed  altre  ram- 
memorate   da    Igino;    il    che  non 
avrebbero    fatto,    se    non    si  fosse 
reputata  certa  la  venuta  de'  troia- 
ni in  quelle  parti.    3.°    L' autorità 
del    senato    e    popolo    romano ,    il 
quale  anche  ne'  pubblici  trattati  ri- 
chiamava la  sua  origine  dai  troia- 
ni. 4'°  Il  sito  medesimo    ov*é    fa- 
ma che  si  accampassero    i    troiani 
nel  loro  arrivo  in  Italia,  chiamato 
Troia;    del    che    può   vedersi  non 
pur  Livio,  ma  anche  il  greco  Dio- 
nigi 1.  I.    5."  Per  fine   l'attestazio- 
ne di  più  greci  autori,    cioè    oltre 
Dionigi  grandissimo  ricercatore  del- 
le vetuste  memorie,  dell'antico  Ar- 
tino  e  di  Licofrone  di  Calcide,  fio- 
rito prima  che  i   romani    avessero 
alcuna  storia. 

Le  principali  ragioni  degli  auto* 
ri  contrari  trovansi  assai  bene  di- 
sciolte presso  gli  autori  citati  colla 
tradizione,  a'  quali  mi  rimetto  per 
amore  di  brevità,  riferendone  qui 
sole  due.  La  prima  è  tratta  dal 
sepolcro  di  Enea,  che  Agatocle  Ci- 
ziense  colloca  con  diversi  autori 
nella  città  di  Berecinzia  non  lungi 
da  Troia,  obbiezione  confutata  dal- 
lo stesso  Dionigi ,  il  quale  e'  inse- 
gna, essere  stati  eretti  monumenti 
ad  Enea  in  più  luoghi,  de'quali  ce 
ne  novera    sette;    dai  che  è  stato 


LAZ 

facile  credere  sepolcro  di  Enea  ciò 
che  non  ne  era  se  non  un'onorata 
memoria.  La  seconda  è  presa  da 
ElianicOj  da  cui  si  ha  che  Ascanio 
non  regnasse  nel  Lazio,  ma  in  Troa- 
de;  di  più  eh'  ei  fabbricasse  in  Fri- 
gia una  città,  dal  suo  nome  chia- 
mala Ascania,  lo  insegnano  Stefa- 
no e  Nicolò  Damasceno.  Ma  ri- 
sponde il  p.  Catrou ,  che  l'Ascanio 
del  Lazio  noa  è  nato  ad  Enea  da 
Creusa,  che  può  lasciarsi  in  Troa- 
de;  ma  il  natogli  da  Lavinia,  sic- 
come con  Dionigi  afferma  il  Rosi- 
ne nelle  Antichità  romane.  Altri 
io  vogliono  lo  stesso,  e  circa  la  città 
Ascania  dicono  col  Brocbard,  che 
non  da  Ascanio  ebbe  il  nome,  ma 
da  Ascenaz  figliuolo  di  Gomer; 
senzachè  potè  essere  in  Troade  uà 
altro  Ascanio,  che  niente  avesse  che 
fare  col  figliuolo  di  Enea.  Ma  della 
venuta  di  Enea  nel  Lazio,  coll'au- 
torità  degli  storici  piìi  gravi,  greci 
e  latini,  e  tra  i  più  moderni  dei 
Fea  e  del  IXibby  sommi  archeolo- 
gi, ne  parleremo  all'articolo  Roma, 
ove  riporteremo  altre  notizie  sui 
Lazio.  Si  conoscerà  per  le  attesta- 
zioni di  vari  scrittori,  come  degli 
aborìgeni,  de*  pelasgi  e  de'  frigi  ve- 
nuti con  Enea  in  Italia,  si  costituì 
il  popolo  latino,  stipite  principale 
de'  romani,  giacche  latini  furono  i 
primi  abitanti  di  Roma,  latino  Ro- 
molo che  fondò  l'eterna  città;  con- 
tro le  dottrine  del  Vico,  del  j\ie- 
Ijhur  e  di  altri  tedeschi  e  stranieri, 
ripugnando  ai  veri  italiani,  come 
si  esprimono  diversi  nostri  dotti  , 
l'abbeverarsi  alle  sorgenti  straniere 
quando  sono  impure,  sulle  patrie 
cose,  non  che  straziar  la  fama  del- 
l'inclita Italia,  come  fatalmente  fe- 
cero talora  alcuni,  ri  negando  per 
così  dire  il  patrio  cullo  per  ado- 
rare Iddii  foraslieri.  Ora    passiamo 


LAZ  2i3 

ad  accennare  sotto  qual  re  latino 
venne  Enea  nel  Lazy),  e  qual  fu 
ivi  la  sua  sorte. 

Sotto  il  re  Latino,  ch'era   allo- 
ra in  guerra  coi  rutuli,  arrivò  nel 
Lazio  Enea  co'  suoi  troiani.    Lati- 
no accolse    benignamente    i    nuovi 
ospiti ,    diede   ad    Enea   in  moglie 
l'unica  sua  figlia  Lavinia,  e  la  fa- 
coltà di  fabbricarsi  una  città,  con 
patto  di  aiutarsi  in  guerra    scam- 
bievolmente. La  città  fabbricala  da 
Enea    fu  detta  Lavinio    dal  nome 
della  sua  sposa,    e    surse   su  d'un 
colle  lontano  circa  tre   miglia    dal 
mare,  e  il  sito  fu  assai    verosimil- 
mente   ove    ora    è    Patrica,  come 
prova  con    assai    buone    ragioni  il 
marchese  Lucatelli    nella  Disserta- 
zione sull'antica  città  di   Lavinio^ 
inserita  nel  tom.  VI  dell'accademia 
etrusca  di  Cortona.  Per  questi  fatti 
incrudelì  la  nimicizia  de'  rutuli  coi 
latini,  mal  soffrendo  Turno  loro  re, 
di  veder  data   Lavinia,  a    se    pro- 
messa, ad  uno  straniero;    ma   ve- 
nuti a  battaglia,  furono    dai  latini 
disfatti  i  rutuli,  benché  nella  zuffa 
rimanesse  estinto  il  re  Latino,  che 
fu  poscia  innalzato  ai  divini  onori 
sotto  il  titolo,  come  pensano  alcu- 
ni, di  Giove    Laziale,  ch'ebbe    un 
famoso  tempio  sul   monte   Albano 
o  Laziale,  di  cui  parlammo  in  di- 
versi luoghi,  ed  ove    si    celebrava- 
no   le    ferie    latine,    mentre    poco 
lunge  e  presso  Marino   si  raduna- 
rono i  latini  per  consultare  sui  loro 
affari.  Dopo  la  rotta.  Turno  ricor- 
se al  re  di  Cere  Mezenzio,   uomo 
empio  e  disumano,  per  attestazione 
concorde  degli  antichi    scrittori  la- 
tini; il  qual  Mezenzio  marciò    con 
numeroso    esercito    a   Lavinio    per 
assediarla.  Ma  Enea  uscito  alla  te- 
sta de*  suoi  troiani  e  de'  suoi  lati- 
ni, gli  diede  una  battaglia,  che  du- 


2i4  LAZ 

rata  per  molte  ore,  divise  in  fine 
la  notte.  In  questa  mischia  Enen 
incalzato  fino  alle  sponde  del  fiu- 
me Nu micio,  vi  cadde  e  vi  perì 
dopo  sei  anni  di  regno,  secondo. 
Dionigi.  Mezenzio  dopo  la  battaglia 
andò  ad  accamparsi  in  piccola  di- 
stanza da  Lavinio,  per  Io  che  A- 
scanio  figlio  di  Enea  tentò  di  ve- 
nire a  qualche  accomodamento.  Di- 
venuto perciò  Mezenzio  ancora  più 
superbo,  propose  ai  latini  durissi- 
me leggi,  una  delle  quali  era  che 
gli  mandassero  annualmente,  almeno 
come  altri  dicono,  per  molto  tem- 
po, tutto  il  vino  del  loro  paese. 
Ascanio  preso  coraggio,  ributtò  le 
inique  condizioni,  e  fece  di  notte 
una  sì  felice  sortita,  che  Mezenzio 
vi  perde  il  figliuolo  Lauso,  e  si 
trovò  sì  ristretto  sopra  una  colli- 
na, che  dovette  egli  domandare  ad 
Ascanio  la  pace,  e  Ascanio  temen- 
do di  un  rovescio  dell'  incostante 
fortuna,  gli  diede  libertà  di  riti- 
rarsi colle  sue  truppe,  essendosi 
prima  convenuti,  che  il  Tevere  sa- 
rebbe stato  il  confine  degli  etru- 
schi e  de'  latini.  La  successione  di 
Enea,  secondo  gli  storici,  cadde  su 
Eurilone  suo  figliuolo^  detto  poi  A- 
scanio,  ed  anche  Ilo  o  Julo,  che 
ebbe  Enea,  secondo  Cesare  e  Ca- 
tone, citati  dall'autore  delle  Origini 
romane,  da  Creusa  figliuola  di  Pria- 
mo re  di  Troia ,  e  secondo  altri 
da  Lavinia  stessa ,  nel  qual  Caso 
non  potrebbe  essere  stato  questo 
Ascanio  il  vincitore  di  Mezenzio. 
Lavinia  essendole  posto  sospetto  che 
Ascanio  volesse  privarla  di  vita , 
fuggì  a  nascondersi  in  una  selva 
presso  Tirso  o  Tirro  pastore,  ove 
die  alla  luce  un  figliuolo  postumo, 
di  cui  fu  lasciata  incinta  da  Enea, 
che  chiamò  Silvio  :  questo  sospet- 
to concorre  a  mostrare  Ascanio  fi- 


LAZ 

gliuolo  di  Creusa.  Il  certo  ^\  è, 
che  Ascanio  si  purgò  dell'apposto 
delitto  dinanzi  al  popolo  con  giu- 
ramento; e  lasciando  a  Lavinia  la 
città  di  Lavinio,  si  die  a  fabbri- 
carne una  nuova,  che  chiamò  al- 
ba-Longa,  la  quale  dovette  essere 
ov'è  ora  Castel  Gandolfo  (Vedi), 
dalle  cui  rovine  surse  Albano  [Fe- 
di), trasferendo  colà  il  regno  dei 
latini,  o  piuttosto  dando  quivi  prin- 
cipio ad  un  nuovo  regno  degli  al- 
bani. Solino  scrive,  che  Ascanio 
fondasse  anche  Fidene  ed  Amo. 
Morì  Ascanio  dopo  trentaselte  an- 
ni di  regno,  secondo  Dionigi  e  Sin- 
gello,  lasciando  due  figliuoli  Giu- 
lio ed  Emilio,  capi  della  gente  Giu- 
lia ed  Emilia,  de'  quali  ninno  suc- 
cessegli, ma  sì  bene  il  fratello  Sil- 
vio. 

Pochi  anni  prima  della  guerra 
di  Enea  co'  rutuli,  Diomede  figlio 
di  Tideo  e  re  degli  etoli,  fu  sbal- 
zato co'  suoi  da  una  tempesta  nel- 
la Puglia  sulle  coste  de'  danni,  ove 
trovò  Danno  loro  re  occupato  in 
guerra  co'  messapi.  Il  re  de'  danni 
pregò  Diomede  di  dargli  aiuto,  pro- 
mettendogli parte  de'  suoi  stati,  e 
in  moglie  la  sua  figliuola.  Diome- 
de accettò  r  offerta ,  ed  uscito  in 
campo  co*  danni  e  co' suoi,  battè 
i  nemici  ;  e  distribuì  poi  tra  le  sue 
genti  le  terre  donategli  da  Danno, 
e  vi  fabbricò  due  città.  Agrippa  o 
Arpi,  e  Malevento  poi  Benevento. 
Inoltre  a  Diomede  si  attribuisce 
l'erezione  della  città  di  Lanuvio. 
Nata  contesa  tra  Silvio  e  Giulio,  i 
latini  aggiudicarono  il  regno  a  Sil- 
vio, perchè  egli  era  figliuolo  della 
madre,  alla  quale  apparteneva  l'e- 
redità del  Lazio  (  lo  che  compro- 
va che  Ascanio  fosse  figliuolo  di 
Creusa  ).  Insieme  però  trasferirono 
a  Giulio  il  sommo  sacerdozio,  che 


LAZ 

nella  genie  Giulia  rimase  perpetuo. 
Dionigi  nel  lib.  3  e*  insegna  che  i 
re  di  Alba  fondarono  trenta  colo- 
nie con  Roma.  L'autore  delle  Orì- 
gini del  popolo  romano  ne  nume- 
ra dieci  fondate  nel  regno  di  La- 
lino  Silvio  lerzo  re  dopo  Silvio,  e 
sono  :  SiMo ,  Palestrina  ,  Tivoli , 
Gabioj  Frascalij  Cora,  Pomeziaj 
Crustiimioj  Camerìa  e  Boville.  Vir- 
gilio ugW  Eneide  VI,  772,  ne  at- 
tribuisce allo  slesso  Latino  altre 
cinque,  Noniento,  Fide  ne.  Colla- 
ziay  il  Castel  d'Jnvo^  e  Boia.  Li- 
TÌo  nel  lib.  J,  33,  ne  aggiunge 
altre  sei  senza  nominare  il  re  fon- 
datore, cioè  Politoriunìj  Tellenas, 
Ficanam,  Cornicoliun ,  Ficulniani 
o  Fieunlani  velereiìi^  Anieriolani. 
Dionigi  rammenta  anche  Medullio 
e  Labico.  Alle  quali  se  aggiungansi 
Alba  ed  Amo,  attribuite  da  Soli- 
no ad  Ascanio,  e  di  più  Roma,  ne 
resteranno  ignote  ancor  cinque.  Non 
però  deve  intendersi  che  i  re  di 
Alba  fondassero  tutte  queste  città, 
essendovene  stata  gran  parte  pri- 
ma di  essi,  come  è  chiaro  ancora 
dal  già  detto;  ma  che  le  ripopo- 
larono di  nuovi  abitatori,  e  le  ri- 
dussero in  istalo  migliore.  Tra  i  re 
d'Alba,  Tiberio  o  Tiberino  si  an- 
negò nel  fiume  Albula  combatten- 
do, dal  che  cariibiò  il  nome  con 
quel  di  Tevere:  ['  Albula  serviva 
di  limite  tra  i  latini  e  gli  etruschi. 
Allade  o  Alladio,  che  forse  è  l'A- 
remolo  Silvio  nominato  dall'auto- 
re delle  Origini  romane,  o  il  Re- 
molo di  Ovidio,  fu  un  empio  dis- 
pregiatore degli  uomini  e  degli  dei. 
Per  mettere  terrore  agli  uomini  e 
farsi  riconoscere  per  un  Dio,  tro- 
vò maniera  d' imitare  i  tuoni  e 
fulmini  dell'aria;  ma  sopratfatto 
da  fiero  temporale,  e  caduta  sulla 
casa  di  lui  una  mano  di  veri  ful- 


LAZ  2i5 

mini ,  e  soperchiando  insieme  le 
sponde  il  vicino  lago  Albano,  ora 
di  Castel  Gandolfo ,  fu  assorbito 
con  tutta  la  casa ,  come  racconta 
Dionigi  lib.  I.  L'autore  delle  Ori- 
gini romane  o  sia  Sesto  Aurelio 
Vittore,  o  meglio  Dionisio,  aggiun- 
ge che  Aufidio  Domizio  ha  opina- 
to, che  per  terremoto  anziché  per 
fulmini  rovinasse  la  casa  di  Alla- 
dio o  Aremolo  Silvio,  e  con  lui 
precipitasse  nel  famoso  lago;  forse 
più  veramente  l' uno  e  l' altro  ac- 
cidente avrà  concorso  all'  ultima 
rovina  della  reggia  e  dell'empio 
suo  regnatore  ;  e  il  gonfiamento 
del  lago  può  più  che  verosimilmen- 
te dirsi  originato  dal  terremoto  o 
da  un  vulcano,  su  di  che  può  ve- 
dersi il  citato  articolo  Castel  Gan- 
dolfo. Il  re  Aventino  di  lui  suc- 
cessore fu  ucciso  alle  falde  del  mon- 
te di  Roma,  che  da  lui  prese  il 
nome  d'Aventino,  e  vi  fu  sepolto. 
Allora  sali  sul  trono  Proca,  padre 
di  Numitore  e  di  Amulio,  il  quale 
divise  il  regno  tra  i  due  figliuoli. 
Amulio  scacciò  il  primogenito  Nu- 
mitore, ne  uccise  il  figlio  Egesto, 
e  racchiuse  tra  'le  vestali  la  figliuo- 
la Rea  Silvia,  la  quale  dando  poi 
alla  luce  due  gemelli  Romolo  e 
Remo,  Amulio  ne  ordinò  V  ucci- 
sione. I  gemelli  scampati  da  tal 
condanna,  e  fatti  adulti,  uccisero 
lo  zio  Amulio  e  riposero  sul  tro- 
no l'avo  Numitore,  indi  fondarono 
la  città  di  Roma. 

Ecco  tre  seiie  cronologiche  dei 
re  latini  e  d'Alba.  He  latini.  Ca- 
mese.  Giano  regnò  trentatre  anni. 
Sterce  o  Saturno  ne  regnò  altret- 
tanti, Pico  trentasette,  Fauno  qua- 
rantaquattro, Latino  treutasei,  E- 
nea  sei,  Ascanio  Irentasette,  Silvio. 
Ascanio  col  fabbricare  la  nuova 
citta  di  Alba-Longa^  avendo    dato 


216  LAZ 

principio  al  memorato  regno  degli 
Albani,  ecco  la  serie  dei  Re  d'Al- 
ba. Ascanio  che  regnò  trentasette 
anni,  Silvio  trenta,  Enea  trent'uno, 
Latino  cinquant'uno,  Alba  trenta- 
nove, Capeto  -ventisei,  Capi  ven- 
t'otto,  Calpeto  tredici,  Tiberino  otto, 
Agrippa  quarant'uno,  Allade  dician- 
nove, Aventino  trenlasetle,  Proca 
ventitre,  Amulio  quarantadue,  Nu- 
mitore  due.  Altra  cronologia  :  Re 
del  Lazio.  Giano  fiorì  nell'anno 
i^5i  avanti  la  nascita  di  Gesù 
Cristo.  Saturno  1/^.1 5  anni  di  det- 
ta era.  Pico  i382.  Fauno  i335. 
Latino  i3oi.  Enea  i25o.  Ascanio 
II 75.  Silvio  Postumo  II 36.  Enea 
Silvio  1107.  Latino  Silvio  1068. 
Alba  Silvio  IO  18.  Episto  Silvio 
979.  Capi  Silvio  953.  Carpento 
Silvio  925.  Tiberio  Silvio  912. 
Archi ppo  Silvio  904.  Aremulo  Sil- 
vio 863.  Aventino  Silvio  844*  Pi'oca 
Silvio  817.  Amulio  Silvio  796.  La 
terza  cronologia  è  del  p.  Theu- 
li,  che  sebbene  sembri  esagera- 
ta, egli  vuol  provarla  con  gran- 
de erudizione  ed  autorità  di  scrit- 
tori ,  che  per  altro  hanno  del 
favoloso;  ma  pure  credo  oppor- 
tuno indicarla  per  dare  un  cen- 
no de'  tanti  racconti  che  di  quei 
remoti  tempi  si  fecero.  Dice  egli 
dunque  che  alla  regione  del  Lazio 
di  qua  dal  Tevere,  diede  il  nome 
di  Lazio  Saturno  Caspio,  o  Saba- 
tio  Saga,  eh'  egli  fa  pronipote  di 
di  Noè,  fuggito  nella  contrada  dalle 
persecuzioni  di  Giove  Belo  suo  ni- 
pote, cercando  ricovero  presso  il 
bisavolo  Giano  che  molto  prima 
vi  era  giunto  :  questo  Saturno  lo 
Sperandio  nella  Sabina  sacra,  lo 
chiama  Cus  figlio  di  Cam  e  ni- 
pote di  Noè.  Nell'anno  del  mondo 
3195  Giano  ricettò  il  nipote  colla 
sua    famiglia,    gli    assegnò   il    lato 


LAZ 

destro  del  Tevere  per  le  sue  colo- 
nie, e  il  monte  Capitolino  per  suo 
albergo  e  reggia,  col  governo  degli 
aborigeni,  restando  egli  nel  Giani- 
colo.  Ambedue  furono  sì  giusti  nel 
governo,  che  Giano  fu  chiamato 
Saturno,  e  questi  Giano.  Essendo 
Saturno  al  governo  del  Lazio,  de- 
stinò a  quello  della  Sabina  Sabo 
suo  figlio,  onde  per  lui  la  regione 
prese  il  suo  nome  nell'anno  32 16. 
Saturno  fece  a'  suoi  sudditi  molti 
benefizi,  insegnando  loro  l'agricol- 
tura, i  costumi,  i  riti,  i  sagrifizi; 
ne  dirozzò  gli  abitanti,  e  pel  suo 
retto  vivere  (e  giustizia  i  quaranta- 
due anni  del  suo  regno  furono  de- 
nominati l'età  dell'oro,  e  meritò 
che  il  Lazio  e  l'Italia  pigliassero 
il  nome  di  Saturnia.  Alla  sua  mo- 
glie Opis  o  Rea  fu  alzato  un  su- 
perbo tempio  nel  monte  Capitoli- 
no. E  siccome  Giano  fece  batter 
moneta  coli'  impronta  della  nave 
colla  quale  Saturno  era  venuto  in 
Italia,  questi  fu  fatto  nume  tute- 
lare degli  erarii.  A  Saturno  o  Cus 
fu  nel  Lazio  eretto  un  tempio  col- 
r epigrafe:  saturno  profugo  sa- 
CRUM.  E  sotto  il  nome  di  Cus,  Cu- 
rino o  Quirino  uno  glien'  eressero 
i  reatini  nella  loro  città.  Presso  la 
città  d'Ostia  esistono  gli  avanzi  di 
un  tempio  detto  comunemente  di 
Saturno  o  di  Giove.  Si  sa  che  in 
Ostia  esistevano  quattro  templi , 
quello  di  Giove,  quello  di  Giove 
Patulcio  (  Patulcio  cognominavasi 
Giano), quello  di  Nettuno,  e  quello 
di  Castore  e  Polluce.  Giano  so- 
pravvisse a  Saturno,  morto  nel 
3237 ,  e  fece  prìncipe  del  Lazio 
Ciano  o  Cronico  suo  figlio,  onde 
fu  detto  Giano  giuniore.  Questi  nel- 
l'anno 3260  ebbe  a  successore  Au- 
runco  o  Aurunno  di  lui  figliuolo, 
il  quale  die  il  suo  nome   ad    una 


LAZ 

colonia  nel  Lazio  che  divenne  fa- 
mosa. Avendo  regnato  quarantatre 
anni,  Moloc  Tagete  gli  successe,  e 
dopo  quarantadue  anni  di  regno 
Moloc  fu  succeduto  dal  figlio  Sicano 
che  pare  regnasse  trent'anni.  Dopo 
di  lui  travagliarono  l'Italia  i  gi- 
ganti, per  cui  accorse  dall'Egitto 
a  liberarla  Osiride  o  Apis,  stimato 
figlio  di  Saturno.  Pacificala  la  re- 
gione ne'  dieci  anni  che  vi  regnò, 
ebbe  allora  termine  il  secolo  d'o- 
ro, e  tornando  in  Egitto  lasciò  in 
Italia  Lestrigone,  e  poi  fu  ucciso  a 
tradimento  da  Trifone  suo  fratello. 
Plinio  dice  che  Lestrigone  stabili 
la  sua  sede  in  Formia  :  per  le  sue 
crudeltà,  Ercole  giunto  nel  Lazio 
l'anno  3498  cacciò  i  lestrigoni,  e 
vi  edificò  alcune  colonie ,  e  regnò 
treni'  anni  in  Italia.  Gli  successe 
Tusco  suo  figlio,  che  vuoisi  dasse  il 
nome  di  Tuscia  all'Etruria.  Passati 
ventisette  anni  il  figlio  Altheo  gli 
successe,  terminando  dopo  selt'anni 
la  discendenza  di  Ercole.  Atlante 
Italo  portatosi  in  Italia  ne  discac- 
ciò il  suo  fratello  Espero  nell'an- 
110  3573  ;  ed  il  Theuli  citando 
Snida  crede  che  la  provincia  ove 
fondò  il  suo  regno  sia  il  Lazio,  e 
che  dasse  la  sua  figlia  Elletra  per 
moglie  a  Gambo  fratello  o  figlio 
di  Blascone,  principe  de'  toscani  col 
nome  di  Corito,  chiamato  ancora 
Giano  giuniore,  creando  regina  del 
Lazio  e  sue  colonie  Roma  altra  fi- 
glia minore.  Da  questa  Saturnia 
prese  il  nome  di  Roma  ,  cioè  gli 
antichi  alberghi  di  Giano  e  di  Sa- 
turno, non  di  Roma  de'  sette  colli 
cinta  di  mura,  che  per  coni  un  con- 
senso fondò  Romolo.  Nel  36  ig  suc- 
cesse a  Roma  il  figlio  Romanesso 
e  di  Sicano  re  de'  celtiberi,  che 
conservò  il  nome  di  Roma  alla 
parte  del  Capitohno    e  dell' Aven- 


LAZ  217 

tino  pigliato  da  Roma  sua  madre, 
e  fu  acclamato  da*  latini    aborige- 
ni col  nome  di    Saturno.    Avendo 
regnato  anni    seltant'uno    gli    suc- 
cesse Pico  Prisco  suo  figlio,  che  fu 
il  primo    che    dell'  uccello    pico  si 
servisse    negli  augurii.    Dopo    cin- 
quantasette anni  di  regno  gli  suc- 
cesse il  figlio  Fauno    Prisco    chia- 
mato pur  Giove,  eh'  ebbe    in  mo- 
glie   o    sorella    Fatua,  reputato  il 
primo  inventore  del  culto  degli  dei 
nel  Lazio;    perchè    avendo    ucciso 
Fatua  sua  moglie,  poi  1'  adorò  per 
dea,  sotto  il  nome  di  Fauna  o    di 
dea  Bona  come  fu  conosciuta  dap- 
poi. Questo  Fauno  albergò   Ercole 
quando  dalla  Spagna    conduceva  i 
bovi  di  Gerione,  ma  fu  ucciso  da 
lui  perchè  soleva  sacrificare  gli  ospi- 
ti a  Mercurio  di  cui  si  credeva  fi- 
glio :  i  gentili  l'adorarono  qual  se- 
midio, con   sagrifizi  di    capre.    Fu 
suo    successore    nel    3777    Amno 
Faunigena    che    regnò    cinquanta- 
quattro   anni  ;    indi     Vulcano    che 
visse  trentasei  anni,  a  cui  successe 
Marte  Latino  detto  Giano  giuniore, 
e  fu  il  quarto  ad  aver    tal   nome, 
governando  ventitre  anni.  Dopo  di 
lui  regnò  Cecolo,  chiamato  Satur- 
no giuniore,  che  vuoisi  fondatore  di 
Prenesle.    Pico  giuniore  montò  sul 
trono  nel  3926,  che  alcuni  dicono 
dasse  alla  Marca  d'Ancona    il   no- 
me di  Piceno.  Dopo  il  governo  di 
trentaquattro  anni    pigliò    la    cura 
del  regno  Fauno  giuniore  suo  figlio^ 
che  cortesemente   accolse   Evandro 
con  Carraenta  sua  madre,  il  quale 
nel  colle  donatogli  eresse    Pallante 
o  Valentia.  Di  Marica  poi  adorata 
per    dea    dai    minturnesì   e  Fauno 
nacque    Latino,    il    quale    altri  Io 
fanno  figlio  di  diversi  padri    come 
di  Ercole  e  d'Ulisse.    Egli   accolse 
Enea  cu'  suoi  tvoianì,  che    chiamò 


2i8  LAZ 

latini,  die  Lavinia  sua  figlia  in  mo- 
glie ad  Enea  che  gli  successe ,  as- 
soluto signore  nel  regno  de' latini, 
del  quale  al  parere  di  Giustino, 
liist.  lib.  43,  ne  fu  capo  per  tre- 
cento anni  Alba ,  e  lo  conferma 
Floro  :  Alba  lune  eral  Lalio  caput. 
Gli  successero  Ascanio,  Silvio  Po- 
stumo, Enea  Silvio,  Latino  Silvio, 
Alba  Silvio,  Athi  o  Epito  Silvio, 
Capi  Silvio,  Capeto  Silvio,  Tiberi- 
no Silvio,  Agrippa  Silvio,  Arenulo 
o  Aremulo  o  Romulo  Silvio,  Aven- 
tino Silvio,  Proca  Silvio,  Amulio  e 
Numilore  Silvii  fratelli,  e  zii  di 
Romolo  e  Remo  .  Questa  è  la 
genealogia  che  dei  re  latini  fa  il 
p.  Bonaventura  Theuli  nel  Teatro 
historico  di  V^elleiri  insigne  città  e 
capo  de  volsci. 

Romolo  fondò  Roma,  Orhis  coni' 
pendiunif  e  ne  divenne  il  primo 
re,  secondo  alcuni  yoS  anni  avan- 
ti Gesù  Cristo,  nell'anno  del  mon- 
do 323 1,  e  alla  quinta  età  sua; 
la  fondò  nel  Lazio  e  sópra  sette 
monti,  e  ben  presto  estese  la  sua 
dominazione  quasi  sopra  tutta  la 
regione  del  Lazio,  sia  per  conqui- 
sta, sia  per  confederazione.  Sotto  il 
terzo  re  di  Roma  Tulio  Ostilio,  e- 
Jetto  nell'anno  del  mondo  33i3  e 
di  Roma  83,  Alba  fu  vinta,  la  cit- 
tà di  Roma  accresciuta  colle  sue 
rovine  e  co'suoi  abitanti.  Nell'an- 
no I  i5  dì  Roma  gli  successe  Anco 
Marzio,  che  fece  la  guerra  a*  lati- 
ni e  ne  riportò  completa  vittoria, 
dilatando  i  confini  del  suo  regno. 
Nell'anno  139  divenne  re  Tarqui- 
nio  Prisco  che  sconfisse  il  resto 
de'latini,  de'quali  quasi  annichilò  an- 
co il  nome.  Espulso  da  Roma  nell'an- 
no 244  Tarquinio  il  Superbo,  set- 
timo ed  ultimo  suo  re,  fu  pro- 
clamata la  repubblica,  e  stabilito 
il  governo  consolare.  Neil'  anno  di 


LAZ 

Roma  255  ebbe  luogo  la  prima 
guerra  dei  latini  suscitata  da  Man- 
lio o  Ottavio  Mamilio  tusculano 
(per  cui  ne  parlammo  all'articolo 
Frascati,  in  un  alle  guerre  tra' ro- 
mani e  latini  )  genero  di  Tarqui- 
nio, che  comandava  l'armata  lati- 
na. Con  sanguinosa  battaglia  gua- 
dagnata da  Aulo  Postumio  ditta- 
tore, che  comandava  vicino  al  la- 
go Regillo  nella  Campagna  di  Ro- 
ma, terminò  la  guerra.  Restarono 
sul  campo  uccisi  quarantamila  uo- 
mini, cioè  seimila  romani  ed  il 
resto  latini  compreso  Manlio,  con 
la  morte  del  quale  la  speranza  dei 
Tarquini  di  ricuperare  il  dominio 
di  Roma  fu  totalmente  estinta. 
La  seconda  guerra  tra' romani  e  i 
latini  ebbe  principio  nell'anno  4^4 
di  Roma.  Ne  fu  motivo  che  i  la- 
tini volevano  avere  il  diritto  di 
cittadinanza,  ed  entrare  nelle  cari- 
che. Furono  i  latini  sconfitti  da 
Manlio  Torquato  e  da  Decio,  am- 
bedue consoli  romani.  11  primo 
fece  morire  il  suo  figlio  per  aver 
combattuto  contro  il  divieto  che 
n'  era  stato  fatto,  e  l'altro  si  sa- 
crificò alla  morte  per  salute  del- 
l'esercito, gittandosi  in  mezzo  a'  ne- 
mici ;  indi  nell'anno  4  <^  7  la  roma- 
na cittadinanza  fu  generalmente 
accordata  ai  popoli  latini.  Tutta- 
volta  i  latini  ardirono  poi  di  sol- 
levarsi per  una  terza  volta,  ma 
furono  compiutamente  disfatti,  e 
per  sempre  sottomessi  ai  romani. 
Delle  circostanze  principali  di  queste 
guerre,  come  di  altre  de'latini,  e 
di  quanto  li  riguarda,  lo  ripetiamo, 
se  ne  tratta  ai  rispettivi  articoli 
delle  loro  città,  e  in  altri  analoghi. 
Del  diritto  dell'antico  e  nuovo  La- 
zio, e  cittadinanza  romana,  nella 
facoltà  di  dare  il  suffragio  ne'co- 
mizii,  purché   stando   io   Roma    i 


LAZ 

Ialini  vi  fossero  invitati  dal  magi- 
strato che  vi  presiedeva;  e  dell'e- 
stensione di  tale  diritto  ad  altre 
nazioni  e  città  d'Italia,  che  perciò 
godevano  altri  privilegi  ,  se  ne 
tratta  ali*  articolo  Italia.  Il  La- 
zio al  presente  viene  compreso 
nelle  provincie  della  Comarca  di 
Roma,  di  Frosinoney  di  Rieti,  e  di 
J^elletri  [Fedi).  Il  Lazio  che  nei 
remoti  tempi  abbracciava  un  pic- 
colo distretto  col  nome  di  regno^ 
era  principalmente  abitato  dai  lau- 
renti,  fra  gli  odierni  paes".  di  Ci- 
vita-Lavinia o  Lanuvio  ed  Ostia. 
Crebbe  il  regno  de*  latini  a  spese 
dei  rutuli  colla  morte  del  re  Tur- 
no, con  Alba  che  ne  divenne  il- 
lustre capitale,  sottomessa  poi  co- 
me dicemmo  da  Tulio  Ostilio.  I 
progressi  di  Tarquinio  il  Superbo 
estesero  il  Lazio  a  vari  possedi- 
menti de'sabini  e  de'volsci.  Tal  si 
mantenne,  non  senza  opposizione  di 
genti  mal  use  alla  dipendenza,  e 
specialmente  de'  tiburtini  e  pre- 
nestini,  ma  coi  sempre  accresciuti 
acquisti  del  popolo  re  interamente 
si  domarono  i  volsci,  gli  ernici, 
gli  aurunci  e  gli  equi,  tutti  si  fu- 
sero nel  Lazio,  che  sotto  la  dit- 
tatura di  Quinzio  Cincinnato  toc- 
cò r  apice  della  sua  grandezza. 
L'antica  Campania  poi  detta  Cam- 
pania Romana,  di  cui  facemmo 
parola  al  citato  articolo  Frosinone, 
conteneva  il  nuovo  e  vecchio  La- 
zio, e  faceva  parte  alla  sinistra 
del  Tevere  del  ducato  romano.  La 
porla  che  da  Roma  si  andava  più 
frequentemente  nel  Lazio  era  "la 
Capena  ora  Porla  s.  Sebastiano 
(Ftdi),  forse  la  più  celebre  tra  le 
porte  di  Roma,  perchè  da  questa 
uscivano  le  vie  Appia  e  Latina. 
Alla  poj  la  Capena  per  andare  nel 
Lazio,  si  sostituì  poi  la  Porta  La- 


LAZ  219 

lina  (Vedi).  La  via  Latina  che  con- 
duceva al  Lazio  partiva  coll'Appia 
dalla  detta  Capena,  e  poco  dopo 
dividevasi.  Aureliano  ad  ogni  via 
fece  una  nuova  porla,  fra  le  quali 
la  Latina,  che  al  presente  è  chiusa. 
Ora  passiamo  a  parlare  delle  an- 
tiche tre  capitali  del  Lazio,  Lau- 
rento,  Lavinio  ed  Albalonga. 

Laureato,  Laurens,  Laiirentum, 
Città  capitale  degli  aborigeni ,  la 
più  antica  del  Lazio,  e  perciò  la 
sua  prima  metropoli,  una  delle 
più  antiche  e  più  illustri  dell'  Italia. 
Laurento  venne  chiamata  Troia 
seconda,  e  fu  la  nobile  culla  del- 
Tinclito  popolo  romano.  Laurento 
si  chiamò  pure  il  distretto  marit- 
timo del  Lazio,  e  delle  regioni  a- 
diacenli  sulla  riva  sinistra  del  fiu- 
me Tevere,  che  si  estendeva,  al  di- 
re del  Nibby,  dalla  foce  ostiense  a 
sinistra  del  Tevere  sino  al  confine 
del  territorio  anziate,  e  racchiuse 
la  regia  città  di  Laurento.  La  eti- 
mologia di  questo  nome  deriva 
secondo  il  Ricchi  dai  boschetti  di 
lauro  ivi  recisi  dal  re  Pico  quan- 
do volle  fondarvi  la  città,  come 
scrive  Pri sciano  :  Laurus  ibi  pri' 
munì  inventa,  duni  Picus  eam  con- 
deret.  Il  Nicolai  osserva,  che  fu 
tradizione  degli  antichi  che  pren- 
desse il  nome  la  città  da  un  alloro 
ritrovatovi  da  Pico,  mentre  fonda- 
va questa  reggia.  Sono  poi  concor- 
di gli  scrittori  che  la  città  prese  il 
nome  di  Laurento  dalla  gran  co- 
pia di  lauri  che  spontanei  cresce- 
vano nel  suolo.  Tali  piante  in 
abbondanza  continuavano  ancora  a 
vestir  questo  luogo  e  la  spiaggia 
sul  declinar  del  secolo  secondo  del- 
l' era  volgare,  per  testimonianza  di 
Erodiano  lib.  I,  e.  XII.  Questo 
storico  narrando  la  fiera  pestilen- 
za che  afflisse  Roma   circa  i'  anno 


220  LAZ 

189,  dice  che  l'imperatore  Com- 
modo,  per  consiglio  di  alcuni  me- 
dici, e  forse  di  Galeno  che  allora 
fioriva  in  B.oma,  andò  a  ritirarsi 
a  Laurento,  villa  amena  per  la 
freschezza  dell'aria,  siccome  adom- 
brata di  grandissimi  alberi  di  lau- 
ro, la  quale  sembrava  essere  un 
luogo  salubre  ed  opporsi  al  cor- 
rompimento  dell'aria  pel  grato  o- 
dore  che  tramandavano  i  lauri  e 
per  l'ombra  piacevole  ch'essi  da- 
vano. Nota  l'Eschinardi,  che  l'im- 
peratore Vileliio,  fiorito  nell'anno 
68  dell'  era  menzionata,  quivi  si 
ritirava  quando  temeva  i  fulmini, 
stimando  che  gli  allori  ne  andas- 
sero immuni.  L'autore  dell'  Orìgo 
genìis  ronianae^  Aurelio  Vittore,  o 
meglio  Dionisio,  parlando  dell'arri- 
vo di  Enea  in  Italia,  dice  che 
approdò  ad  eam  ItaUae  oram  , 
quae  ah  arbusto  cjiisdem  generis 
Laurens  appellala  est.  Oggi  però 
benché  il  suolo  sia  coperto  d'immen- 
se boscaglie  d'  ogni  specie,  di  alberi 
e  di  arbusti,  gli  allori  non  sono 
molti.  La  denominazione  di  laU' 
renti  si  trova  estesa  a  molli  popo- 
li del  Lazio,  ma  più  propriamente 
al  territorio  di  Laurento,  che  a- 
vea  per  confini,  come  afferma  il 
citato  Nicolai,  dal  territorio  d'Ar- 
dea  o  sia  dal  fiume  Numicio  sino 
al  Tevere.  Matteo  Vegio  pone  il 
fiume  Numicio  vicino  a  Laurento  : 
Servio  dice  che  fu  un  grosso  fiu- 
me, ma  poi  diminuitosi  grande- 
mente fu  chiamato  fonte.  Questo 
flumicello  ora  è  chiamato  Rio-Tor- 
to. Laurentina  si  appellò  la  via 
che  da  Roma  conduceva  a  Lavi- 
iiio  ed  a  Laurento,  una  delle  più 
antiche,  riconoscendosi  ancora  da 
essa  la  strettissima  relazione  che 
passava  tra  le  nominate  città.  Dice 
l'Eschinardi  che  la  via  Laurentina 


LAZ 

deriva  dall'  Ostiense  circa  teniutìi 
lapidem^  e  va  a  terminare  a  Pa- 
terno, eh'  è  il  sito  del  vero  Lau- 
rento, come  dichiara  espressamente. 
Indi  soggiunge  essere  certo  che  la 
via  Laurentina  passava  per  Decimo, 
e  per  l'osteria  della  Santola  al  de- 
stro lato  degli  antichi  acquedotti 
fino  a  Paterno,  ove  si  vedono  gran- 
di vestigi.  La  celebre  villa  poi  di 
Plinio  secondo  o  il  giovane,  si  vuo- 
le che  fosse  nel  luogo  detto  vol- 
garmente Piastra,  vicino  al  mare 
e  ad  Ostia,  nella  tenuta  detta  la 
Spinerba  :  egli  desciive  questa  sua 
villa  minutamente  nell'epistola  XVll, 
lib.  II,  diretta  a  Gallo.  Il  marche- 
se Sacchetti  proprietario  di  detta 
tenuta,  nel  17 14  ^ece  quivi  scava- 
re, e  furono  trovate  gran  vestigia 
di  magnifica  villa  in  molte  parti  cor- 
rispondenti a  quella  di  Plinio  detta 
Laurentina,  diciassette  miglia  di- 
stante da  Roma  fra  Ostia  e  Lau- 
rento, sulla  spiaggia  del  mare,  per 
attestato  di  Plinio  stesso,  che  av- 
verte pure  potervisi  incedere  per 
le  vie  Ostiense  e  Laurentina,  e  che 
dall'  Ostiense  deviavasi  a  sinistra 
airXI  miglio,  e  dalla  Laurentina  a 
destra  al  XIV.  Gio.  Maria  Lancisi 
archiatro  di  Clemente  XI  pubblicò 
una  dissertazione  sulla  villa  :  Ani- 
madversiones  in  Pliiiianam  villani 
nitper  in  Laurentina  detectani,  Ro- 
mae  l'ji^.  Nota  egli  le  piante  che 
vegetano  nella  spiaggia  laurente,  e 
gli  alberi  che  crescono  giganteschi 
sul  suolo,  e  quali  li  ricorda  Virgi- 
lio lib.  XI,  v.  i33,  come  esistenti 
nella  selva  laurente.  Quindi  Erco- 
le Corazzi  ci  diede  la  Dissertatio 
de  physiologicis  aniniadvcrsionibus 
Jo.  M.  Lanci  sii  in  Plinianani  vil- 
lani in  Laurenùno  deleclam.  Exst. 
cum  duab.  dis.  ejusdem,  IJononiae 
typ.  Rossi.    La    pianta    della  villa 


LAZ 

Laurentina  la  pubblicò  monsignor 
Furietti  :  il  p.  ab.  Revillas  girola- 
mino  pensò  pubblicare  un'operetta 
sulla  villa  di  Plinio,  ma  la  morte 
glielo  impedì.  Abbiamo  inoltre  da 
Felibien  de  s.  Ayaux,  Les  plants  et 
les  descrìptions  de  deux  des  plus 
belles  maisons  de  campagne  de 
Pline  le  con^id,  avec  des  remar' 
ques,  Londres  1707;  fu  tradotta 
in  italiano.  Pietro  Marquez,  Fille 
di  Plinio  il  giovane,  Roma  1796. 
Carlo  Fea,  Relazione  di  un  viag- 
gio ad  Ostia  e  alla  villa  di  Pli- 
nio, detta  Laurentina,  Roma  1802. 
Nei  citati  autori  si  possono  racco- 
gliere notizie  riguardanti  all'aigo- 
mento  che  andiamo  a  trattare,  a- 
vendo  Laurent©  dato  il  nome  alla 
\ia  Laurentina.  Partendo  dal  Pa- 
latino per  la  porta  Lavernale  oggi 
s.  Paolo,  incominciava  la  via  che 
raggiungeva  l'Ostiense  circa  il  se- 
condo miglio  al  ponticello  di  s. 
Paolo,  quindi  al  vico  di  x\Iessandro 
al  terzo,  se  ne  distaccava  di  nuo- 
vo a  sinistra  e  s'  introduceva  nel- 
la via  moderna  di  Decimo  poco 
prima  di  Mostacciano.  Quattro  mi- 
glia circa  distante  da  Decimo  si 
trova  Porcigliano  o  Castel  Porzia- 
no,  e  poco  appresso  Tor  Paterno, 
che  autori  gravissimi  ritengono  che 
occupi  il  sito  di  Laurento,  ciò  che 
dimostreremo  poi  coll'autorità  di 
vari  scrittori  e  principalmente  della 
Topografia  dell'  antica  Laurento, 
Memoria  del  eh.  can.  Raffaele 
Lenti  di  Fossombrone. 

L'origine  di  Laurento  si  confon- 
de nella  storia  del  Lazio  primiti- 
vo, del  quale  fu  la  metropoli  più 
antica.  Dopo  che  gli  aborigeni  u- 
niti  ai  pelasgi  discesero  dagli  A- 
pennini  e  discacciarono  i  siculi  dal- 
la pianura,  che  per  lungo  tempo 
avevano  occupato,    Pico  loro  con- 


LAZ  121 

dottiero,  che  si  dice  figlio  cioè  di- 
scendente di  Saturno,    fondò    non 
lungi  dal  mare  Lauiento,  circa  ot- 
tanta anni  avanti  la  presa  di  Tro- 
ia, cioè     quasi   XIII     secoli    avanti 
l'era  volgare.  Di    questo  Pico  rac- 
contasi, che  la  moglie  di  lui  Pica 
o  Pomona  o  meglio  Circe  lo  tras- 
mutasse nell'uccello  Pica,  per  Io  che 
i   latini  presero  motivo  di    consul- 
tarlo per  gli  augurii,  di  farne  una 
tutelare    divinità  e  di    cousecrargli 
altari  e  templi.  Dopo  un  regno  di 
trentasette  anni    lasciò    il    governo 
a  Fauno  suo  figliuolo,  il  quale  tol- 
ta in  moglie  Marica  n'ebbe    Lati- 
no che  gli  successe  nel  regno,  dap- 
poiché   per    la    monarchica    forma 
di  governo    dei    primitivi    abitanti 
del  Lazio,  succedevansi  i  re  da  pa- 
dre in  figlio.  Siccome  Latino  con- 
tribuì molto    all'  incremento    della 
grandezza  e  magnificenza    di  Lau- 
rento, così  molti  gliene  attribuiro- 
no   la    fondazione  e    l'imposizione 
del  nome,  che  prese  da  uno  spazio- 
so lauro  che  sorgeva    nei  penetra- 
li della  reggia,  nome  che  si  comu- 
nicò ai  circostanti  suoi  campi  ;  ma 
già  dicemmo,    che    dai     boschi   di 
alloro  que'  campi   si    dissero   Lau- 
rentini    e    Laurento    la  città.  La- 
tino dopo  un  regno    tranquillo  di 
molti    anni,     mentre    si   riposava, 
comparve     su  questa    spiaggia  del 
mar    Tirreno     la    flotta    de'   frigi 
profughi  condotti    da    Enea.    Que- 
sta approdò  presso  la  foce  del  Te- 
vere, e  rimontando  il  fiume  i  tro- 
iani posero  campo  sulla  sponda  si- 
nistra   di  esso     un     mezzo    miglio 
lungi  dal  mare,  dove  poscia  Anco 
Marzio    fondò    la    colonia    romana 
di  Ostia.  Esplorato  il    terreno,  ed 
informatosi  chi     vi  abitasse  e    chi 
fosse    il    re.  Enea  non  ottenne  da 
principio     né    ospitalità    né    sussi- 


■222  LAZ 

dii.  Foi^za  fu  quindi  venire  a 
"violenze,  ed  i  frigi  si  diedero  a 
scorrere  e  depredare  il  paese,  onde 
ottenere  viveri,  e  di  necessità  gli 
indigeni  difendendo  le  loro  pro- 
prietà si  azzuffarono  co'  profughi, 
e  ne  venne  una  guerra  aperta,  al- 
la quale  presero  parte  principal- 
mente da  un  canto  i  frigi,  dall'al- 
tro i  laurentini,  ed  i  rutuli  loro  li- 
mitrofi. Dagli  scrittori  antichi  sem- 
bra potersi  con  chiudere  che  Enea 
dopo  qualche  scaramuccia  parziale 
venne  a  trattato  con  Latino,  che 
gli  assegnò  per  dimora  il  colle  og- 
gi detto  di  Pratica,  e  gli  accordò  in 
moglie  Lavinia  sjia  figlia  ed  ere- 
de per  mancanza  di  prole  maschi- 
le de' suoi  diritti.  Cosa  ne  seguisse 
ne  dammo  un  cenno  di  sopra  e 
ne  riparleremo  discorrendo  di  La- 
vinio,  nome  del  luogo  della  città 
da  Enea  ivi  fabbricata  e  così  chia- 
mata per  onorare  la  moglie.  Dopo 
la  morte  di  Latino,  Laurento  ce- 
dette a  Lavinio  il  suo  grado  di 
metropoli  del  Lazio;  poi  trenta  an- 
ni dopo  la  fondazione  di  Lavinio 
e  la  morie  di  Enea,  Albalunga 
divenne  la  capitale  de' latini.  La 
comune  origine  e  la  vicinanza 
contribuì  a  mantenere  stretta  la  fe- 
de e  l'amicizia  fra  Laurento  e  Lavi- 
nio, ed  i  successi  dell'una  furono 
comuni  all'altra;  ed  a  vendetta 
dell'affronto  de' laurentini,  i  lavi- 
niati  uccisero  Tazio  re  de'  sabini. 
Distrutta  Albalonga ,  Laurento 
come  le  altre  città  più  cospicue 
del  Lazio  divenne  un  comune  in- 
dipendente, almeno  di  nome.  Ivi 
si  ritirarono  due  de'  Tarquini  , 
Publio  cioè  e  Marco,  e  di  là  ven- 
nero in  Roma  a  svelar  la  congiu- 
ra tramata  da  Mamilio  e  dal  li- 
ranno  espulso,  l'anno  di  Roma 
2  56.  Subilo  dopo   l'espulsione  dei 


LAZ 

Tarquini,  narra  Polibio  che  i  ro- 
mani nel  trattalo  famoso  di  com» 
raercio  conchiuso  co'  cartaginesi, 
volendo  mostrare  la  loro  supre- 
mazia sopra  tutta  la  spiaggia  lati- 
na e  limitrofa,  vi  compresero  tut- 
ti i  popoli  marittimi  e  perciò  an- 
che il  comune  de' laurentini,  nel 
quale  intesero  comprendere  ancora 
quello  de'  laviniati.  Laurento  pochi 
anni  dopò  insorse  insieme  cogli 
altri  popoli  latini  in  favore  dei 
Tarquini  contro  Roma,  e  Dioni- 
sio enumerando  tutti  i  comuni  che 
presero  parte  in  quella  guerra  so- 
ciale, nomina  separatamente  i  lau- 
rentini, i  lanuvini  ed  i  laviniati. 
Finita  quella  guerra  colla  pugna 
presso  il  lago  Regillo,  i  laurentini 
furono  compresi  nel  trattato  gene- 
rale di  concordia  e  di  alleanza,  nel 
quale  i  romani,  che  erano  i  vin- 
citori, mostrarono  una  moderazione 
degna  di  alto  encomio.  Laurento 
dopo  quell'epoca  non  figurò  più 
tra  le  città  rivali  di  Roma,  e  non 
entrò  neppure  nella  lega  dell'an- 
no 4^7>  quando  tutti  i  latini  pre- 
sero le  armi  contro  di  essa,  per 
cui  i  romani  rinnovarono  coi  lau- 
rentini il  patto  sociale,  yòefl?^?^  e  ne 
ordinarono  la  rinnovazione  ogni 
anno  dopo  il  decimo  dì  delle  fe- 
rie latine.  La  prossimità  di  Lavi- 
nio, la  vicinanza  di  Ostia  a  poco 
a  poco  ne  diradarono  la  popola- 
zione talmente  che  nell'anno  56 :> 
di  Roma,  i  laurentini  furono  di- 
menticati nella  distribuzione  della 
carne,  che  si  faceva  nelle  ferie  la- 
tine, dicendo  Livio,  che  a  questa 
omissione  vennero  attribuiti  i  pro- 
digi che  in  quell'anno  successero, 
e  che  fatte  le  espiazioni  dovute  si 
celebrarono  di  nuovo  le  ferie  la- 
tine, considerandosi  come  irregola- 
ri   quelle    antecedentemente    cele- 


LAZ 

brate.  Noteremo,  che  iieirnccade- 
mìa  di  storia  romana  di  Benedet- 
to XIV,  nel  1753  il  dotto  Gae- 
tano Cenni  recitò  una  dissertazio- 
ne sulle  Ferie  latine^  poi  stampa- 
ta nel  tomo  II  delle  sue  Disser- 
tazioni, pag.  219:  Vedi  l'articolo 
Feria  .  Sopraggiunsero  nel  secolo 
seguente  i  lempi  luttuosissimi  e  le 
stragi  della  guerra  sillana,  e  Lau- 
rento  andò  soggetta  insieme  colle 
altre  città  marittime  del  Lazio  al 
guasto  dell'orde  sannitiche  condot- 
te da  Telesino  a  soccorso  di  Ma- 
rio. E  da  queir  epoca  Laurento 
sempre  più  decadde,  onde  Augusto 
vi  dedusse  una  colonia,  col  nome 
di  Colonia  Augusta  Laurentuni . 
Ma  non  potè  sostenersi,  e  di  co- 
lonia divenne  villaggio,  e  come  vi- 
cus  lo  indica  Plinio  il  giovane 
nella  sua  lettera  XVII  citata,  Fi- 
cus Augustus.  Finalmente  Traia- 
no unì  insieme  i  due  comuni  di 
Laiu'ento  e  Lavinio  in  questa  ulti- 
ma città,  che  chiamò  Lauro-La- 
vinio.  Dopo  quell'epoca  Laurento 
distintamente  ricordasi  nelT  lline- 
i-ario  di  Antonino  e  nella  Carla 
Peulingeriana;  e  probabilmente  il 
vico,  sebbene  per  le  scorrerie  dei 
Ixirbari  del  V  e  VI  secolo  dive- 
nisse ancor  più  debole,  qualche 
popolazione  però  vi  si  sarà  man- 
tenuta che  ne  avrà  conservato  il 
nome,  onde  meritasse  di  venire  in- 
dicata in  un  libro  postale,  qual  è 
l'Itinerario  d'Antonino,  ed  in  una 
carta  itineraria  qual  è  la  Peutinge- 
riana:  altre  analoghe  notizie  dare- 
mo parlando  di  Lavinio.  Circa 
l'anno  7^0  Papa  s.  Zaccaiia  volle 
rianimarla  formandone  una  Doinus 
eulta.  Nei  secoli  IX  e  X  le  scor- 
rerie de*  saraceni  finirono  di  deva- 
stare tutta  questa  contrada  e  di 
allontanare  ogni  popolazione,  ridu 


LAZ  11Z 

cendo  questa  bella  parte  d'Italia 
in  quello  slato  di  desolazione,  dai 
quale  mai  più  potè  risorgere. 

Il  luogo  occupato  dalla  più  an- 
tica sede  del  regno  latino,  che  per 
un  tempo  fu  metropoli  degli  abo- 
rigeni e  de' latini,  secondo  Ja  co- 
mune opinione  degli  storici  ed  ar- 
cheologici anche  moderni,  è  Tor 
Paterno,  dove  sono  rovine  al  di- 
re del  Nibby  d'una  villa,  forse 
quella  imperiale,  ove  Commodo 
andò  a  ritirarsi  nella  peste  di  Ro- 
ma, e  probabilmente  la  forni  di 
acqua  corrente  coH'acquedotto  lau- 
rentino.  Il  casale  che  ha  nome  di 
Tor  Paterno  (poiché  la  torre  pro- 
priamente detta  fu  smantellata  da- 
gl' inglesi  nel  1809,  i  quali  fecero 
quasi  scomparire  ogni  costruzione 
rialzata  nel  medio  evo  sulle  an- 
tiche rovine)  è  ora  uno  de' po- 
sti militari  che  guardano  la  spiag- 
gia del  mare  Mediterraneo,  e  da 
esso  distante  mezzo  miglio.  Opina 
il  Nibby  essere  costrutto  il  casale 
di  Tor  Paterno  sopra  i  ruderi  del- 
la villa  nominata,  una  di  quelle 
che  nel  primo  e  secondo  secolo 
dell'era  volgare  coprivano  la  spiag- 
gia, servendo  di  diporto  nelle  sta- 
gioni d'inverno  e  primavera.  Esa- 
minando tali  vestigia  riconobbe  che 
l'edificio  più  centrale,  che  si  di- 
rebbe una  gran  sala,  è  il  solo  che 
offra  una  costruzione  originale  del 
secolo  primo  dell'era  volgare,  di 
opera  laterizia  analoga  a  quella 
neroniana  del  Palatino:  il  resto  si 
compone  di  diversi  ambienti  di 
costruzione  del  tempo  degli  Anto- 
nini, travisati  da' mutilamenti  e  fab- 
briche posteriori  moderne.  Dopo 
la  conserva  in  che  metteva  capo 
l'acquedotto,  presentasi  primierar 
mente  un  recinto  che  dircbbcsi 
appartenere  al  IV  secolo  dagli   a- 


2^4  LAZ 

vanzi  dell'opera.  In  fondo  a  que- 
st'area verso  oriente  è  il  salone  di 
costruzione  primitiva;  mentre  ver- 
so occidente  è  un*  altra  sala  a  for- 
ma di  triclinio.  A  mezzodì  del  sa- 
lone verso  oriente,  dov*  è  oggi  la 
caserma  degli  artiglieri,  distaccasi 
una  specie  di  torre  rinfiancata  ver- 
so oriente  e  mezzodì  da  contraf- 
forti, ed  appoggiata  verso  occiden- 
te ad  un  muro,  eh' è  il  prolun- 
gamento ddl'  area,  e  che  verso  il 
mare  si  vede  troncato.  Fra  questo 
muro  ed  il  triclinio,  è  la  chiesuo- 
la dedicata  a  s.  Filippo  Neri,  di- 
nanzi alla  quale  un  capitello  joni- 
co  de'  buoni  tempi  ricorda  la  de- 
corazione primitiva  della  fabbrica  : 
altri  se  ne  vedono  a  Porcigliano 
trasportati  di  qua.  Questi  sono  i 
principali  avanzi,  che  veggonsi  a 
Tor  Paterno,  e  che  sono  tutti  in- 
sieme uniti  e  legati  fra  loro,  onde 
per  la  disposizione  mostrano  ap- 
partenere ad  un  sol  fabbricato  co- 
strutto in  origine  nel  primo  secolo, 
ingrandito  nel  declinar  del  secon- 
do, ed  allora  fornito  di  acqua  cor- 
rente, restaurato  verso  il  setten- 
trione nel  quarto.  Conchiude  il 
Nibby,  che  il  complesso  di  questi 
ruderi  ed  il  riparto  delle  camere, 
facilmente  dimostra  che  fu  una 
\illa,  la  quale  ha  qualche  analogia 
con  quella  di  Plinio  il  giovane,  ma 
non  è  la  medesima;  che  un  tem- 
po restò  convinto  che  Laurento 
sorgesse  a  Tor  Paterno ,  ma  che 
conosciuti  bene  i  luoghi  propende 
per  stabilire  che  Capocotta  abbia 
rimpiazzato  il  luogo  del  celebre 
Laurento.  Capocotta  è  un  leni- 
mento selvoso  dell'  Agro  romano, 
che  appartiene  alla  principesca  fa- 
miglia Borghese.  Si  estende  per  lo 
spazio  di  quasi  552  rubbia  di  ter- 
ra, e  confina  colla  spiaggia  del  ma- 


LAZ 

re  e  colle  tenute  di  Campo  Asco- 
lano, Petronella  Nari,  Castel  Ro- 
mano, Monte  di  Leva,  e  Porciglia- 
no o  sia  Castel  Porziano.  Il  casale 
è  distante  da  Roma  circa  sedici  mi- 
glia, e  vi  si  va  per  la  strada  di  De- 
cimo, ch'è  l'antica  via  Laurentina. 
Il  p.  Bosco  vidi  nella  sua  corret- 
tissima mappa  pone  Laurento  ove 
è  ora  Tor  Paterno.  Monsignor  Ni- 
colai dice  altrettanto  nel  tom.  I, 
p.  i58  delle  Memorie  sulle  Cam- 
pagne di  Roma,  secondo  la  deci- 
sione degli  eruditi  ;  il  simile  affer- 
ma il  p.  Eschinardi  a  p.  3 19  del- 
la Descrizione  delV  Agro  romano ^ 
confutando  il  p.  Rircher  che  disse 
la  Torre  di  s.  Lorenzo  essere  il 
luogo  del  vecchio  Laurento,  benché 
riconosca  essere  stato  questo  sette 
miglia  lungi  dal  Tevere,  mentre 
s.  Lorenzo  lo  è  circa  venti  distante 
dalla  foce.  Neil'  errore  del  p.  Kir- 
'  cher  cadde  ancora  il  Ricchi  nella 
Reggia  de'  volsci  pag.  92  :  inoltre 
il  Ricchi  parla  di  Laurento  ezian- 
dio e  delle  sue  glorie.  Il  marche- 
se Melchiorri  nella  sua  Guida  me- 
Iodica  di  Roma  e  suoi  conlorniy 
Roma  1840,  chiaramente  dice  a 
pag.  754,  che  gli  avanzi  di  Lau- 
rento sono  nella  tenuta  di  Torre 
Paterno,  non  Ostante  la  contra- 
ria esposta  asserzione  del  Nibby 
prodotta  nella  sua  dotta  opera  : 
Analisi  della  carta  de' dintorni  di 
Roma,  massime  all'  articolo  Lau- 
renlum  t.  II,  pag.  189  e  seg.  Da 
ultimo,  a  sostenere  in  favore  di 
Torre  Paterno  e  suoi  luoghi  adia- 
centi il  vanto  d'  essere  ivi  stata 
Laurento,  il  summentovato  can. 
Lenti  pubblico  la  sua  Topografia^ 
che  essendo  stata  encomiata  per 
critica  ed  erudizione,  ne  daremo  qui 
appresso  un  sunto.  Laurento  esten- 
deva la  sua  campagna  sul  lido  Tir- 


LAZ 

reno   tra    la    foce    del    Tevere    ed 
Anzio.  Dalle    antiche    tavole    itine- 
rarie rilevasi  che  avanzando  di  via 
versola  parte  occidentale,  e  non  lun- 
gi dal  lido  prima  s'incontrasse  La- 
vinio  e  poi  Laurento.  E  se  gli  iti- 
nerari non  ci  fossero  venuti  guasti 
dagli  amanuensi,,  non  sarebbe  mai 
insorta  dubbiezza    sulta    topografia 
di  Laurento ,  e  sarebbesi  determi- 
nato il  punto  dì   distanza    fra  An- 
zio ed  Ostia,  in  mezzo  a    cui  gia- 
cevano   le    rocche    laurenline.    Ma 
nell'antica  tavola  la  serie  dei  luo- 
ghi e  delle  distanze  è  la  seguente: 
Roma-Hostis  XVI.  Laurento  XVL 
Lavinium  VI.  Antium  XVII.  Nel- 
l'itinerario   però    di    Antonino  di- 
versifica la  descrizione  :    Roma-Ho- 
stis   XVI.     Laurento    XVI.    Lavi- 
nio  XVI.  Per  lo  che  secondo  que- 
ste tavole  non  può  fissarsi  il  punto 
di   distanza    segnato    da    Laurento 
fra  Anzio  ed  Ostia.   Certo  si  è  pe- 
rò   che  Laurento  fu   presso  la  foce 
del  Tevere,  testimonio  Livioj  Stra- 
bene, e  meglio    Dionisio;    Virgilio 
poi  dice,  che  per  viaggio   di  terra 
dal    Tevere    vennero    i    troiani     a 
Laurento,  e  per  una  corsa  di  qual- 
che miglio.  Ma  non  fu  a  Torre  s. 
Lorenzo,    come    dimostra    pure    e 
chiaramente  il  Cluverio  ;  e  ciò  per- 
chè Plinio  fissava  Laurento  di  qua 
dal  fiume  Numicio  per  chi  da  Ostia 
muove  ad  Anzio.    Ed    il    Numicio 
è  di  là  da  Torre  s.  Lorenzo    vici- 
no a  Pratica.  Per  la  qual  cosa  in 
Torre   Paterno,  ove    l'Olstenio  po- 
neva la  villa   di  Plinio,  il  Fabretti 
dopo    il    Cluverio    fissa    Laurento. 
11  che  gli  persuadono  i    moltissimi 
ruderi ,  che  per  lunga  tratta    vi  si 
trovano,  e  che    non    ponno    essere 
di  villa  privata.  Tanto  più    che  la 
villa  di  Plinio,  com'egli  scrive^  era 
usibus  capas  non  sumptuosa.    Ag- 
voL.  xxxvn. 


LAZ  425 

giungesi  che  la   via    Laurentina  si 
termina    a  Torre  Paterno,    mentre 
altra  via  menava  alla  villa  di  Pli- 
nio.   Onde    il    Volpi    col    Fabretti 
positivamente  conclude,  che    secon- 
do ogni  sana    critica    non    può    la 
città  di    Laurento    collocarsi    fuori 
di    Torre    Paterno.    Veggasi    il    p. 
Volpi,   Fetus  Latiuni  tom.  VI,  de 
Laureniihus,    ed    il   Fabretti,    Dis^ 
seriazione  sopra  il    vero    sito    del- 
l' antico  Lazio  contro  il  p.  Kircher. 
Il  can.   Lenti  continua  col  dire, 
che  chiarissimo  scrittore  (il  Nibby) 
ponendosi     con     sé     medesimo     in 
contraddizione,  perchè  avea  già  stam- 
pato, che    Laurento  doveva  fissarsi 
in    Torre    Paterno,    ha     voluto  in 
questi     ultimi    tempi     (nel     iBBy) 
quella  città    nella  Capocotta,  affer- 
mando  però   nel  tempo  istesso,  che 
di  Laurento     in     quel     luogo    non 
rimane    che    il    sito,    dove    un  dì 
sorse.     Lo  argomenta    perchè  Vir- 
gilio non    ricorda  la     vicinanza  del 
mare,  che  quasi    lambe    Torre  Pa- 
terno. Ma   se  a    Virgilio    non  gar- 
beggiò  la  immagine  del  mare,  che 
vorrebbesi   rimembrato,    perciò  egli 
lo  escluse?   Virgilio  avea  abbastan- 
za dipinto  i   mari,  ed  erano  le  pit- 
ture de'  boschi,    di  campi  e  di  ter- 
ra più  confacenti     alla    varietà  del 
grande  poema.   Oppone  quindi,  che 
Laurento  era   situata  secondo    Vir- 
gilio  in  un  colle,  ed  in    prova  ri- 
ferisce    quel  verso  :     Atque    hingue 
vasta    pallia,  hinc    ardua  nioenia 
cingimi.  L'altezza     delle  mura  non 
importerà  mai  l'idea    di  un  colle; 
che  se  vuoisi  accennare    una    pro- 
minenza, essa  si  scorge  in  vicinanza 
al  casale    di    Torre    Paterno,  dove 
ruderi     antichissimi     si      alzano  in 
luogo  rilevato,  e  dove  forse  era  la 
reggia  di  Latino,  e    quindi  l'abita-' 
zione    di    Commodo    e    poi   degli 
i5 


22&  LA.Z 

Antonini.  Si  aggiunge,  clie  secon- 
do quel  verso  manca  la  vasta  pa- 
lus.  Lo  che  può  solo  affermarsi  da 
chi  non  osservò  in  vicinanza  un 
terreno  vallato,  che  il  più  dell'an- 
no è  coperto  di  acqua,  e  che  di- 
cesi ancor  oggi  Lauro-pantano.  Ma 
contro  tutte  queste  speciose  osser- 
vazioni basta  r  esaminare,  che  la 
■via  Laurentina,  e  l'acquedotto  dal 
Cingolani  pure  denominato  lauren- 
tino,  vanno  a  mettere  capo  in  Tor- 
re Paterno.  Questi  due  monumen- 
ti con  troppa  di  evidenza  stabili- 
scono la  vera  topografia  di  Lauren- 
to.  Di  piii  :  comunque  prestissimo 
decadesse  per  la  popolazione,  pure 
questa  città  e  ricordata  nel!'  Vili 
secolo,  in  cui  il  Papa  s.  Zaccaria 
formò  di  Laurento  una  Domus 
eulta.  Or  dunque  se  alla  Capo- 
cotta  fosse  stata  Laurento,  ivi  do- 
vrebbero trovarsi  i  ruderi  dell'anti- 
ca sede  di  Latino,  de'  palazzi  degli 
imperatori,  e  alcuna  traccia  delia 
grandezza  romana,  che  sino  da 
Augusto  toccava  il  sommo  della 
perfezione  nelle  arti.  Ma  nulla  di 
tutto  questo,  se  non  qualche  ope- 
ra laterizia  non  significante  mai 
ne  città,  ne  palazzo  imperiale.  Al 
contrario  Torre  Paterno  ridonda 
di  marmi  lavorati,  di  mosaici,  di 
capitelli  di  ogni  ordine,  e  di  tutti 
i  generi  di  antichità.  Le  opere  la- 
terizie vi  si  ravvisano  non  solo  dei 
tempi  neroniani,  ma  dei  primi  an- 
ni di  Roma,  e  a  ma^o  a  mano 
secondo  la  miglioria  dell'arte.  Tut- 
to contesta,  che  Laurento,  il  quale 
secondo  Servio  maestro  di  s.  Gi- 
rolamo, a'  tempi  di  Costantino  si 
confuse  coi  laviniali,  e  prese  nome 
di  Lauro  Lavinio,  fu  a  Torre  Pa- 
terno. Giova  notare,  che  se  V  ac- 
curato Nibby  dice  aver  bene  inve- 
stigato i  luoghi    per   stabilir  Lau- 


LAZ 

rento  a  Capocotta,  il  can.  Lenti 
siccome  per  diversi  anni  passò  in 
Castel  Porziano  molto  tempo  cogli 
attuali  signori  del  luogo,  ebbe  per- 
ciò tutto  r  agio  e  la  comodità  di 
ponderare  con  diligenza  e  maturità, 
e  di  esclusivamente  occuparsi  su 
quanto  ci  ha  dato  nella  sua  Topo- 
grafia. 

Nella    distruzione    degli     avanzi 
dell'antico  Laurento    surse    in  vici- 
nanza Porcigliano  o  Castel  Porzia- 
no, vasto  teuimento   dell'  Agro  ro- 
mano,   che    comprende   Torre  Pa- 
terno, posto    fra  le    vie  Ostiense  e 
Laurentina,  con   titolo    di  baronia. 
Comprende  rubbia  2102,   e  perciò 
uno  de'qnattro  più  grandi  teni men- 
ti del  medesimo  Agro.   Confina  col- 
la spiaggia  del  mare  e  colle  tenu- 
te   di    Fusano,    Tra  fusa.    Decimo, 
Tor  de'Cenci,  Trafusino    e    Capo- 
cotta.     Il    piccolo    castello,    situato 
sopra     un     diverticolo     antico,  che 
univa  la  via  Ostiense  alla    Lauren- 
tina ,     ebbe    nome  da    un  qualche 
fondo  della     gente     Procilia,  gente 
di  origine  lanuvina,  della  quale  ci 
rimangono  frequenti   medaglie  bat- 
tute nell'ultimo     periodo    della   re- 
pubblica, onde  da  fundav  Procilìa- 
nus  i   moderni     fecero     PorcìlianOy 
Porcigliano  e  Porziano.    Il  Nicolai 
dice  che  il  luogo  fu    una  villa  già 
appartenente  all'antica  famiglia  Por- 
cilia,  e    dedicata    alla    dea  Cerere, 
come     si     raccoglie    da  una  lapide 
riportata  dal  Volpi,  ed  aggiunge,  che 
questo  è  un  argomento  che  vi  do- 
veva essere  coltura  de'grani.   Carlo 
Bartolomeo     Piazza     fece    la  visita 
generale  pel  cardinal  vescovo  d'O- 
stia  della   diocesi    ostiense,  sotto  di 
cui    si  comprei)de    il    lenimento  in 
discorso,  e  dagli  atti  della   medesi- 
ma    de'  2    marzo    j68f,    pubblicò 
nella    sua     Gerarchia  cardinalizia 


LAZ 

a  p.  19  quanto  segue.»  Porclgìia- 
no  castello.  Giace  ancora  in  buon 
essere  (stampò  l'opera  nel  i7o3) 
rispetto  alle  comuni  desolazioni  di 
queste  spinggie,  antichissimo  come 
si  vede  dai  vestigi  delle  mura  e 
dall'alta  torre  e  palazzo,  è  lungi  da 
Roma  quattordici  miglia,  della  nobi- 
le famiglia  del  Nero  fiorentina,  che 
■vi  mantiene  il  curato  mercenario, 
con  lo  stipendio  assegnato  di  sei 
scudi  al  mese,  senz'altro  peso  che 
del  governo  delle  anime  che  arri- 
vano a  settanta  (ordinariamente  al 
presente  ascendono  a  200,  ed  in 
alcuni  tempi  dell'  anno  a  5oo), 
quante  appunto  bastano  per  la 
coltura  di  quella  fertile  campagna. 
Era  questo  castello  anticamente 
una  delle  ville  della  nobilissima 
famiglia  romana  de'  Forzi,  da  cui 
uscirono  valorosi  capitani  ,  dei 
quali  frequentemente  se  ne  fa 
menzione  nel!'  istorie  romane  da 
Livio,  da  Plinio,  da  Strabone  e 
da  altri  antichi  scrittori,  essendo 
celebre  la  declamazione  fatta  da 
Porzio  Latrone  contro  Lucio  Ser- 
gio Catilina  ,  e  le  memorie  illu- 
stri di  Poi-zio  Catone,  oracolo  della 
romana  prudenza  ;  come  pure  da 
s.  Luca  negli  atti  apostolici,  ove 
fa  menzione  di  Porzio  Festo  giudi- 
ce di  s.  Paolo  ".  Da  Roma  a  Castel 
Porziano  può  andarsi  per  la  via 
Ostiense,  deviando  a  sinistra  alla 
stazione  di  Malafede  circa  dieci 
miglia  e  mezzo  distante  da  Roma. 
Nel  suo  lenimento  si  trovano  ru- 
deri rivestiti  di  signino,  avanzi  for- 
se di  antica  piscina  :  due  miglia 
dopo  Malafede  si  gode  una  veduta 
magnifica  della  spiaggia,  e  quindi 
incontrasi  la  cappella  rotonda  di 
santa  Croce,  e  dirimpetto  presen- 
tasi Castel  Porziano.  Un'altra  stra- 
da vi  conduce  dal    canto    di  Deci- 


LAZ  227 

mo  e  distaccasi  a  destra  della  via 
Laurentina  dopo  quel  casale.  Da 
Castel  Porziano  una  strada  areno- 
sa di  quattro  miglia  conduce  al 
mare,  trovandosi  a  sinistra  Torre 
Paterno,  raggiungendo  l'antica  via  : 
questa  traversa  una  parte  della 
selva  laurentina. 

La  forma  di  questo  castello  si 
accosta  alla  quadrangolare  ;  il  suo 
recinto  è  difeso  da  torri  costrutte 
verso  la  metà  del  secolo  XV.  Due 
colonne  di  granito  bigio  dinanzi  la 
porta  attestano  antiche  fabbriche 
avere  occupato  questo  luogo.  Il  pa- 
lazzo è  in  parte  opera  del  secolo 
XIH,  in  parte  del  secolo  XV.  È 
la  torre  altissima  costrutta  di  sca- 
glie de'  poligoni  di  selce  dell'  anti- 
ca via  spezzati,  e  forse  anche  an- 
teriori al  secolo  XIII.  Sulla  piazza 
addosso  al  muro  delle  case  vi  è 
un  bassorilievo  del  tempo  della 
decadenza,  rappresentante  un  Eques 
singularisy  e  presso  di  esso  capitelli 
di  ordine  jonico  ben  lavorati.  Ivi 
pure  è  la  lapide  sepolcrale  che  il 
Nibby  riporta  a  p.  600  dell'y^^^z- 
lisij  parlando  del  castello.  La  chie- 
sa è  sotto  r  invocazione  della  Bea- 
ta Vergine  del  Soccorso  e  di  s.  Fi- 
lippo Neri,  e  sembra  per  la  co- 
struzione opera  del  secolo  XIV. 
Essendo  la  chiesa  nel  1837  presso 
a  cadere  in  rovina  indusse  l'attuale 
patrono  a  porvi  sollecito  riparo,  e 
a  ordinare  l'intera  sua  riedifica- 
zione. Così  fu  fatto  conservando 
neir  interno  la  medesima  architet- 
tura dell'antica  chiesa,  e  adornando 
l'esterno  con  una  facciata ,  di  cui 
prima  era  priva,  secondo  il  dise- 
gno e  la  direzione  dell'  egregio  ar- 
chitetto Giuseppe  Marini.  Sotto  il 
cornicione  evvi  una  lapide  compo- 
sta dal  eh.  marchese  Luigi  Biondi. 
Neir  interno   vi  sono  cinque  altari. 


228  LAZ 

Sull'altare  maggiore  si  osserva  la 
statua  (opera  forse  del  XIV  seco- 
lo )  della  Beata  Vergine  titolare  , 
che  con  un  fulmine  nella  destra  è 
già  pronta  a  difendere  un  bambi- 
no, che  si  asconde  sotto  il  di  lei 
manto  dall'aggressione  di  un  dra- 
go. Sotto  r  immagine  del  bambi- 
no  vengono  simboleggiati  tutti  i 
fedeli,  che  implorando  il  soccorso 
della  Vergine,  sono  da  essa  teso- 
riera di  grazie  schermiti  dalle  in- 
sidie del  demonio  raffigurato  sotto 
l'effigie  del  drago.  Nel  basamento 
della  statua  si  legge:  Sancta  Ma- 
ria succurre  miseris.  Gli  altri  quat- 
tro altari  sono  dedicati  a  s.  Filip- 
po Neri  protettore,  a  s.  Carlo  Bor- 
romeo, al  ss.  Crocefisso  ed  alla 
Madonna  del  Rosario.  Nel  iSSg 
fu  felicemente  la  chiesa  condotta  a 
termine,  e  il  dì  5  maggio  di  detto 
anno  venne  solennemente  benedet- 
ta dal  cardinal  Bortolomeo  Pacca 
decano  del  sacro  collegio  e  vesco- 
vo di  Ostia  e  Velletri.  Per  si  fau- 
sta occasione  fu  posta  sulla  porta 
della  sagrestia  una  lapide,  scrit- 
ta parimenti  dal  marchese  Biondi. 
Questa  è  la  chiesa  parrocchiale  ; 
vi  sono  poi  altre  tre  chiese.  Una 
è  dedicata  all'arcangelo  san  Mi- 
chele, ove  si  vede  la  Beala  Ver- 
gine e  vari  santi  dipinti  a  fresco 
nel  1492-  Un'altra  è  dedicata  alla 
ss.  Croce,  ed  un'  altra ,  che  sorge 
presso  i  ruderi  di  Laurenlo,  è  de- 
dicata a  s.  Filippo  Neri.  Le  prime 
due  sono  officiate  una  volta  l'anno 
il  giorno  della  loro  festa;  l'ultima 
in  tutte  le  feste  inclusivamente. 
Molti  altri  frammenti  di  marmo, 
rocchi  di  colonne,  capitelli  di  or- 
dine composilo  del  tempo  de'  Fla« 
vi  sono  sparsi  pel  castello.  Grandi 
scavi  si  fecero  entro  questo  teni- 
mento,  coi  debiti  compensi  del  ter- 


LAZ 

zo  al  signore  del  luo;go,  dal  prin- 
cipe Sigismondo  Chigi  negli  anni 
1777  6  seg.  fino  al  1784.  E  la 
nota  degli  oggetti  trovati,  che  fu- 
rono molti,  può  leggersi  nell'opera 
postuma  di  Carlo  Fea  intitolata: 
Miscellanea  filologica  critica  e  ari' 
tiquaria,  Roma  i836,  tom.  II,  p. 
2  1 3  e  seg.  Di  alcuni  se  ne  fa  men- 
zione anche  da  Giuseppe  Antonio 
Guattani  :  Monumenti  antichi  ine- 
diti, Roma  1784.  Dagli  oggetti  tro- 
vati pare  al  Nibby  potersi  dedurre, 
che  la  villa  appartenesse  all'  epoca 
degli  Antonini.  Fra  gli  oggetti  ri- 
portati dal  dotto  Fea ,  meritano 
special  menzione  le  monete  di  bron- 
zo e  di  argento,  le  colonne  di  vari 
marmi ,  ed  alcuni  preziosi  ;  altri 
marmi  sono  le  tazze,  il  bassorilie- 
vo con  battaglia  ,  le  teste  di  Aclria- 
no,  di  Minerva,  di  Pallade  etru- 
sca,  e  di  Giulia  o  meglio  di  Ti- 
dia  Clara  di  eccellente  scoltura;  le 
teste  barbute  di  Omero ,  di  Elio 
Cesare,  di  Plutone;  i  busti  di  An- 
tonino Pio,  di  Faustina  Maggiore, 
d' un  console  e  di  Pallade^  e  le 
statue  di  Diana,  d'un  putto,  d'un 
Apollo  di  superba  scoltura ,  oltre 
le  mutilate  ma  interessanti.  Il  luo- 
go di  Castel  Porziano  col  vasto  te- 
nimento,  vuoisi  anticamente  cedu- 
to da  certo  Venatore  ai  monaci 
cistcrciensi,  per  cui  nell'archivio  del 
monastero  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme di  Roma  vi  debbono  es- 
sere analoghe  memorie.  In  proces- 
so di  tempo  il  castello  col  teni- 
mento  passò  in  dominio  all'  arci- 
spedale di  s.  Spirito  di  Roma.  Par- 
lando del  commendatore  del  me- 
desimo, dicemmo  nel  voi.  XV,  p. 
72  del  Dizionario f  che  il  commen- 
datore Benedetto  Cirillo,  che  fu 
pure  prefetto  del  palazzo  apostolico, 
nel  pontificalo  di  s.  Pio  V,  per  libera- 


LAZ 

re  l'arcispedale  dai  debiti,  vendette 
ad  Agostino  Del  Nero  fiorentino  il 
costello  di  Porcigliano,  il  Frunguet- 
lo ,    il  Pisciarello ,    la   Dogana ,    il 
Quarto  di  s.  Lucìa,  Cerro    Sovero 
e  la  naola  di  Decimo.  I  baroni  Del 
Nero  di  Firenze,  forse    discendenti 
dalla  famiglia  di   s.    Filippo    Neri, 
a  questo  eressero  nel  teni mento  più 
altari,  finché  il  barone  Augusto  Del 
Nero  ne!  1823,  con  istroniento  per 
gli  atti  dell' AppoUonj,    vendette    il 
castello  e  il    tenimento    ali'  attuale 
possessore  barone  Vincenzo  Grazioli 
nobile  romano.  Questi  non  solo  ha 
ravvivato  quelle  campagne  con  utili 
bonifici,    ma  ha  restaurato    conve- 
nientemente il  castello,  e  nella  sua 
pietà  anche  la  chiesa  con  ornati  ed 
abbellimenti,  fornendola  pure  di  bel- 
lissimi sacri    paramenti    ed    arredi. 
Formando  il  castello  onesto  sollie- 
vo al    degno    ed    unico    figlio    del 
barone  Pio  (  onorato  dal    regnante 
Papa  Gregorio  XVI  della    croce  e 
titolo  di  commendatore  dell'ordine 
di  s.  Gregorio,  e  del  grado  di   te- 
nente colonnello  delle  pontificie  mi- 
hzie  di  riserva  ),  ed  essendo  l'amor 
filiale  una  delle  principali  doti  cui 
si  distingue,  nel  di  26  luglio    i845 
celebrò  l'onomastico  della  barones- 
sa Anna    sua    ottima    madre,    con 
bellissimo  componimento  poetico  di 
dodici    stanze    che    fece    stampare 
dal  Monaldi.  Tali  versi  per  la  loro 
leggiadria,  e  per  gli    edificanti    fi- 
liali sentimenti,  non  si  possono  leg- 
gere senza  ammirazione    e  commo- 
zione. E  quasi  presago    di  quanto 
avvenne  ottanta  giorni    dopo,  fece 
fervidi  voti  onde  si  ravvivassero  le 
glorie  del    luogo    che  die     origine 
al  popolo  più   grande    del  mondo, 
immortalato  eziandio  dai  dolci  ver- 
si del  maggior  epico    latino,    e    di 
cui  egli  si  espresse:  >ì  La  fama  al 


LAZ  229 

mondo  ancor  parla  superba  **  ; 
dappoiché  nel  luogo  stesso  il  gio- 
vane vate  ,  sino  dall'  età  più  te- 
nera, aveva  appreso  a  rispettarne 
le  sue  celebri  memorie.  I  voti  per» 
tanto  si  compirono,  col  contenuto 
nei  Supplemento  al  numero  85  del 
Diario  di  Roriia,  quale  interamen- 
te qui  riportiamo. 

>*   Se  una  terra,   una  città,    una 
provincia  grandemente   si    rallegra- 
no come  di  nuova  luce,   qualvolta 
sono    degnate    della    presenza    del- 
l'augusto suo  principe,  quanto  non 
avià  a  gioire  ed  esultare    una    fa- 
miglia, cui  sia  dato  il    partecipare 
di   un    tanto  singolarissimo  favore? 
(  questo  fu  l'argomento  del  secondo 
sonetto  del  eh.  Angelo  Maria  Ge- 
va   genovese,  e  perciò  allusivo    al- 
l'onore compartito  alla  famiglia  Gra- 
zioli ,  che  qualificò  "  Piena  d'ogni 
virtù  ,  vuota  d'  orgoglio  "  ).  Ond'  è 
che  ad  ogni  buon  diritto  può    ire 
superba    la    nobil    casa   de'  signori 
Grazioli,  che  nella  loro  baronia  di 
Castel  Porziano  ebbero  il  gran  van- 
to di  accogliere  la  Santità    di  No- 
stro Signore  Gregorio    XVL    II  dì 
i5  di  ottobre    i845  sarà  pei  Gra- 
zioli giorno  da  ricordare  con    bel- 
lissima gloria    e  pari    consolazione. 
Circa    le     ore     quindici    di    quella 
mattina  entrava  il    santo    Padre  il 
vasto  lenimento  di   Castel    Porzia- 
no, sotto  a'  confini  del    quale    sol- 
leva vasi  un  ricco  e  maestoso    arco 
di    trionfo,  nel    cui     sommo  legge- 
vasi    corrispondente    iscrizione.  Per 
via  tratto  tratto  segnata    da   ban- 
diere, giungeva  al  castello,  sulla  tor- 
re del  quale  sventolava  un  maggior 
vessillo,  che  agitato   dal    vento,  in 
quell'ora  impetuoso,  sembrava,  a 
cos'i  dire,   sentir    la    presenza    del- 
l'augusto sovrano.    Le    acclamazio- 
ni del  molto  popolo,  che    da    Ro- 


23o  LAZ 

ma  ivi  era  mosso,  ed  il  rimbom- 
bo de'  militari  strumenti ,  mentre 
festeggiavano  l' arrivo  del  sommo 
Pontefice ,  segnavano  il  momento 
più  avventuroso  pei  Grazioli.  Ivi 
alla  porta  massima  del  castello  am- 
miravasi  la  magnificenza  di  un  se- 
condo arco  trionfale  con  analoga 
isa-izione.  Era  il  castello  tutto,  le 
adiacenti  abitazioni  e  le  vie  che  le 
attraversano,  messe  a  drappi,  a  fe- 
stoni e  ghirlande ,  con  quanto 
può  farsi  in  segno  d'  una  pub- 
blica allegrezza,  tutto  ben  rispon- 
dendo alla  solennità  dell'accogliere. 


LAZ 

che  1  Grazioli  facevano,  il  vicario 
di  Cristo,  il  massimo  de'  principi. 
Fralfanto  il  signor  barone,  la  con- 
sorte ed  il  figlio  a  loro  grande  o* 
nore  il  ricevevano  (  essendo  il  Pa- 
pa vestito  di  mozzetta  e  stola  )  al- 
la porta  del  tempio,  la  cui  fronte, 
abbellita  di  sfoggiate  ornature,  por- 
tava una  epigrafe  celebrante  l'av- 
venimento. Dentro  poi  alla  chie- 
sa, parata  a  guernimenti  non  me- 
no semplici  che  preziosi  leggevansi 
sur  una  parete  le  seguenti  parole 
(scolpite  poi  in  tavola  di  marmo). 


GREGOBIVS    .    XVI 

GRATIOLAM    .    GENTEM    .    SVO    .    ADSPEClTV    .    RECREATVRVS 

PRIV8QVAM    .    HOSPES    .    AD    .    DYIVASTAS    .    VERGERET 

HOC    .    TEMPLO 

D    .    O    .    M  . 

PRECES    .    PIISSIMAS    .    FVDIT 

III    .    IDVS    .    OCTOB    .    AN    .    MDCCCXtV 


Bicevuta  la  benedizione  del  ss.  Sa- 
gramento  dall'illustrissimo  e  rev.mo 
monsignor  sagrista  (  Giuseppe  Ca- 
stellani vescovo  di  Porfirio,  cui  fe- 
cero da  diacono  e  suddiacono  i 
monsignori  Alberto  Barbolani ,  e 
Francesco  Piccolomini  camerieri  se- 
greti), sua  Santità  si  recò  a  piedi 
al  vicino  palazzo  per  via  coperta 
di  tappeto.  Ne  facevano  l'accom- 
pagnamento e  il  corteggio  gli  emi- 
nentissimi  e  reverendissimi  signori 
cardinali  Mario  Mattei  e  Lodovi- 
co Altieri,  S.  E.  reverendiss.  mon- 
signor tesoriere  (Giacomo  Antonelli), 
con  insieme  la  corte  pontificia,  e 
i  signori  baroni  Grazioli;  i  quali, 
appena  giunto  nella  sala  maggiore 


ove  ergevasi  un  trono,  ammise  al 
bacio  del  piede,  con  molti  e  rag- 
guardevoli personaggi  che  ivi  in- 
tervennero. Da  una  finestra,  elegan- 
temente fornita  a  maniera  di  loggia, 
compartì  il  santo  Padre  l'apostolica 
benedizione  alla  moltitudine  che 
lietamente  lo  acclamava.  Non  guari 
dopo  montato  in  carrozza  s'avviò 
verso  il  mare,  ove  tutti  lo  segui- 
rono chi  a  piedi,  chi  in  legno,  la- 
sciando Castel  Porziano  come  di- 
serto. Traversando  i  famosi  cam- 
pi laurentini  scorge  vasi  nella  faccia 
d'un  ben  acconcio  muricciuolo  ivi 
isolatamente  piantato,  l'epigrafe  se» 
guente  (  poi  scolpita  in  marmo  nel 
medesimo  luogo). 


LÀZ 


LAZ 


23l 


LAVRENTVM 

ROMAWAE    .    GENTIS    .    INCVNABVLA 

HORTOS    .    OLIM 

CABSARVM    .    ANTONINI    .    ET    .    COMMODI    .    AVGVST. 

QVOftVM    .    HIC    .    DEFOSSAE    .    IMMAGINES    .    EX    .    AERE 

LATBVVM    .    DECVS    .    PERENNANT 

GREGORIVS    .    XVI 

BERVM    .    VETVSTARVM    .    CVLTOR    .    IMMORTALIS 

CXMtfPlS    .    FERE    .    IPSIS    .    LAETITIAE    .    GESTIENTIBVS 

CLEMENS    .    IVCVNDVS    .     VISIT 


Bellissima  a  vedere  rappresentavasi 
finalmente  all'  adorato  monarca  la 
spiaggia  del  mare;  ove  drizzavansi 
tre  vaghissimi  padiglioni  a  diverse 
foggie  e  colori ,  da  uno  de'  quali 
entravasi  per  lunga  tratta  nel  ma- 
re, mercè  una  via  appositamente 
costrutta  di  legnami  con  industrio- 
so artifìcio  congegnati  e  commessi 
assieme  a  forma  di  molo  o  di 
ponte,  lungo  passi  centottanta.  Per 
siffatta  via  entrò  il  santo  Padre  in 
una  scialuppa  vagamente  recata  in 
addobbo  di  festa,  coronata,  in  bella 
divisa,  per  tutto  intorno,  come  so- 
pra spianalo  e  teso  un  velo  che 
tutta  la  ricopriva,  e  dato  de* remi 
nelle  acque  per  dieci  marinai  in 
bianchi  abbigliamenti,  fece  un  bre- 
ve giro,  seguitandolo  altre  adorne 
barchette,  di  dove  eletti  cori  cre- 
scevano con  dolci  armonie  letizia 
alla  festa,  mentre  una  feluca  ivi  a 
poca  distanza  salutava  il  supremo 
Gerarca  con  raddoppiati  colpi  di 
artiglieria.  Tutto  si  era  qui  mira- 
bile incanto,  tantoché  potevasi  di- 
re in  su  quel  punto  col  fiorentino 
poeta  : 

Da  poppa  stava  il  celestìal  nocchiero 
Talché  faria  beato  pur  descritto. 

Ritornato  il  santo  Padre  a  quella 
specie  di  molo,  calcato  di  cospicui 
personaggi,  fu  apprestato   un  son- 


tuosissimo rinfresco;  ed  in  quel 
mentre  recitò  il  dottor  Poggioli, 
con  sovrana  annuenza,  un  elegan- 
te latino  epigramma,  che  allora 
avea  composto.  Intanto  alcuni  pe- 
scatori raccoglievano  a  sé  le  git- 
tate reti,  e  presentavano  quindi  la 
fortunata  preda  a  sua  Santità,  che 
li  confortò  di  benigne  parole.  Ri- 
salito alla  fine  in  carrozza  si  ri- 
condusse al  castello,  ove  giunse  sul 
mezzogiorno  ,  e  dove  s' intertenne 
benignamente  coi  signori  Grazioli. 
Si  degnò  poscia  d'accogliere  l'of- 
ferta di  una  memoria  sulla  topo- 
grafia dell'antica  Laurento ,  scritta 
e  pubblicata  per  cura  del  canoni- 
co Raffaele  Lenti  (con  questo  ti- 
tolo :  Ai  signori  baroni  Grazioli 
nella  faustissima  circostanza  del 
XV  ottobre  MDCCCXLV,  in  cui  la 
Santità  di  N,  S,  Gregogio  XFI 
onorava  di  sua  augusta  presenza 
la  baronia  di  Castel  Porziano ,  e 
visitava  i  campi  Laurentinij  Roma 
dal  tipografo  A.  Monaldi  i845^. 
Noteremo  che  in  questo  opuscolo  si 
contengono  tutte  le  iscrizioni  qui 
riportate  o  rammentate ,  e  i  due 
sonetti  di  cui  va  a  farsi  menzione), 
il  quale  tolse  saviamente  a  mo- 
strare, che  la  città  di  Laurento 
era  a  Torre  Paterno  in  vicinanza 
di  Castel  Porziano,  che  che  altri  ne 
pensi  in  contrario.  Ricevette  con 
pari   benignità    le   sopra   riportate 


!x3i  LAZ 

epìgrafi  messe  a  stampa,  ed  un  so- 
netto del  Geva  (ia  lode  di  Lau- 
rento,  cui  gli  fa  dire;  *>  In  me  ri- 
surse  un  dì  Troia  combusta"),  il 
quale  fu  poi  declamato  con  altro 
suo  sonetto,  dall'autore  medesimo 
alla  presenza  di  sua  Beatitudine, 
riportandone  parole  di  special  gra- 
dimento e  di  lode.  Dopo  pranzato 
(colla  famiglia  Grazioli,  compresovi 
d.  Lorenzo  nipote  del  barone,  ac- 


LAZ 

cademico  della  pontificia  accade- 
mia de'  nobili  ecclesiastici,  coi  car- 
dinali e  prelati  nominati,  ed  il  re- 
sto della  nobile  famiglia  pontificia), 
ripassando  per  la  sala  maggiore  in 
che  prima  alzavasi  il  trono,  trovò 
in  quella  vece  un  busto  (  poi  ese- 
guito in  marmo  ),  ov'  eia  scolpito 
il  suo  augusto  sembiante,  con  sotto 
un'  epigrafe  marmorea,  che  diceva 


PARENTI    .    CATHOLICI    .    NOMINIS    .    ET    .    MAGISTRO 

GREGORIO    .    XVI 

QVOD    .    PRAESENS    .    PORTIANAS    .    AEDES    .    HONESTAVERIT 

VINC.    DYNASTES    .    GRATIOLIVS 

H  OSPITI    .    AVGVSTO 

LVBENTISSIMVS 

MNEMOSYNON    .    HOC    .    POgVIT 


Preso  alcun  poco  di  riposo,  com- 
parve poscia  sua  Santità  alla  suin- 
dicata loggia,  e  si  piacque  di  assi- 
stere alla  partenza  di  molti  picco- 
li globi  aereostatici,  i  quali  dove- 
vano formare  il  corteggio  di  un 
altro  di  smisurata  grandezza,  che 
non  potè  aver  luogo  per  la  vee- 
menza del  vento.  Dopo  finalmente 
manifestati  ai  signori  del  castello 
i  più  affettuosi  sentimenti  di  sod- 
disfazione e  particolare  benevoglien- 
za,  fra  gli  evviva  del  popolo,  il  lieto 
suono  di  musicali  strumenti  ed  il 
rimbombo  de'  mortari,  circa  le  ore 
vent'una  e  mezza  si  mise  il  santo 
Padre  in  viaggio  per  la  domi- 
nante ".  Di  questo  onore  ricevuto 
dalla  famiglia  Grazioli,  se  ne  fa 
pure  menzione  nell'opuscolo  inti- 
tolato :  Jn  morie  della  baronessa 
Anna  Maria  Grazioli,  prosa  e  ri- 
me, Roma  1846  pel  Monaldi.  Dap- 
poiché inaspetlatamenie  la  baro- 
nessa mori  la  sera  del  io  dicem- 
bre 1845,  immergendo  i  suoi  nel 
più  intenso  dolore,   e   riscuolendg 


l'universale  compianto  per  la  stima 
che  meritamente  godeva  presso  ogni 
classe  di  persone,  avendo  perduto 
gl'indigenti  e  i  mendici  una  ma- 
dre generosa  e  benefica.  Nel  nura. 
1 1 3  del  Diario  di  Roma  del  1 84^ 
sono  descritti  i  funerali  celebrati- 
gli decorosamente  nella  chiesa  del 
Gesù,  ove  il  eh.  p.  Ercole  Grossi 
della  compagnia  di  Gesù,  colla  sua 
nota  valentia,  pronunziò  la  fune- 
bre orazione,  nella  quale  tolse  a 
dimostrare,  come  la  illustre  defun- 
ta fosse  stata  lo  specchio  delle  spo- 
se, delle  madri,  e  delle  dame  ve- 
ramente cristiane.  Essa  dal  Monal- 
di fu  pubblicata  nel  1846  con 
questo  titolo:  Orazione  detta  nei 
funerali  di  Anna  baronessa  Gra- 
zioli  al  Gesù  di  Roma.  Nel  num, 
52  delle  Notizie  del  giorno  184^, 
sono  riportate  l' esequie  celebrate 
in  s.  Maria  in  Via  Lata,  dai  gio- 
vani delle  scuole  notturne,  siccome 
beneficati  della  baronessa.  Nel  num. 
49  del  foglio  di  Napoli:  7/  Ci* 
cerone,    colla   necrologia    della   dq» 


LAZ 

funta,  8Ì  dice  del  sontuoso  fVme- 
rale  celebrato  in  quella  città  nella 
chiesa  di  8.  Giovanni  de' fiorentini. 
Finalmente  nel  num.  i  i  del  DiU' 
rio  di  Roma  1 846,  si  legge  come 
la  repubblica  di  s.  Marino,  per 
avere  ascritto  al  suo  patriziato  la 
famiglia  Grazioli,  e  per  aver  la 
defunta  donato  ricchi  doni  al  tem- 
pio del  santo  protettore,  volle  ono- 
rarne con  esequie  la  memoria. 

LauiniOy  Lavinium.  Tutti  gli  an- 
tichi scrittori,    latini  e  greci,   s'ac- 
cordano a  riguardare  la  fondazione 
di  Lavinio,     che    alcuni     confusero 
con    Lanuvio,  come    dichiarammo 
all'articolo  Genzano,  nel  descrivere 
Civita  Lavinia,  quale  opera  di  E- 
nea,  e  con  maggior  lume  di  storia 
Dionisio,    rigettando    il     JVibby    le 
supposizioni    fantastiche     di    alcuni 
moderni,  contro  la  venuta  in  Italia 
dell'  eroe    troiano.     Narrammo    già 
come  Enea  dopo  lunga  navigazione 
giunse    nella    spiaggia    laurente ,    e 
fra  i  segni  che  notò  per  riconosce- 
re essere  questo  il  luogo  destinato 
al  termine  de'suoi    travagli,     vi  fu 
pur  quello    di   una    troia    gravida, 
che  isfuggita  a'  suoi,  andò  a  ripo- 
sarsi sopra  un  colle  tre  miglia  distan- 
te dal  mare.  Ivi    una    voce    uscita 
dal    luco    vicino  ingiunse  al  troia- 
no di  arrestarsi  e  fondare  una  cit- 
tà, nella  quale  tanti  anni  sarebbe- 
ro   rimasti    i    suoi,  quanti     fossero 
stati  i  porcelli  venuti  alla  luce,  ed 
allora    sarebbero  partiti    a    fondare 
un'altra  città  felice  e  grande.    Nel 
dì  seguente  la  troia  partorì   trenta 
porcelli,    i  quali  da    Enea  insieme 
alla    madre    furono    immolati    agli 
dei    patrii  e  penati    di  Troia.     Poi 
si    venerò    in    Lavinio    la    capanna 
ove  ebbe  luogo  tal  parto  straordi- 
nario, e  il  simulacro  in  bronzo  dei 
figli  nati,    conservando    i   sacerdoti 


LAZ  233 

il  corpo    della    madre    sotto    sale. 
Quindi  Enea  fatto  muovere  il  cam- 
po ai  troiani,    ordinò  loro  che  oc- 
cupassero   il  colle,  sulla    cui    som- 
mità incominciò  a  costruire  i  tem- 
pli agli  dei,  e  con  grande  impegno 
sì  pose  ad    edificare  la    città,  pro- 
cacciandosi gli    attrezzi     e  i   mate- 
riali colle  scorrerie.  L'improvvisa  oc- 
cupazione   straniera    e  le  depreda- 
zioni  riuscirono  durissime  agl'indi- 
geni, che  corsero  con  esagerate  la- 
gnanze al    campo  latino  ch'era  al- 
lora in    guerra  co'rutuli,    de'  quali 
pur    si   disse    ali*  articolo  Genzano^ 
parlando    della  capitale  Ardea.  La- 
tino re  di  Laurento,  sospesa  la  guer- 
ra, si  mosse  contro  i  troiani,  senza 
conseguenze    funeste  ,    pel    trattato 
conchiuso  fra  le  parti,  essendo  ap- 
parso al  re  Fauno  genio  del  luogo 
e  ad  Enea  i    dei  penati,    i     quali 
li  esortarono  alla  pace.  Lathno  con- 
venne che    gli  aborigeni  avrebbero 
accordato  a'  troiani    il    terreno  che 
domandavano ,  e  questi  soccorso    i 
primi  nelle  guerre^,  operar  dovendo 
di  concerto  i  due  popoli  pel  comua 
vantaggio.    Enea  ottenne    pure  in 
isposa  la  figlia  del  re  Lavinia,  vin- 
se cogli  aborigeni  i  rutuli,  e  diede 
il  nome  di    Lavinio  alla    città  che 
edificava,    per    onorare  la    moglie, 
secondo  la    tradizione  la  più  rice- 
vuta dagli  storici  nazionali  antichi 
e  dai    greci    più    insigni.    Dionisio 
narra  che  a'suoi  giorni  nel  foro  di 
Lavinio  si  vedevano  un  lupo,  un'a- 
quila,    ed    una    volpe  di    bronzo, 
in  memoria  del  prodigio  avvenuto 
nell'erezione  della  città,  nell'incen- 
dio della  vicina  selva.  Certo  e  che 
tali  animali  essendo  insegne  de'  la- 
viniati,  furono  poscia    adottate  dai 
romani,  che  discendevano  da  loro. 
La  fondazione  di  Lavinio  si  deter- 
mina   due  anni  dopo    la  presa  di 


234  LAZ 

Troia,  verso  l' anno  i  1 98  avanti 
r  era  volgare,  cioè  44^  prima  di 
Bonia.  ISiel  secondo  anno  dopo  la 
fondazione  di  Lavinio,  questa  di- 
venne la  capitale  del  Lazio.  I  ru- 
tuli  insorsero  di  nuovo  contro  La- 
tino, guidati  da  Turno  cugino  di 
Amala  moglie  di  Latino  ,  la  cui 
corte  abbandonò  percbè  restò  deluso 
negli  sponsali  che  doveva  celebrare 
con  Lavinia:  la  battaglia  fu  acca- 
nila, poiché  da  una  parte  cadde 
Latino,  dall'altra  Turno,  la  vit- 
toria però  rimase  agli  aborigeni  ed 
ai  troiani.  Enea  pei  diritti  della 
moglie  successe  a  Latino,  e  traspor- 
tò la  sede  del  governo  a  Lavinio, 
ma  per  unire  vieppiù  i  due  popo- 
li e  cattivarsi  meglio  V  affetto  de- 
gli aborigeni  li  fuse  insieme  sotto 
il  nome  di  latini,  onde  onorare 
la  Jiiemoria  dell'estinto  re  naziona- 
le, almeno  come  riferisce  il  Nibby. 
Gl'irrequieti  rululi  uniti  ai  tir- 
reni guidati  da  Mezenzio  re  dei 
ceriti,  vennero  ad  una  fiera  batta- 
glia coi  latini  nelle  vicinanze  di 
Lavinio  sul  fiume  Numico,  in  cui 
perì  Enea,  giacche  essendo  sparito 
si  disse  assunto  dagli  dei  al  cielo. 
I  latini  gli  eressero  un  eroo  o  tu- 
mulo artifiziale  con  fila  di  belli 
alberi  intorno.  A  lui  successe  il 
figlio  Eurileonle  soprannomato  A- 
Scanio  e  Julo,  il  quale  ebbe  a  con- 
tinuare la  guerra  contro  Mezenzio. 
Siccome  questi  erasi  unito  coi  ru- 
tuli  a  condizione  che  gli  cedessero 
lutto  il  vino  dell'agro  latino,  i 
Ialini  l'offrirono  a  Giove,  onde  eb- 
bero origine  le  feste  vinaliaj  po- 
scia costrinsero  Mezenzio  alla  fuga 
dopo  avergli  ucciso  il  figlio  Lauso. 
Temendo  Lavinia  duri  trattamenti 
dal  figliastro  Ascanio,  si  ritirò,  co- 
me di  sopra  dicemmo,  nelle  selve, 
ove  die  alla  luce  un  figlio  che  dal 


LAZ 

luogo  chiamò  Silvio.  A  quietare  i 
clamori  de'lalini,  Lavinia  col  neo- 
nato tornò  ad  abitare  col  figliastro, 
e  vi  rimase  fino  all'anno  trentesi- 
mo dopo  la  fondazione  di  Lavinio. 
Allora  Ascanio  volendo  dar  luogo 
al  compimento  della  predizione  fat- 
ta al  padre,  o  liberarsi  dall'influen- 
za che  la  matrigna  avea  sul  popo- 
lo, si  recò  a  fondare  una  nuova 
città  alle  falde  del  monte  Albano, 
fra  questo  ed  il  lago,  e  le  impose 
il  nome  di  Alba-Looga,  come  quel- 
la che  dilungavasi  molto  nel  dor- 
so che  cinge  il  lago  Albano  verso 
oriente  a  pie  della  punta  culmi- 
nante del  monte.  Lasciato  Lavinio 
alla  matrigna  e  al  fratello  Silvio, 
trasportò  nella  nuova  metropoli  la 
sede  del  governo,  e  tutti  que'lati- 
ni  che  lo  vollero  seguire  in  un 
agli  dei  penati  di  Enea  ;  questi  pe- 
rò avendo  scelto  per  sede  Lavinio, 
vi  fecero  ritorno.  Morta  Lavinia , 
la  città  divenne  un  cantone  del 
regno  albano,  onde  la  sua  storia 
con  quella  d' Alba  confoudesi.  Se 
non  che  una  certa  importanza  re- 
stò a  Lavinio  per  gli  dei  penati 
che  conteneva,  per  cui  divenne 
una  specie  di  metropoli  religiosa 
de'lalini,  come  Alba  n'era  la  capi- 
tale politica  ;  e  questa  importanza 
continuò  a  godere  anco  sotto  i  ro- 
mani. Dopo  la  morte  di  Numitore, 
estintasi  la  dinastia  de're  d'Alba, 
Romolo  primo  re  di  Roma  come 
suo  discendente  ne  reclamò  i  di- 
ritti, e  con  lui  Tazio  associato  nel 
regno.  Avendo  le  genti  di  questo 
ultimo  fatto  una  scorreria  e  de- 
predalo i  campi  laurentini,  ne  pre- 
sero inutilmente  le  parti  i  lavi- 
niati  ,  perchè  Tazio  non  ascoltò 
i  reclami.  Non  passò  molto  tempo 
che  portatosi  Tazio  con  Romolo 
in  Lavinio    pel  sagri fizio  prescritto 


LAZ  LAZ                   235 

dagli  del    penati^  i    laviniati  I  ucci-  asserirsi  che  noa    accadesse    priaiu 
seio.  Quando     poi   sotto  Tulio  O-  di  Traiano,    come    per    argomento 
slilio     terzo  re    di  Roma,    avvenne  positivo  è  certo    che    avvenne  pri- 
la     distruzione    di  Alba  ,    Lavinio  ma  dell'  epoca  di    Adriano,    ripor- 
come    gli   altri    cantoni    dipendenti  tandone  le  ragioni  il  JNibby,  Ana- 
da  quella,  riacquistò    la    sua  indi-  lisi  t.  II,  p.  222,  223.  Questi  inol- 
pendenza.    Espulsi    i    Tarquini     da  tre  osserva  che  i  due  comuni  pre- 
Roma,  e    creati     consoli    Bruto    e  sero    il    nome    di    Lauro- Lavinia, 
Collatino,    questo    secondo    andò  a  perchè  laurente  era  il   territorio  di 
fissare  la  sua  residenza  in  Lavinio  Lavinio,  e  Laurento  era  stato  pri- 
con    tutti  i    suoi    e  vi     terminò     i  ma    di    Lavinio    la    metropoli    del 
suoi  giorni.    Nella  lega  latina    che  Lazio;  ed  essendo  trasferita    Tarn- 
prese  le    armi  per    ristabilire    i  re  minislrazione  comunale  in  Lavinio, 
di  Roma,  i  laviniati   vi  si  lasciaro-  si  volle  rendere  men  dura  a   quei 
DO    strascinare  ,     ma     soggiacquero  di    Laurento    questa    assenza,    col- 
alla  rotta  del  lago   Regillo.  Lungo  T  associare  il  loro  nome  e  premet- 
tempo  Lavinio    stette  in   pace  con  lerlo  a  quello  di  Lavinio   dove  ri- 
Roma  per    la  rimembranza    di  E-  siede  va.  Lauro-Lavinio  municipio  e 
nea  ed  i  penali  comuni,  anzi  nella  insieme  colonia  romana  ebbe  i  suoi 
scorreria     di    Coriolano  i    laviniati  quatuorviri,  i   pretori,  i  cavalieri,  i 
soli  osarono    resistergli.   Non  man-  pontefici,  il  flamine,    gli    auguri,  i 
tennero    però  questo    attaccamento  patroni  o  protettori,  i    difensori    e 
uelT  ultima     lega     latina    dell'anno  i  curatori,  in  sostanza  tutti    i   ma- 
41 5  di  Roma,  imperciocché  si    u-  gistrati  e   sacerdoti    che    aveano  le 
uirono  agli  altri.  città  più  cospicue  dell'  impero,  in- 
Nella  guerra    sillana    Lavinio  fu  dizio  di  popolazione    e    prosperità, 
devastalo   dai    sanniti    difensori    di  Nel    secolo    IV    durava    ancora    il 
Mario,  e  sempre  più  decadde    per  costume  che  i  consoli,  i  pretori,  o 
l'aria   insalubre  e  per  la  vicinanza  i  dittatori  municipali   latini,  nell'en- 
della  metropoli,  solo  sostenendosi  di  trare  in   magistratura    andassero  a 
tempo  in  tempo  con  colonie  di  vele-  Lavinio    a   sacrificare    agli    dei  pe- 
rani,  una  delle  quali  fu  quella  di  Ve-  nati    ed  a  Vesta,  onde  la    popola - 
spasiano.  Nello    spirare   del    primo  zione  di   Lavinio   sostenevasi    prin- 
secolo  dell'  era  volgare,  ad  onta  di  cipalmente  per  le  cerimonie    sacre 
tutte  le   premure    degl'imperatori,  degli    dei    penali,    che    ivi    aveano 
Laurento  e    Lavinio    erano    caduti  fissata  la  loro  sede,    mentie    tutta 
in  tale  desolazione,   che    fu    di  bi-  la    costa    era    divenuta    spopolala, 
sogno     unire     in     un    solo    i    due  Soppresse  poi  queste  cerimonie  co- 
comuni,  e  considerare  l' ultimo,  cioè  me  gli  altri  antichi  riti  del    paga- 
Lavinio,     come     rappresentante     di  nesimo  nell'anno   Sgi    dell'era  vol- 
auibedue,  che  perciò    Lauro-Lavi-  gare,    quindi    rapidamente    Lauro- 
niuni  dopo  quel  tempo    si    appella  Lavinio  cadde  in  squallore.  Le  suc- 
dagli  scrittori  e  nelle  lapidi,  come  cessi  ve  scorrerie  di  Alarico  nel  4o9> 
Laiirentes-LaviniaLes    gli    abitanti,  di  Genserico    nel    45*5,    le    guerre 
Difllcile  è    determinare  l'epoca  pre-  civili  e  i  tumulti  che  accompagna- 
cisa  della  riunione  dei  due    comu-  rono  la    caduta    dell'  impero   occi- 
ui  :    può    per    argomento    negativo  dentale,  che  fini  in  Auguslolo  Tan- 


236 


LAZ 


no  47^>  ^®  devastazioni  che  per 
dieciotto  anni  travagliarono  i  con- 
torni di  Roma  nella  tremenda  lot- 
ta con  che  i  goti  ed  i  greci  si 
disputarono  il  dominio  di  questa 
parte  d' Italia  a  puro  suo  danno  , 
compierono  l'opera  di  distruzione, 
cos\  che  Lavinio  che  nel  3g  i  era 
ancora  città  ragguardevole,  nel  553 
era  presso  a  poco  ridotta  come 
oggi  la  veggiarao.  E  per  una  cir- 
.  costanza  fatale  mai  più  fino  ad 
oggi  potè  questa  riaversi,  per  le 
ragioni  medesime  comuni  a  tutto 
il  rimanente  della  parte  marittima 
del  Lazio,  cioè  dell'insalubrità  del- 
l'aria, e  delle  scorrerie,  prima  dei 
saraceni,  poscia  de'  barbareschi. 

Oia  veniamo  alla  terra    moder- 
na di   Patrica  o  Pratica  nella  dio- 
cesi di  Albano,  distretto  e  comarca 
di  Roma,  eh'  è  sorta  dalle    rovine 
dell'antico  Lavinio.  Enea  dopo    la 
morte  venne  onorato  col  nome   di 
Palrìs  Dei   Indigetis,    onde    il  Ni-, 
colai    dice    che    sotto    il    titolo    di 
Giove  Jndigete  ivi  gli   fu  consacra- 
to un  bosco,  che  vuoisi  ancora  in 
parte  esistere.  Questo  die  il   nome 
al  latifondo  attinente,   che    si  sarà 
detto  fiindus,   praedium  ed    anche 
possessio  Patris,  dal    quale    derivò 
il  nome  della  moderna  Lavinio  che 
cìvilas  Patrica  ne' tempi  bassi  ven- 
ne appellata.  IVel  secolo   IV    come 
nel  IX.  il  fondo  attinente  a  Lauro- 
La  vi  nio    ebbe    il    nome    di    Patre. 
Nel  IV  secolo  dice  1'  Anastasio  che 
s.  Silvestro  I  assegnò    alla   basilica 
dì    s.    Croce    in    Gerusalemme    di 
Roma  la  possessione  di  Patras  sot- 
to la  città  de' laurenti.     Nel    1074 
s.  Gregorio  VII  confermò    la  città 
di  Patrica  con  tutte    le    appendici 
e    colla    chiesa    di    s.    Lorenzo    al 
monastero  di  s.  Paolo,    a  cui  l' a- 
vea  concesse  Marino  o  Martino  II 


LAZ 

morto    nell'  884.    Nel    secolo    XII 
Patrica  era  castello  murato,  ed  una 
porzione  lo  ritenevano  i  Baronzini, 
contro  i  quali  ricorse    nel  concilio 
Lateranense  II,  tenuto  da  Innocen- 
zo n,  l'abbate  Azone.    Successiva- 
mente in  parte  ne  furono  proprie- 
tari Godo  di    Nardo,    Jacovello  di 
Branca  ne' primi    del    secolo    XV, 
chiamandosi  Pratica,   Casirum  Pa- 
tricha.  Nel   i432   esso  apparteneva 
ai  Capranica,    e  ad    altri,    forse    i 
Branca,    ed    era    riguardato    come 
Casale    allora    sinonimo    in    lingua 
notarile    di     Castrimi    Praticae.    Il 
succitato    Piazza    dice    a    p.    824, 
dopo  avere    riportato  le  notizie  di 
Lavinio,  che    questa    terra    fu  dei 
Massimi,  e  da  questi  passò  ai  Bor- 
ghesi,   i   quali  ne    sono   dal    seco- 
lo XVII    tuttora    i    signori,    dopo 
averla  quasi  riedificata    di    pianta. 
Il  colle  sul  quale  sorse    Lavinio  è 
molto  più  alto    del    monte    Pincio 
di    Roma.    De'  superstiti    suoi  mo- 
numenti   ne    tratta    il    Nibby.    La 
chiesa  è    dedicata   a    s.    Francesca 
romana    canonizzata    da    Paolo    V 
Borghese.  La  sua  tribuna  origina- 
le sembra  del  secolo  VI,  restaura- 
ta poi  nel  XIII  verso  i    tempi    di 
Innocenzo  III,  che  confermò  il  pos- 
sesso di  Pratica    ai    monaci    di    s. 
Paolo.  Il  palazzo  è  opera  dei  Bor- 
ghese, dalla  cui  torre  si    gode    un 
magnifico  panorama.  Il  circondario 
di     Lavinio     comprendeva    luoghi 
classici,  che  furono    soggetto  d' in- 
vestigazioni erudite  da  circa  tre  se- 
coli. 11  citato  Nicolai  parla  di  Pra* 
tica  a  p.    i63. 

Alba  '  Longa.  Metropoli  cele- 
bre de'latini,  fondata  per  testimo- 
nianza concorde  degli  antichi  scrit- 
tori da  Ascanio  figlio  di  Enea, 
trent'anni  dopo  la  fondazione  di 
Lavinioj    circa     i23o    anni  avanti 


LAZ 

l'era  Tolgare,  come  dì  sopra  si  è 
veduto.  Questa  fondazione  fu  pre- 
detta ad  Enea  da  Eleno  e  dal 
nume  Tiberino,  ed  ebbe  luogo  fia 
il  monte  ed  il  lago  Albano,  presso 
il  luogo  ov*è  il  convento  di  Palaz- 
fola,  che  descrivemmo  all'articolo 
Albano.  A  cagione  di  quanto  di 
uilba-Louga  dicemmo  a  quell'arti- 
colo ,  di  sopra  ,  all'  articolo  Ca- 
stel Gandolfo  ed  altri  analo- 
ghi, qui  ci  limiteremo  a  brevi  in- 
dicazioni. II  piano  di  Palazzola 
ha  però  troppo  ristretti  limiti  per 
circoscrivervi  la  metropoli  di  trenta 
città  latine,  e  perciò  convien  me- 
glio dire  che  quel  sito  probabil- 
mente ne  fece  parte,  ma  fu  ben 
lungi  dal  contenerla  intieramente  : 
e  forse  su  quella  punta  che  può 
riguardarsi  come  una  delle  citta- 
delle d^Alba  fu  il  palazzo  de'  re, 
donde  derivò  il  nome  attuale  che 
si  ricorda  fino  dal  principio  del 
secolo  XIII.  Il  Nibby  riportando  le 
osservazioni  del  dotto  sir  William 
Geli,  autore  della  Topography  of 
Rome  and  ils  uicìnìly,  e  quelle  di 
altri  archeologi,  parla  eruditamen- 
te delle  località  ove  sorse  Alba- 
Longa,  erigendola  Ascanio  in  sito 
ameno,  ubertoso  e  forte.  Gli  abo- 
rigeni dopo  essersi  fissati  nelle  mon- 
tagne intorno  a  Rieti,  spinti  dai 
sabini  e  dagli  umbri  si  ripiegaro- 
no verso  mezzodì,  discacciando  i 
siculi  dagli  ultimi  contrafforti  de- 
gli A  pennini ,  cioè  dai  monti  ti- 
burtini  e  corniculani ,  e  quindi 
dalla  pianura  fra  questi  ed  il  ma- 
re, 90  anni  circa  avanti  la  guerra 
di  Troia.  Primieramente  edificaro- 
no Antemne,  Tellene,  Ficulea  e 
Tibur,  o  per  meglio  dire  cinsero 
di  mura  queste  borgate,  già  abitate 
dai  siculi,  e  quindi  Laurent©  sulla 
spiaggia    del  mare  Tirreno.  Fra  le 


LAZ  237 

tradizioni  che  correvano  su  questo 
popolo,  sembra  la  piìi  probabile 
quella  che  gli  aborigeni  fossero  u- 
na  diramazione  degli  oenotri,  e 
perciò  tanto  più  facilmente  ammi- 
sero i  pelasgi  a  comunanza  ;  e 
dall'altro  canto  questi  gli  aiutaro- 
no nella  guerra  contro  i  siculi, 
perchè  derivavano  dallo  stesso  sti- 
pite. Cogli  aborigeni  e  co'  pelasgi 
si  unirono  poscia  gli  epèi,  ed  in 
ultimo  luogo  i  troiani  venuti  con 
Enea  ;  ed  allora  regnando  Latino 
sopra  di  loro  a  Laurento,  o  dopo 
la  sua  morte  per  opera  d'Enea, 
furono  chiamati  in  luogo  di  abo- 
rigeni, latini.  Fondata  da  Enea 
Lavinio,  suo  figlio  Ascanio  edificò 
Alba-Longa,  laonde  la  gente  alba- 
na si  compose  di  aborigeni  o  ar- 
cadi oenotri,  di  pelasgi,  di  epèi,  e 
di  troiani.  Dionisio  nel  raccontar 
la  fondazione  di  Alba,  ricorda  il 
prodigio  avvenuto  degli  dei  pena- 
ti, che  non  vollero  cangiar  la  sede 
di  Lavinio,  dove  Ascanio  fu  co- 
stretto lasciarli  sotto  la  cura  di  un 
collegio  di  antistiti.  Ascanio  regnò 
trentott*  anni  ;  a  lui  successe  il 
fratello  Silvio  figlio  di  Enea  e  di 
Lavinia,  e  da  questi  tutti  i  re  al- 
bani ebbero  il  nome  di  Silvio. 
Con  Silvio  contese  del  principato 
lulo  o  Giulio  figlio  di  Ascanio  ; 
ma  in  fine  si  convenne,  che  la  po- 
testà civile  fosse  di  Silvio  e  della 
sua  stirpe,  e  la  sacerdotale  di  lu- 
lo e  de*  suoi,  cioè  di  quelli  che 
poscia  furono  noti  col  nome  di 
lulii  o  di  gente  Giulia.  Silvio  ebbe 
per  successore  Enea  Silvio,  al  qua- 
le successe  Latino  Silvio  ch'ebbe  un 
lunghissimo  e  felice  regno  di  cinquan- 
tun anni.  Di  Latino  dice  Livio  che 
furono  da  lui  dedotte  alcune  colo- 
nie dette  de'  Prischi  Latini  ;  e 
fra  queste  l'autore  dell'  Origo  gen- 


«38  LAZ 

tis  romnnne  nomina  quelle  di  Pi'ae- 
neste,  Tibnr,  Gabii,  Tu.scnlum,Cora, 
Pomelia,  Locri,  Crnstumium,  Ca- 
tneria,  Bovillae,  e  termina  col  dire 
caeteraque  oppida  cìrcumqiiaquej 
quindi  in  Latino  Silvio  la  potenza 
di  Alba  salì  all'  apice  della  gran- 
dezza, e  meno  Roma,  che  fu  fon- 
data dopo,  forse  da  lui  trassero 
origine  tutte  le  altre  XXIX  colo- 
nie, che  dicevansi  dedotte  dagli 
albani. 

La  serie  dei  re  d'Alba,  e  le  lo- 
ro principali  gesta  le  riportammo 
di  sopra;  in  Numitore  Silvio  si 
estinse  la  dinastia  dei  re  d'  Alba, 
dopo  era  stato  reintegrato  del  tro- 
no dai  suoi  nipoti  Romolo  e  Re- 
mo, che  neir  anno  ^"òi  dopo  la 
presa  di  Troia,  7 53  avanti  ì'  era 
volgare,  dedussero  la  colonia  alba- 
na in  Roma,  l' ultima  delle  trenta. 
Morto  Numitore,  Romolo  invece  di 
succedergli  rimase  alla  testa  della 
colonia,  esercitando  però  una  certa 
autorità  sulla  metropoli,  col  cangiar 
Ja  forma  del  governo  da  monar- 
chica in  aristocratica,  riserbandosi 
la  nomina  del  principe  o  dittatore 
annuale,  secondo  Plutarco.  Ma  Dio- 
nisio narra  che  gli  albani  da  loro 
stessi  vennero  a  questo  cangiamen- 
to alla  morte  di  Numitore,  eleg- 
gendo un  magistrato  annuale  con 
autorità  eguale  a  quella  dei  re  e 
col  titolo  di  dittatore.  Rimasero 
Alba  e  Roma  in  perfetta  armonia 
sotto  i  regni  di  Romolo  e  di  Nu- 
tria ;  ma  dopo  la  morte  del  secon- 
do, si  suscitarono  vertenze  tali,  che 
il  re  di  Roma  Tulio  Ostilio  ne 
prese  motivo  per  fare  Alba  sog- 
getta a  Roma,  e  porre  così  1'  ul- 
tima delle  colonie  albane  alla  testa 
di  tutta  la  confederazione  Ialina. 
Dopo  il  combattimento  degli  Ora- 
zi  e  Curiazi,  vinse  la  sorte  di  Roma, 


LAZ 

e  la  metropoli  si  trovò  di  fatto 
dipendente  dalla  colonia.  Intanto 
gli  albani  irritati  da  tanta  umilia- 
zione, si  collegarono  coi  fidenati  e 
coi  veienti.  La  guerra  ben  presto 
si  accese  ;  Tulio  punì  esemplarmen- 
te il  traditore  Mezio,  e  profittando 
dell*  occasione  die  ordine  di  spia- 
nare Alba-Longa,  trasportarne  con 
tutti  gli  averi  i  cittadini  a  Roma,  as- 
segnando loro  per  stanza  il  monte 
Celio,  e  solo  risparmiò  i  templi  degli 
dei,  che  servirono  9  ricordare  ai  po- 
steri il  sito  della  metropoli  di  Ro- 
ma, e  che  si  vedevano  ancora  in  pie- 
di sei  secoli  dopo  ai  tempi  di  Augu- 
sto. Fra  i  templi  di  Alba  ricordansi 
particolarmente  quelli  di  Giove,  di 
Minerva,  di  Vesta,  di  Marte  e  di 
Venere.  Tra  le  famiglie  patrizie 
che  si  contavano  come  venule  da 
Alba  in  Roma  per  tale  catastrofe, 
Livio  nomina  la  Tullia,  la  Servi- 
lia,  la  Quinzia,  la  Gegania,  la  Cu- 
riazia,  e  la  Gloeha  o  Cluilia.  Il 
Nibby  confuta  l'opinione  del  Riccy 
che  disse  essere  esistita  oltre  Alba- 
Lons;a,  un'  Alba -Nuova  nella  cam- 


pa 


sna  albana.  Sorse  bensì  una  cit- 


tà di  Albano  nel  suo  territorio, 
ma  in  tempi  molto  piìi  bassi,  ed 
ora  è  sede  vescovile  di  uno  dei  sei 
cardinali  suburbicari,  ed  è  residen- 
za di  un  governatore,  nel  distretto 
di  Roma  e  presidenza  della  Co- 
marca.  Per  una  coincidenza  singo- 
lare, come  Lavinio  dopo  la  fonda- 
zione di  Alba-Longa  rimase  stret- 
tamente unita  a  quella  città,  così 
anche  oggi  il  comune  di  Pratica 
succeduto  all'antico  Lavinio  è  uni- 
to ad  Albano,  che  sebbene  sia  tre 
miglia  distante  da  Alba-Longa,  nul- 
ladimeno  la  rappresenta.  Ora  dei 
fondi  più  celebri  compresi  entro  il 
territorio  di  Alba,  e  che  dierono 
origine  alla  città  odierna,  meritano 


LAZ 

più  particolare  menzione  quei  di 
Clodio  e  di  Pompeo,  che  diven- 
nero demanio  imperiale  fino  dai 
tempi  di  Augusto,  e  furono  noti 
col  nome  di  Albanum  Caesaris^ 
villa  frequentata  da  Tiberio,  dove 
si  ritirò  Caligola  dopo  la  morte 
della  sorella  Drusilla,  e  dove  si 
fermò  Nerone  nel  suo  ritorno  di 
Grecia.  Questa  fu  poscia  ampliata 
e  magnificamente  abbellita  dall'ul- 
timo de'  Flavii  che  vi  passò  i  suoi 
giorni,  e  sotto  il  quale  vi  fu  sta- 
bilito un  campo  di  soldati  preto- 
riani, che  continuò  ad  esistere  fino 
allo  scioglimento  di  quella  milizia 
fatta  da  Costantino.  A  questa  villa 
imperiale,  a  questo  campo  deve  la 
sua  origine  Albano,  che  secondo 
Anastasio  Bibliotecario  esisteva  già 
sul  principio  del  IV  secolo  dell'e- 
ra volgare.  Veggasi  Francesco  Bian- 
chini, De  Albani  aerìs  salnhrita- 
te.  Exst.  in  Opuscul.  varia  ejusd. 
Bomae  edita  1 7^4  :  Epist.  ad  Lanci- 
sìum  de  profunditate  Laci  Albani, 
Ibid.  Gio.  Girolamo  Lapi,  Le- 
zione accademica  intorno  all'ori- 
gine de"  due  laghi  Albano  e  Ne- 
morese,  Roma  1781.  Athanasius 
Rircherius,  Latium  etc.  Volpi,  Ve- 
tiis  Latium  t.  VII   de  Albanis. 

A  voler  dire  dell*  anno  e  del 
calendario  degli  antichi  latini,  è  a 
sapersi  che  i  latini  dividevano  il 
giorno  civile  in  otto  parti.  La  pri- 
ma parte  era  quella  in  cui  si  ac- 
costa la  mezzanotte  ;  seguiva  a  que- 
sta il  gallicinio  ;  indi  il  diluculo, 
quando  comincia  ad  albeggiare  ; 
poi  la  mattina  o  il  giorno  chiaro; 
da  qui  saltavasi  a  mezzogiorno,  poi 
al  tempo  che  restava  sino  a  sera, 
che  dicevasi  sol  occasus,  o  solis 
occasus  ;  poscia  seguivano  due  al- 
tre parti,  la  più  vicina  al  solis  oc- 
casus  appel lavasi   suprema    tempe- 


LAZ  239 

stas,  che  noi  diressimo  crepuscoli; 
l'altra  in  fine  e  l'ultima  nomina- 
vasi  vesperc.  Quanto  alla  divisione 
dell'anno  tra  gli  antichi  latini, 
non  è  inverosimile  che  gli  arcadi 
fermatisi  in  Italia  con  Evandro  vi 
introducessero  la  maniera  del  loro 
anno;  il  quale  come  insegnano  So- 
lino, Macrobio  e  Plinio  era  di  tre 
mesi,  sicché  quattro  di  questi  anni 
corrispondevano  ad  un  anno  sola- 
re. Plutarco  nella  vita  di  Numa 
dà  air  anno  arcadico  quattro  me- 
si ;  dopo  la  venuta  di  Enea  tro- 
vansi  usate  due  maniere  d' anni 
fra'  latini  :  la  prima  quella  de'  la- 
viniési  che  partivano  l'  anno  in 
giorni  374  e  in  tredici  mesi;  l'al- 
tra degli  albani  che  avevano  l'an- 
no di  dieci  mesi  e  di  giorni  3o4, 
dimodoché  sei  di  questi  anni  fa- 
cevano cinque  anni  solari  di  gior- 
ni 365.  Secondo  il  Pontadera,  An^ 
tìq.  latinarum,  graecarumque  enarr. 
ep.  3i  ,  ecco  come  distribuivano 
gli  antichi  del  Lazio  l'anno.  Quel- 
lo di  Lavinio:  mese  I,  giorni  XXXI; 
II,  giorni  XXIX;  III,  giorni  XXXI; 
IV,  giorni  XXIX;  V,  giorni  XXXI; 
VI,  giorni  XXIX;  VII,  giorni 
XXIX;  Vili,  giorni  XXXI;  IX, 
giorni  XXX  ;  X,  giorni  XXIX  ; 
XI,  giorni  XXIX;  XII,  giorni 
XXIII;  XIII,  giorni  XXIV.  Di- 
stribuzione dell'anno  Albano.  Me- 
se I  ,  giorni  XXII;  li  ,  giorni 
XXXIV;  III,  giorni  XXXVI  ;  IV, 
giorni  XXXI V;  V,  giorni  XXXVI; 
VI,  giorni  XVIII;  VII,  giorni 
XVI;  Vili,  giorni  XXXVI;  IX, 
giorni  XXXVI;  X,  giorni  XXXVL 
Pare  che  de'due  calendari  quello  de- 
gli albani  abbia  avuto  maggior  cor- 
so nel  Lazio.  Però  alcuni  popoli  del 
Lazio  seguirono  un  metodo  d'anni 
differente  dai  due  mentovati,  come 
espressamente  lo  attesta    Censorino 


de'ferentinij.l.  de  die  nat.  e.  7 
e  i5,  e  può  congetturarsi  dagli 
aricini,  che  avevano  l' ottobre  di 
XXXIX  giorni.  Il  primo  mese  del- 
l' anno  albano  era  il  maggio,  a 
cui  seguiva  il  giunonio ,  indi  il 
marzo,  l' aprile,  il  quintele,  il  se- 
stile, il  settembre,  l'ottobre,  il  no- 
vembre, e  il  decembre.  I  nomi  dei 
mesi  laviniesi  s' ignorano  ;  non  è 
però  improbabile,  secondo  il  cardi- 
nal Corradini,  Laliiis  vetus,  t,  H, 
p.  176,  che  i  laviniesi  ai  due  ul- 
timi mesi  dell'  anno  dassero  i  no- 
mi di  gennaio  e  febbraio.  La  di- 
Tisione  poi  di  mese  in  calende,  no- 
ne e  idi  era  antichissima  presso 
ì  latini,  ed  in  uso  prima  di  Ro- 
ma^ avendo  i  latini  appreso  dagli 
etruschi  il  chiamar  idi  il  giorno  che 
divide  per  mezzo  il  mese,  come  affer- 
ma Macrobio  l.  I,  e.  i5.  Come  chia- 
mavano gli  antichi  latini  i  giorni  che 
seguivano  le  idi,  Varrone  e  Festo 
c'insegnano,  che  i  tusculani  chia- 
mavano il  tefzo  giorno  dopo  le  idi 
triatro,  il  quinto  quìnquatro,  il  se- 
sto sesatro,  il  settimo  seltimatro  o 
seltenatro  ;  e  de'  falisci  sappiamo 
dai  medesimi  autori  che  decimatro 
chiamavano  il  d\  decimo  dopo  le 
idi  ;  è  verosimile,  che  con  somi- 
glianti nomi  chiamassero  gli  altri 
giorni. 

Il  dotto  p.  Giuseppe  Marchi 
della  compagnia  di  Gesù,  nel  feb- 
braio 1846  lesse  in  Roma  alla 
pontificia  accademia  d'archeologia 
una  parte  delle  illustrazioni,  colle 
quali  intende  accompagnare  la  nuo- 
va pubblicazione  della  cista  del 
museo  Rircheriano.  Tra  le  altre 
cose  dimostrò,  che  nel  primo,  se- 
condo, terzo  e  quarto  secolo  di 
Roma,  il  Lazio  e  Roma  ebbero  ar- 
tefici mediocri,  buoni,  ed  anco  ot- 
timi. Tali    furono    in  prima    quei 


LAZ 

pittori  che  quando  Roma  nascerà 
dipinsero  a  Lanuvio,  ad  Ardea  e 
a  Cere  con  tal  bravura,  che  per 
testimonio  di  Plinio  le  loro  pittu- 
re attraevano  l'ammirazione  dei 
romani,  eziandio  nel  primo  secolo 
dell'impero;  furono  dipoi  i  plasti- 
catori, massime  quelli  della  scuola 
del  Fregellate  Turiano,  il  quale 
operò  in  Roma  in  servizio  del  pri- 
mo Tarquinio  e  di  altri;  furono 
per  ultimi  i  monetieri,  che  prima 
del  quinto  secolo  di  Roma  fabbri- 
carono la  moneta  latino-romana 
con  sì  eccellente  magisteifo,  da  in- 
durre i  moderni  numismatici  a 
giudicarla  moneta  italo-greca.  Qui 
il  p.  Marchi  mostrò  la  follia  di  chi 
oggi  volesse  ostinarsi  nell'antica  o- 
pinione  che  toglieva  la  moneta  la- 
tino-romana alle  città  poste  tra  il 
Tevere  ed  il  Liri.  Disse,  il  sistema 
di  coloro  che  negano  al  Lazio  e  a 
Roma  ne'primi  secoli  le  buone  o- 
pere  d'arte,  perchè  Roma  e  il  La- 
zio non  ebbero  buoni  artefici  se 
non  dopo  che  i  romani,  conquista- 
ta la  Grecia,  qua  condussero  i  gre- 
ci maestri,  non  avere  altro  fonda- 
mento che  le  parole  de'greci  mil- 
lantatori e  i  versi  de'poeti:  questa 
causa  essere  causa  di  puro  fat- 
to ;  nella  mancanza  di  scrittori  sì 
contemporanei  a  giustamente  de- 
ciderla non  potersi  prendere  nor- 
ma che  dai  fatti:  senza  numero 
essere  i  monumenti  di  arte  latino- 
romana prima  del  quinto  secolo; 
ma  la  provenienza  quasi  esclusiva- 
mente latino-romana  delle  primiti- 
ve monete  latino-romane,  e  la  lib- 
bra duodecimale ,  alla  quale  esse 
tutte  appartengono,  essere  due  ar- 
gomenti sì  evidenti  ed  incontrasta- 
bili, che  il  voler  portare  queste 
monete  oltre  i  limiti  del  Tevere  e 
del  Liri    sarebbe  come  il  dire  eu- 


LAZ 

vopei  gli  abissini,  e  il  sostenere  la 
libbra  duodecimale  che  il  fatto  di- 
mostra esclusiva  delle  città  e  pro- 
Tincie  situate  al  di  là  del  Liri.  Il 
secolo  quinto  fu  il  secolo  delle  mag- 
giori glorie  delle  arti  romane,  al 
dire  di  Plinio.  Nobilissimi  giovani 
romani  si  consacrarono  all'esercizio 
delle  arti  in  quel  secolo  con  tale 
alacrità  di  animo,  che  quel  Fabio, 
il  quale  dipinse  il  tempio  della 
Salute,  si  slimò  onorato  di  poter 
aggiungere  alle  molte  glorie  della 
gente  Fabia  il  cognome  di  Pittore, 
Tanto  si  legge  nel  numero  20  del 
Diario  di  Roma    1846. 

Passiamo  ora  a  dire  alcuna  cosa 
della  lingua  latina,  della  maestosa 
lingua  dei  vincitori  del  mondo,  del 
puro    ed   elegante    idioma,    che    a- 
dottato  da  tutti  gli  antichi  scritto- 
ri, si    sparse  per    tutto    l'universo, 
e  divenne  per  ultimo  il  linguaggio 
della  Chiesa  cristiana,  e  quello  dei 
dotti.    Il  primitivo  ed  antichissimo 
linguaggio    del    Lazio  fu  lo    stesso 
che  il  primo  italico  cioè  il  celtico, 
come  vuoisi    dai  più  eruditi  ;  e  la 
alterazione    del    linguaggio  nacque 
dalle  nuove  colonie  che  sopravven- 
nero.   La    lingua   latina    sorse    dal 
miscuglio  della  greca.  Tutto  il  La- 
zio fu     all'  intorno    inondato    dagli 
enotrii  e  dagli  ausonii,  nazioni  gre- 
che. Gli  arcadi  condotti  da  Evan- 
dro nel  Lazio  stesso,  e  i  frigi  pure, 
all'  insegnare     di  Dionigi,  condotti 
da  Enea,  parlavano  greco  ;  quindi 
ne    sorse   una    nuova    lingua,    cioè 
la  latina,  da  prima  rozza,  poi  col- 
l'andar  de'secoli    abbellita  e  perfe- 
zionata. Scrive  Paolo  Diacono,  Hist. 
miscel.  lib.  I:  Regnante  Latino^  qui 
latinam  correxit  lingiiam,  et  latinos 
de   suo    nomine    appellavit.    Il  che 
"viene   confermato    da    Genebrardo, 
in  Cron.  lib.  I  :  Filius  Latinus  la- 
VOL.  xxxvii. 


LAZ  241 

tìnam  lìnguam  corripit.  Il  p.  Theu- 
li  osserva  in    proposito  quella  pa- 
rola, correxit  et  corripit,  cioè  corres- 
se  e    riformò ,    non    dice    ìnstituit, 
perchè  il    parlar  latino    non    ebbe 
origine    dal    re    Latino,  ma    dalla 
nobile    regione     del    Lazio,    come 
piace  a    Sesto    Pompeo,    Fest.  lib. 
I  o  :    Latine  loqui  a    Latio   dictum 
est,  quae  loquutio  adeo  est  eversa^ 
ut  vix  ulla  pars    ejus   maneat  in' 
noxia.  Lo  conferma  il  Perotti  nél- 
r  epigr.  1^  de  Naum:  A  Latio  la- 
tinus deducitur  unde  latina  lingua. 
Da    altri     eruditi    credesi    formato 
il  bellissimo  e    fluido  idioma,  non 
solo  colla    mescolanza  del  greco,  e 
massime    del    dialetto    eolio    colla 
lingua    dei    celti-upibri ,  giacche   i 
sabini    discesi    dagli    umbri    erano, 
come  pretende  Latoùr  d'Auvergne, 
galli  o  celti-galli  di  origine,  e  che 
quindi  col     lasso  però  del    tempo, 
col  commercio  e  colle  guerre  stra« 
niere,  in  questa    lingua    s'introdus- 
sero vocaboli  di  altre  nazioni.  Vo- 
gliono alcuni  scrittori,  tra  gli  altri 
il    Dacier  nelle     sue     Osservazioni 
sopra   Orazio,  che  a*  tempi  di  Nu- 
ma  Pompilio  secondo  re  di  Roma, 
e  pili  di  5oo    anni    dopo  di  esso, 
non  si  parlasse    in  Roma  né  gre- 
co né  latino,  ma    la  lingua   de'ro- 
mani    fosse   un  dialetto    composto 
di  vocaboli    greci  e    dì  molte  voci 
barbare;  il    che  ci     ricondurrebbe 
allo  stesso  principio  di  coloro,  che 
il    latino    credettero   formato  dalla 
mescolanza  della  lingua  greca  con 
quella    de' celti.     Polibio    dice    in 
qualche  luogo  della  •  sua  iSVor/Vz  ro- 
ìuana,  che    mentre  si    occupava  a 
scriverla,    trovò    solo   a    stento    in 
Roma    qualche   cittadino,  che  seb- 
bene  assai     versato    nell'  antichità, 
fosse  in  istato  d'intendere  e  di  spie- 
gare ,   Cora'  egli    bramava,    alcuni 
16 


242  LAZ  LAZ 

trattati  che  i  romani  fatti  avevano     mo  loro  carattere,  il  MafFei,  Osserv. 
coi  cartaginesi  ,  e  ch'essi    scritti  a-     lett,    t.    VI,  p.    98,    distingue    tre 
vevano    nella  lingua    che  allora  si     maniere   nella  forma   dello  scrive- 
parlava.    Dicesi  pure  che  da  prin-     re  latino.    La    prima  e  piii  antica 
cipio  l'uso    della  lingua  latina  era     è   quella    di  cui  non   si  è  trovato 
ristretto  nella  sola  città  di    Roma,     ancora    esempio  nei  monumenti,  e 
e  che    i    romani  non    ne  concede-     solo  se  ne    ha    notizia  dagli  scrit- 
vano    comunemente    l'uso    ai    loro     tori.  Così    Varrone    1.    i,    e  4>  "• 
vicini,  e    neppure  ai   popoli  ch'essi      io  e  33  ricorda  delle  lettere  lati- 
avevano  soggiogato.  Conobbero   es-     ne  antiche^    cosi   Plinio    I.    3g,  e. 
si    dappoi    di    quale     importanza     io?   parla  di    un'iscrizione,  ch'era 
era  per   la    estensione    e  la  facilità     scritta    antìquis    litteris;     e    Livio 
del  loro    commercio  che  la  lingua     hb.  7  init.  di  una  legge  priscis  Ut» 
latina  si  estendesse  generalmente  in     teris^  verbisque  scripta.  La  seconda 
tutte    le  Provincie,  e  che    tutte  le     maniera  di  scrivere    latino  è  que- 
nazioni    suddite    dell'impero  unite     sta  che  si    vede  nelle   leggi,  e  nel 
fossero  con  un  medesimo  linguag-     senatus-consulto  rimastoci  de'  tem- 
gio  ;  imposero  essi  quindi  ai  popò-      pi   di  Romolo,  dove  le  lettere  sono 
li    soggiogati    l'obbligo    di  parlare      molto  ineguali,  le  righe  affatto  di- 
latino, storte,  la  L  somigliante   all'etrusca 
Delle    memorie  dell'antico    idio-     e  i  P  simili  ai  greci.  La  terza  per 
ina  latino,   ne    restano    poche    pa-     ultimo  è    quella    regolare  e  pulita 
role  qua   e  là  in  Festo    e  in  altri     che    nel    fine    della    repubblica    e 
somiglianti  autori  ,  alle    quali  pos-     sotto    i    primi    imperatori  fu    posta 
sono  ridursi    anche  quelle    che    si     in  uso.  Il  Rinaldi  all'anno   16,  n. 
hanno    in   Catone,    e  sono    sempie     7>  osserva    che  la  lingua  latina  fu 
passate  per  inintelligibili,  con  cui  il     onorata    da  tutte  le  genti  ;  che  la- 
volgo   di  Roma  stoltamente  crede-     tinamente    rispondevano    a' greci    i 
va  che    si    guarissero    le  slogature     magistrati  romani,  e    nelle  provin- 
e  le  fratture;    In  alio  S.  F.    mo-     eie  parlavano  per  interprete  quan- 
tas  vieta    daries  dardaries    estata-     tuuque    sapessero    la    lingua. greca, 
ries    disunapiter^    etc.    Veggasi     il     e  ciò  per    rendere    il    parlare  lati- 
marchese  MafFei,   Osserv.  lett.  t.  VI,     no  appresso   tutte    le    nazioni    più 
p.  83,  secondo    cui     non   vogliono     ragguardevole.  Augusto  sebbene  fos- 
altro  significare,   che  lega    attacca     se  perito  nel    greco    idioma,  se  ne 
stringi  ferma  ciò  ch^  è  smosso.  Le     astenne    di    parlarlo  ;    dovendo    in 
lettere   latine  nella    forma     furono     senato    proferire    la    parola   mono- 
anticamente  le  stesse  che  le  greche,     poliiim,  ne  chiese  licenza  :  vietò  ai 
al  dir  di    Plinio    e    di  Tacito,    ed     soldati    interrogati    per    testimonio 
è  comune  opinione  che  le  portasse     '"  greco,  di  non  rispondere  che  in 
Evandro  ;    ma  ciò    è  incerto,    non      latino.   Claudio  cassò  dal  ruolo  dei 
constando  quali  greci  sieno  slati    i     giudici    un    personaggio  greco    che 
primi  a    venire  in    Italia,    se  quei     non  sapeva    la    lingua  latina,  e  lo 
di  Arcadia  o  quei  di  Tessaglia,   o     dichiarò  pellegrino.    Costantino  nel 
que'di  Lacedemone    o  quei  di  A-     concilio  Niceno  tra'greci  recitò  una 
tene    rammentati  da   Erodoto.    Se     orazione  in  latino,  che  poi  fu  tra- 
conservarono sempre  i  latini  il  pri-     dotta  in  greco,  servendosi  del  latino 


LAZ 

idioma    benché    sapesse    il    greco, 
per  la  maestà  dell'impero  romano. 
Dopo  la   traslazione  della  sede  del- 
l'impero a  Costantinopoli,  gl'impe- 
ratori d'oriente  volendo  conservare 
costantemente  la  qualità  e  il  titolo 
d' imperatori    romani ,    prescrissero 
che    la     lingua  latina     rimarrebbe 
sempre  in    uso,  tanto  nei    rescritti 
loro,    quanto    nei    loro    editti    ed 
altri  atti  pubblici,  come  può  veder- 
si nelle  costituzioni  degl'imperatori 
d'oriente,  raccolte  nel  codice  Teo- 
dosiano  :  i    giudici  parlando  e  sen- 
tenziando dovevano  parlare  il  lati- 
no. Ma  poi  quegl'imperatori  trascu- 
rando a  poco  a  poco  l'impero     di 
occidente  ,    abbandonarono    1'    uso 
della    lingua     latina,    e    permisero 
ai  giudici  di  pronunziare  le  senten- 
ze loro  in  greco;  l'imperatore  Giu- 
stiniano I  compose    quindi  in  gre- 
co   le   sue    Novelle.    Il     medesimo 
Rinaldi   narra  come  in  lingua  lati- 
na si  recitavano    le  lettere  pontifi- 
cie ne'concilii  de'greci,  e  che  que- 
sto   idioma    ebbe    il  primo    luogo 
nelle  cose  sacre.  Volendo  l'impera- 
tore   Marciano     fare     un'  orazione 
nel  concilio   di  Calcedonia,    benché 
fosse    greco  e  stqsse  in  Grecia,     la 
recitò  prima    in     latino  e    poi     in 
greco .    Similmente    i    legati    della 
santa    Sede,   che    intervenivano    ai 
concilii    celebrati    anche  in  Grecia, 
non     permettevano    che    le    lettere 
de'romani    Pontefici  vi  si  leggesse- 
ro fuorché  in  latino,  né  si    tradu- 
cessero in  greco,  se  non  a  petizio- 
ne di  tutto  il  concilio.  I  legati  a- 
postolici  benché  greci,  ne'concilii  u- 
sarono    il    linguaggio    latino;     così 
Giuliano  vescovo  Goense,  legato  di 
s.  Leone    I    nel   concilio  di    Calce- 
donia, secondo  il  costante  costume 
dei  legati  del  Papa_,  parlò  in  lati- 
no per  la   maestà  della  Chiesa  ro- 


LAZ  243 

mana.  Dipoi  non  solo  ne'pontifica- 
li  del  Papa,  ma  anco  tra'greci,  eb- 
be origine  l'uso  di  recitare  pub- 
blicamente in  chiesa  alle  messe 
solenni  1'  Epìstola  e  1'  Evangelio 
prima  in  latino  e  poscia  in  greco, 
come  testifica  s.  Nicolò  I  Papa 
dell'  858,  nella  lettera  che  scrisse 
all'imperatore  Michele  III  V Ubriaco 
che  avea  insultata  la  lingua  latina. 
Avanti  al  sommo  Pontefice,  ai  car- 
dinali e  prelati,  con  lui  rappresen- 
tanti la  santa  Chiesa,  è  in  osser- 
vanza di  predicare  in  latino,  es- 
sendo questo  il  linguaggio  proprio 
del  Papa,  il  quale  quando  ascolta 
le  prediche  in  italiano,  sta  priva- 
tamente dietro  una  bussola.  L'ar- 
rivescovo  e  cardinale  s.  Carlo  Bor- 
romeo, chiamò  l' idioma  latino  col 
nome  di  lingua  ecclesiastica. 

Ad  onta  di  quanto  abbiamo  det- 
to sull'origine  della  lingua  latina, 
non  ci  sembra  del  tutto  inutile, 
quanto  all'origine  della  letteratura 
latina  e  de'  più  antichi  latini  scrit- 
tori, ciò  che  si  legge  in  Giuseppe 
Maria  Cardella,  Compendio  della 
storia  della  bella  letteratura  gre- 
ca^  latina  e  italiana^  parte  II,  della 
Letteratura  latina  tom.  I,  pag.  277 
e  seg.  Egli  pertanto  dice,  che  la 
lingua  latina  sembra  non  ricono- 
scere una  diversa  origine  da  quel- 
la di  Roma  ;  cioè  che  essendosi  essa 
formata  da  varie  e  miste  popola- 
zioni ,  le  quali  ne*  suoi  contorni 
abitavano ,  così  del  pari  anche  il 
di  lei  linguaggio  altro  non  fu  nella 
sua  primigenia  formazione,  che  un 
accozzamento  di  diverse  favelle  e 
dialetti  dei  popoli  circonvicini,  che 
in  essa  si  trasferirono,  come  i  ru- 
tuli,  gli  osci,  gli  aborigeni,  ed  in 
particolare  i  latini ,  i  quali  costi- 
tuendo la  principal  porzione  dei 
novelli  abitatori,  ebbero  altresì  la 


244  ^^'^ 

principal    parte    nella    formazione 
dell'idioma;    e  che  in  seguito  poi 
è    stato    accresciuto,    migliorato    e 
perfezionato  coU'aiuto   della    greca 
favella.    Nessun    monumento    della 
,  letteratura  romana  dei  primi   tem- 
pi noi  possediamo;   ed  infatti  non 
poteva  andar  la  cosa  diversamente, 
mentre  a  quell'epoca  erano  le  scien- 
ze ivi  del  tutto  sconosciute    e   ne- 
glette, per  la  vita  rusticana  e  guer- 
riera de'suoi  abitatori,    e    pel    di- 
vieto che  fece  Romolo    ai    romani 
di  coltivare  le  arti  e  le   scienze;  a 
ciò  aggiungasi  che  i  romani  dive- 
nuti potenti   disprezzarono  gli  aiuti 
delle  nazioni  straniere  per  coltivar 
la  mente  e  ingentilirne  i    costumi, 
ripugnando  a  quegli  altieri  conqui- 
statori ricevere  istruzioni  da  chi  a- 
vevano  soggiogato.  Tardarono  an- 
cora lungo  tempo  a  fiorire  in  Ro- 
ma le  scienze  e  le  belle  arti  ,    pel 
timore  che  avevano  gli  austeri  se- 
natori, che  l'amor    delle   lettere  e 
degli  studi  infiacchisse  o  estinguesse 
nel  cuore  de'giovani  l'ardore  guer- 
riero, e  il  vigor  dello  spirito  e  del- 
le membra.  Se  si  eccettui  qualche 
frammento  del  famoso   codice  Pa- 
piriano,  ossia  prima    collezione    di 
leggi,  che  si  eseguì  in    Roma    per 
ordine  del  senato  sotto    Tarquinio 
il  Superbo,    ed  in   seguito    alcuni 
frammenti  delle  leggi  delle   dodici 
tavole,  niun  altro  scritto  a  noi  re- 
sta per  formare  di  que'  tempi  giu- 
dizio. Cosi  passarono  ben    cinque- 
cent'anni,  senza  che  Roma  contasse 
un  autore,  finché  soggiogata  l'Ita- 
lia, molti  soggetti   illustri   per    sa- 
pere e   per    dottrina,  trasferendosi 
alla  capitale,    v'istillarono    a  poco 
a  poco  il  gusto  pei    buoni    studi. 
Il  primo  latino  scrittore  che  si  pre- 
senta in  tempi  così  rimoti  è  Livio 
Androuico,  che  fiorì  nell'anno  54 1 


LAZ 

(Ti  Roma,  1^1  avanti  Gesti  Cristo; 
compose  tragedie  e  dirozzò  e  ripuPi 
il  latino  linguaggio.  Maggior  nome 
riportò  Gneo  Nevio  che  morì  Tanno 
549  di  Roma  ;  scrisse  commedie  e 
tragedie.  Nel  538  fiorì  Fabio  Pitto- 
re, primo  scrittore  di  storia,  e  di- 
lettossi  di  pittura  ;  fino  allora  i  fatti 
venivano    registrati    dal    Pontefice 
massimo  ne^M^yé anali  Massimi.  Su- 
periore di  gran  lunga  agli  antece- 
denti poeti  e  storici  fu  Quinto  En- 
nio morto  nel  584;  scrisse   trage- 
die, commedie,   epigrammi,    poemi 
didascalicij     ed     i    celebri    Annali 
delle   cose  romane.    Si    acquistò  il 
nome    di    padre    dell'  epica    poesia 
fra*  latini  :  Virgilio  diceva    di  rac- 
cogliere le  gemme  dall'enniane  lor- 
dure. Ma  fin   qui   la   lingua    latina 
non  era  uscita  dalla  sua    infanzia  , 
quantunque  fossero  in    Roma    fio- 
riti scrittori,  che  aveano  contribui- 
to non  poco  al  suo    avanza^.iento. 
Questa    era  di    ferro    fu    cambiala 
in  argento  da  M.  Accio  Plauto,  il 
quale  colla  sua- maniera  di    scrive- 
re fece  sì  che  l' idioma    del    Lazio 
pervenisse  alla  più  fresca  e  vegeta 
giovinezza.  Fu    contemporaneo   di 
Ennio,  e  fu  celebre  scrittore  di  com- 
medie: disse  Varrone,    che    se    le 
muse  avessero    voluto    latinamente 
parlare,  non  altro  linguaggio  avreb- 
bero usato  che    quello    di    Plauto. 
Intanto  la  prosa  alzò  in  Roma  la 
fronte,  e  venne  in  competenza  col- 
la poesia  sua  emula,  sollevandola  a 
questo  onore    M.   Porcio  Catone  il 
Censore.  Publio    Terenzio    coli' au- 
reo suo    stile  ecclissò  la    gloria  di 
tutti  i  precedenti  poeti;  per  lui  la 
commedia    latina     giunse     al    più 
alto  grado  di    perfezione    pel    leg- 
giadro   stile  dell'  idioma    latino,    e 
riportò  anche  il  plauso  de'  maestri 
del  bello  stile  e  dell'ottimo  gusto. 


LAZ 

cioè  di  Tullio,  Va  none,  Orazio, 
Quintiliano  e  Cesare.  E  così  pro- 
seguendo la  lingua  e  le  lettere 
latine  giunsero  al  sommo  apice  del- 
la gloria. 

Carlo  Magno  divenuto  nell'Soo, 
per  dichiarazione  del  Pontefice  s. 
Leone  III,  imperatore  dell'occiden- 
te, ordinò  che  in  tutti  i  tribunali 
supremi  si  pronunziassero  le  sen- 
tenze e  i  decreti  in  latino ,  e  che 
i  notari  in  questa  lingua  stendes- 
sero tutti  i  loro  alti.  Questo  uso 
durò  hingo  tempo  in  una  gran 
parte  di  Europa,  e  generalmente 
fu  adottato  in  Italia.  In  Francia 
non  fu  abolito  l' uso  della  lingua 
latina,  se  non  che  da  Francesco  I, 
il  quale  nel  iSSg  ordinò  che  tutte 
le  sentenze  sarebbero  da  quelT  e- 
poca  in  avanti  pronunziate ,  regi- 
strale e  trasmesse  alle  parti  nella 
lingua  materna  francese,  e  non  al- 
trimenti ,  e  ciò  per  evitare  i  litigi 
che  nascevano  suU'  intelligenza  dei 
vocaboli  latini.  In  Italia,  nella  Ger- 
mania, in  Ungheria,  in  Polonia,  ed 
in  altre  regioni  più  incivilite  d'Euro- 
pa, si  continuarono  a  stendere  tutti 
gli  atti  pubblici,  ed  anche  molti  altri 
documenti  in  latino.  Sì  osserva  a 
questo  proposito  che  in  Italia  sin- 
golarmente ,  e  massime  nel  secolo 
XVI,  la  lingua  latina  fu  maggior- 
mente coltivata  che  non  in  qua- 
lunque altra  regione;  che  molti 
libri,  non  solo  relativi  alle  scienze, 
ma  anche  attinenti  alla  domestica 
economia,  alle  arti  ed  agli  usi  più 
comuni  della  vita ,  scritti  furono 
nobilmente  in  latino;  che  in  Italia 
si  ricercarono ,  si  pubblicarono  e 
s' illustrarono  con  ogni  maniera  di 
note  e  di  commenti  gli  autori  clas- 
sici latini  ;  che  finalmente  nel  me- 
desimo secolo  XVI  sursero  in  Ita- 
ha  poeti  latini  di  grandissimo   no- 


LAZ  245^ 

me,  che  produssero  opere    immor- 
tali. La  hngua  latina  è  formata  in 
parte  sul  modello  della  greca,  e  di 
molti  termini    che    sovente    hanno 
origine  ed  etimologia  greca.  Gene- 
ralmente parlando  la  lingua  latina, 
maggiormente    tendendo    alla    con- 
cisione, che  non    la  greca,   si  per- 
mette un  maggior  numero  di  ellis- 
si.   La  lingua  latina  piena  di  bel- 
lezze, è    grave,    energica,    sapiente, 
concettosa ,  dolce ,   armoniosa  e  di 
tal  indole  che  l'arte  lapidaria  ebbe 
origine    tra    i    latini.    Essa    perciò 
giunse  tra  essi  al    più    alto   grado 
di  splendore,  perchè  le  lingue  mo- 
derne   non  si  prestano  egualmente 
al    componimento    delle    Iscrizioni 
(Vedi) j  e  perchè,  generalmente  par- 
lando, deljbesi    ricorrere    al    latino 
per  produrre  in  quel  genere    lapi- 
dario   componimenti    eccellenti    di 
buon    gusto.    Il   celebre    Morcelli , 
come  pur  notammo  al  citato   arti- 
colo ,    ha    trattato    magistralmente 
questo  argomento,  e  nella  sua  ope- 
ra classica.  Sullo  stile  delle  antiche 
iscrizioni  ^  ha  fondato  le  sue  osser- 
vazioni, e  stabiliti    i    suoi    precetti 
sugli  antichi  latini    esemplari.    No- 
teremo, che    il  celebre    d.  Filippo 
Schiassi    fece    il    Lexicon    epigra- 
phicuni  Morcellianum,  estratto  dalle 
opere  di  Morcelli.    Da  questo  Z-e- 
xicon    il  eh.  Michele    Ferrucci    ci 
diede:  Excerpta  e  lexìco    epigra- 
phico    Morcelliano    vocibus   italicis 
in  usimi  tironuni  digesta,  Bononiae 
i83o.  Da  ultimo  poi,  il  eh.  d.  Ar- 
cangelo   Gamberini     p.ubblicò     in 
Bologna  nel   i844  "^   P'^    como- 
do; Lexicon    epigraphicuni    Mor- 
cellianum vocibus  italicis  digestuni. 
Non  possiamo  qui  non  far  menzio- 
ne del  tanto  utile  e    celeberrimo: 
Totius  latinitatis   Lexicon    Consilio 
et  cura  Jacobi  Facciolati,  opera  et 


^46  LAZ 

studio  Aegidii  Forcellini  seminarìi 
patavini  alumni  lucubralum,  in  hac 
tertia  editione  auctum  et  emenda-^ 
tum  a  Josepho  Furlanetto  alumno 
ejusdem  seminarìi ,  Patavii  typis 
Seminarii  1827.  Degno  è  di  os- 
servazione che  di  ninna  voce  for- 
marono gì*  italiani  tanti  vocabo- 
li, quanto  di  quella  d\  latino  y  e 
quindi  dissero  lati  naie  o  latiniz- 
zare il  parlare  o  lo  scrivere  in  la- 
tino; latinamente,  latinismo  e  la- 
tinità r  idiotismo  latino  ;  latinante, 
latinista,  latinizzante  e  latinizzato- 
re  chiunque  parlava  o  scriveva  in 
latino,  e  quindi  gli  avverbi  latina- 
mente, latinissimamente,  latino,  ec, 
il  che  mostra  apertamente  in  qual 
conto  ed  importanza  sia  sempre 
stala  tenuta  giustamente  in  Italia 
la  sublime  lingua  del  Lazio.  Il 
Sarnelli  nelle  Lett.  eccl.  tom.  IX, 
pag.  i3i,  n.  6,  avverte  che  la  la- 
tinità del  buon  secolo  è  lodevole  , 
ma  non  la  frase  gentilesca. 

L'uso  costantemente  tenuto  dal- 
la Chiesa  occidentale  di  celebrare 
i  divini  uffizi  in  lingua  latina,  sen- 
za far  conto  del  vantaggio  recato 
alla  società  nei  secoli  barbari,  spe- 
cialmente colla  conservazione  e  fo- 
mento delle  umane  lettere,  si  può 
con  franchezza  asserire  essere  pie- 
namente conforme  alla  pratica  della 
Chiesa  primitiva,  ed  il  più  giusto 
e  il  più  adattato  all'esercizio  del 
culto  esterno.  Il  rimuoverlo  sareb- 
be, siccome  è  stato  solennemente 
definito  dalla  Chiesa,  un  perturba- 
re l'ordine  prescritto  nella  celebra- 
zione de'  sacri  misteri,  ed  un  ca- 
gionare rilevantissimi  mali  nel  cri- 
stianesimo. Si  conviene  che  al  tem- 
po degli  apostoli  ne|le  sacre  adu- 
nanze cristiane  si  usava  il  greco,  o 
il  siriaco,  o  il  latino  idioma,  e  ac- 
comodandosi  anche   al    sentimento 


LAZ 

di  quelli    che    sostengono   che    gli 
apostoli  celebrassero    gli    uffizi    di- 
vini col  linguaggio  del  paese  in  cui 
si  trovavano,  ^  certo  che  nella  Chie- 
sa occidentale  da  essi  si    fece    uso 
del  latino  eh'  era  allora  a  tutti  co- 
mune, e  che  cessato  di  essere    co- 
mune, non  si  fece  mai  cangiamen- 
to nella    sacra   liturgia.    F,    Bene- 
detto XIV,  De  sacrif.  Mìssae   lib. 
Il,  cap.  II,  n.  3  e  5.  Ecco  1'  anti- 
chità  rispettabile    dell'  uso    di    cui 
ora  sì  parla,  ed  ecco    perchè    non 
è  punto  vero  che  sia    stato*  intro- 
dotto a  capriccio  dalla  Chiesa  ro- 
mana. Egli    è    un    bisogno  per  la 
società  universale  de'  fedeli  l'avere 
universale  il  linguaggio  nell'eserci- 
zio del  culto,    onde    i    membri  di 
questa  società  da  una  parte  all'al- 
tra del  mondo,  anche   nell'  idioma 
con  cui  pubblicamente  si  loda  Id- 
dio,   trovino    un    segno    di    quella 
unità    cui    appartengono;     onde    i 
dommi    e    gl'insegnamenti    morali 
che  si  ricordano  nei    libri    santi  e 
nelle  pubbliche  preghiere,    e    spe- 
cialmente le  forme  essenziali  per  i 
ss.  Sacramenti,  mediante    una  lin- 
gua morta  cui  non   seguono    can- 
giamenti,   men    facilmente   vadano 
soggette  a  variazione  di    espressio- 
ne, la  quale  potrebbe    portare    un 
cangiamento    nella     sostanza,  onde 
nelle    stesse    pubbliche    preci    non 
s' introduca  giammai  alcun    che  di 
superstizioso  e  di  disconveniente.  Il 
non  valersi  dell'  idioma  volgare  nel- 
le sacre    funzioni    è    assolutamente 
richiesto  dalla  dignità  con  la  quale 
esse  debbono  essere  da  noi  esegui- 
te: una   lingua  dotta,   inlesa    solo 
dagli  uomini  istruiti,  ispira  sempre 
più  rispetto,  che  il  linguaggio  po- 
polare.   Ma    di    questo  argomento 
meglio  se  ne  tratta  all'articolo  Lin- 
gua. 


LA2 

Sul  Lazio  si  possono  consultare 
i  seguenti  autori.  Atanasio  Kircher 
gesuita,  Latium,  idest  nova  et  pa- 
rateila  Latii  tum  veteris^  tuni  nO' 
vi  descriptioj  con  figure,    Amstelo- 
dami    167  I.  Raffaele  Fabretti,  Dis- 
sertazione sopra    il    vero    sito  del- 
l'antico Lazioy  contro  il  p.  Kìrche- 
rio.   Sta  nelle  Dissertazioni  delVaC' 
cademia  di  Cortona,  t.  III.  Pietro 
Marcellino  Corradini,  originario  di 
Cori,  nato  in  Sezze,    poi    cardina- 
le ,     Fetus    Laliuni    profanum  j 
et  sacrum.    Tomo  1  in  quo  agitiir 
de    Lalio    gentili  ^  Romae     1704. 
Tomo    II,    de    Lalio    gentili ,    et 
signanter  de    Setinis    et    Circensi- 
husj    con    figure,    Romae     1705. 
Non  potendo  questo    valente  scrit- 
tore pe*  suoi    luminosi    impieghi    e 
dignità  cardinalizia  dar  compimen* 
to  all'opera  intrapresa  ,  perciò  pre- 
gò il  p.  generale  de^  gesuiti  a  vo- 
ler egli  deputare  uno  de'  suoi    re- 
ligiosi ,    che    colla    scorta    de'  suoi 
scritti  conducesse  al  termine    bra- 
mato il  lavoro.  Fu  di  fatti  affida- 
to l'incarico  all'erudita    penna  del 
p.  Giuseppe  Rocco    Volpi    gesuita, 
il  quale  certamente  lo  condusse  al 
desiderato  fine,  per  quella  parte  che 
risguarda  soltanto  la  storia    profa- 
na, con  gloria  del   suo  nome.  Ec- 
co l'opera    del  p.    Volpi,    dedicata 
allo  stesso  cardinal  Corradini,    cui 
si  dichiarò  obbligato  pei  molti  ma- 
teriali da  lui  ricevuti.   Vetus    La- 
tium  profanum.   Tomo  III  in  quo 
agilur    de    Antiatihus    et  Norha- 
nis,    Patavii     1726.     Tomo    IF  ^ 
de  Velliternis  et    Coranis,    Ibidem 
1727.   Tomo   V,   de  Lanuvinis    et 
Ardeatibus^    Ibidem    1732.    Tomo 
Vii  de  Laurentibus  et  Ostiensibus, 
Ibidem   1734.   Tomo  ni,  de   Al- 
hanis    et   Aricinis,    Ibidem    1736. 
Tomo  Pili,  de  Tusculanis  et  Al^ 


LAZ  %\7 

gidensibus 3  "Romae  1742.  Tomo  IX , 
de  Praenestinis  et  Gabinis,   Ibidem 
1743.  Tomo  Xy  de  Tiburtibus  seu 
TiburtinibuSy  par.  I,  Ibidem  1745'. 
Tomo  Xy    par.  II,    Ibidem    i745>, 
tutti  con   figure.    L'  erudizione    di 
questo    corpo    di     storia    antiqua- 
ria è   abbondantissima,    la    lingua 
latina    propria    e    pulita,    la    cro<* 
nologia,  l'istoria,  la  favola,  la  geo* 
grafia  e    topografia,    la   genealogia 
delle  antiche  latine    e    romane   fa- 
miglie moltissimo  illustrata.  Ivi    si 
riportano  e   spiegano  medaglie  an- 
tiche,   lapidi    antiche,    riti    antichi, 
le  loro  origini,  e  luttociò  che  for- 
ma la  gloria  del  Lazio,  a  vantag- 
gio degli  studiosi  delle  sue  memorie. 
Ottavio  Liguoro,  Ristretto    istorico 
deW origine  degli  abitanti  dellaCam" 
pagna  di  Roma,  e  de'  suoi  re,  con." 
soli  e  dittatori,  Roma    i753,    ri- 
prodotta con    notizie    e    correzioni 
dal  p.  Nicolò  Galeotti.  Filippo  Lui- 
gi Gilius,  Agri  romani  historia  na- 
turalisy  sive  methodica  synopsis  na* 
turalium    rerum    in  Agro   romano 
existentium,  "Romae  1781.  Pier  Ma- 
ria Cermelli,   Carte  corografiche ,  e 
memorie    riguardanti   le   miniere  e 
fossili  per  servire   alla  storia    na- 
turale  della  provincia    del    Patri- 
monio, Sabina,    Lazio,   Marittima 
e  Campagna,  e  dell'Agro  romano, 
Napoli    1782  con  figure. 

F.  Leandro  Alberti  bolognese 
nella  Descrizione  di  tutta  Italia, 
pone  il  Lazio  o  Campagna  di  Ro- 
ma nella  quarta  regione  d'Italia; 
divide  quindi  il  Lazio  in  tre  parti  : 
1.°  Latium  Roma,  o  Campagna  di 
Roma.  II."  Latium  Littorale,  o 
Campagna  di  Roma  lungo  la  ma- 
rina. III."  Latium  Mediterraneum, 
o  Campagna  di  Roma  fra  terra, 
contenente  gli  ernici,  gli  equicoli,  i 
marsi   ed  i  gabii.  Nella  prima  parn 


a48                  LAZ  LAZ 

te,  Latium  Roma  o  Campagna  di  mare,  come  Ostia,  Anzo^  Ardea, 
Homa,  l'Alberti  narra  come  Satur-  Lavinio,  Laurento,  Astura,  Pontia, 
no  o  Sabbatio  Saga  fuggendo  le  Longola,  Gaeta,  Fondi,  Mamurri, 
persecuzioni  di  Giove  Belo  re  di  Formia,  Minturno,  ec.  Nella  terza 
Babilonia  che  voleva  ucciderlo,  pas-  parte  1'  Alberti  descrive  i  luoghi 
so  in  Italia  ove  fu  lietamente  ac-  del  Latium  Mediterraneum  o  Cam- 
coìto  da  Giano,  che  chiama  suo  pagna  di  Roma  fra  terra,  come 
padre,  il  quale  lo  dichiarò  Corito  Velletri,  Cori,  Sezze,  Piperno,  Al- 
e  principe  sopra  gli  aborigeni  e  ba-Longa  e  suoi  re,  Aricia  o  Piic- 
sopra  il  paese  che  da  Saturno  pre-  eia,  Lanuvio,  Algidum,  ec.  Negli 
se  il  nome  di  Lazio,  cui  secondo  ernici  Anagni,  Ferentino,  Frosino- 
Strabone  e  Plinio  gli  dà  questi  ne,  Veroli,  Segni,  Tivoli,  ec.  Negli 
termini,  cioè  al  Lazio  antico:  il  equicoli  pone  Palestrina,  Tusculo 
Tevere,  i  monti  Circei,  il  Gariglia-  e  diversi  luoghi  ;  nei  marsi  Mar- 
no, la  Campania  Felice  o  Terra  ruvio,  Valeria,  ed  altri  luoghi; 
di  Lavoro.  Abitarono  il  Lazio  an-  nei  gabii  Gabio  ed  altri  luoghi, 
tico  gli  aborigeni,  arcadi,  pelasgi,  Finalmente  enumera  l'Alberti  tut- 
ardeati,  siculi,  aurunci,  rutuli,  voi-  ti  i  popoli  latini  e  tutte  le  città 
sci,  osci  ed  ausonii.  Ne  descrive  le  latine,  e  quelle  che  dipendettero 
cittàj  la    loro    origine  e  quella  di  dai  latini. 

B-oma  e  le  sue  parti,  regioni,  por-  LAZZARETTO  ,   Xenodochiumy 

te,  edilìzi,   e  da  chi     fu  governata  Nosocomium  suburbicanum.  Edilizio 

l'alma  città  nelle    sei    sue  età  che  pubblico  in  forma  di  ospedale  per 

chiama  di  argento,  enea  o  di  bron-  ricoverare  i  poveri    e    gli  appesta- 

20,  di  stagno,  di  ferro,  di   piombo  li.  E  pure  destinato    a  ricevere  in 

e  d'oro.  La    prima    età    d'argento  quarantena  coloro  che    vengono  da 

da  Camese    ad    Espero  durò  anni  luoghi  sospetti     di    peste.    Quando 

43o,    nel     qual    tempo    l'Italia  fu  nei  passati   secoli  la   lebbra  infesta- 

divisa  in  due    imperii,    di  Elruria  va    quasi  tutti  i    paesi    d'  Europa, 

e  del  Lazio.    La  seconda  età  enea  fu  costume  de'  fedeli,  sì  per  moti- 

o  di  bronzo  incomincia  da  Roma,  to  di  carità  che  per  buon  politico 

che    edificò  Roma,  sino    a  Fauno  governo,    di     formare     spedali    pei 

giuniore,  e   comprende    anni   4^4*  lebbrosi,    affinchè    quegl'infelici  vi- 

La  terza  età  di  stagno  principia  da  vesserò    affatto    separati    dai    sani; 

Enea  e  finisce  in  Numitore,  avente  e  vivendo  ivi  uniti  formavano  una 

un  periodo  d'anni  4^7*  L^  quarta  specie    di    società.     Da  qui  ebbero 

età  di    ferro,    da    Romolo  a  Tar-  origine  i    lazzaretti,     così  chiamati 

qninio     il    Superbo,    durando   anni  da  s.   Lazzaro  protettore   di  quegli 

24o-   La  quinta  età    di  piombo,  fu  infelici  ;   perchè  tali  ospedali  furono 

così  detta  per  la    gravità  de'consoli  prima      istituiti     pei     lebbrosi  ,     e 

che  governarono  la  repubblica  sino  poscia  servirono  agli  appestati.  Non 

ad  Augusto,  e  durò  anni  5 io.  La  potevano   i  lebbrosi  né   entrare,  né 

sesta  età  dell'  aureo    secolo  comin-  abitare    in    città,    affinchè  non  in- 

ciò  colla     nascita    di    Gesù  Cristo,  fettassero  i  sani  ;  ed    è  perciò  che 

Nella  seconda     parte     l'Alberti  de-  fu  loro  concesso  il     proprio  parro- 

scrive  i  luoghi  del  Latium  Littorale  co;  che    se    abbisognando    di  pane 

O    Campagna    di    Roma    lungo  il  ev^no  forzati  a    mendicare,  qua  si 


i 


LAZ  LAZ  a49 

accostavano    ad    alcun     sano,    ma  la    sua    gloria.    Quando   giunse    a 

con  un  certo  legno  che    faceva  ru-  Betania,  Lazzaro  giaceva  da  quat- 

more ,  rappresentavano  da  lunge  la  tro    di    nel    sepolcro  :    nondimeno 

loro  necessità.  I  re    stessi  ammala-  resuscitollo.  Commosso    dal    dolore 

ti  di     lebbra,    erano    portati   fuori  di  Marta  e  Maddalena  e  da  quello 

del  loro  palazzo,    esclusi    dalla  so-  del  gran  numero   degli   ebrei    che 

cietà  e  privati    del     governo  ;  cosi  eransi  portati  da  loro  per  confor- 

fu    di  Osia    re    di    Giuda,  colpito  tarle,  volle  mostrare  di  essere  uo- 

da  questo     male,"  per    aver  voluto  mo    con   turbarsene    e    lacrimare, 

mettere  mano  all'incensiere.   I  leb-  Portatosi  il  Salvatore  alla    tomba, 

brosi  erano  in  passato  frequentissi-  comandò  che   si  levasse    il    coper- 

mi  in  Europa  a  cagione  del  com-  chio,  e  dopo  aver  rivolto    un'ora- 

mercio  cogli  ebrei,  e  per     i  viaggi  zione  al    suo   divino    Padre,    alto 

che  al  tempo    delle    crociate  face-  gridò:  Lazzaro  esci  fuori  j    e    to- 

vansi  sovente  in    Palestina,   ed  al-  sto  Lazzaro  rizzossi   colle    mani    e 

tre  Provincie  d' oriente,    sede  prò-  coi  piedi    legati    da  fasce    e    colla 

pria  di  questo    deforme  e  schifoso  testa  avvolta  in  un  sudario.    Gesù 

morbo,  specie  di  scabbia  in  sommo  comandò  di  slegarlo  e  lasciarlo  an- 

grado,    che    fa    bruttissima  crosta  dare.    Parecchi     degli     ebrei,    che 

sulla  pelle.  con     Marta    e    con     Maria    furo- 

LAZZARISTL.  Istituto  o  con-  no  testimoni  di  si  luminoso  mi- 
gregazione  di  preti  missionari,  co-  racolo,  credettero  in  Gesù  Cri- 
nosciuti  a  Parigi  sotto  quel  nome,  sto  e  si  posero  fra'suoi  discepoli; 
perchè  il  principale  stabilimento  i  principi  de'  sacerdoti  e  i  farisei 
era  in  addietro  un  priorato  sotto  all'incontro  disegnarono  farlo  mo- 
il  titolo  di  s.  Lazzaro.  La  congre-  rire.  Poco  dopo^  e  sei  giorni  pri- 
gazione  composta  di  chierici  seco-  ma  della  Pasqua,  Gesù  Cristo  ri- 
lari fu  fondata  nel  1625,  da  s.  tornò  a  Betania,  dove  Lazzaro,  da 
Vincenzo  de  Paolis,  sotto  la  prò-  lui  risuscitato,  mangiò  con  esso  ia 
tezione  d'una  privata  famiglia.  Ma  casa  di  Simone  il  Lebbroso.  Ciò 
di  questa  illustre  e  benemerita  diede  nuovo  motivo  di  dispetto  ai 
congregazione  di  missionari,  ne  principi  de'sacerdoti,  che  risolvet- 
tratlerèmo  all'  articolo  Missione  tero  di  far  morire  anche  Lazzaro, 
(f^edi).  perchè  molti  ebrei  seguivano  Gesù 

LAZZARO  (s.),  fratello  di  s.  Cristo  per  di  lui  causa.  Non  pare 
Alarla  e  di  s.  Maria  Maddalena  tuttavia  che  essi  abbiano  eseguito 
(Fedi).  Dimorava  a  Betania,  pres-  il  loro  perfido  disegno  contro  Laz- 
so  Gerusalemme,  ed  era  amico  zaro;  e  la  Scrittura  non  fa  più 
particolare  di  Gesù  Cristo.  Essen-  menzione  di  lui.  i  provenzali  pre- 
do caduto  malato,  le  sorelle  ne  tendono,  giusta  una  tradizione  po- 
avvertirono  il  Salvatore,  ch'era  al-  polare,  che  Lazzaro  e  le  sue  due 
lora  nella  Galilea,  facendogli  dire  sorelle,  essendo  scacciati  dai  giudei 
che  quello  ch'egli  amava  era  am-  dopo  l'ascensione  del  Salvatore,  si 
malato.  Gesù  Cristo  tardò  qual-  rifugiassero  a  Marsiglia,  e  vi  fon- 
che  giorno  a  recarsi  da  esse ,  per  dassero  una  chiesa  ;  ed  aggiungono 
provare  la  loro  virtù  e  per  ma-  che  s.  Lazzaro  ne  fu  il  primo  ve- 
iiifestare    con     maggior    splendore  scovo.  S.  Epifanio  dice  che  la  tra- 


a5o                  LAZ  LAZ 

dizione    riferiva    che  Lazzaro  avea     assìsleTiza  de*poveri    lebbrosi  negli 
trentanni    quando    fu    resuscitato,     ospedali    destinali    a    riceverli,    si 
e    che    ne  visse    poi  altrettanti.  1  sparsero  per  la  Palestina  ed   ebbe- 
greci  dicono  ch'egli    morì  a  Citia,  ro  il  nome  di  ospitalieri.  Il  perchè 
città    di    Cipro,    dove  vedevasi  la  furono  spesso  confusi  con  quelli  di 
sua    tomba    presso    le  mura    della  s.     Giovanni    di    Gerusalemme,  al 
città;  e  che    l'imperatore  Leone  il  pari  de'quali  avevano    un  ospedale 
Sapiente  fece     da  colà    trasportare  in  quella  metropoli,  che  dai   sara- 
il  corpo  stesso  ch'era    rinchiuso  in  ceni  disfatto,  risoi'se  quindi  per  la 
un  sepolcro  di  marmo,    per  collo-  pietà  de'  crociati.    Non  ammetten- 
carlo  in  una  chiesa  di  Costantino-  do  i  critici    ordini     equestri  avanti 
poli,    eh'  egli  avea    fatto  innalzare  l'epoca    delle    crociate,    pare     che, 
in    suo    onore  verso    l'anno    890.  concordino  nell'asserire    che  il  no- 
Ma    questa    opinione    non  sembra  minato  ordine  fu  diverso  da  quel- 
essere  sorta  che  dopo    il  secolo  di  lo  di  cui  andiamo  a  parlare,  e  che 
s.  Epifanio  metropolitano  dell'isola  l'ordine  militare    ed   equestre  di  s. 
di    Cipro,    il    quale    non  avrebbe  Lazzaro   incominciò    ad    esistere  in 
mancato  di  parlarne  se  l'avesse  co-  Gerusalemme    verso    l'anno    11 19, 
nosciuta.    La    chiesa    di  Marsiglia,  fra  i  cristiani    d'occidente  divenuti 
che  si  reca  a  gloria  di  avere  avu-  padroni  della    Palestina;  indi    pre- 
to  s.  Lazzaro    per    suo  primo  ve-  sero  le    armi    in    difesa  de'principi 
scovo,  si  vanta  di    averne  il  capo  ;  cristiani  e  de'  pellegrini,  senza  tras- 
e  la  chiesa  di    Autun,  a  lui  dedi-  curare     1'  assistenza    agl'infermi  di 
cata,  pretende  di  avere  il  rimanen-  lebbra.     Pei  loro    segnalati    servigi 
te  delle  sue  reliquie.    I  greci  ed  i  goderono  la  protezione  di  Baldovi- 
latini    celebrano    molte    feste  di  s.  no  II  re  di  Gerusalemme    e  degli 
Lazzaro,  e  vari    martirologi  parla-  altri  principi  di  Terrasanta.    Anti- 
tio  di  lui  ai   17    dicembre:    è  an-  camente  non  solo  si    ricevevano  in 
che    onorato,    insieme   alle  sorelle  questo    ordine    cavalieri    lebbrosi  , 
Marta  e  Maria,  a' 29  di  luglio.  ad  oggetto    di    curare    coloro  che 
LAZZARO  (s.),  Ordine  equestre,  di  un  tal  malore  erano  tocchi,  ma 
Alcuni    autori    hanno   preteso  che  ciò  che  più    merita    considerazione 
l'ordine  de'  cavalieri    di  s.  Lazzaro  non    si    poteva    eleggere    il    gran 
di  Gerusalemme    abbia    avuto  ori-  maestro,  se  non  che   fra  i  cavalie- 
gine    dall'  ospedale    magnifico  che  ri  lebbrosi  dell'  ospedale    di  Geru- 
per  gl'infermi  d'ogni   sorta,  e  spe-  salerame.  Laonde  allorché  nel   i253 
cialmente    pei    lebbrosi,    fondò    s.  furono  essi  obbligati    a  partire  da 
Basilio  Magno  in  un   borgo  di  Ce-  quella  città,  supplicarono  Innocenzo 
sarea  verso  l'anno  870,  di  cui  par-  IV  acciocché  tanto    per  questa  ra- 
lando    s.    Gregorio    Nazianzeno  lo  gione,    quanto    perché   1'  infermità 
paragonò  in  ampiezza  ad  una  città,  della  lebbra  avea  cessato  di  afflig- 
cioé  neir  orat.  20  de  laudib.   Ba^  gere    1*  umanità,    concedesse    loro 
sii.  Si  disse  ancora  che  questo  or-  che    potessero    eleggersi    un    capo 
dine    sotto  il  titolo    di  s.  Lazzaro  non  infetto  da    quella     malattia,  e 
fosse    approvato    dal  Papa  s.  Da-  furono  esauditi.  11    Pontefice  Ales- 
maso  I,  e  ch'esercitandosi    i  cava-  Sandro    IV  confermò   1'  ordine  dei 
lieri    caritatevolmente    alla  cura  e  cavalieri  dell'  ospedale    de'  lebbrosi 


LÀZ 

di  s.  Lazzaro  dì  Gerusalemme,  che 
già  aveva  approvato  lo  zio  Gre- 
gorio IX,  sotto  la  regola  di  s.  A- 
gostino,  con  bolla  data  in  Napoli 
agli   1 1  aprile   i255,  ìndi  nel  1257 

10  pose  sotto  la  protezione  delia 
santa  Sede,  e  confermò  ai  cavalie- 
ri le    donazioni    fatte  da  Federico 

11  nella  Sicilia,  in  Puglia,  nella 
Calabria,  ed  altrove.  Discacciati  ì 
crociati  e  i  cavalieri  di  s.  Lazzaro 
dalla  Palestina,  dai  potenti  sara- 
ceni, i  cavalieri  seguitarono  il  re 
di  Francia  s.  Luigi  IX,  che  ad 
esempio  de'suoi  predecessori  li  pre- 
se sotto  il  suo  patrocinio,  e  lì  po- 
se al  governo  dei  molti  ospedali 
del  suo  regno,  per  cui  il  capo 
dell'ordine  fissò  la  sua  residenza  a 
Boigny  presso  Orleans,  terra  che 
vuoisi  donata  all'  ordine  sino  dal 
li 54  dal  re  Luigi  VII,  da  dove 
esercitava  ampia  giurisdizione.  Nel 
1479  seguì  l'unione  dell'ordine  di 
8.  Lazzaro,  detto  allora  di  Betlem- 
me e  di  Nazareth,  ciò  che  con- 
fermò Innocenzo  Vili  nel  1490» 
all'  ordine  Gerosolimitano  (Fedi). 
Tuttavolta  in  Fi-ancia  restò  il  gran 
maestro  di  s.  Lazzaro,  perchè  i 
cavalieri  avendo  ricorso  al  parla- 
mento, fu  decretato  che  1*  ordine 
sussisterebbe  nel  reame  separato 
come  prima. 

Nel  i565  Pio  IV,  ai  4  ™agg'o> 
colla  costituzione  Inter  assiduas, 
presso  il  Bull.  Roni.  t.  IV,  par.  II, 
p.  21 5,  e  coir  industria  di  Gian- 
notto Castiglioni  suo  parente,  re- 
staurò, amplificò,  e  colmò  di  gra- 
zie r  ordine  di  s.  Lazzaro  in  Ita- 
lia, enumerando  in  delta  costitu- 
zione le  grazie  e  i  privilegi  con- 
cessi all'  ordine  da  altri  Pontefici, 
e  lo  Spondano  ne  tratta  a  detto 
anno,  n.  16,  17.  Inoltre  Pio  IV  ne 
dichiarò    gran    maestro    lo    slesso 


LAZ  a5i 

Giannotto.  Sembra  che  nel  ponti- 
ficato del  successore  s.  Pio  V,  a 
cagione  dell'ordine  gerosolimilano 
che  ne  possedeva  parte  de' beni, 
r  ordine  di  s.  Lazzaro  soffrisse  qual- 
che vicenda.  Ma  Gregorio  XIII 
avendo  nel  1572  approvato  ad 
Emmanuele  Filiberto  duca  di  Sa- 
voia l'ordine  di  s.  Maurizio  (  Fe^ 
di  ),  col  consenso  del  gran  maestro 
Giannotto  lo  uni  a  quello  di  s. 
Lazzaro,  e  dopo  la  morte  di  Gian- 
notto dichiarò  il  duca  ed  i  suoi 
successori  gran  maestri  d'ambedue. 
Indi  nel  i575,  a'i5  ottobre,  colla 
costituzione  Pro  Apostolica  servi- 
tutis  onere f  loco  citato  t.  IV  ,  par- 
te IV,  p.  Ili,  confermò  gli  antichi 
privilegi  dell'  ordine  dì  s.  Lazzaro. 

I  cavalieri  di  s.  Lazzaro  facevano 
i  voti  solenni,  ed  oltre  ai  secolari 
ve  n'erano  ancora  de'religiosi  spar- 
si in  diverse  parti  d'Europa,  ed 
in  ispecie  nella  Svizzera,  ove  pure 
vi  fu  un    monastero    di    monache. 

II  loro  distintivo  era  una  croce 
verde  posta  sopra  d' una  soprav- 
veste bianca  ;  la  qual  croce  nel  pon- 
tificato dì  Leone  X  fu  resa  simile 
nella  forma  a  quella  dell'  ordine 
di  Malta  o  gerosolimitano,  cioè 
con  otto  punte,  conservando  il  suo 
primitivo  colore.  Indi  nel  16 19  il 
duca  di  Savoia  ordinò  che  la  cro- 
ce dell'  ordine  de'  ss.  Maurizio  e 
Lazzaro  fosse  bianca  e  pomata  nel- 
le estremità,  con  bande  verdi  ai 
quattro  angoH,  per  memoria  del- 
l' ordine  di  s.  Lazzaro.  Il  p.  Bo- 
nanni  nel  Catalogo  degli  ordini  re- 
ligiosi ed  equestri,  a  p.  LXV  parla 
del  cavaliere  dì  s.  Lazzaro,  e  ne 
riporta  la  figura. 

Il  memorato  cambiamento  ope- 
rato nell'ordine  di  s.  Lazzaro  non 
ebbe  luogo  in  Francia,  ove  Emaro 
o  Aimaro  di  Charlres  dello  il  Cu- 


a52  LAZ 

*to,  cavaliere  gerosolimitano,  conce- 
pì il  disegno  d' ivi  farlo  rifiorire, 
essendo  gran  maestro  del  medesimo 
nel  regno;  ma  la  morte  gì' impe- 
dì di  portare  a  compimento  il  suo 
divisamento.  Filiberto  Nerretano  o 
di  Nerestang,  gentiluomo  di  rare 
■virtù  e  capitano  delle  guardie  del 
corpo,  gli  succedette  in  questo  di- 
segno, ed  aiutato  dai  consigli  del 
p.  Pietro  della  Madre  di  Dio  car- 
melitano scalzo,  e  predicatore  del 
Pontefice,  impiegò  sì  felicemente 
il  suo  potere  presso  il  re  Enri- 
co IV,  che  questo  monarca  nel 
1608  lo  fece  gran  maestro.  Otten- 
ne egli  dal  Papa  Paolo  V  una 
bolla  di  unione  all'ordine  militare 
ed  equestre  del  Carmelo  o  di  s. 
Maria  del  Carmine  (Vedi)  coi 
medesimi  privilegi  dell'  ordine  di 
s.  Lazzaro  di  Savoia,  ed  indipen- 
dente dal  gerosolimitano.  Il  gran 
maestro  Nerretano  fissò  la  sua  re- 
sidenza in  Parigi,  nel  monastero  di 
s.  Lazzaro,  già  de'canonici  regolari 
di  s.  Agostino,  e  colie  medesime 
cerimonie  dell'  ordine  gerosolimita- 
no ascrisse  molti  cavalieri  all'  or- 
dine, cui  ricuperò  i  beni  che  pri- 
ma possedeva.  Tra  le  prerogative 
che  godevano  i  cavalieri,  potevano 
ammogliarsi  e  godere  benefizi  conci- 
storiali. Luigi  XIV  fece  rifiorirel'or- 
dine,  ed  il  duca  d'Orleans  un  tempo 
ne  fu  gran  maestro,  come  ancora 
altri  principi  reali.  I  cavalieri  por- 
tavano sul  petto  e  sul  manto  per 
insegna  una  croce  ad  otto  raggi, 
simile  a  quella  de' cavalieri  gero- 
solimitani, da  una  parte  di  smal- 
to colore  di  amaranto  o  violaceo, 
coir  immagine  della  Beata  Vergine 
nel  mezzo,  e  dall'altra  di  color  ver- 
de con  quella  di  s.  Lazzaro.  Cia- 
scun raggio  della  croce  avea  la 
punta    d'  oro,  con   un   giglio   pur 


LEA 

d'oro,  stemma  de' Borboni,  in  ciascun 
angolo  della  croce,  che  appendeva- 
no ad  un  nastro  di  colore  ama- 
ranto. L'ordine  in  Francia  si  estin- 
se come  gli  altri,  per  le  fatali  vi- 
cende politiche,  che  desolarono  il 
termine  del  secolo  XVI II,  mentre 
quello  de'  ss.  Maurizio  e  Lazzaro 
è  nel  suo  splendore.  Il  p.  Bonan- 
ni  nel  Catalogo  a  p.  LXVI  parla 
del  cavaliere  di  s.  Lazzaro  e  s. 
Maria  del  monte  Carmelo  in  Fran- 
cia, e  riporta  la  figura  del  gran 
maestro  coli'  abito  solenne.  Una 
storia  compita  dell'  ordine  di  san 
Lazzaro  fu  pubblicata  nel  1774 
da  De  Sibert,  membro  dell'  acca- 
demia reale  delle  iscrizioni  e  belle 
lettere.  V.  il  Code  des  loìx,  sta-- 
tiitSy  et  reglements  royaiix,  mili- 
taires  et  hospitaliers  de  s.  Lazarc 
de  Jérusalem,  et  de  Nótre  Dame 
dii  Mont  Carmela  Paris  1783.  y, 
la  Bullae  antiquorum  privilegioruni 
prò  nonnullos  Rom.  Pont.  Religio- 
ni^ et  Militia  s.  Lazzari  HierosO' 
llniit,  Romae   1567. 

LEA  (s.  ).  Dama  romana,  la 
quale  dopo  la  morte  di  suo  mari- 
to rinunciò  al  mondo,  e  dedicatasi 
interamente  a  Dio,  si  ritirò  in  qa 
monastero  di  Roma,  di  cui  fu  fat- 
ta superiora,  e  vi  governò  molte 
vergini.  Essa  si  diede  alle  più  ri- 
gorose pratiche  di  penitenza,  ap- 
plicandosi continuamente  a  far  sof- 
frire ai  suoi  sensi  delle  pene  in 
opposizione  ai  piaceri  che  aveva  al- 
tre volte  gustati.  Coronò  una  così 
santa  vita  con  una  morte  preziosa 
al  cospetto  del  Signore  nel  384, 
ed  il  suo  corpo  fu  portato  ad  Ostia. 
Trovasi  il  suo  nome  nel  martiro- 
logio romano  sotto  il  giorno  23 
di  marzo,  e  s.  Girolamo  parla  di 
lei  con  lode. 

LEANDRO  (  s.  ),  vescovo  di  Si- 


LEA 

viglia.  Nacque  a  Cartagena  da  no- 
bili parenti,  ed  ebbe  a  fratelli  s. 
Fulgenzio  vescovo  d'Ecija,  e  s. 
Isidoro  che  gli  succedette  nel  vesco- 
vato di  Siviglia;  ebbe  anche  una 
sorella,  per  nome  Fiorentina,  che 
si  cousagrò  a  Dio.  Leandro  entrò 
giovanissimo  in  un  monastero,  dal 
quale  non  uscì  che  per  salire  alla 
sede  vescovile.  11  cangiamento  di 
slato  non  gì' impedì  di  continuare 
a  vivere  fra  le  usate  austerità,  tut- 
toché gli  fosse  commesso  il  gover* 
no  d' un  popolo  numeroso,  e  la 
cura  di  provvedere  ai  bisogni  di 
quasi  tutta  la  chiesa  di  Spagna. 
Egli  profuse  allora  i  tesori  di  sa- 
viezza e  di  dottrina  che  aveva  am- 
massati nella  solitudine  del  chio- 
stro, e  con  gran  zelo  si  accinse  a 
combattere  l'arianesimo  che  da  lun- 
go tempo  contaminava  la  Spagna. 
11  re  Leuvigildo,  sdegnato  per  la 
conversione  del  suo  primogènito 
Ermenegildo,  cacciò  il  santo  vesco- 
vo in  esilio  con  molti  altri  prela- 
ti cattolici  l'anno  586 ,  e  poscia 
condannò  a  morte  il  figliuolo  per 
aver  ricusato  di  ricevere  la  comu- 
nione dalle  mani  d'un  vescovo  a- 
riano.  Pentitosi  del  fatto,  richiamò 
il  santo  vescovo,  e  lo  incaricò  di 
istruire  nella  religione  cattolica  l'al- 
tro suo  figlio  Recaredo ,  il  quale 
poiché  fu  salito  sul  trono  cooperò 
all'  estirpazione  dell'eresia.  S.  Lean- 
dro, non  pago  di  ristabilire  la  ve- 
ra fede,  diedesi  ancora  a  corregge- 
re gli  abusi  e  ad  accrescere  il  fer- 
vore de'fedeli;  quindi  quelle  sagge 
regole  del  concilio  di  Siviglia,  che 
egli  convocò  nel  Sgo,  e  di  cui  fu 
anima  e  capo.  Assistette  eziandio 
al  terzo  concilio  di  Toledo,  il  qua- 
le fiece  ventitre  canoni  per  arresta- 
re il  corso  de'  mali  prodotti  dall'a- 
rianesimo;  applicossi    alla   riforma 


LEB  253 

della  Hturgia  nella  chiesa  di  Spa- 
gna, e  travagliò  nel  rimanente  di 
sua  vita  per  il  bene  della  religio- 
ne. Morì,  secondo  l'opinione  di  mol- 
ti, il  i3  marzo  6oi,  giorno  in  cui 
se  ne  celebra  la  festa  a  Siviglia; 
ma  il  Mabillon  ha  provato  che 
mòri  invece  ai  27  di  febbraio  5g6. 
S..  Leandro  aveva  composte  molte 
opere,  delle  quali  non  ci  resta  che 
la  lettera  a  sua  sorella  Fiorentina, 
appellata  la  sua  Regola  monacale^ 
inserita  nella  Biblioteca  de' padri, 
e  in  cui  trovansi  eccellenti  istru- 
zioni intorno  al  dispregio  del  mon- 
do e  r  esercizio  della  preghiera. 
Havvi  una  sua  arringa  sulla  con- 
versione dei  goti,  da  lui  recitata 
dopo  il  terzo  concilio  di  Toledo, 
in  fine  del  quale  essa  trovasi.  Al- 
cuni gli  attribuiscono  anche  il  ri- 
to mozzarabico.  S.  Leandro  è  uno 
de'  più  celebri  vescovi  d'  occidente 
per  la  sua  dottrina,  pietà  ed  elo- 
quenza. 

LEBEDO,  Lebedus.  Sede  ve- 
scovile della  provincia  ed  esarcato 
d'Asia,  sotto  la  metropoli  d'Efeso, 
eretta  nel  V  secolo.  Ivi  si  celebra- 
vano i  giuochi  in  onore  di  Bacco. 
Vuoisi  situata  a  mezzodì  di  Smir- 
ne nella  Natòlia,  ov'é  ora  il  vil- 
laggio Lebedizi  o  Lebitzi.  Ne  fu- 
rono vescovi,  Ciriaco  che  trovossi 
al  brigantaggio  0  conciliabolo  di 
Efeso,  e  fu  forzato  a  sottoscriver- 
lo; Giuliano  che  fu  rappresentato 
da  Stefano  d'  Efeso  al  concilio  di 
Calcedonia  ;  e  Teofilo  che  interven- 
ne al  VII  concilio  generale.  Orietis 
christ.  t.  I,  p.   725. 

LEBITONE.  Abito  antico  dei 
monaci  e  solitari  d'Egitto  e  della 
Tebaide,  che  consisteva  in  una  tu- 
nica senza  maniche,  quasi  simile 
alla  tunicella  de'diaconi,  ed  al  co- 
lobio  senza  maniche. 


•154  LEC 

LEBWINO  (s.),  detto  TJefwhw 
nella  lingua  diagli  anglo-sassoni  , 
tra' quali  nacque.  Mostrò  di  buon'o- 
ra un  grande  amore  alla  preghie- 
ra, alle  veglie,  alla  mortificazione 
ed  alle  opere  di  misericordia.  Or- 
dinato prete,  passò  nella  bassa  A- 
lemagna  per  entrare  a  parte  delle 
fatiche  di  parecchi  missionari  che 
vi  predicavano  la  fede,  e  fu  inca- 
ricato di  andare  con  Marcellino 
discepolo  di  s.  Willibrordo  ad  an- 
nunziare il  vangelo  nel  paese  ora 
detto  Ower-Yssel.  Ebbe  colà  mol- 
to a  soffrire  per  la  resistenza  de- 
gli idolatri  ;  raa  le  persecuzioni  non 
valsero  ad  allentare  il  suo  zelo,  e 
ne  convertì  un  gran  numero.  Fab- 
bricò una  chiesa  sulla  riva  occi- 
dentale dell'  Yssel,  una  lega  circa 
lontana  da  Deventer,  verso  Tanno 
772,  che  venne  poco  tempo  dopo 
rovinata  dagl'idolatri,  quindi  dai 
cristiani  nuovamente  rifabbricata. 
Egli  finì  la  sua  vita  in  mezzo  alle 
fatiche  apostoliche  ed  alle  austeri- 
tà della  penitenza,  in  sul  declinare 
dell'ottavo  secolo,  e  fu  sepolto  nel- 
la chiesa  di  Deventer,  ove  si  fe- 
cero molti  miracoli  per  la  virtù  che 
Dio  diede  alle  sue  reliquie.  È  ono- 
rato come  patrono  di  Deventer,  e  la 
sua  festa  si  celebra  ai  \i  novem- 
bre, giorno  della  beata  sua  morte. 
Bertulfo  ,  ventesimo  vescovo  d'Utre- 
cht, vi  fondò  una  chiesa  collegiata 
in  onore  del  santo. 

LECCE  {  Lycien  ).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  del  regno  delle 
due  Sicilie,  nella  Terra  d'Otranto, 
illustre  capoluogo  dèlia  provincia. 
Giace  tra  due  mari,  l'Adriatico  ed 
il  Jonio,  in  mezzo  a  ferace  pianu- 
ra, la  quale  si  estende  fino  al  ma- 
re, e  viene  in  tutti  gli  altri  lati 
dalle  ardue  montagne  terminala , 
essendo    quasi    pensile.    Le   turrite 


LEO 
sue  mura  gli  danno  un  aspettò 
imponente,  e  per  l'eleganza  e  re- 
golarità degli  interni  edifizi  gode 
il  primato  fra  tutte  le  città  di  qua 
dal  Faro.  Ha  quattro  porte  ai  punti 
cardinali,  ed  altrettanti  sobborghi 
al  di  fuori,  a  piedi  dell'Apennino. 
Possiede  molte  chiese,  conventi, 
monasteri  e  grandiosi  stabilimenti. 
Maestosa  è  la  cattedrale  edificata 
da  Goffredo,  uno  dei  dodici  figli 
del  sire  di  Altavilla,  nel  secolo  XI f. 
Lecce  ha  il  collegio  reale  da  ulti- 
mo fondato  con  gaio  e  moderno 
teatro.  Evvi  il  tribunale  civile  e  la 
gran  corte  criminale,  oltre  le  pri- 
marie autorità  amministrative.  Non 
manca  d'insigni  monumenti,  tra'i 
quali  si  distingue  un  chiostro  spet- 
tante ad  un  antico  convento  di  do- 
menicani, che  pel  suo  grandioso  a- 
spetto  arresta  subito  l'occhio  del 
viaggiatore.  Le  più  belle  delle  sue 
larghe  e  ben  selciate  contrade,  sono 
una  piazza  pubblica  rimarchevole 
per  la  statua  di  Filippo  li,  ed  un 
vasto  mercato.  Gli  edifizi  sono  so- 
lidi ed  eleganti,  fabbricati  in  tufo, 
pietra  non  men  dura  che  abbon- 
dante in  questo  territorio.  Alcuni 
sono  d'avviso  che  Lecce,  Aletiiimy 
Alestiiim^  Lupine^  o  LyLìa  e  Le- 
thirrij  sia  fabbricata  sulle  rovine 
dell'antica  Lapin j  ma  di  questa 
città  non  ne  rimane  vestigio  alcuno. 
Altri  la  vogliono  fabbricala  dal  crete- 
se Idomeneo,  su  quella  spiaggia  git- 
tato  dalle  procelle,  dopo  la  distru- 
zione di  Troia.  Non  può  contrastarsi 
la  greca  origine  a  Lecce,  dacché  ne 
fanno  fede  le  monete  disotterrate 
con  greca  epigrafe.  Fu  in  questa 
città  che  si  recò  Ottaviano,  allor- 
ché accorse  d'Apollonia,  avendo  in- 
teso r  assassinio  di  Giulio  Cesare 
suo  zio  che  gli  lasciò  per  eredità 
il  mondo.  Tancredi,  uno  de'  discen- 


LEC 

denti  di  Goffredo  suddetto,  vi  nac- 
que; e  Federico  II,    principe   non 
meno  famoso  che  sventurato,  vi  fu 
educato,    e   la    governò    per  molti 
anni.    Dopo    i    greci   ed  i  romani 
dominarono  in    Lecce    i    saraceni  ^ 
quindi  i  principi  normanni,  i  quali 
)a  possedettero  col  titolo  di  contea  ; 
finalmente  passò   nel    dominio    dei 
re  delle  due  Sicilie,  e  diventò  flo- 
ridissima pel  commercio  delle  ric- 
che   produzioni    del    suo   ubertoso 
territorio  e  per   l' industria    mani- 
fatturiera de'  suoi  abitanti,    massi- 
me nelle  seterie,    e    nell'eccellente 
e  rinomato  tabacco  di  Lecce,    che 
somiglia  a  quello  di    Spagna.    Eb- 
be i  suoi  conti  particolari,  per  cui 
ne  suole  portare  il  titolo  un  prin- 
cipe della  famiglia  reale.    Per  ulti- 
mo portò  il  titolo  di  conte  di  Lec- 
ce  il    principe    Antonio    Pasquale, 
nato  nel    1816,  figlio  del  re  Fran- 
cesco I  e  fratello  del  regnante  Fer- 
dinando  II.  E  patria  di  diversi  uo- 
mini illustri,  tra'  quali  nomineremo 
Scipione  Ammirato  celeberrimo  isto- 
rico,  autore  di  molte  opere,  tra  le 
altre    della    storia  di    Firenze,  ove 
morì  nel    1600.  Sulla  vicina  spiag- 
gia del  mare  trovasi  la  torre  di  s. 
Cataldo,  che  quasi  serve  di  porto 
a  Lecce  per  T  esterno  traffico. 

Vi  predicò  il  vangelo  s.  Giusto 
di  Corinto,  discepolo  dell'apostolo 
s.  Paolo,  e  quivi  soffrì  il  martirio 
con  s.  Oronzio,  che  credesi  sia  sta- 
to il  primo  vescovo  di  questa  cit- 
tà, dicendosi  ancora  che  fosse  or- 
dinato dallo  stesso  s.  Paolo.  Com- 
manville  dice  che  Lecce  fu  eretta 
in  sede  vescovile  non  nel  primo 
ma  nel  terzo  secolo,  e  che  nel  se- 
sto si  unì  a  Lecce  la  sede  di  Lu- 
pia  o  S.  Cataldo.  Fu  fatta  Lecce 
suffraganea  della  metropoli  di  O- 
traulo ,  e  lo  è  tuttora.    L' Ughelli 


LEC  1^% 

che  ne  riporta  la  serie  de'  vescovi, 
nel  tom.  IX,  pag.  Qj  àeW  Italia 
sacra,  registra  i  seguenti.  Pel  pri- 
mo nomina  s.  Oronzio  martire;  il 
secondo  fu  il  di  lui  nipote  s.  For- 
tunato nell'anno  68,  ed  ancor  esso 
poco  dopo  patì  il  martirio.  U  ter- 
zo vescovo  fu  Donato  fratello  di  s. 
Cataldo  vescovo  di  Lupia,  che  fiorì 
nell'anno  i63.  Gli  successe  s.  Leu- 
co  o  Leucio  martire.  Quinto  ve- 
scovo fu  s.  Dionisio  martire,  che 
alcuni  vogliono  fosse  lo  stesso  Pa- 
pa s.  Dionisio  eletto  nel  261.  Il 
sesto  s.  Biagio  martire;  il  settimo 
Leuco  II.  Dopo  questo  vescovo  non 
se  ne  conoscono  più  altri  fino  a 
Teodoro  Bonsecolo  di  Lecce,  il 
quale  ne  occupava  la  sede  nel 
loSy.  Gli  successe  Formoso,  il  qua- 
le nel  iii4  aiutato  da  Gofifredo 
principe  normanno  e  conte  di  Lec- 
ce, dalle  fondamenta  incominciò  la 
fabbrica  della  cattedrale,  in  onore 
della  Beata  Vergine  assunta  in  cie- 
lo. Dopo  di  lui  fu  vescovo  Pene- 
trano o  Petureio,  che  nel  1179 
intervenne  al  concilio  generale  La- 
leranense  ITI,  adunato  da  Alessan- 
dro HI.  Nel  1180  lo  divenne  Pie- 
tro Guarini,  sotto  del  quale  Tan- 
credi conte  di  Lecce,  che  dal  11 89 
al  I  1 94  fu  l'e  delle  due  Sicilie , 
eresse  l'abbazia  de'  ss.  Nicola  e  Ca- 
taldo fuori  della  città ,  con  ricca 
dote  pei  monaci  benedettini.  Nei 
1200  divenne  vescovo  della  pa- 
tria Fulco  Bello,  e  nel  12 14  Ro- 
berto Vultorico  pur  di  Lecce,  di 
nobile  famiglia  ;  questi  col  consen- 
so de'  canonici  concesse  la  chiesa 
di  s.  Procopio  a  Pietro  abbate  dei 
ss.  Nicola  e  Cataldo,  ed  essendo  in 
rovina  la  chiesa  cattedrale,  nel 
i23o  dalle  fondamenta  la  riedifi- 
cò. Sotto  di  lui  il  Papa  Innocen- 
zo IV  nel  1246  concesse   la   con- 


:i56  LEC 

tea  di  Lecce  a  Marco  Ziani  figlio 
del  doge  di  Venezia ,  e  nipote  di 
Tancredi.  Tra  i  successori  di  Ro- 
berto nomineremo  soltanto  i  se- 
guenti. M.  Gualterio  raccomanda- 
to dal  capitolo  di  Lecce,  Innocen- 
zo IV  ne  approvò  l' elezione  nel 
1253.  Roberto  de  Noha  nobile  di 
Lecce  del  i3oi,  che  consacrò  la 
chiesa  di  s.  Francesco  de'  frati  mi- 
nori nel  1339.  Clemente  VI  nel 
1348  elesse  Roberto  canonico  e 
cantore  della  cattedrale  di  Lecce, 
che  alcuni  dicono  di  nobile  fami- 
glia di  Lecce,  o  dei  Noha  o  dei 
Guarini;  egli  ricevette  nella  città 
i  monaci  celestini ,  nella  chiesa  e 
monastero  di  s.  Croce,  edificato  nel 
i353  da  Gualtiero  Brienne  duca 
d'Atene  e  conte  di  Lecce.  Nel  i384 
s'intruse  in  questa  cattedra  Nico- 
la, nominato  dall'antipapa  Clemen- 
te VII. 

Nel  1391  Bonifacio  IX  fece 
Tcscovo  fr.  Antonio  da  Viterbo, 
insigne  teologo  francescano  ;  e  nel 
i4i3  Giovanni  XXIII  gli  die  a 
successore  Gurello  Ciccaro  napole- 
tano, lodato  per  virtti.  Martino  V 
nel  i4^9  dichiarò  vescovo  fr.  Tom- 
maso Ammirato  di  Lecce,  di  no- 
bile famiglia  oriunda  fiorentina, 
dotto  e  probo  abbate  de*  ss.  Nico- 
la e  Cataldo,  insigne  teologo  :  mo- 
rì nel  1438  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Chiara,  che  col  mona- 
stero delle  monache  avea  egli  fab- 
bricata. In  questa  chiesa  eresse  la 
cappella  di  s.  Chiara,  e  vi  fu  se- 
polta Virgilia  sorella  del  celebre 
scrittore  Scipione  Ammirato.  A  fr. 
Tommaso  successe  fr.  Guido  o 
Guiduccio  di  Lecce  de'rainori,  tras- 
lato da  Alessano,  che  Nicolò  V 
nel  i45»3  trasferì  alla  metropoli 
di  Bari.  In  sua  vece  il  Papa  pre- 
pose a  questa  chiesa  Antonio  Ricci 


LEC 

nobile  dì  Lecce,    morto  nel    1484. 
M.  Antonio    de'Tolomei  nobile  sa- 
nese,  fatto    vescovo    nel    seguente 
anno,  morendo  nel    i49^  lasciò  e- 
teina  fama  di  sé.  Ne  fu  fatto  am- 
ministratore   da     Alessandro    VI  il 
cardinal  Luigi  d'Aragona  napoleta- 
no, figlio  del  re  Ferdinando  I,  che 
governò  sino   al    i5o3.     Col  di  lui 
consenso  nel    i5ii     fu  fatto  vesco- 
vo Ugolino  Martelli  nobile    fioren- 
tino, dotto  nelle    lettere   greche    e 
latine  ,    che    da    Leone    X  venne 
trasferito  a  Narni    nel    iSiy  ;  con 
egual     consenso     fu     fatto    vescovo 
Gio.    Antonio  Acquaviva    di  nobi- 
lissima stirpe.     Allora    il  cardinale 
ebbe     in    commenda     la    chiesa  di 
Leuca,    cbe  avendola  rassegnata  ai 
17   maggio,     Leuca     o  Alessano  fu 
unita  a  Lecce.  Il    vescovo    Alfonso 
de  Sangro     nobilissimo  napoletano, 
nel    i534  rassegnò  il    vescovato  di 
Lecce  in  favore  del  cardinal  Ippo- 
lito de   Medici  cugino  di  Clemente 
VII,  ch'essendo    poco    vissuto.   Al- 
fonso riprese  la  sua  chiesa.    Giulio 
III  nel    i55i  da    Fiesole  trasferì  a 
questa  sede  Braccio  Martelli  nobile 
fiorentino,   per    virtù    e  varia  eru- 
dizione chiarissimo,  che    intervenne 
al    concilio  di  Trento.  Pio   IV  nel 
1 56o  nominò    vescovo    il  cardinal 
Gio.    Michele  Saraceni,  che   nel  se- 
guente   anno     rinunziò     al     nipote 
Annibale,  il  quale  zelante    del  suo 
ministero     introdusse    in    Lecce    i 
gesuiti,  i     teatini,     e  gli    osservanti 
francescani.   Per    sua    rinunzia  nel 
1591  divenne  vescovo  Scipione  Spi- 
na   patrizio    napoletano,    degno  di 
eterna    memoria    per    avere    retto 
con  plauso  questa    sede    quaranta- 
otto  anni  ;  divenne     il    decano  dei 
vescovi,  e  magnificamente  fece  co- 
struire l'episcopio.  Nel   1639  Luigi 
Pappacoda    nobile    napoletano    fu 


LEC 

Iraslato  da  Capaccio.    Clemente  X 
a*  4  '"^gS'O    1671  dall'arcivescova- 
to di  Larissa    in    partibus   trasferì 
a  questa  chiesa  Antonio  Pignattelli, 
di     cui     parlammo    al  voi.   XI,  p. 
187  del  Dizionario.   Indi  Innocen- 
zo XI  Io  creò    cardinale,  ed     ai    2 
gennaio     1682   lo     traslatò  al     ve- 
scovato di  Faenza,  divenendo  Papa 
nel     1691   col  nome    d'  Innocenzo 
XII  {Vedi).  Nello  stesso  anno  1682 
Innocenzo  XI   fece  vescovo  di  Lec- 
ce Michele  Pignattelli     di    Cassano 
teatino,    che    essendo     morto     nel 
1695,  nel    seguente    anno    a'    3o 
marzo    Innocenzo    XII    gli   die  in 
successore    Fabrizio   Pignattelli    di 
Monte  Corvino,  feudo  di  sua  casa, 
che  per  molti  anni  fu  pro-segreta- 
rio della  congregazione  della  visita 
apostolica,  e  governò    la  chiesa  si- 
no   al     1734.    Nel   seguente  anno 
Clemente  XII  gli  die  per  successo- 
re    Giuseppe     Ruffo    di     Bagnara 
feudo  di  sua     casa.     Nel     1744  lo 
divenne  Scipione    Sersale  napoleta- 
no, traslato  da  Sora  dal  Papa  Be- 
nedetto  XIV.  Questi   nel   i75i   ai 
i5  novembre  trasferì    a    Lecce  da 
Vico  Equense,  Alfonso  Sozi  Cara  fa 
somascOj  nato  in  s.  Nicola  a  Man- 
fredi feudo  di  sua  casa,   morto  nel 
1786.  Pio  VI  nel   1792,  dopo  lun- 
ga sede    vacante,    nominò  vescovo 
Salvatore  Spinelli  napoletano  cassi- 
nese,  traslato  da  Catanzaro,  quindi 
nel   1797   all'arcivescovato    di  Sa- 
lerno. Dopo  altra  lunga   sede    va- 
cante, Pio  VII  nel   concistoro    dei 
21   dicembre   18 18   preconizzò  l'o- 
dierno   vescovo    monsignor    Nicola 
Caputo  dei    marchesi    di    Cerreto, 
nato  in  Napoli  nel   i774)  g>à  ca- 
nonico di  quella  metropolitana. 

La  cattedrale  è  come  dicemmo 
dedicala  all'Assunzione  in  cielo  del- 
la Beata  Vergine,  ove  si  venerano 

VOL.    XXXVII. 


LEC  2^7 

diverse  reliquie  di  santi.  Il  capi- 
tolo si  compone  di  tre  dignità,  la 
prima  essendo  l' arcidiaconato  ,  le 
altre  il  cantore  e  il  tesoriere  ;  di 
ventisei  canonici,  comprese  le  pre- 
bende del  teologo  e  del  peniten- 
ziere, non  che  di  molti  altri  pre- 
ti e  chierici  inservienti  all'  uffizia- 
tura  della  chiesa.  Un  vicario  per- 
petuo è  il  parroco  della  cattedra- 
le, ov'è  pure  il  battisterio:  l'epi- 
scopio è  prossimo  alla  cattedrale. 
Oltre  di  questa,  nella  città  vi  so- 
no quattro  chiese  parrocchiali,  una 
sola  delle  quali  però  è  munita  del 
sacro  fonte.  Vi  sono  un  convento 
di  religiosi,  tre  monasteri  di  mo- 
nache, due  conservatorii,  alcune  con- 
fraternite, l'ospedale  ed  il  semina- 
rio cogli  alunni.  Ampia  è  la  dio- 
cesi, contenendo  molti  luoghi.  I 
frutti  della  mensa  sono  tassati  nei 
libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini cento,  corrispondenti  a  circa 
tremila  ducati,  quali  sono  le  ren- 
dite, puhlicìs  dediiclis  onerìhus. 

LECTIFREDO  Ugo,  Cardina- 
le. Ugo  Lectifredo  nel  1128  fu  da 
Calisto  II  creato  cardinale  prete  di 
s.  Vitale  del  titolo  in  Vestina.  In- 
tervenne ai  comizi  di  Onorio  II; 
seguì  per  poco  tempo  il  partito 
dell'antipapa  Anacleto  II,  ma  ben 
presto  si  ridusse  all'obbedienza  del 
legittimo  Innocenzo  II. 

LECTOURE  ,  LEICTOURE  , 
Lacturay  civitas  Lactoriacum.  Cit- 
tà vescovile  di  Francia,  dell'Arma- 
gnac,  nel  dipartimento  del  Gers, 
capoluogo  di  circondario  e  di  can- 
tone. Giace  in  una  situazione  ame- 
nissima  presso  la  riva  destra  del 
Gers,  sopra  un  monte  quasi  inac- 
cessibile. E  antica,  e  possiede  un  o- 
spedale  che  porta  il  nome  del  ve- 
scovo Narbonne  Pellet  suo  fonda- 
tore. In  una  delle  sue  piazze,  chia- 
17 


258  LEC 

mala  il  Bastion,  si  gode  di  una 
vista  magnifica,  che  si  estende  si- 
no ai  Pirenei.  Vi  si  vede  un  bel 
conciatoio  che  si  dice  il  più  rino- 
mato della  Francia.  Fu  patria  di 
parecchi  uomini  illustri,  come  di 
Antonio  di  Roquelaure,  e  di  Lan- 
nes  duca  di  Montebello,  alla  cui 
memoria  s'innalzò  di  recente  una 
statua  di  marmo.  Lectoure  era  an- 
ticamente la  capitale  dei  Lactora- 
ti  o  Leclornti,  uno  dei  popoli  del- 
la Novempopuliana.  Al  tempo  del- 
l'imperatore Gordiano  era  colonia 
romana  col  titolo  di  repubblica. 
Filippo  IV  il  Bello,  re  di  Francia, 
nel  i3oo  l'acquistò  da  Elia  Tal- 
leyrand  conte  di  Perigord.  Nel 
medio  evo  fu  questa  città  cinta 
da  triplice  muraglia,  di  cui  si  ve- 
dono ancora  alcune  vestigie,  e  di- 
fesa da  un  castello  fortificato.  I 
conti  di  Armagnac  la  possedettero 
in  tutta  sovranità  e  spesso  l'abi- 
tarono, come  capitale  della  contea 
d'Armagnac  nella  Guascogna.  Cai*- 

10  VII  re  di  Francia  vi  assediò 
Giovanni  V  di  Armagnac,  per  pu- 
nirlo di  aver  sposato  la  sua  pro- 
pria sorella;  lo  stesso  conte  vi  fu 
assediato  anche  da  Luigi  XI,  ed 
assassinato  dopo  la  capitolazione. 
Nel  castello  vi  fu  condotto  dopo  il 
i632  lo  sfortunato  duca  di  Mont- 
morency,  preso  nel  combattimento 
di  Castelnaudary.  Si  trovarono  in 
questa  città  molte  antichità  roma- 
ne; si  vede  ancora  a'  piedi  della 
montagna  una  fontana  chiamata 
Hondelia^  e  consecrata  a  Diana, 
che  vi  aveva  un  tempio  in  vicinanza. 

Il  vescovato  di  Lectoure  fu  e- 
retlo  nel  secondo  secolo^  Comman- 
ville  dice  Tanno  5 io,  e  fatto  suf- 
fraganeo   della    metropoli   d'Auch. 

11  primo  vescovo  di  questa  chiesa 
fu   Euterio,  al  tempo  di  s.  Igino 


LED 

o  Genio;  non  è  però  determinato 
se  era  il  Papa  s.  Igino,  eletto  nel- 
l'anno 154.  Dopo  questa  epoca  la 
serie  de' vescovi  è  interrotta  fino  al 

VI  secolo,  in  cui  fiori  Vigilio  che 
assistè  e  sottoscrisse  il  concilio  di 
Agde  nel  509.  A  Vigilio  successe 
il  vescovo  Aleto  od  A  lezio,  che  fu 
al  quinto  concilio  d'Orleans  nel 
549.  Ignoransi  pure  i  successori 
di  Aleto  fino  a  Bernardo,  che  oc- 
cupava questa  sede  l'anno  990. 
Da  quest'  epoca  in  avanti  non  vi 
sono  più  lacune;  l'ultimo  vescovo 
di  Lectoure  fu  Lodovico  Emma-, 
nuele  de  Cugnac  della  diocesi  di 
Chaors,  fatto  vescovo  da  Clemente 
XIV  a'7  settembre  1772.  La  dio- 
cesi conteneva  setta ntanove  parroc- 
chie; il  vescovo  ch'era  signore  del- 
la città  col  re,  aveva  dieciotto- 
mila lire  di  rendita.  Ma  la  sede 
vescovile    venne    soppressa    da  Pio 

VII  nel  1801  pel  concordato.  La 
cattedrale  dedicata  ai  ss.  Gervasio 
e  Protasio,  aveva  un  capitolo  com- 
posto di  quattro  arcidiaconi,  di  un 
precentore,  di  dodici  canonici  e  di 
quattordici  prebendati.  Eranvi  al- 
tresì i  religiosi  della  dottrina  cri- 
stiana che  avevano  il  collegio;  i  do- 
menicani, i  francescani,  i  carmeli- 
tani e  le  monache  tanto  Clarisse, 
che  urbaniste. 

LEDAN.  Sede  vescovile  della 
provincia  di  Gondisapour,  nella  dio- 
cesi de' Caldei.  Ebbe  un  vescovo 
particolare  prima  che  la  sua  sede 
fosse  riunita  a  quella  di  Sis.  Era 
posta  nella  provincia  degli  Elamiti 
o  nel  Churdistan.  Paolo  discepolo 
della  scuola  di  Edessa,  si  ritirò  negli 
stati  del  re  di  Persia,  quando  que- 
sta scuola  fu  soppressa  per  ordine 
dell'imperatore  Zenone,  e  fu  fatto 
vescovo  di  Ledan.  Oiicns  chrisL 
t.  II,  p.    1190. 


LEF  LEF  259 
LEDRA.  Sede  vescovile  deiri-  1792,6  portalo  con  altri  ecclesia- 
sola  di  Cipro,  nella  diocesi  di  An-  siici  a  Lavai.  Col  decreto  de'  26 
tiochia,  sotto  la  metropoli  di  Fa-  agosto  essendo  cessato  Io  stato  di 
magosta.  E  mediterranea,  situata  sua  deportazione,  risolvette  di  por- 
in  aria  buona ,  ed  in  eccellente  tarsi  fuori  della  Francia,  e  recossi 
territorio,  bagnato  da  fresche  acque,  in  Inghilterra,  ove  si  occupò  in 
Si  conoscono  cinque  vescovi  che  dare  qualche  lezione,  e  presso  una 
ne  occuparono  la  sede,  cioè:  Tri-  cappella  di  cattoHci.  Nel  1795 
filo  discepolo  di  s.  Spiri dione,  che  l'abbate  Matignon  dottore  e  pro- 
coltivava  le  belle  lettere,  e  sotto-  fessore  della  Sorbona,  che  avea 
scrìsse  il  concilio  di  Sardìca.  Ma-  conosciuto  a  Parigi,  gli  scrisse  da 
cedonio  che  viene  considerato  come  Boston  in  America,  dove  erasi  ri- 
un  santo.  Leonzio  che  viveva  nel  tirato,  perchè  colà  si  recasse.  Non 
i34o.  Nicola  del  i470-  S'ignora  senza  esitazione  accudì  all'invito, 
il  nome  del  quinto,  che  sedeva  e  giunse  a  JBoslon  li  3  ottobre 
nel  1570,  e  perì  con  tutti  gli  1796;  laonde  nulla  potè  poi  se- 
altri  cristiani  durante  l'assedio  dei  pararlo  dal  Matignon,  col  qua- 
lurchi.  Orìens  christ.  tom.  II,  pag.  le  strinse  intima  amicizia.  Non  andò 
1075.  guari  che  monsignor  Carroil  primo 
LEFEBURE  DE  CHEVERUS  vescovo  di  Baltimora,  voleva  inca- 
GiovANNi,  Cardinale.  Giovanni  Le  ricarlo  del  governo  della  chiesa  di 
Febure  de  Cheverus  nacque  in  s.  Maria  di  F'iladelfìa,  ma  egli  si 
Mayenne  a'28  gennaio  1768,  ove  ricusò,  prestandosi  però  al  van- 
suo  padre  occupava  una  carica  taggio  spirituale  de'fedeli  col  suo 
giudiziaria.  Questi  Io  mandò  a  sta-  amico.  Per  loro  si  aumentò  il  nu- 
diare  nel  collegio  di  Luigi  il  Gran-  mero  de' cattolici  a  Boston,  e  mol- 
de  a  Parigi.  Ancor  giovine  ottenne  **  abitanti  contribuirono  somme 
un  beneficio  semplice,  per  nomina  per  T  erezione  di  una  chiesa  ;  ma 
di  nionsicur  poi  Luigi  XVIII,  giac-  ciò  che  fu  piti  mirabile  si  è  che  il 
che  si  distingueva  per  l'applicazio-  presidente  degli  Stati  Uniti,  John  A- 
ue,  per  la  penetrazione,  e  per  le  dams,  benché  acattolico,  volle  por- 
sue  felici  qualità,  non  che  per  la  si  alla  testa  degli  offerenti.  La  chic- 
pietà.  Dichiarandosi  per  lo  stato  sa  fu  compita  nel  i8o3,  e  conse- 
ecclesiastico ,  passò  nel  seminario  crata  a'29  settembre  dal  nomina- 
di  s.  Maglorio,  degli  oratoriani,  e  lo  vescovo  in  onore  della  santa 
si  ordinò  prete  in  Parigi  nel  Croce.  Frattanto  Giovanni  andava 
1790,  con  dispensa  per  l'età,  indi  visitando  i  cattolici  de'contorni  di 
fece  ritorno  alla  sua  diocesi.  Poco  Boston,  e  due  o  tre  mesi  dimorò 
dopo  fu  nominato  coadiutore  allo  presso  gl'indiani  di  Passamaquody  de 
zio  Gautier  curato  di  Nòtre-Dame  Penobscot.  Dopo  il  concordato  del 
a  Mayenne;  ma  a  cagione  della  1801  la  sua  famiglia  lo  invitò  a 
rivoluzione  allora  scoppiata,  si  a-  ripalriare,  ed  era  per  cedere  a  tali 
stenne  dal  prendere  il  possesso,  ed  istanze,  quando  i  bisogni  de'cattolici 
esercitò  il  suo  ministero  secreta-  di  Boston,  il  suo  attaccamento  all'ab- 
mente,  in  mezzo  alle  note  terribili  bate  Matignon,  e  le  ragioni  espresse 
vicende.  Fu  quindi  obbligato  a  in  una  lettera  di  monsignor  Car- 
lasciare    Mayeune    nei    primi    del  voil,  lo  decisero  a    rimanere  in  A- 


26o  LEF 

merica,  facendo  violenza  all'  amor 
patrio  e  del  proprio  sangue.  Nel 
1808  il  vescovo  di  Baltimora  im- 
plorò ed  ottenne  da  Pio  VII  Te- 
rezione  di  quattro  nuovi  vescovati 
in  America ,  fra'  quali  quello  di 
Boston,  cioè  agli  8  aprile,  e  Bal- 
timora in  arcivescovato.  La  sede 
di  Boston  per  la  Nuova  Inghilterra 
fu  proposta  da  monsignor  Carroll 
per  l'abbate  Matignon  ,  ma  questi 
invece  lo  persuase  a  presentare 
alla  santa  Sede  Giovanni.  Questo 
fu  preconizzato  per  tale  da  Pio  VII, 
ma  pel  ritardo  delle  bolle  la  con- 
secrazione  ebbe  solo  luogo  il  primo 
novembre  i8io.  L'abbate  Matignon 
sua  guida,  si  contentò  di  aiutarlo 
nell'apostolico  ministero.  Giovanni 
fece  un'eccellente  riuscita,  poiché 
alla  sua  pietà  e  zelo  univa  una 
non  comune  coltura,  ed  una  me- 
ravigliosa facilità  per  le  lingue. 
Sapeva  il  greco  e  l'ebraico;  par- 
lava e  scriveva  il  latino  come 
nell'idioma  nativo;  inoltre  aveva 
fatto  uno  studio  particolare  del- 
l' inglese.  La  sua  elocuzione  era 
chiara,  naturale,  dolce  e  persuasi- 
va. Allorché  nel  i8i4  ì^io  VII 
fu  liberato  dalla  sua  prigionia,  il 
nostro  prelato  ne  celebrò  a  Boston 
l'avvenimento.  La  sua  conversazione 
era  piacevole,  trattando  tutti  con 
le  analoghe  convenienze.  Sempre 
era  accessibile  ed  ospitaliere  ,  si 
coi  cattolici  che  coi  protestanti , 
di  cui  era  il  consigliere  ;  bene  ac- 
cogliendo gl'inglesi  come  gli  ame- 
ricani. Allorquando  si  formò  a 
Boston  un  ateneo  letterario,  il  pre- 
lato donò  ad  esso  dei  libri  per 
la  biblioteca.  A' 1 9  settembre  1818 
provò  il  dolore  di  perdere  l'abbate 
Matignon;  le  sue  occupazioni  perciò 
si  accrebbero,  e  la  sua  salute  alquan- 
to si  alterò  ;  allora  si  risvegliò  in  lui 


LEF 

il  vivo  desiderio  di  rivedere  la  pro- 
pria famiglia.  Nel  1822  m.  Hyde 
de  Neuville  ambasciatore  di  Fran- 
cia agli  Stati  Uniti,  ritornando  al- 
la corte  di  Luigi  XVIII,  parlò 
molto  del  vescovo  di  Boston,  del- 
le sue  virth  e  de'suoi  meriti,  e  fe- 
ce nascere  il  desiderio  di  restituir- 
lo alla  chiesa  alla  quale  apparte- 
neva per  nascita.  Nel  1828  fu 
nominato  vescovo  di  Montauban, 
ma  questo  fu  un  nuovo  soggetto 
di  combattimento  per  lui.  Cattoli- 
ci e  protestanti  si  unirono  per  dis- 
suaderlo di  accettare.  A'22  aprile 
duecentoventisei  abitanti  notabili  di 
Boston  scrissero  al  gran  limosiniere 
di  Francia  perchè  fosse  revocata  la 
nomina,  ma  inutilmente;  anzi  le 
novelle  istanze  giunte  di  Francia 
al  vescovo,  lo  ^eostrinsero  a  partire 
nel  settembre  ,  dopo  reciproche 
dimostrazioni  di  affetto  e  di  dolo- 
re tra  i  cattolici  ed  il  pastore,  il 
quale  lasciò  agli  ecclesiastici  ed  ai 
suoi  amici  tuttociò  che  non  gli  era 
strettamente  necessario.  Giunto  fe- 
licemente a  Parigi,  si  portò  a  ri- 
vedere i  suoi  parenti,  e  colle  sue 
maniere  semplici,  affabili  ed  affet- 
tuose si  guadagnò  la  generale  be- 
nevolenza. A'  28  luglio  entrò  in 
Montauban,  alla  cui  sede  Leone 
XII  Io  avea  preconizzato  a'3  mag- 
gio, ed  ove  fu  ricevuto  con  parti- 
colari distinzioni,  e  mediante  le 
sue  maniere  e  grazie  del  suo  spi- 
rito, ben  presto  si  guadagnò  il 
cuore  di  tutti.  In  una  inondazione 
del  Tarn  mostrò  quanto  grande  fos- 
se il  suo  zelo  pel  proprio  gregge, 
cui  prodigò  ogni  sorta  di  consola- 
zione e  di  soccorso,  e  fu  ricono- 
sciuto in  lui  un  degno  imitatore 
di  Fénélon.  Il  re  Carlo  X  infor- 
mato della  nobile  condotta  del 
vescovo  e  de' generosi   sacrifizi  che 


LEF 

avea  fatti  in  questa  circostanza , 
gli  rimise  con  onorevole  lettera 
cinquemila  franchi.  Nel  1826  ce- 
lebrò il  giubileo  con  viva  divo- 
zione, nel  quale  anno  nel  concisto- 
ro de' 2  ottobre  Leone  XII  lo  tras- 
latò  alla  sede  arcivescovile  di  Bor- 
deaux, a  cui  il  re  lo  nominò  per 
riparare  1'  immensa  perdita  del 
predecessore  monsignor  d'  Avian; 
indi  fu  fatto  pari  di  Francia.  In 
lui  rivisse  il  lodato  prelato,  per 
r  ammirabile  condotta  che  anco 
in  questo  seggio  egli  tenne.  Egli 
divenne  propriamente  il  padre  del 
suo  clero,  ospitando  tutti  i  preti 
della  diocesi  che  giungevano  a 
Bordeaux,  non  permettendo  che 
restassero  negli  alberghi.  La  poli- 
tica era  bandita  dalle  sue  camere, 
per  cui  nella  rivoluzione  del  i83o, 
egli  tenne  il  più  profondo  silenzio, 
saggezza  che  in  più  incontri  di- 
mostrò. In  una  grave  circostanza, 
l'arcivescovo  parve  diviso  di  opi- 
nione co'  suoi  colleghi  ;  di  ciò  ne 
fu  argomento  l'ordinanza  dei  i6 
giugno  1828.  Egli  non  appro- 
vò tale  ordinanza  ,  né  la  memoria 
presentata  allora  dal  cardinal  Cler- 
mont  Tonnerre  in  nome  dell'epi- 
scopato. Avendo  la  camera  de'  de- 
putali privato  della  parìa  tutti 
quelli  che  l'aveano  ricevuta  da 
Carlo  X,  l'arcivescovo  dichiarò  che 
senza  approvare  questo  atto,  era 
ben  contento  restare  estraneo  alla 
politica,  e  che  non  avrebbe  predi- 
cato che  sommessione  al  governo. 
Tutto  intento  alle  funzioni  del 
suo  ministero,  ed  in  mantenere 
l'ordine  e  la  pace,  potè  la  sua  ri- 
putazione proteggere  il  clero  in 
momenti  pericolosi.  La  sua  mode- 
stia, bontà,  carità,  franchi  modi 
e  cordialità,  gli  guadagnarono  pu- 
re   l'estimazione   de'  protestanti    e 


LEF  261 

delle  autorità  governative.  Braman- 
do il  regnante  re  de'francesi  Luigi 
Filippo  che  fosse  riparata  la  per- 
dita fatta  di  un  cardinale  francese, 
supplicò  il  Papa  che  regna  Gre- 
gorio XVI  ad  elevare  a  questa 
dignità  l'arcivescovo,  il  quale  si 
mostrò  renitente  alquanto,  contan- 
do sulla  sua  pochezza,  e  dicendo 
che  ad  altri  sarebbe  stato  meglio 
conferirla.  Il  Pontefice  nel  conci- 
sloro  del  primo  febbraio  i836  lo 
creò  cardinale  dell'  ordine  de'preti, 
e  gli  rimise  la  notizia  e  il  berret- 
tino cardinalizio  per  la  guardia  no- 
bile, ora  esente,  Francesco  de'mar- 
chesi  Bourbon  del  Monte,  che  dal 
re  fu  fatto  officiale  della  legion 
d'onore.  Per  la  tradizione  della  ber- 
retta rossa,  il  Papa  nominò  ablegato 
apostolico  monsignor  Sisto  Riario- 
Sforza  suo  cameriere  segreto  so- 
prannumerario, che  poi  lo  divenne 
effettivo,  indi  vescovo  d'Aversa^  ed 
ora  arcivescovo  di  Napoli  e  cardina- 
le. La  berretta  fu  imposta  in  capo 
dal  re  a'9  marzo  colle  solite  cerimo- 
nie. Il  cardinale  visitò  poscia  la  sua 
famiglia,  che  da  molti  anni  non 
avea  riveduto,  ed  ancora  la  diocesi 
di  Montauban,  ove  da  ogni  ceto 
di  persone  fu  ricevuto  con  entu- 
siasmo. Poco  dopo  la  sua  salute  fu 
deteriorata  ed  ebbe  qualche  attac- 
co apopletico.  Questo  rinnovandosi 
a'i3  luglio  volle  confessarsi,  e  nel 
seguente  giorno  perdette  la  cono- 
scenza. Un  canonico  gli  sommini- 
strò l'estrema  unzione;  in  tutte 
le  chiese  della  città  fu  ordinata  la 
esposizione  del  ss.  Sagramento,  e 
nella  camera  dell'  illustre  infermo 
fu  portata  la  reliquia  di  s.  Carlo, 
che  si  venera  nella  cattedrale.  In- 
utili furono  i  soccorsi  dell'arte,  e 
dopo  avere  il  capitolo  recitato  le 
preci  dell'agonia,  morì  il  cardinale 


262  LEG 

nell'età  di  sessantanove  anni  a*  19 
luglio  i836,  fu  esposto  nella  metro- 
politana con  decorosi  funerali,  e  se- 
polto nella  cappella  del  sacro  Cuo- 
re di  Gesù.  Generale  fu  il  dolore 
per  Bordeaux  e  per  tutta  Tarci- 
diocesi,  avendo  perduto  un  amico 
ed  un  padre;  ed  il  vescovo  della 
Rochellé  monsignor  Yillecourt  ne 
pronunziò  l'orazione  funebre. 

LEGATI  e  LEGATI  PII.  Le^ 
gato  pio  dicesì  di  un  legato  o  dis- 
posizione fatta  dal  testatore  per 
V  adempimento  di  qualche  opera 
pia,  ovvero  in  favore  della  Chiesa, 
dei  poveri,  degli  ospizi,  ospedali, 
monasteri  e  di  altri  stabilimenti 
religiosi  e  pubblici.  E  un  furto  il 
ritenere  un  legato,  qualunque  siasi, 
ed  è  di  più  un  sacrilegio  il  rite- 
nere un  legato  pio,  come  si  espri- 
me s.  Antonino,  par.  II,  tit.  I.  cap. 
21,  §  3.  Quando  un  legato  pio  è 
determinato  ad  uno  speciale  uso  dal 
testatore,  non  può  essere  converti- 
to in  un  altro ,  anche  migliore , 
senza  l' autorità  pontificia.  La  ra- 
gione di  ciò  è,  che  i  beni  dei  de- 
funti devono  essere  impiegati  se- 
condo la  loro  ultima  volontà,  a 
meno  che  i  superiori  legittimi ,  i 
quali  sono  i  soli  interpreti  della 
volontà  di  quei  defunti,  non  tro- 
vino necessario  di  cambiarvi  qual- 
che cosa  per  delle  giuste  ragioni. 
P^.  Gregorio  IX,  in  cap.  Nos  qui- 
dem,  3."  De  tesLam.  et  uUìni.  vo- 
lunL  lib.  3,  tit.  26.  Quando  un  le- 
gato contiene  una  condizione  im- 
possibile, il  legato  appartiene  sem- 
plicemente al  legatario,  perchè  quel- 
la condizione  è  nulla  e  deve  con- 
siderarsi come  non  contenuta  nel 
testamento.  Quando  un  legato  è 
concepito  in  termini  deprecatorii , 
cioè  quando  un  testatore  prega  il 
*uo  erede  di  dare  una  cosa  ad  al- 


LEG 

cuno,  l'erede  è  obbligato  a  darla, 
come  se  il  testatore  glielo  avesse 
ordinato  espressamente.  Quando  un 
legato  pio  è  ripudiato  dal  legata- 
rio, il  quale  non  vuole  accettarlo 
alle  condizioni  per  cui  gli  è  stato 
fatto,  oppure  perchè  la  destinazio- 
ne del  testatore  non  può  aver  luo- 
go ,  1*  erede  è  sempre  obbligato 
d'impiegare  quel  legato  in  opere 
pie,  a  meno  che  il  testatore  non 
abbia  espressamente  ordinato  il  con- 
trario, prevedendo  il  caso  di  ripu- 
dio, ec.  La  ragione  è,  che  il  testa- 
tore volle  distrarre  dalla  sua  so- 
stanza la  somma  legata  e  conse- 
crarla  a  Dio,  e  che  devesi  quindi 
presumere,  che  se  avesse  prevedu- 
to che  il  legatario  doveva  ripudiar- 
la a  motivo  delle  condizioni  one- 
rose impostegli,  oppure  che  la  sua 
prima  destinazione  non  poteva  aver 
luogo^  non  avrebbe  tralasciato  di 
destinare  quella  somma  a  qualche 
altro  pio  uso.  Si  può  anche  ag- 
giungere, che  i  testatori  fanno  molte 
volte  dei  legati  pii  per  soddisfare 
a  delle  restituzioni.  Un  legato  ap- 
partiene al  legatario,  dal  momento 
della  morte  del  testatore;  dal  che 
ne  consegue ,  che  se  il  legatario 
sopravvive  pochi  istanti  al  testato- 
re, il  legato  passa  agli  eredi  del 
legatario;  che  se  invece  il  testa- 
tore sopravvive  pochi  istanti  al  le- 
gatario, il  legalo  è  nullo,  a  meno 
che  non  si  faccia  luogo  al  jus  ac- 
crescendi  a  favore  del  collegatario 
superstite.  Quando  un  legato  è 
concepito  in  una  maniera  oscura  , 
che  non  può  essere  determinata  da 
nessuna  espressione,  devesi  in  al- 
lora ricorrere  alle  altre  prove  o 
presunzioni  e  circostanze  particola- 
ri, le  quali  possano  far  conoscere 
la  volontà  del  testatore.  F.  Con- 
gregazione    DELLA    REVERENDA    FAI5- 


LEG 

BRIGA  DI  s.  Pietro,  die  gode  il  sin- 
golare privilegio  della  gelosa  cura 
d' invigilare  all'esecuzione  ed  esatto 
adempimento  dei  legati  pii  nello 
stato  pontificio,  nonché  il  privile- 
gio di  applicare  a  tenore  delle  co- 
stituzioni apostoliche,  alla  fabbrica 
della  basilica  vaticana  ì  pii  legati 
non  adempiti,  i  legati  pii  incerti, 
i  ripudiati,  quelli  che  non  posso- 
no eseguirsi,  quei  lasciati  a  perso- 
ne incapaci  di  riceverli,  o  per  suf- 
fragi delle  anime  di  coloro  segre- 
gati prima  di  morire  dalla  comu- 
nione dei  fedeli,  senza  aver  dato 
in  morte  segno  alcuno  di  conver- 
sione, e  quelli  fatti  per  sgravio  di 
coscienza,  o  per  restituzione  di  mal- 
tolto a  persone  incerte,  ed  altri 
contemplati  dalle  surriferite  costi- 
tuzioni apostoliche.  Quanto  ai  le- 
gati pii  non  adempiti,  la  congrega- 
zione quieta  Ja  coscienza  coli' asso- 
luzione e  composizione,  e  supplisce 
per  autorità  pontificia  de  thesaiuo 
Ecclesiae y  per  giusti  motivi;  ed 
opportune  clausole  emette,  massime 
pei  legati  di  messe,  ed  altri  pii  suf- 
fragi. F.  inoltre  Congregazione  del- 
la VISITA  APOSTOLICA  ED  ADEMPIMEN- 
TO DEI  LEGATI  PII  DI  RoMA  E  SUO  DI- 
STRETTO, con  estese  ed  analoghe  fa- 
coltà, come  dicesi  a  quell'articolo. 
Sui  legati  pii  si  possono  anche  ve- 
dere gli  articoli  Congregazione  del 
CONCILIO,  Congregazione  de'  vesco- 
vi e'  regolari,  ed  altri  relativi. 

L'origine  delle  lascile  pie,  il  Mar- 
tinetti nel  tom.  Ili,  pag.  74  della 
Collezione  classica^  dice  provenire 
dai  tesori  e  terre  assegnate  al  tem- 
pio di  Belo  in  Babilonia  dai  re 
d'Assiria,  in  cui  vennero  adombra- 
ti i  pii  legati  de'  cristiani  ;  e  nar- 
ra come  Alessandro  il  Grande  scuo- 
prì  che  i  maghi,  mentre  facevano 
all'idolo  per    pretesto    un    servizio 


LEG  263 

niente  dispendioso^  si  erano  divisi 
gl'immensi  tesori  e  i  frutti  delle 
terre  lasciate;  onde  conchiude  che 
le  lasci  te  pie  e  le  assegnazioni  del- 
le terre  ai  templi ,  sono  state  in 
uso  ne'  tempi  più  rimoti.  Circa  i 
donativi  che  i  popoli  etiopi,  sa- 
bei  ed  egiziani  solevano  assegnare 
per  la  venuta  del  futuro  Messia, 
è  a  consultarsi  Abr,  Calovio,  Bibl. 
illustr.  tom.  I,  pag.  io52,  ediz.  di 
Francfort  1672.  L'uso  di  fare  do- 
nativi per  testamento  o  per  codi- 
cillo è  antichissimo.  Si  pretende 
di  trovare  nella  Genesi  gì'  indizi 
di  legati  particolari  fatti  da  Abra- 
mo a'  suoi  figliuoli  naturali.  Tro- 
vasi ancora  qualche  menzione  più 
precisa  dell'uso  de'  legati  nel  libro 
di  Ezechiele,  giacche  parlandosi  in 
esso  del  potere  che  il  principe  a- 
veva  di  disporre  de' suoi  beni,  si 
prevede  anche  il  caso  in  cui  fatto 
avrebbe  un  lascio  o  un  legato  ad 
alcuno  de'  suoi  servitori.  Lo  stesso 
profeta  ne  insegna,  che  presso  gli 
ebrei  era  permesso  il  fare  de'  le- 
gati agli  stranieri;  ma  che  i  beni 
legati  in  questo  modo,  non  pote- 
vano essere  posseduti  da'  legatari 
stranieri  o  pure  dai  loro  eredi  se 
non  che  sino  all'anno  del  giubileo, 
dopo  il  quale  que'  beni  dovevano 
tornare  agli  eredi  de'  figliuoli  del 
testatore.  La  libertà  di  disporre 
de'  propri  beni  per  testamento,  non 
era  egualmente  indefinita;  coloro 
che  avevano  figliuoli,  non  poteva- 
no disporre  de'  loro  beni  stabili  a 
perpetuità,  se  non  che  a  favore  dei 
loro  figli  medesimi.  Gli  ebrei  tras- 
misero questo  costume  agli  egizia- 
ni, se  pure  da  essi  noi  ricevettero, 
e  gli  egiziani  lo  comunicarono  ai 
greci,  dai  quali  i  romani  pigliaro- 
no norma  in  una  gran  parte  del- 
la loro  legislazione.  La  legge  delle 


264  I-EG 

dodici  tavole,  stesa  sulle  memorie 
che  i  deputati  di  Roma  recate  a« 
vevano  da  Atene,  fa  menzione  di 
testamenti  e  di  legati,  e  di  questi 
si  perpetuò  la  pratica ,  assoggetta- 
ta a  vari  regolamenti  nel  diritto 
romano.  Neil'  Italia  numerosissimi 
furono  i  legati ,  massime  ne'  bassi 
tempi,  e  questi  formarono  sovente 
il  patrimonio  delle  chiese,  e  la  ric- 
chezza de'  più  antichi  ordini  reli- 
giosi.  V.  Beni  di  Chiesa. 

Chiamansi  donazioni  pie  quelle 
fatte,  fra  i  vivi  o  per  causa  di 
morte,  a  chiese,  a  monasteri  e  ad 
ospedali.  Dopo  la  legge  di  Costan- 
tino Magno,  colla  quale  aveva  co- 
mandato, che  alle  chiese  state  spo- 
gliate delle  proprietà,  giustamente 
da  esse  possedute ,  di  qualunque 
natura  fossero  elleno  state ,  venis- 
sero loro  restituite;  dopo  le  dona- 
zioni largamente  da  lui  comparti- 
te ai  luoghi  sacri,  molti  altri  so- 
vrani del  medesimo  spirito  religio- 
so di  quell'augusto  investiti ,  sono 
essi  pure  concorsi  non  solo  ad  a- 
ge  vola  re  colle  loro  leggi  i  mezzi 
di  potere  le  chiese,  gli  ospedali,  i 
monasteri  ed  altre  simili  fondazio- 
ni fare  dei  grandiosi  acquisti ,  ma 
ad  accrescerli  eglino  stessi  con  li- 
berali donazioni.  Né  minore  pre- 
mura per  la  restituzione  de'  beni 
ai  medesimi  corpi  e  collegi  invo- 
lati per  pragniatìcas  sancliones  aut 
constilutiones j  mostrarono  i  due  im- 
peratori Leone  ed  Antemio ,  non 
che  Teodosio  II,  Valeutiniano  III, 
Marciano,  ec.  Per  facilitare  sempre 
piti  i  pii  legati  e  le  pie  donazioni, 
ed  arricchire  con  essi  le  chiese, 
Luitprando  re  de'  longobardi  pro- 
mulgò una  legge  colla  quale  non 
solo  permise  senza  limitazione  al- 
cuna che  potesse  chiunque  donare 
o  lasciare  alle  chiese,  agli  ospedali. 


LEG 

ed  a  qualunque  altro  luogo  sacro, 
ciò  che  più  fossegli  stato  a  grado 
per  l'anima  sua;  ma  volle  inoltre 
esentare  tali  luoghi  sacri  dal  cor- 
rispondere quel  compenso  che  ogni 
donatario  eia  obbligato  rendere  al 
donatore.  Così  pure  quelle  femmi- 
ne, che  vivendo  nel  secolo,  indos- 
sato aveano  l'abito  religioso,  furo- 
no da  lui  abilitate  a  disporre  del- 
la terza  parte  delle  loro  sostanze 
in  opere  pie,  senza  l'assenso  del  lo- 
ro tutore,  senza  cui  non  era  alle 
femmine  permesso  l'eseguire  verun 
atto  legale.  Da  queste  dispense  po- 
trà ognuno  argomentare  quanto 
grande  sia  stata  la  premura  di  al- 
cuni re  longobardi  per  l'accresci- 
mento delle  sostanze  de'  luoghi  sa- 
cri. Né  in  ciò  Carlo  Magno  esser 
volle  da  meno  di  loro,  avendo  pub- 
blicato varie  leggi  favorevoli  alle 
chiese;  e  gli  stessi  principii  furono 
adottati  dal  suo  figlio  Lodovico  I 
il  Pio,  e  da  più  altri  re  ed  im- 
peratori. Alle  leggi  i  medesimi  ag- 
giunsero il  fatto,  di  cui  tante  sono 
le  prove,  quanti  i  superstiti  loro 
diplomi  di  donazioni  ai  luoghi  sa- 
cri. Non  pochi  eziandio'  tra  loro, 
dopo  di  avere  con  amplissime  for- 
me alle  chiese  assicurato  le  posse- 
dute sostanze,  vollero  di  più  con 
particolare  privilegio  esentar  le  me- 
desime da  qualunque  pubblico  pe- 
so. In  vista  di  tante  e  sì  splendi- 
de donazioni  pie  dai  principi  ai 
luoghi  sacri  compartite,  i  privali 
pure  fecero  a  gara  nello  arricchirli 
delle  sostanze  loro.  Oltre  le  deci- 
me, le  obblazioni,  le  manuali  li- 
mosine  da  principio  contribuite  dai 
fedeli  per  il  vitto  del  clero,  per  la 
manutenzione  de'  templi  e  per  l'or- 
namento degli  altari  e  dei  sacri 
ministri ,  emolumenti  che  hanno 
continuato    anche  dipoi,    non    pò- 


LEG 

chi  fra*  medesimi  fedeli  sonosi  spo- 
gliati di  tutte  o  di  parte  delle  lo- 
ro proprietà,  mettendone  al  pos- 
sesso i  luoghi  sacri,  alcuni  libera- 
mente e  senza  veruna  restrizione 
o  compenso,  ed  altri  con  aversene 
riserbato  l' usufrutto,  vita  loro  na- 
turale durante,  la  quale  pratica  fu 
da  Carlo  Magno  confermata,  e  nel 
secolo  XI  divenne  assai  famigliare. 
Fra  i  vari  titoli  per  cui  facevansi 
anticamente  le  pie  donazioni  o  pii 
legati,  fuvvi  quello  in  particolare 
della  redenzione  de*  peccali,  e  l'al- 
tro delta  salvazione  dell'  anima 
propria^  a  di  quella  de'  propri 
parenti.  Neil'  insigne  opera  di  m. 
Gaetano  Marini,  Papiri  diploma- 
tici raccolti  ed  illustrati,  nelle  pag. 
254,  264,  296  e  3o7,  vi  ha  riuni- 
to i  pili  belli  esempi  dell'  antica 
formola  :  prò  redemptione  peccato- 
rum  meorum,  ec.  Sebbene  poi  le 
donazioni  pie  il  più  delle  volte  sie- 
no  state  eseguite  per  testamento  e 
legati  ne'  periodi  estremi  della  vi- 
ta, alcune  nondimeno  lo  sono  sta- 
te lungo  tempo  avanti ,  e  special- 
mente da  chi  aveva  ad  intrapren- 
dere lunghi  perigliosi  viaggi  od  an- 
dare alla  guerra.  Contro  le  dona- 
zioni religiose  e  pii  legati,  e  le 
ricchezze  indi  derivate  alle  chiese, 
monasteri  e  benefici  istituti,  molti 
scrittori  esercitarono  il  loro  malta- 
lento, o  per  ignoranza  o  per  ma- 
lizia o  per  altri  riptovevoli  fini  j 
ben  altri  però  seppero  giustamen- 
te encomiare  opere  sì  meritorie  e 
grate  a  Dio,  dalle  quali  tanti  van- 
taggi derivarono  al  cristianesimo, 
come  può  rilevarsi  agli  articoli  re- 
lativi. 

lu^GkTOyLegatus,  Orator.  Am- 
basciatore. La  parala  legato  deri- 
va da  legare,  delegare  che  signifi- 
ca   mandare;    quindi    il    vocabolo 


LEG  265 

legalo  nella  sua  origine  significa 
quegli  che  è  mandato  da  un  altro 
per  qualche  funzione;  ma  nell'uso 
ordinario  col  nome  di  legalo  s'in- 
tendevano gli  Ambasciatori  (Vedi); 
secondo  l'odierna  Diplomazia  (Ve- 
di), ed  al  presente  quei  cardinali 
che  con  titolo  di  Legato  apostoli' 
co  (Vedi),  il  Pontefice  manda  a 
qualche  principe  sovrano,  con  ca- 
rattere particolare  di  autorità  e  di 
distinzione,  o  al  governo  di  una  o 
più  di  quelle  provincie  del  domi- 
nio della  santa  Sede  che  si  chia- 
mano legazioni.  11  Martinetti  nella 
sua  Collezione  classica,  tom.  Ili, 
pag.  53,  dice  adombrata  l'origine 
dei  legati  e  nunzi  pontifìcii ,  da 
quel  legato  o  vicario  che  il  som- 
mo sacerdote  Onia  I  inviò  a  To- 
lomeo Lago  re  di  Egitto,  chiama- 
to Ezechia  e  uomo  grande,  che  ten- 
ne poi  accreditato  in  quella  cor- 
te. Presso  i  romani  dicevansi  legati 
le  persone  che  1*  imperatore  o  i 
primi  magistrati  spedivano  nelle 
Provincie  per  esercitare  in  esse  qual- 
che giurisdizione.  Allorché  tali  le- 
gati erano  tratti  dalla  corte  del- 
l'imperatore medesimo,  nominavan- 
si  legati  a  latere  o  missi  a  lalere, 
donde  pigliarono  il  nome  di  legati 
a  latere  in  tempi  posteriori  anche 
quelli  spediti  dal  Papa;  e  questi 
tra  i  legati  occupano  sempre  il 
primo  grado.  Tra  i  romani  aveva- 
no i  proconsoli  e  propretori  i  le- 
gati dati  o  concessi  loro  dal  sena- 
to. Questi  erano  tre  di  numero , 
che  poi  si  aumentavano  secondo 
la  dignità  del  pretore  e  grandez- 
za della  provincia.  L'offizio  dei  le- 
gati era  di  essere  come  vicari  dei 
loro  presidi,  ad  effetto  di  prestar 
loro  ogni  assistenza  col  consiglio  e 
colle  opere;  e  questo  officio  era 
molto  onorevole,  come  si  legge  nel- 


a66  LEG 

Fautore  del  libro,  De  riti  degli  an- 
tichi romaniy  citando  Cic.  ad  Fani. 
XIII.  Sigonìo  de  ant.  jur.  proif, 
cons.  3.  Il  p.  Eschinardi  nella  De- 
scrizione di  Roma,  parlando  a  p. 
79  de'capitani  che  presiedevano  a 
tutto  Tesercito  romano,  dice  che  il 
primo  capitano  che  presiedeva  al- 
l'esercito era  l'imperatore,  in  se- 
condo luogo  i  legati.  Aggiunge  che 
i  legati  per  lo  più  dagli  stessi  du- 
chi furono  creati,  ed  il  loro  uffizio 
si  aveva  per  molto  onorifico.  Quan- 
to al  numero  de*  legati,  dice  ch'e- 
ra vario  secondo  le  contingenze, 
dappoiché  Pompeo  nella  guerra 
contro  i  pirati  si  servì  di  venticin- 
que legati,  acciò  questi  occupasse- 
ro tutto  lo  spazio  del  mare  infe- 
stato dai  medesimi  pirati.  Cicero- 
ne proconsole  della  Cilicia  nomi- 
nò quatti^)  legati  ;  spesse  volte  pe- 
rò si  nominarono  i  legati  secondo 
il  numero  delle  legioni.  Dovendo 
i  legati  operare  invece  degl'impe- 
ratori, la  loro  potestà  fu  molto 
ampia  e  ricercava  gran  fedeltà.  Au- 
gusto essendo  imperatore,  operò  o- 
gni  cosa  per  mezzo  de*  legati,  e  di 
questi  alcuni  li  chiamò  consolari , 
che  soprastavano  a  tutti  gli  eser- 
citi, ed  altri  pretori  che  soprain- 
tendevano  a  ciascuna  legione. 

Il  legato  imperiale  perchè  iden- 
tificavasi  col  preside,  legatus  cae- 
sarisj  idest  praeses^  si  spiegò  da 
Papiniano  ne'  suoi  responsi  ;  e  Ve- 
nuleo  interpretava,  legatum  impe- 
ratorisj  idest  praesidem  proinnciae^ 
e  si  aveva  per  il  maggiore  di  tutti 
dopo  Cesare  stesso,  siccome  per 
massimo  dai  romani  si  venerò  il 
legato  da  guerra,  come  pure  affer- 
ma Dionigi,  Hist.  lib.  Il  :  omnium 
sacvatissimuni  et  honoralissinium 
apud  romanos  legatus ^  potestaLcni^ 
et  vim  hahens  imperantis,   inviola- 


LEG 

hilitatemquej  et  veneratìonem  sa- 
cerdotis.  Narra  Livio,  che  a  Caio 
Fulcinio,  Caio  Giulio  Tulio,  Spu- 
rio Nautico  e  Lucio  Roscio  legati 
romani,  uccisi  dai  fidenati,  si  col- 
locassero in  Roma  le  loro  statue  in 
pubblico,  vicino  al  seggio  de'rostri, 
per  ordine  del  senato  e  popolo  ro- 
mano. Biondo  da  Forlì,  nella  Ro- 
ma trionfante  a  pag.  i8g,  narra 
che  i  legati  delle  nazioni  straniere 
quando  da  qualunque  parte  del 
mondo  arrivavano  a  Roma,  prima 
di  ogni  altro  luogo  andavano  al 
tempio  di  Saturno,  dove  si  nota- 
vano i  loro  nomi  dal  prefetto  del- 
l'erario, perchè  i  questori  aveano  poi 
la  cura  di  mandare  ad  essi  quello 
che  loro  fosse  mancato,  e  di  go- 
vernarli se  s' infermavano.  Se  mo- 
rivano in  Roma  erano  sepolti  ono- 
revolmente dal  pubblico.  In  pro- 
gresso di  tempo,  per  la  gran  mol- 
titudine de'  legati  che  giungevano 
a  Roma,  fu  ad  essi  tolto  il  mangiare 
che  loro  dava  il  pubblico.  Gli  ebrei 
spedirono  cinquanta  legati  ad  Au- 
gusto, col  permesso  di  Varo  presi- 
dente della  Soria,  ed  assistiti  dagli 
ottomila  ebrei  che  abitavano  in 
Roma,  nel  tempio  di  Apollo  sul 
Palatino,  supplicarono  l' imperato- 
re di  lasciarli  vivere  colle  loro  leg- 
gi ,  soggetti  solo  ai  romani.  I  le- 
gati delle  nazioni  erano  sempre  i 
primi  del  paese. 

LEGATO -APOSTOLICO,  Le- 
gatus Aposlolicus.  Ambasciatore  del 
Papa  e  rappresentante  la  sua  per- 
sona appresso  de'  principi  a  cui  è 
inviato  per  affari  straordinari,  ov- 
vero preside  d'  una  o  più  delle 
Provincie  dello  stato  della  santa 
Sede  che  chiamansi  Legazioni.  Le- 
gato significa  ancora  messo  o  nun- 
zio. 11  cardinal  De  Luca,  //  cardi- 
nale pratico^  cap.   XVI,  de  cardi- 


LEG 
nali  legali  e  delle  diverse  specie 
di  legazioni^  dice  che  la  parola 
legato  nella  lingua  latina  e  secon- 
do le  regole  grammaticali  riceve 
un'ampia  significazione,  sicché  sen- 
za distinzione  di  ecclesiastici  e  di 
secolari,  ovvero  di  sovrani  e  di 
sudditi,  si  adatta  a  tutti  gli  am- 
basciatori, oratori,  nunzi  ed  altri 
messi,  dicendosi  messo  o  messaggio, 
in  latino  nuntìus,  internuntius .  Però 
secondo  l'uso  corrente  del  parlare 
giuridico,  e  particolarmente  nella 
corte  e  curia  di  Roma,  conviene 
solamente  a  quei  cardinali,  che 
dal  Pontefice  sono  deputati  come 
suoi  vicari  e  rappresentanti  per 
gravi  urgenze  ed  affari,  con  piena 
e  straordinaria  potestà,  a'  principi 
grandi  e  repubbliche,  come  per 
altre  importanti  occasioni  ;  ovvero 
per  il  governo  talvolta  di  alcune 
città  o  Provincie.  Laonde  gli  altri 
legati,  o  quelli  cui  nel  senso  gram- 
maticale conviene  l' istessa  parola, 
si  sogliono  chiamare  o  spiegare 
con  vocaboli  diversi  per  distinguer- 
li, benché  alcuni  di  essi  avessero 
quelle  istesse  facoltà,  le  quali  ai 
legati  competono  e  si  sogliono  con- 
cedere, come  per  esempio  sono  al- 
cuni nunzi  apostolici  presso  i  re, 
principi  grandi  o  repubbliche,  che 
hanno  tali  facoltà,  ma  non  si  di- 
cono legati,  appellandosi  nunzi  con 
potestà  di  legato  ;  e  quei  messi 
di  principi  e  di  città,  a'quali  nella 
suddetta  larga  significazione  gram- 
maticale o  legale  antica,  cioè  se- 
condo le  leggi  civili,  conviene  1'  i- 
stesso  vocabolo  di  Legalo  (ì^edi), 
si  dicono  in  latino  oralori^  ed  in 
italiano  Ambascialori,  Internunzi, 
Residenti,  Inviali  ec.  Avverte  per- 
ciò il  De  Luca,  che  vanno  tacciati 
coloro  che  nelle  materie  giuridiche 
adoprano    ne'  nunzi  e  negli   amba- 


LEG  267 

sciatori  il  titolo  e  la  parola  di  le- 
gati, imitando  piuttosto  i  gramma- 
tici che  i  giureconsulti,  senza  ri- 
flettere al  modo  di  parlare,  cagio- 
nato dalla  diversità  de*  tempi  e 
de'costumi.  E  sebbene  si  legge 
nelle  storie  ecclesiastiche  e  profane, 
che  anco  in  questa  carica  di  lega- 
ti apostohci,  chiamati  perciò  de 
latere,  si  deputassero  prelati  ed 
altri,  i  quali  non  fossero  cardinali; 
però  la  pratica  moderna  da  alcuni 
secoli  a  questa  parte  insegna  il 
contrario,  per  cui  questa  carica,  al- 
meno di  fatto  e  per  ragione  della 
più  frequente  pratica,  conviene  dir- 
si cardinalizia.  Il  p.  Tamagna,  nella 
par.  1,  p.  177  dell'  Origine  e  pre- 
rogative de  cardinali,  dice  che  il 
nome  di  legalo  a  latere  non  si 
diede  mai  che  ai  cardinali  soltanto, 
sebbene  ad  altri  personaggi  venis- 
sero le  legazioni  addossate,  come 
dimostra  dopo  molti  altri  Lucio 
Ferraris,  Bibliothec,  v.  Legatus  a, 
n.  4  ^d  9.  Questo  titolo,  dice  il 
p.  Tamagna,  é  antichissimo  per  quei 
cardinali  spediti  dai  Papi  a  tratta- 
re di  affari  rilevantissimi  o  coi 
principi,  o  nelle  sacre  adunanze, 
onde  per  tali  circostanze  i  cardina- 
li a  distinzione  di  ogni  altro  detti 
furono  a  latere  legati,  perché  co- 
me riflette  Eugenio  IV  nella  sua 
celebre  lettera,  Constit.  19,  §  Sunt 
etiam,  in  fin.,  appartenendo  eglino 
al  corpo  del  romano  Pontefice,  si 
dicevano  staccati  a  latere  sunimi 
Pontificis.  Si  deve  dunque  ritene- 
re, che  sotto  il  nome  di  legati 
non  vengono  indicati  i  nunzi  e  gli 
ambasciatori  ordinari  e  straordi- 
nari, ma  solamente  quelli  i  quali 
secondo  l'uso  corrente  del  parlare 
si  dicono  legati  apostolici,  di  sfera 
ed  autorità  molto  maggiore,  f^. 
Nunzio  Apostolico  e  Cardinale. 


268  LEG  LEG 

Diverse  sono  le  specie  dei  legati,  venerilis ,  queni  a  latere  nostro 
che  alcuni  li  dicono  di  tre  sorta;  trans  miss  inius  eas  possit  accìpere, 
i  legati  a  latere  o  de  latere,  i  le-  lib.  12,  epist.  12.  I  legati  missi, 
gali  missij  ed  i  legati  nati.  I  le-  cioè  mandati,  si  dicono  quelli  raan- 
gati  a  latere  o  de  latere  sono  i  dati  dal  Pontefice,  senza  eh*  essi 
cardinali  che  il  sommo  Pontefice  siano  cardinali,  come  i  nunzi  e 
manda  in  ambasciata;  chiamansi  gl'internunzi.  Talvolta  questi  pre- 
legati a  latere  o  de  latere,  perchè  lati  nunzi  furono  spedili  dai  Papi 
siccome  consiglieri  del  Papa  do-  con  facoltà  legatizia,  come  Dioni- 
vrebbero  stargli  sempre  a  fianco  e  sio  Laurerio,  poi  cardinale,  che 
dappresso,  ma  che  si  allontanano  Paolo  III  nel  i536  spedì  a  Gia- 
per  portarsi  ad  eseguire  l' incari-  corno  V  re  di  Scozia,  colle  stesse 
co  loro  affidato.  Il  Macri  alla  parola  prerogative  de'  legati  a  latere,  lo 
Legatus,  dichiarando  che  legatus  a  che  si  può  vedere  alla  biografia 
latere  è  quel  prelato  mandato  dal  di  tal  cardinale.  I  legati  nati  sono 
Pontefice  per  trattare  qualche  ne-  quelli,  ai  quali  non  si  dà  alcuna 
gozio  importante  coi  principi  cri-  legazione,  ma  che  alla  loro  dignità 
stiani,  il  quale  ordinariamente  suo-  è  attaccato  il  titolo  di  legato  apo- 
le  essere  cardinale,  aggiunge  che  si  stolico.  Il  potere  di  questi  legati 
dice  a  latere,  perchè  prende  Tinse-  nati,  che  nei  primi  sette  secoli 
gna  della  sua  carica  e  l'autorità  della  Chiesa  era  maggiore  di  quel- 
dei  suo  grado,  stando  in  piedi  sot-  lo  dei  legati  niissi,  è  in  oggi  assai 
to  il  baldacchino  del  Papa,  e  vici-  diminuito;  o  per  meglio  dire,  la 
no  al  di  lui  lato,  che  perciò  i  qualità  di  legato  nato  non  è  or- 
greci  lo  chiamavano  Legatus  afa-  mai  più  che  un  titolo  onorifico, 
eie,  come  attesta  Balsamone  com-  senza  funzioni,  e  la  loro  autorità 
mentando  il  sesto  sinodo  in  Trul-  non  si  estende  piìi  che  a  quella  di 
lo:  Legati,  qui  a  (ade  dicuntur,  un  arcivescovo  o  di  un  primate; 
qui  et  particulareni  habent  juris-  poiché  non  possono  portare  la 
dictionem,  per  la  qual  somma  au-  croce  fuori  della  loro  provincia.  Il 
torità  furono  paragonati  agli  anti-  Zaccaria  nelle  note  al  Lunadoro, 
chi  romani  proconsoli  e  presidi.  Relazione  della  corte  di  Roma, 
cap.  1  in  sexto.  Questo  modo  di  t.  II,  cap.  XXXVIII,  dice  che  i 
parlare  era  anche  praficato  dai  legati  nati  sono  quelli  che  hanno 
principi  secolari  per  denotare  un  annesso  tale  titolo  al  grado  di 
ambasciatore  intimo  e  famigliare,  qualche  arcivescovile  dignità  che 
presso  Marculfo  lib.  i,  form.  cap.  sostengono:  tali  erano  i  Vicari  a- 
ult.  :  Quatenus  praesente  misso  no-  postolici  [Vedi),  che  i  Papi  aveva- 
stro  illustri  viro  ilio,  quent  ex  no-  no  già  nelle  Gallie,  nell'Illirico  e 
stro  latere  illuc  prò  hoc  direxinuis.  in  altri  luoghi  ;  e  tali  pure  sono 
Kella  Chiesa  però  è  antichissima  in  oggi  alcuni  arcivescovi,  come 
questa  formola,  la  quale  si  legge  nelle  Spagne  quel  di  Toledo,  nella 
nel  registro  di  s.  Gregorio  I,  men-  Francia,  secondo  il  Cabassuzio,  quel- 
tré  ordina  ai  collettori  della  Fran-  lo  di  Reims,  e  nella  Germania 
eia,  che  depositino  il  denaro  rac-  l'arcivescovo  di  Salisburgo.  11  cita- 
colto  appresso  qualche  persona  da  to  Macri  aggiimge  che  alcuni  le- 
essi   stimata    idonea.    A    quo  cuni  gali  sono  intitolali  nati^  perchè  ar- 


LEO 

civescovi  di  qualche  chiesa  metro- 
politana, la  quale  per  privilegio 
ha  seco  connessa  la  dignità  di  le- 
gato; ma  l'autorità  di  questi  lega- 
ti non  si  estende  di  più  di  quel- 
la arcivescovile  o  metropolitica  o 
primaziale,  poiché  non  possono 
farsi  precedere  dalla  croce  fuori 
della  loro  provincia,  cap.  antiqua 
de  prìvìl. ,  né  possono  assolvere  i 
pubblici  percussori  de'  chierici  , 
ancorché  fossero  loro  sudditi,  cap. 
excommunicalìs  9,  de  offìc.  legat. , 
se  pure  non  avessero  particolar 
privilegio  pontificio,  come  lo  han- 
no i  legati  a  latere.  Inoltre  gode- 
Tano  del  titolo  di  legati  nati,  in 
Inghilterra  gli  arcivescovi  di  York, 
di  Cantorbery;  in  Iscozia  l'arcive- 
scovo di  s.  Andrea;  in  Francia, 
nella  provincia  di  Vienna  l'arcive- 
scovo, in  quella  di  Lione  l'arcive- 
scovo, dell' Aquilania  superiore  l'ar- 
civescovo di  Bourges,  dell'Aquitania 
inferiore  l'arcivescovo  di  Bordeaux, 
ed  in  quella  d'Arles  l'arcivescovo  di 
Arles.  In  Asia  l'arcivescovo  di  Tes- 
salonica  ;  in  Africa  il  vescovo  di 
Cartagine.  Nella  Spagna  ossia  nella 
Betica  e  nella  Lusitania  l'arcivescovo 
di  Siviglia.  Nella  Polonia  l'arcivesco- 
vo di  Gnesna  ;  nell'Ungheria  l'arci- 
vescovo di  Strigonia.  In  Italia  l'ar- 
civescovo di  Pisa,  ed  in  Germania 
anche  gli  arcivescovi  di  Magdebur- 
go  e  di  Magonza,  ec.  Però  il  car- 
dinal decano  del  sacro  collegio 
prò  tempore,  per  disposizione  del 
Papa  che  regna  Gregorio  XVI,  è 
legato  nato  della  legazione  aposto- 
lica di  Velletrij  con  giurisdizione 
civile  e  criminale.  Si  pretende  che 
Urbano  II  nel  1097  creasse  Rug- 
gero I  conte  di  Sicilia  ed  i  suoi 
successori  legati  nati  del  Papa,  colla 
facoltà  di  crearvi  vicari  chiamati  giu- 
dici della  moaarchia,  argomento  che 


LEG  269 

tratteremo  all'articolo  Sicilia.  A- 
vendo  Guglielmo  I  re  di  Sicilia  nel 
1  i56  assedialo  in  Benevento  il 
Pontefice  Adriano  IV,  lo  costrinse 
a  concedergli  che  i  Papi  non  po- 
tessero mandar  legati  in  Sicilia, 
se  da  lui  o  dai  re  suoi  successori 
non  fossero  richiesti  :  questo  privi- 
legio, estorto  con  violenza,  fu  poscia 
interamente  cassato  da  Innocenzo  III. 
Delle  diverse  specie  de'  legati, 
ecco  quanto  riporta  il  citato  cardi- 
nal De  Luca.  Diverse  sono  le  spe- 
cie de'  legati  apostolici  :  una  è  di 
quelli  i  quali  sono  ovvéro  preten- 
dono essere  fissi  e  perpetui,  per- 
chè la  legazione  è  annessa  alla  lo- 
ro dignità,  per  lo  che  s'  intitolano 
legati  nati,  come  si  suppone  che 
siano  alcuni  arcivescovi  grandi  di 
là  dai  monti,  benché  non  eserciti- 
no la  facoltà  di  legati,  sopra  di 
che  il  De  Luca  niente  affermando 
lascia  l'intiero  suo  luogo  alla  veri- 
tà. Altra  specie  di  legati  é  quella 
de  latere  straordinari,  i  quali  per 
alcuni  gravi  affari  della  Chiesa, 
della  repubblica  cristiana,  e  della 
Sede  apostolica  sono  specialmente 
inviati  dal  Papa  ai  re  e  principi, 
ovvero  in  qualche  stato,  regno  o 
repubblica,  come  per  esempio  per 
comporre  le  discordie  de'  principi 
e  pacificarli,  ovvero  per  indurli  in 
una  lega  contro  gì'  infedeli,  o  per 
altro  gravissimo  affare  della  Chiesa, 
o  della  religione,  o  della  santa  Se- 
de, conforme  ai  tempi  antichi  si 
legge  che  dal  Papa  fossero  mandati 
legati  air  imperatore  di  Costanti- 
nopoli, il  che  particolarmente  segui 
nella  persona  di  s.  Gregorio  I  es- 
sendo cardinale,*  con  tanti  somi- 
glianti esempi.  La  terza  specie  è 
di  quei  legati,  i  quali  sono  depu- 
tati a  presiedere  in  vece  ed  in  no- 
me del  Papa    ai  concilii    generali, 


270  LEG 

conforme  avanti  che  seguisse  lo 
scisma  de'greci  e  Ta  divisione  di 
quella  Chiesa  dalla  latina,  si  legge 
che  si  praticasse  nei  concìlii  cele- 
brati nell'oriente  ed  anche  in  al- 
cuni di  quelli  celebrati  nell'  occi- 
dente, ove  per  lo  più  furono  pre- 
sieduti dal  Papa  in  persona,  e  lo 
insegnò  pure  quanto  si  praticò  in 
Trento  nelT  ultimo  concilio  gene- 
rale. Noteremo  che  i  legati  aposto- 
lici, o  fossero  vescovi  o  preti  o 
diaconi,  sedettero  sopra  i  patriar- 
chi ed  i  primati.  Acciò  sia  valido 
il  concilio  generale  abbisogna  della 
persona  del  sommo  Pontefice,  o 
di  un  suo  rappresentante,  che  pos- 
sono essere  anche  più,  diversamen- 
te sarà  un  concilio  acefalo,  senza 
capo.  Cos\  si  praticò  nel  primo 
concilio  Niceno,  che  legati  del  Pa- 
pa furono  Osio  vescovo  di  Cordo- 
va, Vincenzo  e  Vito  sacerdoti.  La 
necessità  di  questa  personale  pre- 
senza del  Papa  o  di  un  rappre- 
sentante^  senza  tante  dispute  mira- 
bilmente stabilisce  la  primazia  del 
Papa,  mentre  il  concilio  generale 
senza  il  Papa  nulla  può  decidere, 
ne  in  domma  ne  in  disciplina.  Il 
Pontefice  s.  Giulio  I,  non  potendo 
assistere  in  persona  al  concilio  di 
Sardica,  vi  spedi  in  suo  luogo  due 
preti  e  un  diacono  con  carattere 
di  legati.  La  quarta  specie  è  di 
quei  legati,  i  quali  per  una  funzio- 
ne particolare  sono  deputati  dentro 
di  Roma,  ovvero  non  molto  di- 
stante o  al  di  qua  de'montì,  come 
i  tre  cardinali  i  quah  nel  giorno 
della  vigilia  di  Natale  di  ciascun 
anno  santo  (o  in  quel  giorno  che 
ha  luogo  l'apertura  come  la  chiu- 
sura ),  mentre  il  Papa  si  accinge 
ad  aprire  la  porta  santa  della  ba- 
silica di  s.  Pietro  (  ora  si  eleggo- 
no prima,  come  dicemmo    all' arti- 


LEG 
colo  Anni  santi,  e  in  quelli  delle 
chiese  che  nomineremo  e  di  s.  Ma- 
ria in  Trastevere,  come  a  Decano 
DEL  SACRO  COLLEGIO  ed  altri  relativi 
articoli  ),  sono  dal  medesimo  crea- 
ti legati  a  fare  la  stessa  funzione 
d'aprire  e  serrare  le  porte  sante 
nelle  tre  basiliche  di  s.  Paolo,  di 
s.  Gio.  in  Laterano,  e  di  s.  Maria 
Maggiore;  essendo  solito  che  per 
la  prima  sia  deputato  il  cardinal 
decano,  e  per  le  altre  i  due  car- 
dinali arcipreti  di  ciascuna,  i  qua- 
li da  s.  Pietro  partono  con  solen- 
ne cavalcata  (  la  quale  ora  non 
suole  farsi,  come  dicemmo  nel  voi. 
Vili,  p.  200  e  seg.  del  Dizionario , 
riparlando  di  tal  funzione). 

Nella  quarta  specie  di  legati,  il 
cardinal  De  Luca  pone  quelli  che 
il  Papa  destina  ad  incontrare  l'im- 
peratore o  qualche  re  che  portasi 
in  Roma  (  di  che  se  ne  tratta  al- 
l'articolo Ingressi  solenni  in  Roma), 
nello  stato  pontificio  o  per  alcune 
miglia  distante  dalla  città,  ed  a 
complimentarli  in  suo  nome,  come 
Alessandro  VII  fece  colla  regina 
di  Svezia  ;  ovvero  che  passando  per 
l'Italia  qualche  re  o  regina  il  Pa- 
pa manda  (  ora  non  si  costuma  ) 
un  legato  parimenti  a  complimen- 
tarli in  suo  nome,  ciò  che  praticò 
Urbano  Vili  con  l'infanta  di  Spa- 
gna figlia  del  re  Filippo  III,  che 
passò  per  V  Italia  onde  andare  a 
sposare  il  re  d'  Ungheria,  poi  im- 
peratore Ferdinando  III;  e  nel 
pontificato  d'Innocenzo  X,  quando 
dalla  Germania  venne  in  Italia 
l'infanta  del  detto  imperatore,  spo- 
sa del  re  di  Spagna  Filippo  IV 
suo  zio,  per  non  dire  di  molti  al- 
tri esempi.  La  quinta  ed  ultima 
specie  di  legati ,  secondo  il  De 
Luca,  è  dei  legati  ordinari,  i  qua- 
li   sono    deputati    pel    governo  di 


LEG 

alcune  provincie  o  raembri  del 
dominio  temporale  della  Chiesa,  co- 
me sono  i  legati  dello  stato  d'Avi- 
gnone, di  Bologna,  di  Ferrara,  di 
Romagna  e  di  Urbino  (  al  presen- 
te le  Provincie  che  hanno  i  cardi- 
nali legati  per  presidi  e  governa- 
tori, sono  Velletri,  Bologna,  Fer- 
rara, Forlì,  Ravenna^  Urbino  e 
Pesaro  ).  Con  questa  differenza,  che 
le  ultime  quattro  legazioni  per  lo 
più  sono  residenziali,  sicché  vanno 
i  cardinali  legati  personalmente  ad 
esercitare  la  legazione;  ma  la  pri- 
ma d*  Avignone  (  al  cui  articolo 
facemmo  la  storia  di  quella  le- 
gazione, come  a  quelli  delle  al- 
tre praticammo  il  simile  ),  come 
solita  appoggiarsi  a  quel  primo 
ministro  del  Papa  detto  soprain- 
tendente  dello  stato  ecclesiastico,  o 
segretario  di  stato,  si  esercitava 
per  uu  vice -legato  prelato,  sup- 
plendo egli  in  Roma  con  1'  aiuto 
d'una  congregazione,  chiamata  la 
Congregazione  d'  Avignone  (Vedi). 
Alle  volte,  secondo  l'arbitrio  del 
Papa  e  le  contingenze  delle  occa- 
sioni, si  sogliono  deputare  i  legati 
nelle  provincie  della  Marca,  del- 
l'Umbria, del  Patrimonio  (  si  può 
aggiungere  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, di  che  si  parlò  all'  articolo 
Prosinone,  ed  ancora  di  qualche 
città  o  luogo  dello  stato  pontifìcio, 
come  si  notò  a'  loro  articoli),  le 
quali  per  lo  piìi  sono  governate 
dai  prelati  con  titolo  di  governato- 
ri. Come  anche  alle  volte  porta  il 
caso  di  deputarsi  un  cardinal  le- 
gato per  la  città  di  Roma  (  di  che 
si  fa  parola  agli  articoli  Roma 
e  Viaggi  de' Papi  )  in  occasione 
di  viaggio  ed  assenza  del  Pontefi- 
ce, come  praticarono  Sisto  IV,  e 
Clemente  Vili  quando  si  recò  a 
Ferrara.    E    quando    la  residenza 


LEG  1^1 

pontificia  dal  i3o5  al  1376  fu 
in  Francia  ed  in  Avignone,  i  Pon- 
tefici solevano  deputare  il  cardinal 
legato  pel  governo  dell'Italia  e  di 
Roma  (  oltre  quelli  che  destinaro- 
no per  coronare  gli  imperatori  En- 
rico VII  e  Carlo  IV,  come  si  disse 
all'articolo  Coronazione  degli  Im- 
peratori, e  per  la  celebrazione  del- 
l'anno santo  1 35o  ),  essendo  stato 
il  più  celebre  il  cardinal  Egidio 
Albornoz  spagnuolo. 

Qui  noteremo  che  anco  il  sacro 
collegio  ne'  conclavi  deputò  legati 
a  quello  che  avea  eletto  Papa,  non 
essendo  in  conclave.  Nel  1271  i 
cardinali  avendo  inutilmente  invia- 
to i  cardinali  Ottobono  Fieschi , 
ed  Ubaldini  a  s.  Filippo  Beuizi  ser- 
vita per  farlo  Papa,  ed  avendo  e- 
letto  Gregorio  X  [Fedi),  che  si 
trovava  in  Soria,  gì' inviarono  legati 
col  decreto  di  elezione.  Egli  non 
era  cardinale,  come  non  lo  fu  Cle- 
mente V,  eletto  nel  i3o'>  mentre 
era  in  Francia.  1  cardinali  gli  spe- 
dirono legati  col  decreto  di  elezio- 
ne, cioè  Guy  abbate  di  Beaulieu, 
Pietro  di  Monti  chiello  sagrestano 
della  chiesa  di  Narbona ,  ed  An- 
drea d'Hugugio,  tutti  e  tre  uflìziali 
della  chiesa  romana  e  deputati  del 
conclave.  I  legati  manifestarono  a 
Clemente  V  lutti  gli  atti  del  con- 
clave, e  gli  domandarono  istruzio- 
ni per  la  sua  partenza  per  Ptonia. 
Ma  il  Papa  secondando  le  insinua- 
zioni di  Filippo  IV  il  Bello  re  di 
Francia,  rispose  loro.  Che  era  be- 
ne onesto  che  le  pecore  seguitas- 
sero il  pastore,  e  non  convenire  ad 
esso  che  mancandogli  il  gregge,  iu 
cambio  di  bastone  pastorale,  do- 
vesse pigliar  soldati  in  sua  compa- 
gnia, e  però  ingiunse  ai  cardinali 
che  andassero  a  lui  senza  tardare, 
lasciando  in  disparte    il  dire,    che 


272  LEG 

la  sanla  Sede  non  si  debbe  pone- 
re  altrove  che  in  Roma,  e  che  fos- 
se troppo  grave  spesa  e  maggior 
fastidio,  che  tanta  moltitudine  di 
gente  si  partisse  dall'  Italia.  Rife- 
rita dai  legati  l'ambasciata  risolu- 
ta del  PonleficCj  fecero  i  cardinali 
a  gara  a  chi  potè  più  presto  com- 
parire alla  città  di  Poitiers  nel- 
l'Aquitania,  ove  trova  vasi  Clemen- 
te V.  Nel  1862  in  Avignone  i  car- 
dinali elessero  Urbano  V,  benché 
non  fregiato  della  dignità  cardina- 
lizia, e  gli  spedirono  il  decreto  per 
legati  che  lo  ritrovarono  a  Firen- 
ze o  in  Marsiglia;  ma  l'elezione  si 
pubblicò  dopo  il  suo  arrivo  in  A- 
vignone.  Nel  i522  a' g  gennaio  nel 
conclave  di  Roma  fu  creato  Papa 
il  cardinal  Florenzi  dimorante  nel- 
la Spagna  in  Vittoria.  Dopo  fatta 
la  consueta  pubblicazione,  i  cardi- 
nali si  congregarono  nella  sala  degli 
scrutini,  e  per  fave  bianche  e  ne- 
re deputarono  due  legali  ad  effet- 
to di  mandarli  al  nuovo  Pontefice, 
quali  furono  il  cardinal  Pompeo 
Colonna  e  il  cardinal  Alessandro 
Cesarini,  indi  fu  subito  aperto  il 
conclave.  Nel  di  seguente  i  cardi- 
nali elessero  per  terzo  legalo  il 
cardinal  Franciotto  Orsini,  l'unico 
ch'erasi  opposto  all'elezione;  inol- 
tre decretarono  i  cardinali,  che  fin- 
che non  venisse  a  Roma  il  Ponte- 
fice, tre  di  ciascun  ordine  ogni  me- 
se governassero,  residendo  nel  pa- 
lazzo apostolico.  Ai  IO  febbraio  i 
cardinali  Cibo  e  Grimani  si  scusa- 
rono dal  governo  per  le  loro  in- 
fermità, e  fu  deputato  il  cardinal 
Fiesco,  quale  similmente  si  scusò  , 
ma  la  sua  scusa  non  fu  ammessa, 
laonde  dovette  accettare ,  sebbene 
non  volle  abitare  in  palazzo.  A' io 
aprile  Guglielmo  per  lettere  cre- 
denziali pubblicò  il  nome  del   Pa- 


LEG 

pa  Adriano  VI.  Questi  a'  14  ago- 
sto nel  porto  di  Livorno  ricevè  i 
cardinali  Medici,  Piccolomini,  Pe- 
trucci,  Cortona  e  Ridolfi  che  l'an- 
darono ad  incontrare.  A'  27  detto 
i  cardinali  Colonna  ed  Orsini  con 
lettere  del  sacio  collegio,  l' incon- 
trarono a  Civitavecchia  ;  ad  Ostia 
il  Papa  fu  ossequiato  dagli  altri 
cardinali  e  dai  legati  di  molti  prin- 
cipi. Così  la  Storia  de'  conclavi^ 
pag.  148.  Ma  nella  Descrizione 
del  viaggio  di  Adriano  F/,  di  Bia- 
gio Ortiz  suo  cappellano ,  si  legge 
a  pag.  7,  che  Antonio  Studillo  no- 
bile spagnuolo,  gentiluomo  del  car- 
dinal Carvajal,  portò  da  Roma  il 
breve  della  sacra  elezione^  e  giun- 
se in  Vittoria  a'9  febbraio;  che  in 
Saragozza,  ove  il  Papa  era  giunto 
a*  28  marzo,  arrivò  il  cardinal  A- 
lessandro  Cesarini  che  faceva  le  ve- 
ci del  sacro  collegio,  per  esibire  al 
Pontefice  il  dovuto  ossequio  e  ri- 
verenza. 

Il  De  Luca ,  ripigliando  il  filo 
dell'articolo,  dice  che  le  altre  spe- 
cie di  legati,  da  quelli  deputati  al 
governo  delle  provincie  in  fuori , 
sono  principalmente  cariche  spiri- 
tuali ed  ecclesiastiche,  per  fare  al- 
cune funzioni  in  nome  del  Papa  e 
capo  visibile  della  Chiesa  e  della 
religione  cattolica  (  come  per  fare 
sposalizi ,  battezzare  o  fare  da  pa- 
drino, al  dire  del  Macri,  ed  altro); 
laonde  l'autorità  e  la  giurisdizione 
de*  legati  principalmente  consiste 
nelle  materie  ecclesiastiche  e  spiri- 
tuali ;  onde  quando  il  caso  porta 
qualche  potestà  e  giurisdizione  tem- 
porale, questa  è  accessoria  ed  ac- 
cidentale; che  ali*  incontro  quelle 
della  quinta  ed  ultima  specie  sono 
principalmente  cariche  temporali, 
come  di  proconsoli  ovvero  di  pre- 
sidi delle  Provincie,  benché  per  la 


LEG 

qualità  della  caricagli  compela  an- 
cora qualche  giurisdizione  spiritua- 
le; che  però  i  legati  sono  i  giudi- 
ci delle  appellazioni  e  dei  ricorsi 
dei  vescovi  ed  arcivescovi,  e  degli 
altri  prelati  ecclesiastici,  cosi  seco- 
lari come  regolari,  con  altre  facol- 
tà maggiori  o  minori,  che  nella 
loro  deputazione  se  gli  concedono. 
Tuttavia  questa  è  accessoria  e  con- 
secutiva, al  che  si  deve  avvertire 
per  molti  effetti  che  da  ciò  risul- 
tano nelle  cause  del  foro.  Tutte 
queste  specie  di  legazioni  si  prov- 
vedono in  concistoro,  ma  con  qual- 
che diflèreuza  di  forma  e  di  solen- 
nità, di  che  tratteremo  poi,  usando- 
ne qualche  maggiore  nella  seconda 
specie  di  que'  legati  a  laiere,  i  qua- 
li si  mandano  di  là  dai  monti  per 
atfari  grandi.  E  lo  stesso  deve  in- 
tendersi circa  le  facoltà  che  si  so- 
gliono concedere,  dipendendo  dal- 
l'arbitrio del  Papa,  il  quale  per  lo 
più  è  solilo  di  regolarsi  dallo  stile 
e  dagli  esempi  passati;  ma  pari- 
menti le  facoltà  de'  legati  della  sud- 
detta seconda  specie  sogliono  es- 
sere le  maggiori,  per  lo  che  come 
per  un'  immagine  dello  stesso  Pa- 
pa portano  seco  un  tribunale  della 
dataria  col  datario,  il  quale  suole 
essere  un  uditore  di  rota,  e  con 
altri  ufiìziali,  e  con  1'  assistenza  di 
molti  altri  prelati  con  diverse  ca- 
riche, come  per  una  figura  o  im- 
magine della  corte  romana ,  men- 
tre i  legati  della  quinta  ed  ultima 
specie  sono  piuttosto  Governatori 
(^Fedi)y  o  presidi  di  prò  vi  nei  e  con 
questa  onorifica  nuncupazione ,  e 
con  qualche  maggior  prerogativa 
de'  semplici  presidi,  ma  non  sono 
veri  legati  a  latere  (il  cardinale 
Antonio  Pallotta  a'  giorni  nostri 
però  lo  fu  nelle  provincie  di  Ma- 
rittima e    Campagna    per    nomina 

VOL.    XXXVII. 


LEG  273 

di  Leone  XII,  come  si  è  detto  nel 
voi.  XXVII,  p.  267  e  3i3;  il  car- 
dinal Gio.  Antonio  Benvenuti  fu 
dichiarato  dal  regnante  Gregorio 
XVI  legato  a  latere  per  le  Marche, 
cioè  per  le  provincie  pontificie  pò 
ste  al  di  là  dell*  Apennino ,  per 
pacificare  gì*  insorti,  come  dicem- 
mo a*  rispettivi  luoghi  ;  ed  il  car- 
dinal Carlo  Opizzoni  dal  medesi- 
mo Papa,  a  detta  epoca  e  per  lo 
stesso  fine  fu  fatto  legato  a  latere 
per  le  quattro  legazioni,  come  di- 
cemmo al  voi.  XXIV,  pag.  170 
del  Dizionario;  ed  altrove),  sicché 
con  essi  non  si  praticano  le  solen- 
nità solite  usarsi  coi  veri  legati  a 
latere,  e  tra  essi  quello  di  Avigno- 
ne aveva  qualche  maggiore  auto- 
rità e  giurisdizione  nella  coUazio^ 
ne  de'  benefizi ,  nella  facoltà  di  de- 
legare le  cause  nelle  altre  istanze^ 
e  molte  altre  cose  che  non  com- 
petono agli  altri  legati  delle  sud- 
dette Provincie. 

Quanto  al  datario  dei  cardinali 
legati ,  oltre  quello  che  dicemmo 
all'articolo  Datario,  leggo  nel  Ber- 
nini pag.  i32,  //  tribunale  della 
rota^  che  tra  le  prerogative  godute 
da  sì  rispettabile  tribunale,  quando 
alcun  legato  a  latere  si  spedisce 
dai  Papi  per  gravi  affari  o  agl'im- 
peratori o  ai  re ,  rappresentando 
il  legato  la  persona  del  medesimo 
Pontefice,  e  quasi  seco  portando 
una  piccola  immagine  della  corte 
e  curia  di  Roma,  conduce  in  sua 
compagnia  un  datario  per  le  spe- 
dizioni de'  benefizi  per  indulgenza 
de'  Pontefici  a  se  annessi,  e  come 
che  spesse  volte  i  Papi  sono  soliti 
di  scegliere  per  loro  datario  uno 
de*  prelati  uditori  di  rota,  così  il 
datario  de'  legati  si  è  sempre  un 
uditore  della  medesima ,  che  con 
suoi  subalterni  officiali  compone 
18 


374  LEG 

un  tribunale  somigliante  a  quello 
di  Roma.  Onde  nelle  due  spedi- 
zioni fatte  da  Clemente  Xf,  una  in 
persona  del  cardinal  Carlo  Barberi- 
ni, a  Filippo  V  re  di  Spagna,  che 
pertossi  al  possesso  del  regno  di 
Napoli,  e  r  altra  in  persona  del 
cardinal  Giuseppe  Renato  Imperia- 
li, all'imperatore  Carlo  VI,  che 
da  Barcellona  per  Milano  passò  a 
Vienna,  fu  ad  ambedue  destinato 
per  datario  Bernardino  Scotti  udi- 
tore della  sacra  rota,  poi  dal  detto 
Papa  creato  cardinale.  A  prendere 
una  idea  della  corte  ed  accompa- 
gnamento di  un  cardinal  legato , 
riporteremo  qui  quello  del  cardi- 
nal Alessandro  de  Medici,  che  nel 
i6o5  divenne  Leone  XI,  quale  si 
legge  nel  p.  Ri  eh  a,  Notizie  istori- 
che  delle  chiese  fiorentine^  tom.  VI, 
pag.  3oi.  Il  cardinal  Alessandro 
de  Medici  arcivescovo  di  Firenze, 
fu  da  Clemente  Vili  mandato  le- 
gato apostolico  ad  Enrico  IV  re  di 
Francia,  per  istabilire  la  pace  tra 
quel  monarca  e  Filippo  II  re  di 
Spagna,  nella  quale  legazione  egli 
talmente  si  adoperò,  e  con  tanta  gra- 
zia parlò,  che  gli  riuscì  di  conchiu- 
derla con  soddisfazione  universale,  e 
pubblicarla  in  Parigi  a*  1 1  giugno 
iSgS.  Nel  tempo  che  si  trattenne 
in  Francia  ricuperò  alla  Chiesa  ro- 
mana Carlotta  principessa  di  Con- 
dé,  che  pubblicamente  abiurò  il 
calvinismo.  Da  un  autentico  mss. 
pertanto  della  libreria  de*  marche- 
si Niccolini ,  che  abbraccia  fedel- 
mente tutta  la  storia  di  questa  le- 
gazione, tra  le  cose  degne  di  con- 
siderazione vi  si  leggono  i  nomi 
de'  prelati  che  fecero  al  cardinale 
una  nobile  comitiva,  e  sono  i  se- 
guenti. Monsignor  Gonzaga  vesco- 
vo di  Mantova  nunzio  apostolico. 
Spinello    Bcnci    vescovo   di   Monte 


LEG 
Pulciano.  Antonio  Grimani  vesco- 
vo di  Torcelli.  Francesco  vescovo 
di  Termoli  teologo.  Alessandro  Giu- 
sti uditore  di  rota  datario.  Gio. 
Giacomo  Adorno  referendario.  At- 
tilio Amalteo  segretario  della  lega- 
zione. Vittorio  Ragazzoni  protono- 
tario  apostolico.  Lazzaro  Mal  vici- 
no pronotario.  Abbate  Bandini. 
Paolo  Alaleoni  maestro  di  cerimo- 
nie. Ritornato  poi  il  cardinale  in 
Italia,  essendo  Clemente  Vili  in 
Ferrara,  fuori  di  quella  città  da 
tutti  i  cardinali  fu  ricevuto,  ed  in 
pubblico  concistoro  condotto,  ebbe 
dal  Pontefice  lodi  e  ringraziamenti 
da  non  potersi  facilmente  dichia- 
rare. 

Sopra  i  trattamenti  di  questi  car- 
dinali legati  coi  medesimi  re  e  prin- 
cipi grandi  a'  quali  sono  inviati,  o 
pure  coi  vescovi  ed  altri  prelati 
del  medesimo  paese,  anzi  anche  con 
altri  cardinali  non  legati,  che  ivi 
si  ritrovano,  sogliono  essere  fre- 
quenti i  dubbi  al  dire  del  lodalo 
cardinal  De  Luca,  particolarmente 
di  là  dai  monti,  conforme  insegna- 
no le  cronache  e  i  diari  di  tante 
legazioni  ;  e  sopra  di  che  un  avvo- 
cato parigino  compose  un  libro  DeU 
la  dignità  del  cardinale,  in  occa- 
sione della  legazione  del  cardinal 
Flavio  Chigi  nipote  di  Alessandro 
VII,  a  Luigi  XIV  re  di  Francia, 
ripigliando  forse  poco  fedelmente 
gli  atti  della  precedente  legazione 
ad  Enrico  IV  del  cardinal  Aldo- 
brandino sotto  Clemente  Vili  suo 
zio;  e  dell'altra  al  re  Luigi  Xlll, 
figlio  dell'uno  e  padre  dell'altro 
de*  nominati  re,  del  cardinal  Bar- 
berini sotto  Urbano  Vili  suo  zio. 
E  siccome  troppa  digressione  por- 
terebbe l'esaminare  le  ragioni  delle 
diverse  opinioni,  il  De  Luca  con- 
siglia rimettersi  ai  ceremoniali   ed 


LEG 

ai  maestri  delle  cereraonie.  Il  Co- 
sta neW  Istoria  delle  rendite  eccle- 
siastiche e  materie  beneficiarie,  nel- 
la part.  II,  pag.  4?,  parlando  del- 
l'antico potere  de'  legati  in  Fran- 
cia in  quei  tempi  ,  ci  sembra  qui 
opportuno  riportare  quanto  ne  di- 
ce. Il  potere  de'  legati  a  latere  era 
grandissimo,  e  le  loro  facoltà  sono 
espresse  a  lungo  nelle  lettere  che 
dava  loro  il  Papa,  ma  non  ave- 
vano esecuzione,  fino  a  tanto  che 
il  re  non  avesse  riconosciuta  la  le- 
gazione, e  di  più  i  ministri  del  re 
non  avessero  registrate  le  dette  lette- 
re di  legazione,  se  non  con  le  modi- 
ficazioni e  resti  izioni  che  erano  ad 
esse  aggiunte  secondo  il  volere  del 
re,  e  conforme  alle  libertà  e  co- 
stumi del  regno.  I  legati  avevano 
dunque  le  medesime  facoltà  per 
tutto  quello  che  riguarda  i  benefìzi 
che  hanno  i  Papi,  cui  rappresen- 
tavano. Per  questo  erano  molto  in- 
comodi ai  collatori  ordinari  nel 
tempo  della  loro  legazione,  la  qua- 
le durava  quanto  piaceva  al  re. 
"V'erano  nulladimeno  certe  cose, 
cui  non  potevano  eseguire  senza  un 
mandato  speciale  del  Papa  ,  come 
le  traslazioni  de'  vescovi.  Non  po- 
tevano nemmeno  ammettere  le  ras- 
segnazioni in  favoreniy  purché  ciò 
non  fosse  espressamente  dichiarato 
nelle  loro  facoltà,  e  non  si  avesse 
a  questo  derogato  nella  restrizio- 
ne che  n'era  stata  fatta  :  bisogna 
consultare  per  questo  le  bolle  del- 
la loro  legazione,  e  la  loro  verifi- 
cazione fatta  dal  parlamento  di 
Francia.  Doujat  ne  fece  stampare 
alcune  nella  sua  raccolta,  e  tra  le 
altre  quella  del  cardinal  Chigi,  in 
cui  si  potrà  vedere  quali  erano  le 
loro  facoltà  in  Francia ,  dove  ese- 
guivano l'una  e  l'altra  giurisdizio- 
ne, cioè  la  volontaria  e  la  conten- 


LEG  275 

ziosa,  in  qualità  nondimeno  di  de- 
legati del  Papa.  Per  questo  la  loro 
giurisdizione  cessava,  se  avveniva 
che  il  Papa  morisse  mentre  l'eser- 
citavano .  Oltre  a  questi  legati  a 
latere^  ì  quali  non  s' inviavano  io 
Francia  se  non  istraordinariamen- 
te,  v'era  un  altro  legato  a  latere 
in  Avignone,  il  quale,  come  si  dis- 
se, esercitava  la  sua  giurisdizione 
nella  città  di  Avignone  e  nella  con- 
tea Venaissina,  nelle  provincie  di 
Vienna  del  Delfinato,  d'Arles,  d'Em- 
brun,  d'Aix  e  di  Narbona.  Questa 
giurisdizione  sì  dava  per  l'ordina- 
rio ad  un  cardinale,  il  quale  ave- 
va un  suddelegato  o  vice- legato, 
che  ne  faceva  tutte  le  funzioni.  Co- 
me anche  circa  la  giurisdizione  e 
la  facoltà,  opina  il  De  Luca,  che 
conviene  rimettersi  a  que'  giuristi 
e  teologi,  i  quali  di  proposito  han- 
no composto  delle  opere  sopra  l'of- 
fizio  e  potestà  del  cardinale  le- 
gato. 

Dell'officio  di  legato  i  canonisti 
danno  le  seguenti  nozioni.  Sicco- 
me il  giudice  delegato  esercita  l'of- 
ficio e  le  veci  del  delegante,  così 
il  legato  fa  le  veci  del  sommo 
Pontefice  nella  provincia  o  governo 
commessogli;  non  potendo  il  Papa 
essere  presente  in  tutti  i  luoghi 
del  suo  stato,  invia  a  suo  nome 
dei  legati.  Veggasi  il  cap.  post 
traslat.  hoc  iit. ,  cap.  ad  eniinen- 
tiam  infra  de  senlent.  excommunic. 
Circa  le  facoltà  che  hanno  i  legali 
puossi  ancora  consultare  il  cap. 
4.  Qiiod  traslationem  ex  decre- 
tali Innocentii  III^  Cincia  car- 
dinali apostolicae  Saedis  legato  in 
Sicilia  scripta.  Questa  decretale 
dà  la  facoltà  al  legato  di  assolvere 
dalla  scomunica  incorsa  per  aver 
percosso  un  chierico.  Per  andare 
pertanto  al    sicuro,  secondo  la  pia 


àyS  LEG  LEG 
comune  opinione,  il  legalo  non  cognizione  di  causa,  e  strepito  giù 
ha  la  facoltà  di  assolvere  dagli  al-  diziario,  ed  è  perciò  che  non  può 
tri  casi  riservati  al  Papa,  come  lo  esercitarsi  fuori  di  giurisdizione  dis- 
prova il  Tesauro,  De  poenis  Ec-  senziente  il  giudice  locale  ordina- 
clesiast.  par.  I,  cap.  24>  §  ^^  ^^'  *'*0J  poiché  se  col  consenso  del 
gato.  Opina  tuttavia  il  detto  Te-  proprio  giudice  può  giudicarsi  un 
sauro  che  il  legato  possa  assolvere  suddito  alieno  fuori  del  territorio, 
dai  casi  riservati  al  Papa  concessi  come  dal  cap.  nullus,  3,  can.  9, 
al  vescovo  dal  Tridentino  sess.  24,  q-  2,  molto  più  potrà  giudicare 
cap.  6 ,  osservata  la  forma  ivi  il  suddito  proprio  fuori  dei  suo 
prescritta,  mentre  il  legato  concor-  territorio  col  consenso  del  giudi- 
re  con  qualunque  ordinario,  ed  il  qe  locale,  purché  ne  convengano 
legato  dicesi  ordinario  in  tutta  la  le  parti,  ie  quali  loro  malgrado  non 
sua  provincia,  cap.  2,  De  off.  le-  possono  trarsi  in  estero  territorio, 
gaL ,  et  cap.  1  eod.  lit.  in  6,  ed  abb.  in  cap.  novit ,  num.  i  ;  ma 
ha  piena  giurisdizione  come  il  ve-  trattandosi  di  volontaria  giurisdi- 
scovo,  Sanchez  lib.  8  De  malrini.  zione  che  non  esige  procedura,  né 
disi,  g,  num.  25.  Tal  facoltà  per  cognizione  di  causa,  può  impune- 
altro  concessa  nel  citato  cap.  6  de-  mente  esercitarsi  fuori  del  pro- 
ve intendersi  estensiva  ai  casi  ri-  prio  territorio;  non  però  un  ve- 
servati  al  Papa  avanti  il  concilio  scovo  potrà  scomunicare  un  suo 
di  Trento,  non  dopo.  E  fuori  di  suddito  esistente  fuori  del  suo  ve- 
disputa  che  il  legato  o  nunzio  a»  scovato,  come  vuole  il  Navarro, 
postolico,  senza  speciale  facoltà  non  in  Man.  praelat.  e.  27,  n.  6,  per- 
può  assolvere  dalla  scomunica  in-  che  lo  scomunicare  una  persona 
corsa  per  la  violazione  dell'ecclesia-  appartiene  alla  giurisdizione  con- 
stica  immunità,  come  dichiarò  la  lenziosa.  Tutto  può  fare  per  au- 
sacra  congregazione  dell'  immunità  torità  di  quello  che  lo  ha  manda- 
in  PapieUy  11  luglio  1676,  lib.  I  lo,  eccettuate  quelle  cose  che  sono 
Decret.  Altovili  p.  io32,  che  in-  specialmente  riservate  al  sommo 
giunse  al  vescovo  che  di  nuovo  Pontefice,  come  il  trasferire  ve- 
coir  autorità  della  detta  congrega*  scovi,  cap.  2,  De  traslat.  episcop.j 
zione  assolvesse  il  già  assoluto  dal  V  unire  e  soggettare  una  chiesa  cat- 
cardinal  legato  senza  la  facoltà  a-  tedrale  ad  un'altra,  unire  due 
postolica  :  Giraldi,  Espositio  finis  vescovati,  o  dividerne  uno,  cap. 
Pontificii  par.  I,  ex  lib.  I  Decret.  3  et  4  ^^  sexlo;  conferire  una 
sez.  1 7 1  )  nelle  Annotaz.  al  capo  chiesa  non  ancora  vacante,  cap. 
Quod  traslationem.  Il  legato  può  Dilectus  infra  de  prebend.  ;  né 
fare  quello  che  faceva  il  procon-  le  minori  dignità,  dopo  il  ve- 
sole  entralo  in  provincia,  tot.  tit.  scovo,  se  questi  prelati  le  aves- 
ff".  de  offic.  proc.  l.  observata  ;  e  sero  assunte  per  elezione ,  cap. 
la  ragione  perché  il  legato  non  4>  ^^  possono  dispensare,  che  i 
può  esercitare  la  contenziosa  giù-  figh  de'preti  direttamente  succeda- 
risdizione  fuori  della  provincia  de-  no  alla  chiesa  ov'è  o  dove  è  stato 
stinatagli,  ma  la  volontaria,  si  é  il  padre,  cap.  Dilectus  de  filiis 
perchè  la  giurisdizione  contenziosa  praesbyl.  Non  possono  rivocare  le 
non    può    esercitarsi    se    non    con  sentenze  de'  giudici  delegati,    cap. 


LEG  LEG  477 
2  hoc  tit.  In  tutto  il  resto  far  nali,  vacando  la  Sede  apostolica, 
lo  possono,  ed  è  tale  e  tanta  la  non  può  richiamare  il  legato,  se  non 
iTìaestà  di  questa  legatizia  dignità,  per  grave  causa  e  vantaggio  della 
che  dopo  il  sommo  Pontefice  è  la  Chiesa,  e  non  cessa  la  legazione  fi- 
maggiore  in  provincia  ,  cap.  8  no  a  tanto  che  il  legato  non  ab- 
hoc  lìtui.  Può  suddelegare  nelle  bia  officialmente  saputo  la  revoca, 
incumbenze  che  gli  spettano,  cap.  leg.  De  concess.  prathendae  in  6. 
abbatem  de  eleclion.  in  6,  ciò  ch'è  Per  tempo  quando  la  legnzione  ab- 
vietato  ai  delegati  ;  la  loro  giuris-  bia  stabilito  il  tempo  di  sua  du- 
dizione  non  cessa  per  la  morte  rata,  cap.  De  caussis  4  ^^^'  ^^  ^f' 
del  Pontefice,  cap.  ult.  in  fin.  hoc  fic.  delegati.  Per  crtw^^j esaurita  la 
tit.  ,  e  cessata  la  legazione  tutto  causa  per  cui  specialmente  fu  de- 
quello si  è  fatto  dal  legalo  dura  stinata  la  legazione, 
perpetuamente,  e  finché  non  viene 

revocalo,  cap.  ult.  Cessa  la  legazio-  Altre  notìzie  sui  legati  apostolici; 
ne  per  morte,  revoca,  tempo,  e  loro  orìgine,  e  venerazione  in 
causa.  Per  morte  del  legato,  quan-  cui  sempre  furono  tenuti;  loro 
do    questo     nominatamente    ed  es-  estesa    autorità;    loro    nomina; 

pressamente    sia    destinato    alla  le-  ceremonìali,    concistori ,    insegne 

gazione,  essendo  la  destinazione  per-  legatìzìe  ,    e    cenni    bibliografici 

sonale,    che  se    la  nomina  o  com-  degli    autori    che    scrissero    di 

missione  si  faceva  sotto  il  nome  di         questo  importante  argomento. 
dignità  o  di    officio  perpetuo,  non 

cessa  la  legazione  essendo  reale,  Sino  dai  più  remoti  secoli  u- 
cap.  cjuoniam  abbas,  i4  de  offic.  sarono  ì  Pontefici  d'  inviare  o  nei 
delegati.  Non  cessa  la  legazione  per  propri  o  negli  stranieri  paesi  i  loro 
morte  del  costituente,  avendo  il  legati  apostolici.  Il  Plato,  De  car- 
legato  giurisdizione  ordinaria,  così  dinalis  dignìtale  et  officio  cap.  32, 
se  muore  il  Papa  non  cessa  la  le-  §  i ,  de  legalionibus  cardinaliunij 
gazione,  a  meno  che  il  Papa  aves-  parlando  dell'  origine  di  esse,  dice 
se  mandato  il  legato  a  suo  bene-  che  incominciarono  ne'primordi  dei- 
placito,  in  tal  caso  colla  morte  la  Chiesa.  «  Christus  Dominus  ad 
del  Papa  cessa,  cap.  si  gratiose  promulgandam,  dilatandamque  fi- 
de  rescriplis  in  6  ;  molto  meno  dem  ,  quam  ipse  in  terri  agens 
cessa  per  la  morte  del  Papa,  se  non  docuit,  duodecim  eligit  viros,  quos 
a  nome  suo,  ma  a  nome  della  Se-  Apostolos  nominavit,  latine  dictos 
•de  apostolica,  che  mai  cessa,  fosse  Missos,  seu  Legatos  a  verbo  greco, 
fatta  la  legazione,  cap.  legatos,  1  id  est  mitto,  seu  lego.  Ipsi  quoque 
in  6;  ovvero  se  la  legazione  com-  Apostoli  in  unum  collecti  in  con- 
petesse  per  ragione  di  dignità,  in  cilio  habito  Hierosolymis  ad  tol- 
tal  caso  non  sarebbe  personale  lendas  nonnuUas  controversias  An- 
ma  reale,  cap.  i  hoc  tit.  Cessa  liochiae  circa  legalium  observantium 
per  revoca  fatta  da  chi  ha  costi-  subortas,  eo  legatus  miserunt.  Fue- 
tuita  la  legazione,  cap.  novit,  et  e.  runt  autem  ad  hoc  sanctum,  et 
final.  Iwc  tit.j  ma  se  qualche  cosa  augustum  munus  electi  Paulus,  et 
avesse  intrapreso  deve  proseguire  Barnabas  ,  et  cum  eis  adjuncti 
r  affare.  Il  sacro    collegio  de'cardi-  pariter    Judas,  et  Silas,  ut    constat 


378  LEG 

ex  Act.  Apost.  cap.  i5.  Et  licet 
prioribus  illis,  et  difficillimis  Eccle- 
siae  temporibus,  ob  gentilìum ,  et 
tyrannorum  persecutiones  ipsemet 
romani  Pontifìcis  in  speluncis,  et 
cryptis  vitam  degentes,  sui  muneris 
partes  per  se  ipsoSj  quo  melius 
poterant,  si  ne  officialium,  et  lega- 
torum  opera  peragerent,  praesertim 
vero  per  epistolas  ad  episcopos, 
dum  eos ,  aut  alios  christifideles 
instruere  vellent,  convocatis  etiam 
aliquando,  modo,  quo  poterant,  e- 
piscoporum  conciliis,  rem  christia- 
nam  curassent  :  aucto  tamen  pau- 
latim  fìdelium  numero,  et  reddita 
aliqua  Ecclesiae  tranquillitate,  cre- 
ficentibusque  negociis  non  valebant 
per  se  expedire,  ad  ea  explenda 
legatos  mittere  non  omiltebant. 
Immo  turbatis  ferme  Ecclesiae  tem- 
poribus, nec  minus  desiderantur 
legatorum  exempla  :  Theophilus  e- 
nim  Caesariensis  episcopus  ,  qui 
concilio  Romae  anno  198  celebra- 
to interfuit,  a  Victore  I  apostoli- 
cus  legatus  in  Palestinam  decerni- 
tur  prò  convocatione  concilii  epi- 
scoporum  super  controversia  cele- 
brationis  diei  Paschatis ,  impera- 
tumque  concilium  convocat  ,  ce- 
lebratque.  Sic  postea  successi  vis, 
ad  haec  usque  nostra,  temporibus, 
romani  Pontilìces  per  legatos  suos 
in  variis  Orbis  provinciis ,  prout 
res  exigebant,  celebra  vere  concilia  : 
Claudius  et  Vitus  presbyleri,  Eu- 
genius  et  Cyriacus  ecclesiae  ro- 
tnanae  diaconi  contra  quartodeci- 
manos,  et  donatistas  in  causa  Cae- 
ciliani  Arelatem  mittuntur  per  s. 
Sylvestrum  tempore  Conslantini  Ma- 
gni: bine  Baronius  anno  3 14.  Con- 
cilium Arelatense  habuerunt.  Eo- 
dem  s.  Silvestro  summo  Ponlifice 
Osius  episcopo  Cordubensis  lega- 
tione  apostolica    fungitur    ad  com- 


LEG 

ponendas  arianorum  turbas  in  Ae- 

gypto,  et  prò  diversis  aliis  confi- 
cieiitlis  negociis  in  Orientera  mis- 
sus  tuit,  ubi  tamquam  ejusdem  Pa- 
pae,  et  apostolicae  Sedis  legatus, 
inter  alia  anno  Srg,  concilium 
Alexandrinum  celebravit,  eique  prae- 
sedit.  Idem  Osius  una  cum  Victo- 
re, et  Vincentio  ecclesiae  roraanae 
presbyteris,  pariter  legatis  aposlo- 
licis  anno  32^,  primum  oecume- 
nicum,  et  generale  concilium  Nicae- 
num  habuit.  « 

II  Pontefice  Liberio  del  352 
spedi  due  vescovi  legati  all'impe- 
ratore Costanzo  perchè  adunasse 
un  concilio  per  conoscere  di  nuo- 
vo la  causa  di  s.  Atanasio,  come 
si  legge  nel  Baronio  all'anno  353. 
Il  Pontefice  s.  Felice  II  detto  III, 
essendo  imperatore  Zenone,  nel4B3 
mandò  a  Costantinopoli  per  legati 
Vitale  vescovo  di  Tronto  e  Mise- 
no  vescovo  di  Cuma  per  frenare 
lo  scismatico  Acazio  e  l'eresia  de- 
gli eutichiani.  In  vece  di  essere 
accolti  col  consueto  onore,  furono 
loro  tolte  le  scritture,  messi  in  pri- 
gione, essendo  mandati  incontro  ad 
essi,  invece  del  clero  con  fiaccole,  i 
soldati  colle  aste;  in  luogo  dei  canto 
de'  salmi,  si  udì  lo  strepito  delle 
catene  ;  in  cambio  di  fauste  accia  - 
mazioni,  ingiurie  e  bestemmie;  i 
baci  furono  sputi,  i  saluti  oltrag- 
gi, e  finalmente  in  vece  della  chie- 
sa, nella  quale  solevano  essere  con- 
dotti i  legati,  s'apparecchiò  un  te- 
tro carcere.  L'iniquo  Acazio  sedusse 
i  legati,  li  liberò  dal  carcere,  e  gli 
indusse  seco  a  comunicare.  Ritor- 
nali in  Roma  Vitale  e  Miseno 
dalla  legazione,  e  convinti  di  pre- 
varicazione e  tradimento,  furono 
nel  concilio  adunato  dal  Papn,  per 
sentenza  di  tutti,  privati  della  co- 
munione  apostolica  e  della  dignità 


LEG 

episcopale.  II  Pontefice  $.  Gelasio  I 
del  49^  spedi  ai  vescovi  del  Pi- 
ceno il  cardinal  Romolo  o  Roma- 
no del  titolo  Tigridisj  per  soppri- 
mere colla  sua  legazione  gli  ereti- 
ci pelagiani.  Il  Papa  s.  Ormisda 
nel  519,  mandò  i  suoi  legati  al- 
l'imperatore Giustino  I,  per  mez- 
zo del  quale  ottenne  l'unione  della 
Chiesa  greca  colla  latina,  divise  per 
lo  scisma  d'  Acazio.  I  legati  furo- 
no ricevuti  con  grandissimo  onore 
ed  incontrati  appena  posero  pie- 
de in  Grecia  da  uomini  chiarissi- 
mi, e  poi  dieci  miglia  lunge  da 
Costantinopoli  da  Vitaliano  generale 
dell'  esercito  imperiale,  da  Pompeo, 
da  Giustiniano  e  da  piìi  altri  se- 
natori ;  entrati  nella  città,  grandis- 
sima fu  la  festa  che  gli  fecero  tut- 
ti, e  nel  dì  seguente  l'imperatore 
diede  loro  in  presenza  del  senato 
gratissima  udienza,  ricevendo  con 
molta  riverenza  le  lettere  pontificie. 
Nel  sinodo  che  il  Papa  s.  Agatone 
tenne  in  Roma  nel  679,  furono  e- 
lelti  i  legati  che  dovea  mandare 
al  concilio  generale  III  di  Costanti- 
nopoli, uno  de'  quali  fu  Giovanni 
vescovo  di  Porto.  I  legati  furono 
benignamente  accolti,  spesati  ed 
onorati  dall'  imperatore  Costantino 
Pogonato  :  i  legati  nel  concilio  se- 
derono nel  luogo  più  degno,  furo- 
no i  primi  a  proferire  sentenza,  i 
primi  a  sottoscrivere,  ed  a  fare  al- 
tre azioni  proprie  di  chi  ha  l'ono- 
re del  primato.  Il  Papa  Conone 
spedì  i  suoi  legati  a  Costantinopo- 
li, quali  nel  686  dall'imperatore 
Giustiniano  II  furono  fatti  preva- 
ricare. Nel  726  l'imperatore  Leone 
risaurico  esiliò  e  poi  fece  morire  i 
legati  di  s.  Gregorio  II.  I  legati 
della  Sede  apostolica  non  davano 
mai,  ma  ricevevano  il  libello  della 
fede,  come  dichiarò    il  Pontefice  s. 


LEG  279 

Nicolò  l.  Quei  legati  che  nelle 
legazioni  abusarono  di  potere  e 
cercarono  i  propri  interessi,  diero* 
no  grandissimo  scandalo.  Alcuni 
vollero  riscuotere  le  decime  de'  ve- 
scovi e  degli  abbati,  onde  furono 
assai    biasimati.  Il    Papa  s.  Leone 

IX,  ad  istanza  dell'imperatore  d'o- 
riente, per  estinguere  lo  scisma  ca- 
gionato da  Michele  Cerulario  pa- 
triarca di  Costantinopoli,  mandò 
in  questa  città  una  legazione  com- 
posta dei  legati  cardinal  Federico 
Giuniano    di    Lorena    poi  Stefano 

X,  Umberto  vescovo  cardinal  di 
Selva  Candida,  e  Pietro  arcivesco- 
vo di  Amalfi.  Ma  ostinato  il  Ce- 
rulario nei  suoi  errori,  venne  dai 
legali  punito  colla  sentenza  di  sco- 
munica, la  quale  fu  da  essi  in 
iscritto  collocata  sopra  l'altare  mag- 
giore della  basilica  di  s.  Sofia.  Do- 
po di  che  se  ne  uscirono  dalla 
chiesa,  scuotendo  la  polvere  de'loro 
piedi. 

Scrive  il  Voigt  nella  Storia  di 
Papa  Gregorio  VII^  che  questo 
zelante  e  santo  Pontefice  fu  bene- 
merito dell'  autorità  ed  efficacia 
de'Iegati  apostolici.  E  però  le  istru- 
zioni ch'egli  diede  ai  legati  della 
santa  Sede,  furono  che  promulgas- 
sero per  ogni  dove  i  suoi  canoni, 
gl'interpretassero  e  dichiarassero  al 
popolo  delle  ville  e  delle  città, 
convincessero  le  menti  degli  udito- 
ri del  gran  bene  che  avrebbero 
prodotto  osservati,  e  del  gran  male 
se  vilipesi  5  s'introducessero  nella 
benevolenza  de' vescovi,  e  quanti  si 
rivolgevano  a  loro,  rannodassero  e 
combinassero  insieme;  gl'irresoluti, 
i  vacillanti,  gli  avversi  raccoman- 
dassero ai  proseliti,  ai  divoti,  agli 
obbedienti;  sorvegliassero  alle  sin- 
gole chiese  ed  ai  pastori  delle  me- 
desime; descrivessero    al   Pontefice 


•xBo  LEG  LEG 
lo  stato  delle  diocesi,  massìmamen-  di  Reims.  Questi  interdetto  per 
te  il  governo,  il  carattere  e  le  in-  contumacia,  scrisse  al  Pontefice  che 
lenzioni  degli  ecclesiastici  di  eia-  egli  non  avea  voluto  rassegnarsi 
scuna  provincia  e  di  ciascun  regno,  alla  citazione  del  vescovo  Ugo,  per 
Nello  stesso  tempo  s.  Gregorio  VII  conservare  il  privilegio  anticamen- 
ricordò  ai  re,  ai  vescovi,  ai  baroni  te  accordato  agli  arcivescovi  della 
quale  riverenza  si  dovesse  ai  legati  chiesa  di  Reims,  di  non  rispondere 
della  santa  Sede,  e  voleva  che  le  che  al  sommo  Pontefice.  Gregorio 
loro  parole  fossero  in  quel  conto  VII  confutò  con  lettera  le  ragioni 
che  di  s.  Pietro,  e  che  dovunque  di  Manasse,  dicendo  che  l'autorità 
al  comparire  d'  un  di  loro  tutti  i  dei  legati  procede  dagli  apostoli,  e 
tribunali  tacessero,  ed  a  lui  solo  che  quando  pure  un  sommo  Pon- 
si  rimettesse  in  prima  ed  ultima  tefìce  avesse  accordato  agli  arcive- 
appellazione  ciascuna  causa.  La  scovi  di  Reims  il  privilegio  vanta- 
missione  de'quali,  benché  non  di-  to  da  lui,  un  altro  Papa  poteva 
chiarata  esplicitamente,  per  la  stes-  abolirlo,  ove  lo  richiedessero  le 
sa  ampiezza  dell'  autorità  loro  si  circostanze  di  persona,  di  tempo  e 
rivelava.  A  Geiza  re  d'Ungheria  s.  di  luogo.  Allora  Manasse  si  portò 
Gregorio  VII  impose  :  ut  obedien-  a'  piedi  del  santo  Padre,  e  per 
tiam  legatis  sanctae  Ecclesìae  ro-  questa  umiliazione  fu  ripristinato 
manae  exhibeat.  Diverse  volte  usò  nella  sua  dignità.  Agli  articoli  s. 
il  versetto  dell'  evangelio,  s.  Luca  Gregorio  VII  ed  Innocenzo  HI  si 
io:  Qui  vos  audity  me  audit  :  qui  possono  vedere  il  gran  numero  dei 
vos  spernìt,  me  spernit.  Per  tal  legati  che  spedirono  per  atfari  dei- 
modo,  secondo  il  Voigt,  il  sistema,  la  più  alta  importanza,  per  ogni 
per    così     dire,    delle    legazioni  fu  parte. 

creato  da  Gregorio  VII  ;  e  la  san-  Non  si  deve  tacere  che  s.  Ber- 
ta Sede  ebbe  poscia  un  numero  nardo,  come  afferma  nel  libro  De 
indeterminato  di  ministri  plenipo-  consideralione,  che  scrisse  per  Eu- 
tenziari ,  i  quali  spargendosi  per  genio  III,  col  quale  istruì  questi  e 
tutto  l'orbe  cristiano  a  giudicarle  i  successori  nell'amministrazione  del 
controversie  de'principi  e  delle  na-  pontificato,  tra  le  cose  ch'egli  pian- 
zioni,  moltiplicavano  la  presenza  geva  e  cui  inculcava  rimedio,  fu- 
del  Papa,  essendo  i  legati  apostolici  rono  le  frequenti  legazioni,  con  le 
i  legittimi  rappresentanti  del  vica-  quali  alcuni  legati  altro  non  cer- 
vio di  Dio,  e  per  così  dire,  le  cavano  che  temporale  guadagno, 
anella  della  invisibile  ma  immensa  Laonde  nel  lib.  3,  parlando  dei  le- 
catena  che  legava  ciascun  regno  e  gati  eh'  erano  mandati  nella  Spa- 
ciascuna  chiesa  al  suo  capo^  e  che  gna,  così  dice.  «  I  vostri,  li  quali 
tenuta  dalla  salda  mano  di  s.  Gre-  così  spesso  visitano  le  terre  austra- 
gorio  VII  gli  era  strumento  a  reg-  li,  sanno  mollo  bene  quello  che 
gere  e  moderare  la  terra.  Ugo  ve-  passa,  e  vi  possono  informare.  Vi 
scovo  di  Die,  legato  nelle  Gallie,  vanno  e  vi  tornano  pel  mezzo  o  vi 
zelante  promotore  della  riforma  passano  a  costa.  Ma  che  frutto 
introdotta  da  s.  Gregorio  VII,  nel  v'abbiano  finora  fatto,  noi  non 
concilio  di  Autun  interdisse  dalle  l'abbiamo  ancora  udito,  e  per  av- 
were  funzioni  Manasse    arcivescovo  ventura    l'avremmo   inteso   se  per 


LEG 

Toro  di  Spagna  avvilita  non  si  fos- 
se la  salute  del  popolo".  INel  1 168 
Enrico  11  re  d'Inghilterra  andò  in- 
contro per  due  leghe  ai  legati  spe- 
ditigli da  Alessandro  III  ,  e  gli 
accompagnò  all'  alloggio.  Quando 
Celestino  III  nell'anno  i  igy  nrian- 
dò  in  Polonia  suo  legalo  a  la- 
tere  Pietro  di  Capua  cardinal  dia- 
cono di  s.  Maria  in  Via  lata,  a 
riformar  quella  chiesa,  il  legato  fu 
accolto  in  Cracovia  dal  vescovo  Ful- 
cone  e  da  tutte  le  chiese  con  gran- 
de onore  e  processione.  Questa  le- 
gazione recò  immensi  beni,  massime 
spirituali,  a  tutta  la  Polonia.  Gre- 
gorio XI  nel  iSyB  circa  decretò, 
che  i  patriarchi,  arcivescovi  e  ve- 
scovi non  potessero  portare  la  cro- 
ce avanti,  in  presenza  de'  cardinali 
legati,  y.  Croce  PoNTrFiciA.  Nel 
concilio  di  Costanza  avendo  Gre- 
gorio XII  nell'anno  i4'5  rinunzia- 
to al  pontificato,  fu  dichiarato  de- 
cano del  sacro  collegio  e  legato 
perpetuo  della  Marca.  Nel  i449  '"^ 
premio  all'antipapa  Felice  V,  che 
rinunziò  il  pseudo-pontificato ,  il 
Papa  Nicolò  V  lo  fece  decano  del 
sacro  collegio  e  legato  perpetuo  del- 
la Savoia.  Nel  i473  il  cardinal 
Roderico  Borgia ,  poi  Alessandro 
VI,  nella  legazione  di  Spagna  por- 
tandosi dall'Aragona  a  Madrid,  vi 
fu  ricevuto  con  grandissimo  onore 
da  Enrico  IV  re  di  Castiglia ,  il 
quale  nel  camminare  prese  il  car- 
dinal legato  nel  suo  lato  destro , 
onore  che  si  soleva  dai  monarchi 
rendere  ai  legati  apostolici,  come 
osserva  il  Mariana,  lib.  23,  cap.  i8. 
La  legazione  non  ebbe  buon  esito, 
indi  il  cardinale  corse  pericolo  di 
naufragare,  giacché  perirono  settan- 
tacinque persone  di  sua  famiglia , 
e  tra  essi  tre  vescovi,  dodici  e  più 
legisti,  e   sei  cavalieri,    mentre    la 


LEO  28r 

perdita  delle  cose  fu  stimata  ascen- 
dere a  più  di  trentamila  scudi  d'o- 
ro. Il  cardinal  De  Luca  esaminan- 
do se  convenga  o  no  il  permette- 
re ai  cardinali  d'esercitar  la  carica 
d'ambasciatori,  legati  o  oratori  di 
re  ed  altri  principi  presso  il  Papa, 
dice  ciò  dipendere  dalle  circostan- 
ze, da  alcune  convenienze,  e  prin- 
cipalmente dalla  volontà  del  Pon- 
tefice, dal  cui  libero  ed  assoluto  ar- 
bitrio dipende  il  permetterlo  o  ne- 
garlo, almeno  la  permissione  e  prov- 
visionale acciò  i  negozi  non  pati- 
scano sino  alla  venuta  dell'  amba- 
sciatore. Tuttavolta  molti  furono 
i  cardinali  ambasciatori  e  ministri 
presso  la  santa  Sede;  1'  ultimo  fu 
il  cardinal  Haeffelin,  inviato  straor- 
dinario e  ministro  plenipotenziario 
del  re  di  Baviera,  ne'  pontificati  di 
Pio  VII  e  Leone  XII.  Il  cardinale 
Guglielmo  d'Estouteville  francese, 
essendo  stato  eletto  da  Carlo  Vili 
re  di  Francia  ambasciatore  con  al- 
tri ad  un  re,  diede  quella  risposta 
che  si  legge  nella  lett.  48  del  car- 
dinal Ammannati  o  Papiense  :  che  i 
cardinali  di  santa  Chiesa  non  cfe- 
vono  ne  sono  solili  servire,  se  non 
di  legati  al  solo  romano  Pontefice j 
volendo  piuttosto,  come  osserva  il 
Papiense,  dignitati  propriae,  quam 
alteri  US  glori  ae  deservire. 

Marcello  II  eletto  nel  i555,  sta- 
bilì che  le  legazioni  delle  provin- 
cie  dello  stato  pontificio  non  do- 
vessero durare  più  di  due  anni.  Al 
presente  durano  tre,  talvolta  sono 
prorogate  ad  altro  triennio,  ed  an- 
che ad  un  terzo  triennio,  secondo 
la  condotta  de'  cardinali  legati,  la 
soddisfazione  de'  popoli  e  la  vo- 
lontà de'  Pontefici.  Marcello  II  men- 
tre da  cardinale  trova  vasi  legato 
a  Intere  presso  Carlo  V  impera- 
tore, ricusò  la   pensione   annua   di 


282  LEG 

diecimila  scudi  che  voleva  asse- 
gnargli ;  dicendo  all'imperatore  ch'es- 
sendo fino  allora  libero  ministro  del 
Papa^  desiderava  di  esserlo  anco- 
ra per  Vavvenire,  senza  contrarre 
legame  alcuno  con  altri  principi» 
Il  Papa  Pio  IV  con  la  costituzio- 
ne Etsi  romanuni  Pontificenif  del- 
la quale  tratta  il  Pialo  a  p.  357, 
proibì  ai  legati  di  procurare  van- 
taggi e  dignità  per  loro  o  pei  pro- 
pri parenti.  Il  Lunadoro,  nella  Re- 
lazione della  corte  di  Roma^  del- 
l'edizione del  1646,  ecco  quanto 
riporta  de'  cardinali  legati,  a  pag. 
219  e  seg.  «  Quando  il  Papa  di- 
chiara un  cardinale  legato  de  late- 
;•<?_,  e  gli  dà  la  croce  lo  fa  nel  con- 
cistoro segreto,  e  finito  il  concisto- 
ro, quel  cardinale  che  è  dichiara- 
to legato  è  accompagnato  dal  sa- 
cro collegio  pontificalmente  sino  al- 
la porta  della  città,  se  il  concisto- 
ro si  fa  a  s.  Pietro  (palazzo  va- 
ticano); accompagnato  sino  a  por- 
ta Angelica,  se  si  fa  a  s.  Marco 
(  palazzo  di  s.  Marco),  o  a  Monte 
Cavallo  (palazzo  Quirinale),  sino 
alla  porta  Flaminia,  ora  detta  del 
Popolo;  facendosi  la  cavalcata  con 
Diazze,  valigie,  e  nobiltà,  nel  me- 
desimo modo  che  si  fa  la  cavalca- 
ta per  un  nuovo  cardinale,  che 
vada  a  pigliare  il  cappello,  ed  il 
cardinale  dichiarato  legato  cavalca 
l'ultimo  in  mezzo  ai  cardinali  pri- 
mi diaconi  in  ordine,  e  questo  car- 
dinale non  può  lasciarsi  vedere  pub- 
blicamente per  Roma,  ne  deve  fare 
altra  visita,  nemmeno  lasciarsi  visita- 
re pubblicamente,  ma  quanto  prima 
andarsene  alla  sua  legazione.  E  giun- 
to che  sia  lontano  da  Roma  qua- 
ranta miglia,  che  si  chiama  il  di- 
stretto di  essa  città,  può  alzar  la 
croce  e  dar  la  benedizione,  ma  non 
prima.  Ed  a  questi  cardinali  legati 


LEG 

ì  Papi  danno  facoltà  di  fare  pro- 
tonotari  apostolici,  cavalieri  di  spe- 
ron  d'oro,  dottori  di  ogni  facoltà,  e 
molti  altri  privilegi.  Quando  tor- 
nano dalle  legazioni,  fanno  la  me- 
desima cavalcata,  sono  visitati  dal 
sacro  collegio,  poi  i  cardinali  lega- 
ti rendono  la  visita  in  abito.  Ed 
in  questo  proposito  è  da  notarsi 
una  cosa  degna  di  memoria,  che 
in  un  anno  solo  il  cardinale  Melli- 
ni  ebbe  tre  concistori  pubblici  e  a 
tutti  fu  fatta  la  cavalcata.  Il  pri- 
mo quando  venne  di  Spagna,  do- 
v'era nunzio  di  sua  Santità,  fatto 
cardinale  da  Paolo  V,  per  il  cap- 
pello. Il  secondo  quando  fu  desti- 
nato legato  alla  maestà  dell'impe- 
ratore Ridolfo,  ed  al  serenissimo 
arciduca  Mattia  suo  fratello.  Il 
terzo  quando  tornò  dalla  legazione, 
per  opera  della  quale  si  dichiarò 
il  detto  serenissimo  arciduca  Mattia 
re  di  Ungheria.  Dichiara  ancora 
sua  Santità  pure  in  concistoro  se- 
creto cardinali  legati  di  città  e 
Provincie  sottoposte  alle  Sede  apo- 
stolica ;  che  sono  (  Avignone  finche 
esistette  ),  Bologna,  Ferrara,  Roma- 
gna, Marca,  Umbria,  Patrimonio 
di  s.  Pietro,  Campagna,  Marittima 
e  Sabina.  Alla  dichiarazione  di 
questi  legati  non  si  fa  ne  caval- 
cata ne  cerimonia,  e  vanno  in  le- 
gazione quando  lor  torna  meglio, 
ed  anco  godono  quel  titolo  ed 
emolumenti,  sebbene  stanno  in 
Roma,  le  quali  sono  date  loro  per 
tre  anni,  con  breve  di  sua  Santità, 
ma  per  lo  più  hanno  la  conferma 
per  quanto  vogliono".  Nel  voi. XV, 
p.  3 1 3  del  Dizionario,  non  solo 
parlammo  del  ceremoniale  pubbli- 
cato dal  Marcello,  che  si  pratica 
in  concistoro  pei  cardinali  legati, 
ma  ancora  della  deputazioue  del 
cardinal  Barberini  in  legato  a  Wa- 


LEG 

poli,  fatta  da  Clemente  XI  nel 
1702;  del  concistoro  segreto  che 
poi  divenne  pubblico,  e  della  ca- 
valcala che  fece. 

11  Sarnelli  nel  tom.  IX,   p.  170 
delle   Leu.    eccl.    riporta    il  breve 
di    Clemente    XI,    de'  19    gennaio 
17 16,  col  quale    destinò   il    cardi- 
nal Vincenzo  Maria    Orsini,    arci- 
vescovo di  Benevento    (poi    Bene- 
detto Xlll)  legato  a  latert  all'im- 
peratore Carlo  VI,  per  indurlo  al- 
la guerra  contro  i    turchi,  i  quali 
minacciavano    la     cristianità,    non 
che  r  invasione    dello    stato    eccle- 
siastico e  di  Boma  stessa,  con  l'assi- 
curazione che  in    tal  tempo    né  la 
Francia  né    la  Spagna    non  lo    a- 
vrebbero    molestato,    e  ciò    per  la 
lega  fatta  da  Innocenzo  XI  col  di 
lui  predecessore  Leopoldo  I.  11  dot- 
to Pontefice  dice    nel  breve:  «  In 
questo  stato  di    cose    siamo   consi- 
gliati anzi  stimolati   da  tutti  a  far 
gli  ultimi  sforzi  per  muovere  l'im- 
peratore a  risolversi,  e  ciò  col  mez- 
zo della  sollecita  spedizione  a  Vienna 
di  un  cardinale,  che  sia  dotto,  pio, 
forte,  zelante,    ed    abbia    appresso 
tutti  la  stima  di  essere  veramente 
tale;  onde  nella  maniera  che  si  co- 
stumava negli  antichi  secoli,  e  co- 
me appunto  fece  quel  cardinal  le- 
gato, del  quale  scrisse  s.  Bernardo 
nel  lib.    4)  ^^    consideraiione  ad 
Eugenìum  III,  cap.    V,     il    quale 
redivit  de    terra    auri   sine    auro, 
transivit    per    terrani    argenti^    et 
argentum  nescivil,  possa  portarsi  a 
quella  corte,  non  in  curribiis,  we- 
qiie  in  equis,  sed  in    nomine   Do" 
mini.  E  senza  altro  equipaggio,  che 
con  quello  delle  proprie  virtìi,  con- 
ci Hi  tal  credito    la  sua    rappresen- 
tanza, che  in  recare   all'imperato- 
re con  le    nostre  preghiere   le    la- 
grime   ed  i  sospiri  di  tutta  la  cri- 


LEG  283 

slianità,  subito  lo    disponga    ad  a- 
dempire  in  sì  urgenti  necessità  sen- 
za  dilazione  quelle  parti,  che  a  lui 
toccano  di  avvocato  della  Chiesa  e 
difensore  della  religione  ".  Dicem- 
mo che  i  legati  apostolici  destinati 
al  governo  delle  provincie  dello  sta- 
to pontifìcio,  si  preconizzavano  dal 
Papa  nel  concistoro  segreto  ai  car- 
dinali,   laonde    riportiamo    qui    la 
formola  con  la  quale  Clemente  XIII 
o  nel    declinar    del     1766    o    nei 
primi    del     1767,    fece    legato    di 
Bologna  il  cardinale  Lazzaro  Opi- 
zio  Pallavicini  genovese,   in    luogo 
del  cardinal  Girolamo  Spinola  pur 
di  Genova.  »  Bononiensis  legationi, 
quam  a    nobis    ante   hos    quinque 
annos  usque  amplius,  sibi  ad  trien- 
nium    demandatam    dilectus    fìlius 
noster  Hieronymus    sanctae   roma- 
nae  Ecclesiae  cardinalis  Spinula,  sic 
administravit,  ut  justitiae,  et  sapien- 
tiae  laudem  sibi   peperit,    nobis  in 
animo    est    praeficeie  dilectum    fi- 
hum    nostrum    Lazarum    Opitium 
sanctae  romanae  Ecclesiae  cardina- 
lem    Pallavicinum,    qui    in    Hispa- 
niensi  apostolici  nostri  nuncii  mu- 
nere     obeundo     eximiam     praestit 
tractandarum  gravissimarum  rerum 
prudentiam,  dexteritatem,  et    vigi- 
la ntiam,  et  erga    nos,    et  apostoli- 
cam  Sedem    egregium    studium  et 
singularem  fidem.  Quid  vobis  vide- 
tur?  Auctoritate  omnipotentis  Dei, 
sanctorum    aposlolorum    Petri     et 
Pauli,    ac    nostra,    declaramus,  ac 
deputamus  nostrum,  et  hujus  san- 
ctae Sedis    legatum  de  latere    Bo- 
nouiae    ad    trieunium,    praefactum 
Lazarum  Opitium   cardinalem  Pal- 
lavicinum,   cum  facultatibus  solitis 
et  clausolis  necessariis  et  opportu- 
nis.  In  nomine  Patris  ^    et   Filii 
^  et  Spiritus  ^   Sancti.  Amen'*. 
Al  presente  i  cardinali  legati  pre- 


784  ^^^ 

sidi  dei  dominii  della  Chiesa,  non 
si  preconizzano  più  in  concistoro, 
ma  il  Papa  li  nomina  a  mezzo  di 
un  biglietto  del  cardinal  segretario 
di  stato,  indi  gli  fa  spedire  il  cor- 
rispondente breve  apostolico,  e  li 
munisce  delle  opportune  facoltà. 

Il  citato  Lunadoro  ristampato 
nel  1774  i"  Roma,  col  titolo:  Lo 
stato  presente  o  sia  la  relazione 
della  corte  di  Roma^  nel  tom.  H, 
pag.  3i4,  parlando  dei  legati  apo- 
stolici, si  esprime  così  il  suo  anno- 
tatore Zaccaria.  *»  Il  Masero,  De 
legai,  et  mine.  lib.  2,  append.  43, 
44j  è  di  parere  che  Gregorio  XI 
avesse  lasciati  in  Avignone  alla  sua 
partenza  alcuni  legati  (  chi  lasciò 
Gregorio  Xi  in  Avignone  partendo 
per  Roma,  e  chi  istituì  la  legazio- 
ne di  Avignone,  con  qualche  dif- 
fusione lo  dicemmo  all'  articolo 
Avignone  )  ;  e  crede  ancora  ,  che 
sino  da  quando  i  Pontefici  risiede- 
vano in  quella  città,  deputassero 
diversi  legati  della  Romagna  per 
reprimere  la  baldanza  de'  tiranni 
e  de'  malvagi  che  la  infestavano 
(  che  prima  assai  de'  Pontefici  di 
Avignone  i  Papi  spedissero  legati 
non  solo  in  Romagna,  ma  in  altre 
Provincie  della  santa  Sede,  sì  per 
frenarne  gì'  invasori,  che  per  go- 
vernarle, agli  analoghi  articoli  Io 
diciamo).  La  legazione  poi  di  Bo- 
logna fu  instituita  dopo  Giulio  II, 
quella  di  Ferrara  nel  pontificato 
di  Clemente  Vili,  e  l'altra  di 
Urbino  sotto  Urbano  Vili,  dopo 
che  i  Papi  nominati  ebbero  ricu- 
perato l'intiero  dominio  e  posses- 
so di  que'  loro  stati.  I  legati  a 
latere  hanno  diritto  di  maneggiare 
tutti  gli  affari  civili  ed  economici 
e  politici  de'popoli  loro  raccoman- 
dati dal  sommo  Pontefice,  e  secon- 
do i  più  recenti  decreti  di  Benedet- 


LEG  ^ 

to  XIV,  consti t.  Concredituni  (Bull. 
Maga.  t.  XVII,  pag.  284,  de'  i3 
giugno  1748,  con  cui  dichiarò  le  fa- 
coltà de' cardinali  legati  delle  prò - 
vincie)  rinnovar  possono  le  inve- 
stiture, enfiteusi,  ec.  de' beni  isti- 
tuite dalla  santa  Sede;  possono  or- 
dinare catture,  condannare,  priva- 
re ancora  de' feudi,  ed  assolvere 
rei  a  misura  de*  privilegi  apostoli- 
ci; a  seconda  de' quali  accordate 
loro  vengono,  quali  a  vicari  di  sua 
Beatitudine,  tutte  le  spirituali  e 
temporali  facoltà,  prescindendo  pe- 
rò da  quelle,  che  a  se  medesimo  ri- 
servar suole  ogni  Pontefice".  Nel 
1780  Pio  VI  eccitò  i  legali  delle 
provi^ncie  ad  eliminare  gli  abusi 
introdotti  nell'esercizio  dell* auto- 
rità, dovendo  stare  a  quei  limiti 
stabiliti  dai  Pontefici  e  dalle  leggi 
da  loro  emanate.  Il  Parisi  nelle 
Istruzioni  pei  segretari^  stampate 
in  Roma  nel  1785,  riporta  diver- 
se nozioni  riguardanti  i  cardinali 
legati,  che  si  leggono  nell'indice  a 
pag.  249,  come  quando  un  cardi- 
nale è  destinato  legato  a  chi  lo 
partecipa,  come  ai  principi  e  mi- 
nistri dello  stato  confinante,  ed  agli 
altri  legati  viciniori,  non  che  agli 
arcivescovi  delle  città  se  sono  car- 
dinali; delle  convenienze  e  com- 
plimenti che  i  legati  ricevono  dal- 
le  comunità  soggette  alla  loro  le- 
gazione; se  e  come  nel  dimettere 
la  legazione  scrive  il  cardinal  le- 
gato al  Papa  o  a' suoi  ministri  pri- 
mari; e  dei  privilegi  dei  legati,  co- 
me di  creare  otto  protonotariati,  e 
dodici  cavalierati  dello  speron  d'oro, 
di  cui  riporta  le  formole,  privilegi 
che  abolì  poscia  Pio  VII.  Questo 
Papa  eletto  in  Venezia  nel  mar- 
zo 1800,  a*  2  3  maggio  destinò  suoi 
legati  a  latere,  che  dovessero  pre- 
cedere la  sua  partenza  ed  assumere 


LEG 

il  governo  di  Roma  fìno  al  suo 
arrivo,  i  cardinali  Albani,  Rove- 
rella e  della  Somaglia. 

L'  ultimo  legalo  a  late  re  spedilo 
dalla  santa  Sede  presso  un  princi- 
pe straniero,  fu  il  cardinal  Giam- 
battista Caprara  bolognese,  invialo 
da  Pio  VII  nel  1801  alla  repub- 
blica francese,  dopo  il  concordato 
dal  Papa  stipulato  con  essa,  e  per 
la  sua  esecuzione,  e  che  poi  restò 
con  tale  carattere  presso  l'impe- 
ratore Napoleone.  Segretario  di  que- 
sta legazione  apostolica  fu  Giu- 
seppe Antonio  Sala,  poi  cardi- 
nale. Oltre  quanto  dicemmo  di  que- 
sta legazione  all'articolo  Francia,  e 
del  cerimoniale  alla  biografia  del 
cardinale,  crediamo  opportuno  qui 
riprodurre  quanto  pubblicò  il  num. 
69  de\  Diario  di  Roma  di  det- 
to anno.  *>  Dopo  il  concistoro  segre- 
to tenuto  lunedì  scorso,  in  cui 
sua  Santità  con  breve  e  ragionata 
allocuzione  dichiarò  legato  a  hi' 
tere  in  Francia  l'  eminentissimo 
signor  cardinale  Gio.  Battista  Ca- 
prara del  titolo  di  s.  Onofrio,  e 
vescovo  di  Jesi,  dovea  tenersi  in 
seguito  il  concistoro  pubblico  per 
dare  dalla  medesima  Santità  sua 
la  croce  al  detto  porporato,  come 
insegna  della  legazione;  questo  a 
tenore  degl'intimi  fatti  precorrere 
fu  tenuto  giovedì  mattina  27  del 
cadente  agosto.  Circa  le  ore  quin- 
dici adunato  tutto  il  sacro  colle- 
gio nella  sala  del  concistoro,  sua 
Santità  vi  si  portò  dal  suo  ponti- 
ficio appartamento,  accompagnato 
dalla  sua  camera  segreta,  e  po- 
stosi in  trono,  intonò  l'antifona: 
In  viam  pacis,  e  recitato  il  salmo 
con  le  preci  ed  orazioni  prescritte 
per  tal  funzione,  diede  al  predet- 
to cardinal  Caprara  la  croce  pa- 
pale, il  quale  dopo  averla  ricevu- 


LEG  285 

ta,  e  indi  data    a  monsignor   cro- 
cifero,   andò    al    bacio  del    piede, 
delia    mano,    e   all'amplesso     del 
santo  Padre,    che    lo    benedisse,  e 
così  terminò  il  concistoro,  al  qua- 
le si  trovò  presente  M.    Ghachault 
ministro  di  Francia  a  questa  san- 
ta Sede,  con  molti  altri  di  sua  na* 
zione,    come   ancora    altra   nobiltà 
sì  estera,  che  nazionale,  oltre  del- 
la numerosa  prelatura,  ec.    11  do- 
po pranzo    il    cardinale    andò  alla 
visita  della    patriarcale    basilica  di 
s.  Pietro  in    Vaticano,    ove    lasciò 
un'abbondante  elemosina  a' pò  veri; 
ed  ora  si  va  disponendo  a  partire 
per  Parigi    fra  pochi  giorni  ".    Nel 
libro  intitolato:   Concordai  et   re- 
ciiil  des  bulles    et  brtfs    de    Pape 
Pie   FU,  ec,    Paris   1802,  si    ri- 
porta a  pag.    12    la  lettera    Quae 
praecipuae  fuerunt  SS.  D.  iV.,  del 
cardinale,   con  la  quale  pubblicò  ai 
9  aprile  1802  la   bolla  di  Pio  VII, 
Ecclesia   Chris  ti,   XVI  li    kal.    sep- 
tembris  1801,  di  conferma  del  con- 
cordato; a  p.  46  il  decreto    Cuni 
sanclissimus,  del  cardinale,  dato  in 
Parigi     a' 9    aprile    1802,    con  il 
quale  pubblicò  la   bolla    pontificia 
Qui  Christi  Domini,  tertio  kal.  de- 
cembris    1801,  per    la    nuova  cir- 
coscrizione   delle    diocesi  ;     a    pag. 
io4  e    iio  le    lettere  apostoliche 
Dextera  Altissimi,  sub  plumbo,  e 
Clini  prò  tua,  di  nomina  del  car- 
dinale in  legato  de  latere  ;  a  pag. 
ii4  la    lettera    credenziale    Defe» 
ret  iibij    a   Napoleone    Bonaparte 
primo    console     della     repubblica 
francese;  a  p.    118  il  breve   Quo- 
niam  f avente  Deo,  de'  29    novem- 
bre   i8or,    sulla  potestà    conferita 
al  legato  d'istituire  i  nuovi  vesco- 
vi ;  a  p.    126  il  decreto    del    car- 
dinale, Sublata  tandem,  per  la  pub- 
blicazione deir  indulgenza    plenaria 


a86 


LEG 


in  forma  di  giubileo,  ed  a  p.  i58 
il  suo  indulto,  jépostolicae  sediSy 
per  la  riduzione  delle  feste.  Alcu- 
ne di  dette  lettere  apostoliche  so- 
no riportate  nel  Bull.  Roni.  Con- 
tinuatio  tom.  XI,  p.  200  e  seg. 

Abbiamo  esempi  che  talvolta  la 
croce  di  legato  fu  anche  manda- 
ta per  distinzione  dai  Papi  ai  le- 
gati che  essi  aveano  dichiarati  as- 
senti da  Roma.  Urbano  VI  nel 
1879  creò  cardinale  Giovanni 
Oczko  boemo,  ed  arcivescovo  di 
Praga,  a  cui  contro  l' usato  costu- 
me mandò  il  cappello  rosso,  colla 
croce  di  legato  della  Boemia.  In- 
nocenzo IX  nel  iSgi  creò  cardi- 
nale Filippo  Sega  bolognese  nun- 
zio di  Parigi,  a  cui  mandò  per 
singolare  e  segnalata  distinzione, 
per  mezzo  d'un  ablegato  pontificio, 
il  cappello  cardinalizio  e  la  croce 
di  legalo  a  lalere.  Merita  special 
menzione  il  cardinal  Giannantonio 
Sangiorgi  piacentino,  fatto  legato  a 
lalere  da  Alessandro  VI  nella  sua 
assenza  da  Roma,  ed  ancora  da 
Giulio  II,  allorché  partì  da  tale  al- 
ma città,  nella  quale  sublime  rap- 
presentanza, per  profonda  riveren- 
za alla  santa  Sede  in  essa  stabilita, 
da  s.  Pietro,  non  volle  giammai  usa- 
re del  diritto  di  farsi  precedere 
dalla  croce  pontificia,  insegna  del- 
Tautorilà  delegatizia.  Lo  stemma 
della  nobile  famiglia  Pucci  di  Fi- 
renze, consisteva  in  una  testa  di 
saraceno  moro,  cinta  da  una  fa- 
scia bianca.  Ad  essa  furono  poi 
aggiunti  tre  martellini,  dopo  che 
il  cardinal  Lorenzo  Pucci,  essendo 
penitenziere  maggiore,  ricevette  nel- 
l'anno santo  i525  da  Clemente 
VII,  il  martello  (che  in  quell'an- 
no per  la  prima  volta  fu  d'oro) 
per  finire  d'aprire  la  porla  santa 
del!a  basilica  Vaticana   colle    altre 


LEG 

percussioni,  come  osserva  il  Mann! 
nella  Storia  degli  anni  santi  p.  107. 
Aggiunge  il  Manni,  ch'esso    posse- 
deva    un     libro,  dedicato    da    fra 
Leandro  Alberti  nel    i53o  al  car- 
dinale, ov'erano  in  bella  miniatura 
i   martelli.  Abbiamo  riportato   qui 
questa  notizia  perchè  non  si  creda 
che    il   cardinal    Pucci    fosse   stato 
legato  a  latere  per  l'apertura  del- 
la porta  santa,  essendo  il  martello, 
secondo  quanto     andiamo    a  dire, 
una  delle  insegne    de'  legati.    Scd- 
ve    pertanto    il    Cancellieri     nelle 
Dissert.    epist.    bibliografiche    pag. 
228.    »   Ai    cardinali   legati  a  la- 
Cere  suol  consegnarsi    nel    concisto- 
ro la  croce  con  due  martelli.  Giu- 
stiniano Chiapponi  nella  Legazione 
del  cardinal  Renato  Imperiali  alla 
S.  R.  C.  M.  di  Carlo  III  re  delle 
Spagne  (l'arciduca  Carlo  d'Austria 
poi  imperatore  Carlo  VI),  Vanno 
1 7  1 1 ,  Roma  presso  Francesco  Gon- 
zaga   17 12,   a  pag.  77  dice:  Si  ri- 
mirava il  crocifero  vestito  con  so- 
prana  e    suo    cappuccio    di    color 
paonazzo,    portando    la    croce    in 
mezzo  di  due  aiutanti  di    camera, 
i    quali    avevano    in   mano   i    due 
martelli,  che  erano  le  insegne  del- 
la legazione.  Questo  misterioso   ri- 
io,  non  ancora  illustrato  da  veru- 
no, potrebbe  essere  un  soggetto  di 
una  bella  e  nuova  dissertazione  ". 
Per    altre    notizie    sui  cardinali 
legati  apostolici,  si  possono  consul- 
tare i    seguenti    autori .     Giovanni 
Nicolai    dottore    avignonese   scrisse 
un    libro    intitolato  :     Enchiridion 
facultatuni    legati.    Andrea  Barba- 
zia  :   Tractalus  de  cardinalibus  le- 
gatis    a  latere,    exst.    in     Oceano 
jur.    voi.  VI,  fol.  61,71,  Lugduni 
i535.  Bruni,   De  legationibus,  Mo- 
guutiae     i548.    Patrizi    pubblicato 
da   Marcello,     Sacraruni    caerimO' 


LEG 

niantm  ec.  Romae  i56o,  tit.  Vili, 
p.  4^,  de  creatione  legati  apostoli- 
ci de  latere;  p.  44>  ^^  ^^^^  car- 
dinali vel  legato  redeunte  vacante 
sede.  Grìmani,  De  legatis^  Bononìae 
1602.  Cohellio,  Nolìtia  cardinala- 
titSj  Romae  i653.  Legati  de  latere 
ethimologia;  legatorum  cardinalium 
prerogati  vae  ;  legati  de  latere  ex 
collegio  cardinalium  tantum  eli- 
guntur;  legati  de  latere  quomodo 
eligantur;  legatorum  triplexspecies; 
legatorum  qualitates;  legati  de  la- 
tere jurisdiclio  non  expirat  per 
mortem  Ponti ficis,  quare,  limita  si 
ab  Urbe  nondum  discessit  ;  legatus 
de  latere  quibus  ornamentis  uta- 
tur,  legatione  nomine  alicujus  prin- 
cipis  laicis  perfungi  cardinalis  non 
debel,  adducuntur  exempla;  lega- 
tus si  in  legatione  moriatur  sum- 
ptibus  cujus  sit  parentadus,  et  in 
quo  loco^  Sesti  ni ,  //  maestro  di 
camera,  Liegi  i634,  cap.  XLI  :  Del 
modo  cbe  costumano  i  cardinali  di 
qualche  città  o  provincia  nell'  in- 
contrare, trattare  ed  accompagna- 
re principi  tanto  ecclesiastici  che 
secciai  i.  Jo.  a  Turri,  De  auctori- 
tate,  grada,  ac  terminìs  legatorum 
a  latere,  Romae  i656.  Plettem- 
berg,  Notitia  congregationum,  Hil- 
desii  i6g3.  Legati  de  latere,  et 
legati  Urbium  nominantur  in  con- 
sistono; legati  et  nuncii  cur  mit- 
tantur;  quae  inter  legatos  difFeren- 
tia  ;  qualem  prò  sua  diversitate 
babent  potestatem  ;  legati  generatim 
babentes  ordinariam  jurisdictionem 
spiritualem  quotuplices  sint;  legali 
de  latere  cur  ita  dicantur,  et  ad 
quos,  et  cur  mittantur  ;  legati  mis- 
si,  .qui  olira,  quae  inter  illos  et 
alios  differentia  ;  in  quo  differentia 
consistati  legati  nati  quare  ita  di- 
cantur ;  in  quibus  locis  sint  legati 
nati  .  Pellegrino    Maseri,  De  lega^ 


LEG  287 

tis  et  nuncìis  apostolici^,  Romae 
1709  apud  Plachi,  tomi  due  in 
foglio.  Gattico,  Jcta  e  aer  emoni  ali  a, 
Romae  1753.  Legatus  quomodo 
eligatur  ;  consultis  cardinalibus  ; 
creatur  a  Pontifice  pluviali  indu- 
to;  extra  consistoria  creatus;  ad 
prandium  excipitur  a  Pontifice  ; 
ante  legatura  non  delata  crux; 
quomodo  a  cardinalibus  legatus 
discedens  ab  Urbe  honoretur  ; 
mensis  ei  conceditur  ad  iter  ca- 
pessendum  ;  extra  ditiones  ecclesiae 
signat  ;  non  participat  de  dislri- 
butionibus  ;  sed  de  anulis  defuncto- 
rum  ;  quamvis  absens  praeponitur 
fenioribus  in  promotione  ad  episco- 
patum  ;  cum  licentia  Pontifìcis  a 
legatione  redit;  redeunti  occorrunt 
cardinales;  ducunt  ad  consistorium  j 
ubi  narrat  acta  in  legatione,  quae 
laudatPontifex  ;  visitai  alios  cardina- 
les; eisque  aliquid  donai;  sed  a  paucis 
visitatur.  Legati  ad  Adrianum  VI 
missi  ;  ab  imperatore  missi  ad  con- 
gralulandum  cum  Pontifice  de  ele- 
ctione.  Commenlatio  historico-cano- 
nica  de  legatìs  et  nuntiis  Pontifi- 
citm  eoriimque  fntis  et  potestalis, 
1785.  Pratica  della  curia  romana, 
Roma  i8r5,  cap.  II,  t.  Il:  di  al- 
cuni tribunali  particolari  dello  sta- 
to delle  legazioni.  Nelle  legazioni  i 
legati  fanno  figura  di  principi  as- 
soluti, ed  hanno  due  giurisdizioni  ; 
una  si  chiama  ordinaria,  e  i'alUa 
suprema,  a  guisa  di  quella  della 
segnatura  di  Roma  ec,  ec.  Pialo 
e  Tria ,  De  cardinalis,  Romae 
i836:  vedi  i  due  indici  p.  4^9  e 
468.  Nelle  biografie  de'  Papi  e 
cardinali  sono  riportale  le  legazio- 
ni che  funsero  d'  ogni  specie,  e  le 
principali  cose  che  in  esse  opera- 
rono ;  ciò  che  pur  dicesi  agli  arti- 
coli de' regni  o  stali,  ed  a  quelli 
delle  Provincie  de'  domini!  pontili^ 


288  LEG 

cii.  Il  citato  Plato  a  p.  34?  ripor- 
ta il  catalogo  di  quei  legati  apo- 
stolici che  meritarono,  di  essere 
esaltati  alla  cattedra  di  s.  Pietro, 
iticotninciando  da  s.  Ilario  diacono 
cardinale  di  s.  Leone  I,  ed  uno 
de'suoi  quattro  legati  al  concilio 
generale  di  Calcedonia  nel  4^*» 
poi  eletto  suo  successore  nel  46*' 
in  questo  catalogo  vi  sono  com- 
presi anche  i  nunzi  innalzati  al 
pontificato,  essendo  l'ultimo  Michel- 
angelo Conti  nunzio  agli  svizzeri  e 
nel  Portogallo,  poi  Pontefice  Inno- 
cenzo XI  li  nel  1721.  Il  catalo- 
go del  Plato  enumera  settantun© 
Papi  ch'erano  slati  legati  o  nunzi 
apostolici.  A  questi  noi  aggiugue- 
remo  Benedetto  XIII  legato  a 
Vienna,  Clemente  XII  nominato 
nunzio  a  Vienna  soltanto,  e  Leone 
XII   nunzio   in  vari   luoghi. 

Nella  sède  vacante  essendo  invita- 
ti tutti  i  cardinali  al  conclave,  i  lega- 
ti ancora  vi  si  portano,  ed  i  legati 
delle  Provincie  vengono  suppliti 
dai  prelati  pro-legati,  eletti  al  mo- 
do che  dicemmo  nel  voi.  XVI,  p. 
291  del  Dizionario,  Questi  pro-le- 
gati pel  viaggio  hanno  in  compen- 
so scudi  centocinquanta  ;  in  tutto 
il  tempo  della  sede  vacante,  quel 
di  Bologna  ha  scudi  duecentocin- 
quanta al  mese  ;  gli  altri,  scudi 
centocinquanta,  cioè  quelli  di  For- 
lì, Ravenna  e  Ferrara,  come  fu 
praticato  nelle  ultime  due  sedi  va- 
canti, non  essendo  allora  legazione 
Urbino  e  Pesaro.  Quando  Bologna 
ebbe  il  prelato  vice- legato,  il  suo 
annuo  assegnamento  era  di  scudi 
ottocento,  e  quando  lo  avevano 
Forlì,  Ferrara  e  Ravenna,  ognuno 
percepiva  annui  scudi  cinquecento. 
Ecco  gli  annui  assegnamenti  che 
hanno  dal  tesoro  pontificio  i  legati 
e  delegati  della  santa  Sede  ne'  do- 


LEG 

mihii  di  essa.  Provincie  di  prima 
classe.  Cardinal  legato  di  Bologna 
scudi  seimila.  Cardinali  legati  di  Fer- 
rara, Ravenna  e  Forlì,  scudi  cinque- 
mila per  cadauno.  Il  prelato  vice-le- 
gato di  Velletri  ha  scudi  milledue- 
cento. Provincie  di  seconda  classe.  I 
prelati  delegati  di  Frosinone,  Viterbo, 
Perugia,  Spoleto,  Macerata,  Fermo, 
Rieti,  ed  il  presidente  della  Co- 
marca  di  Roma,  scudi  milleduecen- 
to per  cadauno:  il  delegato  d'An- 
cona con  porto  di  mare  scudi  due- 
mila. Provincie  di  terza  classe.  I 
prelati  delegati  di  Camerino^  Asco- 
li, Benevento,  ed  Orvieto,  scudi 
mille  per  cadauno  :  il  delegato  di 
Civitavecchia  con  porto  di  mare, 
scudi  millecinquecento.  Il  prelato 
commissario  apostolico  di  Loreto, 
ha  dalla  santa  Casa  scudi  cen- 
toventi mensilmente.  Queste  mode- 
ratissime provvisioni  grandemente 
onorano  il  governo  pontificio  ed 
i  suoi  ministri. 

LEGAZIONE,  Legatio.  Amba- 
sceria, carica  o  funzione  di  Legalo 
(Vedi)y  ovvero  luogo  dove  ha  giu- 
risdizione il  legato.  F.  Delegaziom 
e  Legazioni  apostoliche  dello  sta- 
to Pontificio  ,  ove  pure  si  parla 
dei  pro-legati ,  e  dei  prelati  vice- 
legati, che  ora  più  non  esistono, 
tranne  quello  di  Velletri. 

LEGGE,  Lex.  Regola  stabilita 
dall'  autorità  divina  ed  umana , 
che  obbliga  gli  uomini  ad  alcune 
cose,  e  ne  vieta  loro  alcune  altre, 
per  la  salute  eterna  delle  anime, 
e  per  la  pubblica  utilità.  Il  no- 
me di  legge  deriva  oda  ligare^ 
legare,  perchè  è  un  legame  che 
attacca  ed  obbliga  a  qualche  co- 
sa, o  da  legere,  leggere,  perchè  la 
legge  deve  leggersi  sia  ne'libri,  se 
si  tratta  di  leggi  positive,  sia  nel 
cuore,  se  Irultasi  della  legge  nalu- 


LEG 

vale,  ovvero  da  elìgere ,  scegliere, 
perchè  le  leggi  dimostrano  ciò  che 
si  deve  scegliere,  e  perchè  devono 
essere  fatte  con  una  scelta  giudi- 
ziosa, con  una  matura  deliberazio- 
ne, e  con  una  ponderata  prudenza. 
La  legge  si  prende  o  per  il  libro 
che  la  contiene,  o  per  la  religione 
che  ha  le  sue  leggi,  o  per  ciò  che 
prescrive  la  legge,  o  propriamente 
per  la  norma  de'costumi  j  ed  in 
questo  ultimo  significato  la  legge 
è  un  precetto  comune,  giusto,  co- 
stantemente stabilito  e  pubblicato 
per  il  bene  generale  di  una  comu- 
nità da  colui  che  n'è  il  superiore. 
Nessun  uomo  sensato  può  mettere 
in  dubbio  l'esistenza  delle  leggi.  I 
libri  santi  ed  i  profani  le  celebra- 
no egualmente,  ed  il  sentimento 
intimo  dei  popoli  i  più  barbari 
depone  in  loro  favore.  La  legge  si 
divide  ordinariamente  in  legge  e- 
terna,  naturale^  positiva  divina,  ed 
umana.  Questa  divisione  è  giusta  e 
relativa  alle  due  sorta  di  com- 
mercio 0  di  società,  che  l'uomo 
deve  mantenere  con  Dio  e  co'suoi 
simili.  La  legge  eterna  è  la  su- 
prema ragione,  la  quale  vuole  che 
tutte  le  cose  camminino  in  perfetto 
ordine.  La  legge  naturale  è  quella 
che  la  natura  imprime  nell'animo 
di  tutti  gli  uomini,  e  ch'essa  loro 
comunica  col  mezzo  di  effusioni 
della  prima  sorgente  di  ogni  veri- 
tà, che  non  è  altro  che  Dio,  l'au- 
tore della  natura.  La  legge  positi- 
va divina  in  generale  è  quella 
che  Dio  ha  dato  agli  uomini  per 
condurli  ad  un  fine  soprannatura- 
le. La  legge  Mosaica  o  antica,  che 
Dio  diede  a  Mosè,  non  obbligava 
che  gli  ebrei  :  i  piti  santi  perso- 
naggi fra  questi  l'osservarono  reli- 
giosamente, e  si  santificarono;  Ge- 
sti   Cristo   stesso    volle   adempirla. 

VOL.    XXXVIJ. 


LEG  289 

La  legge  Mosaica  fu  abolita  con 
la  legge  nuova,  quella  cioè  di  Gesù 
Cristo.  Questa  si  chiama  legge  evan- 
gelica perchè  contiene  la  migliore 
delle  notizie  ch'è  quella  della  salu- 
te; legge  nuova,  o  perchè  essa  rin- 
nova l'uomo  spiritualmente,  o  per- 
chè essa  è  1'  ultima  legge  che  suc- 
cesse all'  antica  ;  legge  d'  amore, 
ch'essa  comanda  sopra  ogni  altra 
cosa;  legge  di  libertà  spirituale  che 
essa  accorda,  e  che  consiste  nella 
liberazione  dal  peccato  ,  e  dal  gio- 
go dell'  antica  legge;  si  chiama  pu- 
re legge  di  fede  e  di  grazia.  I 
precetti  della  legge  evangelica  sono 
di  tre  sorta,  e  riguardano  i  misteri 
che  devonsi  credere  ,  e  che  Dio 
ha  rivelati  alla  sua  Chiesa  ;  i  sa- 
cramenti che  bisogna  ricevere  colle 
convenienti  disposizioni;  ed  i  co- 
stumi, e  sono  i  medesimi  precet- 
ti morali  dell'antica  legge,  che  Ge- 
sù Cristo  ha  meglio  spiegato.  Fi- 
nalmente la  legge  umana  è  uà 
precetto  comune,  giusto,  stabilito, 
costante  e  pubblicato  per  il  bene 
generale  di  una  comunità,  da  co- 
lui che  n'è  il  superiore  ecclesiasti- 
co o  politico.  La  Scrittura  ordina 
che  tutti  siamo  sottomessi  alle  po- 
destà superiori,  perchè  non  avvi  po- 
destà che  non  derivi  da  Dio.  La 
tradizione  de'padri,  l' uso  costante 
della  Chiesa  e  delle  due  podestà, 
l'essenza  stessa  delle  due  società, 
tutto  assicura  ai  superiori  il  pote- 
re legislativo.  La  legge  umana  si 
divide  in  legge  scritta,  o  non  scrit- 
ta che  chiamasi  consuetudine;  in 
legge  propriamente  detta,  ch'è  e- 
manata  da  un  sovrano,  ed  in  legge 
che  chiamasi  statuto,  ch'è  emanata 
da  principi  subalterni,  come  sono 
i  vescovi;  in  legge  civile  e  cano- 
nica ;  in  legge  favorevole,  che  è 
emanata  in  favore  di  qualche  per- 
'9 


390  LEG 

sona,  e  in  legge  odiosa  od  onero sa^ 
che  contiene  primieramente  una  pe- 
na o  un  peso,  benché  reversibile 
al  comun  bene,  come  la  legge  dei 
tributi.  La  legge  favorevole  è  o 
pubblica,  quando  essa  ridonda  in 
bene  della  comunità,  o  particolare 
quando  è  a  vantaggio  dei  partico- 
lari :  in  questo  caso  si  chiama  pri- 
vilegio. La  legge  odiosa  impone  un 
tributo  quando  essa  pronuncia  una 
pena,  ed  allora  si  chiama  legge  pe- 
nale; quando  annulla  un  fatto  o 
un  contratto ,  è  ciò  che  si  chiama 
legge  irritante.  La  legge  civile  ha 
per  fine  la  tranquillità  ed  il  van- 
taggio naturale  della  società,  non 
può  avere  per  autori  se  non  colo- 
ro i  quali  hanno  la  giurisdizione 
temporale  sopra  quelli  ai  quali  pre- 
tendono di  dare  simili  sorta  di 
leggi:  tali  sono  i  principi,  i  re,  gli 
imperatori,  ec.  La  legge  civile  si 
divide  in  legge  scritta,  e  non  scrit- 
ta. La  legge  ecclesiastica  o  cano- 
nica, che  regola  le  azioni  de'cri- 
stiani,  per  rapporto  al  bene  spiri- 
tuale, ha  necessariamente  per  au- 
tori i  superiori  ecclesiastici,  come 
il  Papa  in  tutta  la  Chiesa,  i  vesco- 
vi nelle  loro  diocesi,  i  legati  nel 
territorio  delle  loro  legazioni,  i 
cardinali  nelle  chiese  dei  loro  tito- 
li o  diaconie,  gli  abbati  e  prelati 
inferiori  che  hanno  una  giurisdi- 
zione quasi  episcopale,  ec. 

Il  vocabolo  di  legge  pigliossì 
anche  per  lo  studio  della  Giuris- 
prudenza (Fedi),  DaGchè  un  popo- 
lo potè  erigersi  in  un  corpo  di 
nazione,  abbisognarono  delle  leggi 
per  governarlo.  L*  antichità  delle 
leggi  medesime  è  sempre  avvilu- 
pata  nell'oscurità  e  nella  incertez- 
za della  storia  dei  primi  tempi,  ed 
anco  de'  tempi  favolósi.  Le  leggi 
di  Moséj  secondo  alcuni^  non  sono 


LEG 

le  più  antiche,  perchè  il  paese  era 
già  governato  con  leggi,  allorché 
ricevette  nel  suo  seno  i  patriarchi 
padri  degli  ebrei;  ma  tuttavia  le 
leggi  Mosaiche  sono  le  sole  di  cui 
Tantichità  sia  ben  certa  e  compro- 
vata, e  le  sole  che  conservate  si 
siano  senza  alterazione.  Sì  vuole 
che  ne*  tempi  favolosi  siensi  at- 
tribuite ai  due  Mercuri  le  prime 
leggi  dell'Egitto,  il  quale  ne  rice- 
vette altre  ancora  da  Osiride  e  da 
Amasi;  ma  non  ci  è  rimasto  ve- 
stigio di  quelle  leggi.  La  Grecia 
ebbe  altresì  ì  suoi  legislatori;  ma 
questi  pure  confondonsi  sovente  co- 
gli eroi  della  mitologia.  Certo  è 
soltanto  che  Sparta  adottò  le  leg- 
gi di  Licurgo,  Atene  quelle  di 
Bracone,  il  di  cui  rigore  eccessivo 
fu  corretto  dalle  leggi  posteriori 
di  Solone,  e  che  a  quest'  ultimo 
andò  debitrice  V  Attica  delle  mi- 
gliori sue  leggi,  delle  quali  tutto- 
ra rimangono  alcuni  frammenti. 
Quanto  a  Roma,  essa  non  rice- 
vette già  dalla  Grecia  le  primitive 
sue  leggi  ;  Romolo  suo  primo  re  e 
fondatore,  seppe  col  mezzo  d'  isti- 
tuzioni ingegnose  formare  un  cor- 
po di  nazione  di  una  copiosa  trup- 
pa di  avventurieri,  ch'egli  associa- 
ti avea  nella  grande  impresa;  e 
Numa  col  suo  ingegno,  colle  sue 
virtù  e  colla  sua  destrezza  riuscì 
colle  sue  istituzioni  ad  ingentilire 
e  meglio  ad  incivilire  i  romani 
primitivi.  Non  si  può  non  ammi- 
rare quégli  stabilimenti  della  politi- 
ca più  profonda,  che  col  legarono 
tra  di  loro  que' popoli  coi  legami 
più  forti  e  più  durevoli  che  mai 
sieno  stali  inventati  per  ritenere 
gli  uomini  nello  stato  di  una  so- 
cietà regolare  ;  la  religione  unita 
col  governo,  del  quale  essa  forma 
il  più  valido  appoggio  »  la  solenni- 


LEG 

(à  e    la    santità    del     matrimonio^ 
introdotta     a    fine     di    fondare     Io 
stato  di  famiglia;  la  podestà  pater- 
na, di  cui  la  forza,    l'estensione    e 
la  perpetuità  successiva   formano  di 
ciascun    capo  o    padre  di  famiglia 
un  sovrano    domestico  ;  finalmente 
la    distinzione    e    separazione  degli 
ordini  che    nelle    città    assegna   un 
grado  diverso  ai  padri  della  patria, 
ai  senatori,  ai  patrizi,    ai  cavalieri, 
ed  ai  plebei,  o  alla  classe  mezzana 
del  popolo,  sono  tutte  sublimi  in- 
venzioni ,    dettate    da    una    mente 
politica,    ed    ottimamente    accomo- 
date al  bisogno  della    popolazione, 
ed  ai  fini  che  il  legislatore  si  pro- 
poneva.   Anco    Marzio,    Tarquinio 
Prisco,    Servio    Tullio  imitarono  i 
predecessori  Romolo    e  Numa  con 
saggie     istituzioni    e    nuove    leggi 
intese    al    pubblico    bene,  all'ordi- 
ne, ai  ben    essere    dello    stato,  al- 
l'ampliamento del  dominio  di  Ro- 
ma, ed  a  consolidare  il  loro  trono. 
Tarquinio    il    Superbo,  settimo   ed 
ultimo  re  di  Roma,  violando  ogni 
diritto  sociale,  sostituì  alle  leggi  il 
proprio    capriccio    e    la    violenza  ; 
co'  suoi    vizi    e  con  quelli    de'  suoi 
aderenti    rese  odiosa    e    detestabile 
al  popolo  la  regia  autorità. 

Ma  Roma  provò  ben  presto  una 
rivoluzione  nella  proclamata  repub- 
blica che  rovesciò  in  parte  e  cam- 
biò la  forma  del  suo  governo,  ri- 
voluzione che  introdusse  in  prin- 
cipio una  strana  confusione  nelle 
leggi,  come  pure  nella  pubblica  am- 
ministrazione. Fu  d'uopo  stabilire 
nuove  leggi,  o  munire  le  leggi  ca- 
dute in  oblio  o  trascurate,  di  una 
nuova  sanzione.  Sul  principio  del 
governo  consolare,  con  la  condan- 
na a  morte  che  fece  il  console  Bru- 
to del  proprio  figlio  in  obbedien- 
za alle  leggi  statuite,  destò  nel  po- 


LEG  i^t 

polo  entusiastico  riverenza  alle  le^- 
gi  stesse,  maggior  propensione  pel 
bene  pubblico ,  e  portò  ad  un  gra- 
do eroico  l'amor  patrio.  Però  la 
popolare  instabilità  fece  riuscir  va- 
na talvolta  anche  l'autorità  supre- 
ma del  dittatore.  Vogliono  alcuni 
che  dopo  l'espulsione  da  Roma  di 
Tarquinio  il  Superbo,  Papirio  ab- 
bia raccolta  iu  una  le  leggi  fatte 
dai  re  di  Roma,  col  titolo  di  leges 
regiae,  che  furono  chiamate  in  se- 
guito/«.9  civile  Papirìanuni.  Sì  crea- 
rono dieci  magistrati  supremi  che 
nominati  furono  decemviri,  e  si 
deputarono  tre  cittadini  illustri,  per- 
chè si  recassero  nelle  differenti  cit- 
tà della  Magna  Grecia,  in  Atene 
ed  a  Sparta,  e  raccogliessero  le  leg- 
gi più  convenevoli  allo  stato  di 
que'  tempi  della  romana  repubbli- 
ca: essi  furono  i  senatori  Postumio, 
Sulpizio  e  Manlio.  Sulla  loro  re- 
lazione e  coi  lumi  da  essi  proca- 
rati, si  stesero  le  leggi  delle  dodici 
tavole,  alle  quali  due  altre  se  ne 
aggiunsero,  e  quella  legge  propo- 
sta al  pubblico,  riunì  tutti  i  suf- 
fragi, e  quindi  diventò  la  legge  ro- 
mana per  eccellenza.  Si  vuole  che 
molte  delle  leggi  Papiriane  fossero 
inserite  in  quelle  delle  dodici  ta- 
vole. Dopo  le  ricerche  fatte  da 
Jacopo  Gotofredo,  è  probabile  opi- 
nione degli  eruditi,  che  la  prima 
tavola  avesse  per  oggetto  i  proces- 
si ;  la  seconda  i  furti,  e  il  brigan- 
taggio; la  terza  gli  ordini  e  i  di- 
ritti dei  creditori  sui  loro  debitori; 
la  quarta  i  diritti  de'  padri  di  fa- 
miglia; la  quinta  le  eredità  e  le 
tutele  ;  la  sesta  la  proprietà  ed  il 
possesso;  la  settima  i  debiti  e  i 
danni  ;  l'ottava  i  fondi  rustici  ;  la 
nona  il  diritto  comune  del  popo- 
lo ;  la  decima  i  funerali  e  le  ceri- 
monie relative  ai  morti  ;   l'undeci- 


292  LEG 

ma  il  culto    degli    dei     e    la  re- 
ligione;   la  duodecima  i  matrimo- 
ni e  i  diritti  de'  coniugati.  La  sa- 
viezza di  queste  leggi    si   rese    fa- 
mosa, anco  pel  modo  preciso  e  di- 
gnitoso  con    che    furono    espresse. 
Quella  legge  che  sembrò  allora  pi- 
gliata come  a  prestito    dalla    Gre- 
cia, rappresentò  per    lungo    perio- 
do le  leggi  fondamentali   dell'anti- 
ca Roma,  alle  quali  in  questo  mo- 
do si  restituì  la  loro  primitiva  au- 
torità. Ma  quelle  leggi    non   pote- 
vano tutto  prevedere,    ne    a  tutto 
dar  norma  ;  da  questo,  e  dall'ave- 
re i  decemviri  abusato  di  loro  au- 
torità, ne  venne  che  ai  consoli  da 
prima,   poi    ai   pretori    si  accordò 
l'autorità  di  supplire  alla  mancan- 
za   o    alla    imperfezione    di    quelle 
leggi  Coi  loro  editti,   e  sovente  ri- 
cevettero esse  ancora    l' interpreta- 
zione de'  dotti   e  de'  sapienti.  Nuo- 
ve   convulsioni    vennero    ancora  a 
turbare    la    costituzione    della    re- 
pubblica.   Il  popolo    propriamente 
detto  o  la  plebe  si  separò  dal  pri- 
mo ordine  dello  stato;   creossi    al- 
cuni   magistrati  particolari,  cioè   i 
tribuni,  e  formò  nuove  leggi,   che 
nominate  furono  plebisciti^  sovente 
in  opposizione  coi  decreti    del    se- 
nato che  parimenti  avevano    forza 
di  legge  sotto  il  titolo    di    senatus 
consulti.  Vi  ebbero  dunque  in  quei 
primi  tempi  cinque  differenti   spe- 
cie di  leggi  :  la  legge  per  eccellen- 
za o  quella  delle  dodici   tavole,  le 
interpretazioni  de'  sapienti ,    gli  e- 
ditti  de'magistrati,  i  senatus  consulti 
ed  i  plebisciti.  Oltre  i  plebisciti  e 
i  senatus  consulti  vi  erano  le  leg- 
gi strettamente  dette,   cioè    sanzio- 
nate nei  comizi  di  tutto    il    popo- 
lo. Dopo  le  leggi  delle   dodici    ta- 
vole sono  degne  di  particolar  me- 
moria, la  legge  MajesCatis,  la  quale 


LEG 

era  una  delle  piìi   valide   garanzie 
dell'ordine    pubblico  e  della    som- 
missione   alle    autorità.    La    legge 
Remnia  che    tutelava    l'onore    dei 
cittadini,  ordinando  che    ai    calun- 
niatori   s' imprimesse    sulla    fronte 
con  ferro  rovente  la  lettera  A",  che 
allora  in  luogo  della  C  era  inizia- 
le della  parola  Kalunmìa.  La  leg- 
ge  pel    delitto    di    parricidio ,    cui 
solo  dopo  seicento  anni  si  vide   in 
Roma  il  primo  abbominevole  esem- 
pio. La  legge  di  LucuUo  contro  gli 
usurai,  che  avevano  pur  procurato 
reprimere  le  leggi  Duilia  Maenia, 
Licinia    Sexta ,    e    la    Sempronia. 
Special  menzione  meritano  le    leg- 
gi De  repetundis,  contro  i  furti,  le 
frodi,  gli  usurpatori,  ec;    l'  Acilia, 
la  Calpurnia,  la   Caecilla,  la  Cor- 
nelia,    la    Giunia,    la    Servilia,   la 
Pompeia  e  la  Giulia^  contro  le  pre- 
potenze ed   avarizia    de'  proconsoli 
e  questori  delle  provincie.  Le  leggi 
Frumentanae  e  le  Sumptuariae^  la 
prima  riguardava  il  prezzo  del  gra- 
no, la  seconda  frenava    il    lusso    e 
stabiliva  un  limite  alle  spese   pub- 
bliche e  private  ;  altre  leggi    furo- 
no eziandio  emanate  su  di  ciò.  Al- 
tre leggi  provvidero  alla  cura  delle 
strade,  de'  ponti,  delle  fontane,  del- 
le case,  delle  campagne  ;  alla  pro- 
cedura de'  giudizii,  alla  milizia,  al- 
la guerra  ;  le   censorie  che    veglia- 
vano sui  costumi  pubblici  e  privati 
delle    famiglie.    La    saggezza    delle 
antiche  leggi  romane,    più   che  la 
forza    delle    armi ,  contribuì  a  de- 
bellare tante    nazioni,  a    stringere 
ferme  alleanze,  e  fece  fiorire  il  com- 
mercio, le  arti  e    la   civilizzazione. 
I   romani    colla    forza    delle    armi 
conquistarono  quasi  tutto  il  mon- 
do,   e    colla    savia    legislazione    Io 
governarono,  per  cui    la   loro  sto- 
ria contiene  quella   di   moltissimi 


LEG 

popoli,  che  le  loro  leggi  in  moclo 
particolare,  la  loro  letteratura,  ed 
interamente  gli  usi  loro  talvolta  adot- 
tarono. Non  si  deve  tacere  che  i 
romani  ebbero  leggi  che  vanno 
riprovate  o  per  falsità  religiose,  o 
per  soverchia  durezza,  o  per  l'adi- 
to che  aprivano  alle  sommosse  po- 
polari, ed  agli  ammutinamenti  dei 
soldati.  TaU  furono  pur  quelle  che 
davano  una  illimitata  e  dispotica 
autorità  sui  loro  servi  o  schiavi; 
che  attribuivano  ai  padri  ed  ai  ma- 
riti il  potere  di  uccidere  i  figli  e  le 
mogli;  quelle  che  permettevano  le 
stragi  de'gladiatori,  combattenti  tra 
loro  o  con  bestie  feroci  ;  quelle  delle 
proscrizioni  ;  e  quelle  de'  tribuni 
della  plebe,  eterni  fabbricatori  di 
discordie. 

Ma  le  turbolenze  di  continuo  ri- 
nascenti per  r  agitazione  della  ple- 
be, contribuirono  alla  fine  a  faci- 
litare l'usurpazione  del  potere  so- 
vrano; si  sostituì  alle  forme  re- 
pubblicane la  monarchia  assoluta 
sotto  la  maschera  delle  forme  me- 
desime ,  che  si  conservarono  per 
qualche  tempo  almeno  in  apparen- 
za, come  una  debole  immagine  dei 
primiero  stato  di  libertà.  I  capi 
nuovi  della  repubblica  sotto  il  ti- 
tolo d'  imperatores ,  che  assunto 
avevano,  perchè  posti  al  comando 
e  alla  testa  delle  forze  pubbliche, 
promulgarono  nuove  leggi ,  rive- 
stendosi dei  titoli  di  quella  magi- 
stratura che  ne  avea  altre  volte  il 
diritto  ;  ma  quelle  leggi  applicate 
a  regolamenti  generali,  o  a  qual- 
che nuovo  oggetto  dell'amministra- 
zione politica  dello  stato,  furono 
appellate  costituzioni ,  o  pure  ab- 
bracciando decisioni  relative  a  casi 
particolari,  invocate  dai  prefetti  o 
dai  presidi  delle  provincie  ,  porta- 
rono il   titolo  di   rescritti.    Beo  si 


LEG  agj 

comprende  che  quelle  leggi  colle 
altre  numerosissime  promulgate  dal 
senato  e  dai  magistrati,  moltipli- 
caronsi  ben  presto  a  segno  di  di- 
ventare una  specie  di  caos,  che  im- 
possibile era  lo  svolgere  e  l' ordi- 
nare. Questo  condusse  naturalmen- 
te gli  uomini  addetti  a  quello  stu- 
dio a  classificarle  ed  a  riunirle  ia 
alcune  collezioni.  La  prima  fu  quel- 
la degli  editti  dei  pretori,  la  di  cui 
saviezza  avea  fatto  conservare  que- 
gli atti  non  ostante  che  cessata 
fosse  la  loro  autorità,  e  questi  for- 
marono la  base  del  così  detto  edil' 
io  perpetuo.  Si  feceit»  in  appresso 
simili  collezioni  delle  ordinanze  e 
dei  rescritti  de'  principi. 

Essendo  stata  dall'  imperatore 
Costantino  Magno  abbracciata  ia 
rehgione  cristiana,  e  divenuta  que- 
sta la  religione  dell'  impero,  ne 
venne  di  conseguenza  la  necessità 
di  qualche  cangiamento  nelle  leggi, 
le  quali  vennero  depurate  da  quan- 
to macchiava  il  gran  codice  della 
romana  legislazione.  Bandite  dal 
Campidoglio  le  tenebre  dell'idola- 
tria, Roma  divenne  il  centro  della 
religione  di  Gesù  Cristo;  onde  le 
leggi  che  erano  barbare  o  super- 
stiziose furono  bandite,  solo  rima- 
nendovi delle  leggi  romane  alcune, 
corrette  quindi  dal  gius  canonico. 
Dopo  che  fatta  erasi  la  raccolta  delle 
leggi  anteriori  al  regno  di  quel- 
r  imperatore,  altra  se  ne  fece  di 
quelle  che  pubblicate  eransi  dai 
suoi  successori,  dagli  imperatori 
cristiani.  Questa  ultima  collezione 
fu  l'opera  di  Teodosio  11  il  Giovane^ 
ed  a  questa  si  diede  il  titolo  di 
Codice  Teodosiano.  A  tutte  queste 
leggi  si  aggiunsero  i  lavori  o  le 
interpretazioni  dei  giureconsulti  più 
celebri  ,  autorizzati  a  rispondere 
sulle  materie    di   diritto,  dei  quali 


594  LEG 

i  giudici  tenuti  erano  a  seguire 
le  decisioni.  Era  questa  una  conse- 
guenza della  necessità  di  trarre  le 
leggi,  tanto  copiose  che  formavano, 
come  allora  si  disse  da  Eunapio,  il 
carico  di  molti  cammelli,  dalla  con- 
fusione in  cui  giacevano  ;  si  formò 
quindi  un  ordine  di  persone  studiose 
ed  esercitate  nella  filosofia,  che  la 
professione  adottarono  d'interpreti 
o  spositori  delle  leggi.  Lo  splendore 
della  loro  dottrina  e  della  loro 
profonda  erudizione,  fu  quello  che 
indusse  i  loro  contemporanei  a  ri- 
vestirli di  quella  autorità.  Siccome 
però  allora  Roma  imperava  a  tut- 
to il  mondo  incivilito,  e  non  co- 
municava le  sue  legji  proprie,  det- 
te leges  quirìlum,  se  non  che  agli 
abitanti  delle  regioni  che  accetta- 
to aveano  o  ottenuto  il  diritto  del- 
la romana  cittadinanza;  e  siccome 
era  d'uopo  tuttavia  amministrare 
i  paesi  conquistati,  e  introdurre  in 
questi  i  giudizi  è  l'  ordine  giudi- 
ziario ;  così  i  governatori  o  i  pre- 
fetti e  i  presidi  delle  provincie 
trassero  dal  diritto  della  natura  e 
delle  genti  le  regole  di  qiieU'  am- 
ministrazione e  di  queir  ordine  giu- 
diziario tutto  nuovo.  Vi  ebbero 
dunque  allora  due  specie  di  legis- 
lazione e  di  giurisprudenza  ;  la 
legge  romana  propria  per  i  paesi 
sommessi  al  diritto  comune  dei 
quiriti,  detta  anche  quiritario,  e  il 
diritto  comune  o  naturale  delle 
genti  per  i  sudditi  dell'  impero 
non  sottoposti  al  diritto  romano. 
Quelle  due  specie  di  leggi  e  di 
giurisprudenza  furono  distinte  nel 
codice  Teodo.iìanOy  che  indicò  se- 
paratamente i  giureconsulti,  le  di 
cui  decisioni  dovevano  fare  qualche 
autorità;  e  ne'lavori  di  que' giure- 
consulti appunto  veggonsi  i  prin- 
cipii  del  diritto  delle  genti  e  della 


LEG 

equità,  distinti  dalla  legge  civile 
dei  romani,  o  dal  diritto  quiritario. 
Ma  in  appresso  Giustiniano  1  im- 
peratore, geloso  di  accrescere  la 
gloria  delle  sue  armi,  che  respinta 
avevano  l'invasione  de'  barbari  del 
settentrione,  e  di  aggiungervi  quel- 
la di  riformare  e  di  classificare  le 
leggi,  da  dieci  celebri  giureconsul- 
ti ,  a  capo  de'  quali  niise  Tribo- 
niano,  fece  comporre  da  prima  una 
raccolta  o  un  codice  delle  leggi 
imperiali,  poi  fece  riunire  le  rifor- 
me eh'  egli  avea  fatte  del  diritto 
romano,  che  ascesero  al  numero 
di  cinquanta;  e  queste  incorpora- 
te furono  in  una  nuova  redazione 
del  codice  delle  leggi  imperiali , 
che  di  suo  ordine  fu  intitolato: 
Codex  repetitae  praelecdonisj  dopo 
di  che  fece  estrarre  dai  libri  innu- 
merabili de'  giureconsulti  ,  poiché 
sono  tutti  o  quasi  tutti  anteriori  a 
Costantino,  le  relazioni  delle  leggi 
e  le  decisioni  più  accertate,  delle 
quali  si  compose  l'enorme  compi- 
lazione del  Digesto  e  delle  Pandet- 
te, divise  in  cinquanta  libri,  conte- 
nenti un  maggiore  o  minor  nu- 
mero di  titoli,  ma  d'ordinario  as- 
sai copiosi.   F^.  Digesto. 

Finalmente  Giustiniano  I  diede 
compimento  all'opera  sua  col  far 
compilare  le  istituzioni,  le  quali  pre- 
sentarono un'analisi  di  tutte  quel- 
le leggi,  e  destinate  principalmente 
allo  studio  del  diritto  e  delle  ma- 
terie legali,  ottennero  altresì  esse 
medesime  la  autorità  e  la  forza 
di  legge.  In  questo  modo  furono 
raccolte,  secondo  i  disegni  e  gli  or- 
dini di  quell'imperatore,  e  secondo 
la  disposizione  da  esso  stabilita,  le 
leggi  romane,  alle  quali  si  aggiun- 
sero le  costituzioni  chiamateiVbi'e//r, 
ossia  novelle  leggi  di  altri  imperato- 
ri e  di  Giustiniano  I   medesimo,  e 


LEG 

quelle  de'suoi  successori,  che  pari- 
menti furono  raccolte,  ma  senza 
che  la  collezione  loro  ottenesse  Io 
slesso  grado  d'autenticità.  Quel  va- 
sto corpo  di  leggi  non  ebbe  tut- 
tavia la  sorte  che  Giustiniano  I 
suo  autore  erasi  proposta,  perchè 
quando  fu  promulgalo,  egli  non 
eia  già  più  padrone  di  una  gran 
parte  dell'impero  d'occidente,  delle 
Gallie,  della  Germania,  e  neppure  del- 
la Spagna  e  della  maggior  parte  del- 
l'Italia ;  poiché  il  freno  imposto  a 
quelle  provincie  dalle  sue  armi  e 
dalle  sue  vittorie  riuscito  non  e- 
ra  di  lunga  durata.  Non  potè 
dunque  aver  luogo  la  generale 
promulgazione  di  quel  codice  che 
egli  disegnato  aveva;  le  sue  leggi 
non  poterono  aver  forza  in  quel- 
la regione,  e  le  romane  si  ecclis- 
sarono  e  caddero  nell'oblio  di  ma- 
no in  mano  che  l'impero  andò  de- 
clinando. La  Chiesa  cristiana,  come 
dicemmo  ,  fu  quella  che  impedì 
la  perdila  intera  di  quelle  leggi; 
essa  se  ne  impossessò  in  qualche 
modo,  le  purgò  e  le  sceverò  dagli 
usi  propri  dei  romani  ed  anche 
dalle  sottigliezze  de'  loro  giurecon- 
sulti, sommettendo  il  tutto,  per 
quanto  ad  essa  fu  possibile,  all'e- 
quità. Ma  l'invasione  totale  dell'I- 
talia e  della  maggior  parte  del- 
l'impero portò  di  conseguenza  la 
confusione  e  il  disordine  che  soUen- 
trarono  alle  antiche  leggi.  In  luogo 
di  queste  s'introdussero]  le  leggi  o 
Je  consuetudini  de'barbari,  e  i  prin- 
cipi! della  feudalità,  e  non  vi  eb- 
bero se  non  che  alcune  provincie, 
massime  nel  mezzodì  della  Fi*an- 
cia,  che  ritennero  l'uso  del  diritto 
quiritario,  sotto  la  forma  però  di 
privilegio,  e  sotto  il  nome  di  leg- 
gi municipali.  Nell'occidente  si  so- 
stiluirctoo    certe    leggi  informi   dei 


LEG  agS 

conquistatori ,  massime  dei  longo- 
bardi. Alle  leggi  romane  tutta- 
via che  non  furono  totalmente  ob- 
bliate,  si  sostituirono  da  prima  nel- 
le Gallie  i  capitolari  dei  re  della 
seconda  dinastia,  e  in  appresso  vi 
si  aggiunsero  le  leggi  consuetudi- 
narie, le  ordinanze,  gli  editti,  le 
dichiarazioni ,  e  le  lettere  patenti 
dei  re  successivi.  Nel  secolo  XII 
Irnerio  fece  risorgere  il  codice  di 
Giustiniano  in  Italia ,  aprendone 
scuola  in  Bologna  ad  un  numero 
incredibile  di  studenti.  Così  fu  nuo- 
vamente propagato  il  diritto  civile 
romano  nella  più  gran  parte  di 
Europa,  e  continua  anco  di  pre- 
sente a  far  testo  di  grande  auto- 
rità. Così  sembra  avverarsi,  in 
quanto  alla  legislazione,  il  famoso 
prognostico  degli  antichi  romani, 
che  la  durata  del  loro  impero  sa- 
rebbe stata  eterna.  1  romani  Pon- 
tefici di  tempo  in  tempo  compi- 
larono a  vantaggio  de'loro  sudditi 
savie  e  paterne  leggi,  le  quali  men- 
tre erano  conformi  alla  giustizia  ed 
all'antico  diritto  romano,  provvede- 
vano al  bene  temporale  dello  stato 
ecclesiastico,  per  essere  dettate  dal- 
l'evangelico spirito  di  carità,  tem- 
peravano il  rigore  dell'antica  legis- 
lazione ,  e  facevano  convergere 
a  un  punto  il  bene  spirituale  al 
temporale,  come  dicemmo  all'arti- 
colo Giurisprxjdeììza  ed  altrove.  Dal- 
le leggi  ed  istituzioni  de*  Papi,  di- 
verse nazioni  modellarono  le  loro, 
e  dell'une  e  dell'altre  se  ne  parla  ai 
rispettivi  articoli.  Conchiudiamo  col 
dire,  che  non  si  può  senza  leggi 
formare  adunanza  di  uomini,  che 
distinti  in  vari  ordini  vivano  sen- 
za molestarsi  e  distruggersi  a  vi- 
cenda. Se  le  leggi  non  fossero,  nep- 
pure esisterebbero  diritti,  non  do- 
veri cittadini,  non  società,  ma  tot- 


^296  LEG 

to  si  troverebbe  in  confusione.  Ma 
un  bellissimo,  erudito  e  critico  Cew- 
no  storico  sulle  leggi    romane^    da 
ultimo  ce  lo  diede   il  dotto   e  eh. 
arciprete    d.    Giacomo    Castrucci, 
prima  dignità  dell'insigne  collegia- 
le e  matrice  chiesa  di  s.  Simeone 
profeta,  lettore  de'papiri  ercolanesi 
nel  reale    museo    borbonico,    prò» 
fessore    di    diritto    in    Napoli,  ec. 
Egli  pubblicò  colle  stampe  e  dedi- 
cò  si     utile    opuscolo   al    cardinal 
Sisto  Riario  Sforza  arcivescovo  di 
Napoli,  in    occasione   della  sua  e- 
saltazione  alla  sacra  porpora,  fatta 
dal  regnante   Gregorio  XVI   a'  1 9 
gennaio   1846.    Lo   divise    in    tre 
parti,  cioè  trattò  nella  prima,  del- 
la giurisprudenza  romana  sotto  dei 
re,   e  del  diritto  romano    a'  tempi 
de're;  nella  seconda,  della    giuris- 
prudenza romana    durante    la   re- 
pubblica, del  diritto  romano  dalla 
istituzione  de*  consoli  sino  alle  leg- 
gi decemvìrali,  del  diritto  romano 
a'  tempi  de'  decemviri,  e  del  dirit- 
to romano  dalla  pubblicazione  del- 
le leggi  delle  XII  tavole  sino  alla 
fine  della  repubblica  ;  trattò  nella 
terza,  della  giurisprudenza  romana 
sotto    gì'  imperatori,    da    Augusto 
fino  a  Costantino  il  Grande,  da  Co- 
stantino fino  a  Giustiniano  I,    del- 
l'epoca   di    Giustiniano  I,    del  di- 
ritto romano   in    oriente    dopo    la 
morte  di  Giustiniano  I,  e  del  dirit- 
to romano  in  occidente  dopo  Giur* 
stiniano  I. 

LEGGENDA,  Legenda.  Libro 
di  chiesa  contenente  le  letture  che 
si  facevano  dell'uffizio  divino,  og- 
gidì chiamate  lezioni.  Anche  le  vi- 
te de*  santi  e  dei  martiri  furono 
chiamate  leggende,  perchè  si  do- 
levano leggere,  legenda  erant,  nella 
lezione  del  mattutino,  e  nei  refet- 
tori! delle  comunità  religiose,  quin- 


LEG 

dì  si  disse  Leggendario  (Vedi)  il 
libro  che  contiene  molte  leggende 
raccolte.  Si  disse  inoltre  leggenda- 
rio anche  l'autore  di  leggende  , 
o  un  raccoglitore  o  compilatore  di 
molte  leggende,  auctor  historiae 
sanctoruni  legendae.  Il  Garampi 
nelle  Memorie  ecclesiastiche  appar- 
tenenti all'istoria  e  al  cullo  della 
h.  Chiara  di  Riminiy  e  dedicate  a 
Benedetto  XIV,  a  p.  i  avverte 
che  non  solo  per  contraddistinguere 
questa  antica  e  genuina  istoria 
della  beata,  da  quelle  molte  che  sono 
state  date  in  luce,  volle  nel  decor- 
so dell'  opera  intitolarla  leggenda^ 
ma  eziandio  per  uniformarsi  mag- 
giormente allo  stile  e  genio  comu- 
ne di  que'tempij  ne' quali  fu  com- 
posta, quando  appunto  a  simiH  i- 
storiche  narrazioni  delle  gesta  dei 
santi  attribuivasi  un  tal  nome.  Del 
che  possono  consultarsene  vari  e- 
sempli  raccolti  nel  glossario  del 
Du  Gange,  e  nel  vocabolario  della 
Crusca.  Aggiunge  che  in  questo 
senso  deve  intendersi  ciò  che  si 
ha  del  ven.  servo  di  Dio  Carlo 
duca  di  Bretagna,  cioè  che  erat  in 
historiìs  et  sanctorum  palruni  le- 
gendisj  narrandis  et  esponendis  di- 
ligentissimus,  come  leggesi  nel  pro- 
cesso formato  nel  1372  per  la 
sua  canonizzazione.  La  storia  dei 
santi  è  in  parte  il  compendio  del- 
la storia  del  cristianesimo,  è  la 
storia  delle  grandezze  di  nostra  re- 
ligione santa  e  divina  nella  isti- 
tuzione, nel  dorama  e  nella  mo- 
rale ,  è  inoltre  la  storia  delle  gesta 
di  tutti  quegli  eroi,  che  la  Chiesa 
madre  benefica  innalzò  agli  onori 
degli  altari.  Le  vite  de'santi  deb- 
bono  essere  lette  perchè  fanno  co- 
noscere le  glorie  delia  nostra  reli- 
gione, conviene  inoltre  sieno  at- 
tentamente studiate  e  meditate,  co- 


LEG 

me  quelle  che  sono  una  scuola 
pratica  delle  più  grandi  virtù  che 
conducono  a  Dio,  perché  fanno 
conoscere  in  quei  fortunati  ciò  che 
il  credente  deve  fare  e  seguire. 

Abbiamo  dal  Bergier,  Diz.  enei' 
clop.y  che    Agostino  Valerio  vesco- 
To  di  Verona    e  cardinale,  scuoprì 
una  delle  sorgenti   da  cui  vennero 
le  false    leggende,  dappoiché   nella 
sua  opera  De  rethorica  Christiana, 
osservò  che  si  usava    ne'  monasteri 
esercitare  i    giovani     religiosi  nelle 
amplifìcazioni    latine,    che  avevano 
da    comporre    sul    martirio  di  un 
santo;    questa    fatica     lasciava    la 
libertà    di    far    agire     e  parlare  i 
tiranni  o  i    santi     perseguitati  nel 
modo  che    ad    essi  sembrava    ve- 
risimile ,    e    si    dava    loro  motivo 
di  comporre  su    tal    proposito  una 
specie  di  storia  piena  di  ornamen- 
ti di  pura  invenzione.  Quantunque 
queste  opere    non    fossero  di  gran 
inerito,    furono      messe     da     parte 
quelle    che  sembravano    le  più  in- 
gegnose e  meglio  fatte.   Molto  tem- 
po dopo  si  sono  trovate  tra  i  ma- 
noscritti nelle  biblioteche  de'mona- 
steri  ;  e  com'era  difficile  dislingue- 
re  questi    giuochi    di  spirito    dalle 
vere  storie,     furono    prese  per  atti 
autentici  degni    della   credenza  dei 
fedeli.  Questa    sorgente    di   errore 
nella  sua  origine  é  stata     innocen- 
tissima.  Non  è  lo   stesso  della  me- 
ditata infedeltà    del    greco    Simeo- 
ne soprannominato  Metafraste    cioè 
chiosatore  e  traduttore,  che  secon- 
do i  suoi  accusatori,  per  secondare 
l'invito  fattogli  dall'  imperatore  Co- 
stantino Porfirogenita    di     scrivere 
le     vite    de'  santi,     siccome     uomo 
dotto  ed  eloquente,    con  deliberato 
proposito    riempì     le    vite  de'santi 
di     molti     fatti     immaginari     e    di 
romanzesche   circostanze;   altri    pe- 


LEG 


297 


ro  opmaDO  eh*  egli  non  può  a- 
vere  avuto  altro  motivo  che  di 
conformarsi  al  gusto  che  avevano 
i  greci  pel  mirabile,  vero  o  falso. 
Il  ven.  Bellarmino  dice  schietta- 
mente, che  Metafraste  scrisse  al- 
cune delle  sue  vite,  non  come  fu- 
rono le  cose,  ma  come  hanno  po- 
tuto essere.  La  Chiesa  però  non 
obbliga  alcuno  a  credere  tutto- 
ciò  che  si  contiene  nelle  apocrife 
o  esagerate  leggende.  Al  falso  zelo 
male  inteso,  alle  imprudenti  cre- 
dulità, ripararono  le  immense  e 
sorprendenti  fatiche  dei  Bollandisti, 
e  di  altri  benemeriti  e  gravi  scrit- 
tori, come  il  dotto  Baillet,  lo  spa- 
gnuolo  Vives,  i  giornalisti  di  Tre- 
voux,  per  non  mentovarne  altri, 
che  nelle  loro  opere  separarono  il 
vero  dal  falso  con  lodevole  discer- 
nimento e  profonde  cognizioni,  per 
cui  possono  essere  consultati  eoa 
sicurezza.  F.  Melchior  Cauo,  nei 
luoghi  teologici. 

LEGGENDARIO,  Legendanwi 
collectanea^  Vitaruni  sanctorum  col- 
lectio.  Scrittore  di  leggende  o  di 
vite  de*  santi,  ovvero  molte  leg- 
gende raccolte  in  un  volume.  ^. 
Leggenda.  Il  numero  degli  autori 
agiografi,  e  compositori  di  leggen- 
de è  grandissimo,  ed  i  più  noti 
compositori  o  compilatori  o  rac- 
coglitori di  vite  de'santi  o  leggen- 
darii  sono  i  seguenti.  Simeone  Me- 
tafraste che  fiori  verso  l'anno  912, 
e  che  fu  gran  logotete  o  control- 
lore generale  delle  finanze  dell'im- 
peratore Leone  VI  il  Filosofo,  e  di 
Costantino  VI  Porfirogenita.  Abbia- 
mo di  lui  una  raccolta  di  centoven- 
tidue vite  di  santi,  mentre  le  altre 
cinquecenlotrentanove  che  gli  si 
attribuiscono  non  sono  sue.  Rifor- 
mò lo  stile  delle  opere  da  lui  riu- 
nite, aggiungendovi  fatti  poco  certi, 


«98  LEG 

copiandoli  senza  critica  da  memo- 
rie che  rinvenne,  con  troppa  cre- 
dulità, giacche  la  sua  pietà  lo 
scusa  dalle  incolpazioni  dategli 
principalmente  dal  Casaubono  di 
avere  inventato  ciò  che  narra  . 
Leone  Allazio,  Psellus,  Niceforo 
Callisto  ed  altri  fecero  1'  apologia 
di  Metafraste:  i  due  ultimi  si  vo- 
gliono autori  di  molte  vite  dei 
santi  che  diconsi  di  Metafraste.  Il  b. 
Giacomo  da  Voragine,  autore  della 
Leggenda  d'oro  o  aurea,  arcivescovo 
di  Genova^  al  quale  articolo  ne  par- 
lammo: suo  è  il  primo  leggendario 
latino  che  si  conosca  ;  dopo  di  lui 
citasi  Flodoardo  canonico  di  Reims 
che  scrisse  in  XV  libri  le  vite  dei 
santi  per  ciascun  mese  dell'  anno. 
Lippomano  vescovo  di  Verona,  fio- 
rito nel  i55o  circa.  Lorenzo  Su- 
rio  certosino  di  Colonia  del  i570, 
come  il  precedente,  nella  scelta 
de'materiali  usati  mostrò  poco  di- 
scernimento. Pietro  Ribadineira  ge- 
suita, taccialo  di  poca  critica  e 
lodato  per  la  maestria  come  scrisse  : 
francesi,  spagnuoli  ed  italiani  fece- 
ro aggiunte  alla  sua  opera,  e  co- 
me lui  attinsero  a  fonti  imperfette. 
Giovanni  Capgrave  eremitano  di 
s.  Agostino,  compose  una  leggenda 
<le' santi  d'Inghilterra,  seguendo  una 
collezione  di  vite  de'  santi  molto 
anteriore  a'  suoi  tempi,  la  quale 
pare  che  fosse  il  Sanctilogiuni  di 
Giovanni  di  Tinmouth  monaco  di 
S.Albano,  fiorito  nel  i366.  Anche 
Goscelino  monaco,  chiamato  in  In- 
ghilterra da  s.  Anselmo  di  Cantor- 
bery  verso  la  fine  del  secolo  XI, 
scrisse  molte  vite  de' santi,  parti- 
colarmente di  quelli  inglesi.  Ce- 
sario dell'ordine  di  Cistello  nel 
principio  del  secolo  XIII  scris- 
se in  dialoghi  dodici  libri  di 
miracoli  e  di  storie    maravigliose  ; 


LEG 

compilazione  fatta  con  troppa  buo- 
na fede.  Pietro  Caso,  Bernardo 
Guidone  o  de  Guy,  Pietro  Natale 
o  de  JVatalibus,  ed  altri,  scrissero 
pure  leggende  meno  conosciute.  In 
generale  gli  scrittori  de'  leggendari, 
come  dicemmo  nel  precedente  ar- 
ticolo, troppo  leggermente  ammi- 
sero le  tradizioni  popolari,  onde 
riflette  il  Bergier  ,  che  ad  onta 
che  il  dispregio  che  si  ebbe  per  al- 
cuni leggendari  fosse  fondato  sulla 
verità,  fatalmente  però  produsse  tri- 
sti conseguenze.  Col  rigettare  delle 
opere  in  gran  parte  false,  si  con- 
trasse il  gusto  di  una  critica  mali- 
gna, puntigliosa,  parziale,  e  sovente 
temeraria,  che  giunse  a  negare 
ogni  credenza  anche  a  fatti  auten- 
tici e  provati:  i  protestanti  spe- 
cialmente diedero  in  questo  ecces- 
so, ed  anco  alcuni  de'noslri  scrit- 
tori non  ne  andarono  del  tutto 
esenti. 

Vanno  poi  altamente  encomiati  i 
seguenti  dotti  e  critici  agiografi  o 
scrittori  di  vite  de'santi  ;  cioè  i 
Bollandisti  pei  loro  Ada  sanctoruriiy 
con  note  critiche  e  con  dissertazioni 
erudite,  opera  della  quale  da  qual- 
che tempo  si  è  incominciato  a  curar- 
ne la  continuazione.  Mabillon  e  Bul- 
teau  che  posero  in  eminente  luce  i 
santi  dell'ordine  benedettino.LeNaia 
e  il  p.  Touron,  a'quali  dobbiamo  le 
vite  de'santi  degli  ordini  cistcrcien- 
se e  di  s.  Domenico.  Tillemont 
che  ci  lasciò  eccellenti  Memorie 
sulla  storia  ecclesiastica  dei  primi 
sei  secoli  della  Chiesa.  Il  cardinal 
Orsi  che  egregiamente  dipinse  i 
padri  principali  della  Chiesa.  Il 
Ruinart  editore  degli  Acta  sincera 
marlyrum ,  che  furono  tratti  dai 
pubblici  registri  o  composti  giusta 
le  relazioni  di  testimoni  di  vista  e 
degni    di    fede.    Stefano  Evodio  e 


LEG 

Giuseppe  Simeone  Assemani,  che 
ci  diedero  Ada  martyrum  orienia- 
liitm  et  occìdentaliurrif  e  la  Bi' 
bliotheca  orientale.  P.  Carlo  Mas- 
si ni  ,  Raccolta  di  vite  de*  santi 
per  ciascun  giorno  dell*  anno.  Vi- 
gliegas  ,  Il  perfetto  leggendario 
della  vita  e  fatti  del  nostro  Si- 
gnore Gesù  Cristo  e  di  tutti  i 
santi  y  Venezia  1734.  //  sacro 
leggendario  della  vita  di  Gesù 
CristOy  e  di  Maria  Santissima^  e 
de' santi  presso  i  bollandisli,  Ve- 
nezia 1779.  D.  Giuseppe  Brunati, 
Leggendario  e  vite  di  santi  biascia' 
ni,  con  note  istorico-critìche,  Bre- 
scia 1834.  Leggendario  delle  san- 
te vergini  ,  Roma  1839.  Alba- 
no BuHer,  Vite  de'  padri,  dei 
martiri  e  degli  altri  principali 
sanliy  tratte  dagli  atti  originali  e 
da'  più  autentici  monumenti.  Nel 
1841  in  Roma  s'  incominciò  da 
una  società  editrice  a  pubblicare 
in  dodici  volumi  :  //  pcfetio  leg- 
gendario ovvero  vite  de'sanli  per 
ciascun  giorno  delV  anno  ornato 
ed  arricchito  di  altrettante  tavole 
aie  acquarella.  Questa  opera  fu  lo- 
data da  diversi  giornali  letterari, 
siccome  morale,  artistica,  isterica, 
ed  istruttiva,  ove  quasi  in  forma 
di  galleria  sono  effigiate  le  più 
splendide  gesta  de'  campioni  della 
chiesa  in  XIX  secoli  fioriti.  Riuscì 
utile  e  decorosa,  avendo  compilalo 
la  maggior  parte  delle  biografie 
cinquantadue  chiari  collaboratori, 
molti  de'  quali  sono  nominati  nel 
numero  35  delle  Notizie  del  gior- 
no di  Roma  dell'anno  i843,  oltre 
quelle  ristampate  de'migliori  auto- 
ri, e  perciò  vennero  encomiate  dal 
pubblico.  Le  tavole  le  inventò  e 
disegnò  con  larga  maniera  e  leggia- 
dria»! pittore  Filippo  Bigioli,  e  furo- 
no riprodotte  con  incisione  all'acqua- 


LEG  399 

rello  nella  maggior  parte  da  Giovanni 
Wenzel ,  non  che  dal  Cleter  e  dal 
Salomon,  sia  con  elegante  semplici- 
tà e  precisione,  sia  con  bel  chiaro 
scuro.  Seppe  il  Bigioli  ben  pene- 
trarsi de'  temi  che  con  gusto  ita- 
liano rappresentò ,  li  rese  carat- 
teristici ,  espressivi  ,  naturali  :  e 
quanto  alla  distribuzione  e  va- 
rietà delle  figure,  con  sagace  e- 
conomia  ne  conseguì  reffello.  Laon- 
de gì'  intendenti  dissero,  che  in 
queste  tavole  non  si  sa  cosa  più 
lodare,  se  la  facilità  del  creare, 
l'artificio  del  comporre  i  gruppi,  o 
la  sicurezza  nel  disegnare  i  contor- 
ni. Nel  1843  in  Roma  s'incomin- 
ciarono a  pubblicare  a  parte  le 
tavole,  con  breve  descrizione  italia- 
na e  francese  che  ne  illustra  il  sog- 
getto; ed  ivi  nel  medesimo  anno 
s'  intraprese  una  nuova  ristampa 
dell'intero  Leggendario 

LEGGIO.  Strumento  di  legno, 
sul  quale  si  sostiene  e  si  solleva  il 
libro  in  leggendo  e  cantando  i  di- 
vini ufficii;  pluteus,  lectrinum,  lectO' 
riunii  lectrum,  leclreolum,  legium, 
leginum  e  simili,  che  derivano  tut- 
ti da  lego,  legis.  \\  Macri  lo  chia- 
ma Leclricìuin,  leggìo  o  pulpito 
sopra  del  quale  si  canta  il  vange- 
lo, citando  Ruperto,  De  divin.  off. 
cap.  26.  Altri  lo  chiamano  pulpito 
portatile,  tripodium^  analogium, 
exedra,  gradus,  tribunal,  agnoste- 
rium,  che  fa  le  veci  di  ambone. 
Jo.  Cristoforo  Vilchius  scrisse  :  De 
ambonibus  veteris  Ecclesiae,  Lipsiae 
1787.  Il  leggìo  ordinariamente  è 
di  legno  di  noce,  o  di  legno  tor- 
nilo e  dorato;  e  suole  ricuoprirsi 
con  un  drappo  secondo  il  colore 
corrente  del  parato,  più  o  meno 
ricco,  e  talvolta  ornato  di  trine  di 
seta,  d'ai'gento  e  d'oro. 

LEGIO  o  LEGIONE,    Sede  ve- 


3oo  LEG 

scovile  di  Siria  nella  Galilea,  sotto 
la  metropoli  di  Petra,  celebre  negli 
scritti  di  Eusebio  e  di  s.  Girolamo, 
quindici  miglia  distante  da  Nazareth. 
Città  mediterranea  che  sorgeva 
nella  tribù  di  Zàbulon,  tra  Sama- 
ria e  Tolemaide.  Al  presente  Le- 
gione, Lengonen  o  Lengioneriy  è 
un  titolo  vescovile  in  partihiis  che 
conferisce  la  santa  Sede,  sotto  l'ar- 
ci vescovato  pure  in  partibus  di  Ro- 
di. Siria  sacra,  p.   283. 

LEGIONE.  Specie  di  reggimento 
o  di  corpo,  di  cui  erano  composte 
le  armate  romane,  formato  di  un 
dato  numero  di  fanti,  e  di  minor 
numero  di  cavalleria.  Furono  di  un 
differente  numero  di  soldati  secon- 
do i  diversi  tempi,  talvolta  di  tre- 
mila, talvolta  di  quattromila  ed 
anche  di  cinque  o  seimila.  Le  le- 
gioni composte  di  seimila  uomini 
comprendevano  dieci  coorti  ;  la 
coorte  cinquanta  manìpoli;  ed  il 
manipolo  quindici  uomini.  La  qua- 
lità di  cittadino  romano,  che  ri- 
chiedevasi  in  tutti  i  soldati  della 
legione,  formava  la  principale  dif- 
ferenza tra  questo  distinto  corpo 
e  le  truppe  ausiliarie.  Erano  loro 
insegne  le  figure  dell'  aquila,  del 
porco,  del  capricorno  ec.  La  legio- 
ne ebbe  origine  da  Romolo.  Della 
legione  fulminante  leggesi  in  Eu- 
sebio, Hist.  eccl.  1.  V,  e.  5,  e  ne- 
gli altri  scrittori  ecclesiastici,  che 
Marco  Aurelio  in  una  guerra  con- 
tro i  quadi  che  abitavano  di  là  dal 
Danubio,  in  un  istante  trovossì 
circondato  colla  sua  armata  da 
questi  barbari  ;  che  i  suoi  soldati 
tormentati  dalla  sete,  erano  per 
soccombere  e  sarebbero  periti,  se 
non  fosse  sopravvenuta  una  tem- 
pesta che  somministrò  ai  romani 
onde  dissetarsi ,  e  scagliò  fulmini 
sull'armata    nemica  .    Aggiungono 


LEG 

questi  medesimi  autori  che  un  ta- 
le prodigio  fosse  effetto  delle  ora- 
zioni de'soldati  cristiani;  lo  stesso 
Marco  Aurelio  lo  attestò  in  una 
sua  lettera  che  scrisse  al  senato  , 
che  in  testimonianza  del  fatto  die- 
de alla  legione  Milelina  composta 
di  soldati  cristiani,  il  nome  d'\  legione 
fulminante.  Siccome  i  pagani  attribui- 
rono il  prodigio  ai  maghi  ch'erano 
nell'armata,  nel  bassorilievo  della  co- 
lonna Antonina  fecero  scolpire  Giove 
pluvio,  il  quale  da  una  parte  fa  ca- 
dere la  pioggia  sui  soldati  romani, 
e  dall'altra  lancia  i  fulmini  contro 
i  loro  nemici.  Il  nome  di  Legione 
Tebea  poi  fu  dato  ad  una  legione 
delle  armate  romane,  che  ricusò 
di  sacrificare  agi'  idoli,  e  soffrì  il 
martirio  sotto  gì'  imperatori  Diocle- 
ziano e  Massimiano,  l'anno  di  Cri- 
sto 3oi.  S.  Maurizio  era  il  capo 
della  legione  Tebea. 

LEGION  D'ONORE,  Ordine 
equestre.  Nel  1789  la  repubblica 
francese  abolì  tutti  gli  ordini  ca- 
vallereschi ch'erano  in  Francia, 
cioè  dello  Spirito  Santo,  di  s.  Mi- 
chele, il  reale  e  militare  istituito 
da  Luigi  XIV  ed  approvato  da 
Luigi  XV,  di  s.  Lazzaro  di  Ge- 
rusalemme e  della  Madonna  del 
monte  Carmelo,  del  merito  mili- 
tare istituito  da  Luigi  XV.  Pochi 
anni  dopo  l'abolizione  di  tali  or- 
dini, che  solevano  conferirsi  anche 
ai  militari  per  ricompensa  delle 
loro  belle  azioni  e  servigi  ,  si  co- 
nobbe dal  governo  la  necessità  di 
surrogare  qualche  particolar  distin- 
zione. Napoleone  Bonaparte,  uno 
de'  primi  generali  delle  armate  re- 
pubblicane, fece  decretare  ai  solda- 
ti valorosi  de'  distintivi  consistenti 
in  guarnizioni  d'armi,  ed  in  alui 
segnali  d'oro  e  d'argento;  indi  ap- 
pena divenuto  primo  console,   per 


LEG 

appagar  le  brame  de'mllltari,  man- 
dò ad  efiètto  il  disegno  concepito 
di  fondare  un  ordine  militare  ed 
equestre,  col  titolo  di  Legion  d'o- 
nore, onde  premiare  i  bravi  solda- 
ti e  i  buoni  cittadini,  creando  una 
distinzione  fra  coloro  che  avessero 
bene  servito  la  patria.  Sulle  prime 
l'ordine  non  si  volle  approvare  dal 
governo,  ma  recata  la  questione  al 
tribunato,  dopo  vivi  dibattimenti 
restò  approvato  dalla  maggioranza 
de'  voli.  Quindi  con  decreto  con- 
solare venne  stabilita  l'istituzione 
dell'  ordine  della  legione  d'  onore, 
decreto  che  venne  pubblicato  il  3 
messidoro,  anno  X  della  repubbli- 
ca, cioè  a' 3  giugno  1802.  In  esso 
si  ordinarono  i  modi  con  cui  la 
legione  doveva  comporsi,  le  cari- 
che e  l'amministrazione  di  essa. 
Venne  statuito  un  consiglio  gene- 
rale, che  dovea  adunarsi  una  vol- 
ta per  ogni  mese,  onde  sovrain- 
tendere  a  quanto  poteva  riguarda- 
re l'istituto;  più  adunarsi  ogni 
semestre  per  rendere  note  le  nuo- 
ve promozioni,  e  ricevere  il  giu- 
ramento dai  novelli  legionari.  Si 
nominarono  un  gran  cancelliere  ed 
un  tesoriere  generale;  ogni  coorte 
della  legione  ebbe  i  suoi  capi;  si 
provvide  eziandio  al  tesoro,,  alle 
ricompense  ed  agli  onori.  Divenu- 
to imperatore  Napoleone,  nella 
cappella  degli  Invalidi  a  Parigi, 
ricevette  il  giuramento  dai  legio- 
nari ch'erano  in  quella  capitale, 
con  gran  pompa,  a*i4  luglio  i8o4, 
ossia  26  messidoro  anno  XII.  In 
questa  occasione  il  gran  cancellie- 
re pronunziò  un  enfatico  discorso , 
dopo  il  quale  i  grandi  ufficiali  del- 
la legion  d'onore  giurarono.  Prese 
quindi  la  parola  Napoleone,  e  tut- 
ti i  membri  dell'ordine  giurarono. 
Si  venne  poscia  allatto    di  distri - 


LEG  Boi 

buìre  la  decorazione  a  ciascun  in- 
dividuo, secondo  il  suo  grado.  L'im- 
peratore Napoleone  per  sempre  piò 
render  dignitoso  l'ordine  da  lui  fon- 
dato, non  ne  fregiò  che  il  vero  me- 
rito, tanto  tra'  militari,  che  tra'cit- 
tadini  e  nobili,  s' intende  già  quel- 
li che  per  lui  parteggiavano.  Ma  per 
la  breve  durata  del  suo  impero, 
corse  pericolo  che  lo  splendore 
dell'ordine  tramontasse  ;  tuttavolta 
il  re  Luigi  XYIII,  tornato  al  tro- 
no de'  suoi  antenati,  con  decreto 
de' 6  luglio  1 8 14  confermò  l'dl-di- 
ne  della  legion  d'onore,  però  con 
diversi  cambiamenti,  massime  nelle 
insegne  cavalleresche,  e  le  pensioni 
vennero  tolte  o  diminuite.  Nelle 
vicende  politiche  del  i83o,  nel 
nuovo  ordine  di  cose,  questo  or- 
dine fu  conservato  e  confermato. 

Il  re  de'  francesi  è  il  capo  prin- 
cipale dell'ordine  con  suprema  au- 
torità. L' intera  amministrazione 
degli  affari  dell'  ordine  è  affidata 
al  gran  cancelliere  .  Questo  or- 
dine si  compone  di  cinque  diver- 
se classi,  cioè  i  cavalieri,  gli  uffi- 
ziali,  i  commendatori,  i  grandi 
uffiziali  ed  i  gran  croce.  Il  nu- 
mero de*  cavalieri  semplici  non  ha 
alcun  limite,  e  quello  degli  uffi- 
ziali non  può  superare  i  duemila; 
quello  de' commendatori  non  deve 
essere  più  di  quattrocento;  quello 
de' grandi  uffiziali  non  può  sor- 
passare i  centosessanta;  quello  dei 
gran  croce  non  deve  trascendere 
gli  ottanta.  Va  notato,  che  i  prin- 
cipi della  famiglia  reale  e  gli  stra- 
nieri non  sono  compresi  in  questa 
ultima  classe.  L' insegna  e  decora- 
zione dell'ordine  della  legion  d'o- 
nore formasi  di  una  stella  a  cin- 
que raggi  doppi  smaltati  in  bian- 
co, tra  l'uno  e  l'altro  raggio  vie- 
ne ricorrendo  una  corona  di  quer- 


3o2  LEG 

eia  smaltata  verde  ;  nel  centro 
della  stella  sì  vedeva  in  origine 
il  ritratto  di  Napoleone  da  un 
lato,  coll'ep^grafe:  Napoleon  Emp. 
DEs  Fbancais  :  dall'altro  eravi  l'a- 
quila  imperiale  col  moto  in  giro: 
tìoNNEUR  ET  Patrie.  Dopo  la  rc- 
staurazionede'Borboni,  Luigi  XVIII 
tolse  alla  decorazione  l'effigie  di 
Napoleone,  e  vi  sostituì  quella  del 
re  Enrico  IV,  ponendo  nel  rove- 
scio i  gigli  di  Francia  e  conser- 
vando il  motto.  Nell'indicata  epo- 
ca 8el  i83o,  nella  decorazione  fu- 
rono levati  i  gigli,  ed  invece  si 
posero  due  piccole  bandiere  a  tre 
colori,  restando  nel  resto  intatta 
questa  cavalleresca  insegna.  La 
stella  è  sormontata  da  una  coro- 
na a  cui  si  congiunge  il  nastro  on- 
dalo di  colore  rosso,  da  cui  pen- 
de la  decorazione  sul  petto  de'ca- 
Talieri.  I  cavalieri  semplici  hanno 
la  stella  d'argento,  le  altre  classi 
)a  portano  d'oro.  I  grandi  ufficia- 
li ed  i  gran  croce  oltre  la  stella 
descritta,  usano  nella  parte  destra 
del  petto  una  gran  piastra  d' ar- 
gento, di  maggiore  o  minor  gran- 
dezza, nella  quale  è  impressa  la 
stella  a  cinque  raggi  tramezzati  da 
piccole  bandiere  a  tre  colori,  ed 
avente  nel  centro  il  ritratto  ip  bu- 
sto di  Enrico  IV,  col  memorato 
motto  intorno:  Honneur  et  Pa- 
trie, Ni  uno  viene  ammesso  all'or- 
dine della  legione  d'onore,  se  non 
che  col  primo  grado  di  semplice 
cavaliere,  salvo  un'eccezione  espres- 
sa del  re,  e  dopo  aver  esercitato 
per  vent'anni,  in  tempo  di  pace, 
funzioni  civili,  o  militari  in  tempo 
di  guerra,  con  distinzione,  o  dopo 
avere  resi  importanti  servigi  ai 
cittadini  e  allo  stato,  o  fatta  alca 
na  azione  famosa,  o  ricevuto  gra- 
vi ferite,    o    essersi    distinti    sopra 


LEI 

gli  altri  nelle  arti,  nelle  scienze  e 
nelle  lettere.  Per  poter  diventue 
uffiziale  della  legion  d'onore  biso- 
gna essere  fino  da  quattro  anni 
cavaliere  semplice  ;  per  essere  as- 
sunto al  grado  di  commendatore 
conviene  aver  tenuto  per  due  an- 
ni quello  di  uffiziale;  non  si  giun- 
ge alla  dignità  di  grande  uffiziale 
senza  prima  essere  appartenuto  per 
tre  anni  alla  classe  de'commenda- 
tori;  finalmente  non  si  perviene  al 
grado  di  gran  croce  se  per  lo  in- 
nanzi non  siasi  avuta  la  dignità  di 
grande  uffiziale,  e  sostenutala  per 
cinque  anni.  Tutti  i  membri  della 
legione  d'onore  giurano  fedeltà  al 
re,  e  obbedienza  alla  carta  costitu- 
zionale, come  pure  alle  leggi  del 
regno.  All'ordine  medesimo  furono 
congiunte  le  case  di  s.  Dionisio 
(Fedi)y  e  i  due  istituti  dipendenti, 
con  cento  pensioni,  e  ottocento  po- 
sti gratuiti  per  le  figlie  de'cavalie- 
ri  della  legione  d'onore.  La  sopra- 
intendente  dell'istituto  di  s.  Dioni- 
gio,  le  sei  dignitarie,  le  dodici  da- 
me delia  prima  classe,  le  quaranta 
della  seconda,  e  le  venti  novizie, 
portano  una  croce,  le  novizie  di 
argento  e  l'altre  d'oro:  nello  scu- 
do è  effigiata  la  Beata  Vergine 
assunta  in  cielo,  nel  rovescio  ewi 
l'iscrizione  dell'  ordine.  Deve  av- 
vertirsi, che  le  sole  dame,  le  quali 
per  vent'anni  abbiano  occupato  il 
loro  posto  con  zelo  e  diligenza, 
possono  viscire  in  pubblico  ornate 
della  croce. 

LEIBNITZ  Goffredo  Guglielmo. 
Uno  de'piìi  belli  ingegni  del  suo 
secolo,  nacque  in  Lipsia  a*  2  3  giu- 
gno 1646,  da  famiglia  nobile,  dei 
baroni  di  Leibnitz.  Egli  mostrò  da 
giovane  un  ardore  incredibile  per 
lo  studio,  e  lesse  avidamente  ogni 
sorta  di  libri,  che  trovò  nella  ricca 


LEI 

biblioteca  ereditata  dal  proprio  pa- 
dre. Poeti,  oratori,  storici,  giure- 
consulti ,  filosofi,  matematici,  teo- 
logi,  a  lutto  egli  applicossi  con 
ordine,  ed  in  tutto  riuscì  mirabil- 
mente. All'età  di  cent'anni  fu  ad- 
dottorato ad  AltorflF,  e  scrisse  mol- 
te opere  in  materia  di  giurispru- 
denza, e  tra  le  altre  un  progetto 
per  riformare  lutto  il  corpo  del 
diritto.  Fu  consigliere  dell'  elettore 
di  Magonza ,  del  duca  di  Brun- 
swick-Luneburgo,  deli*  elettore  Er- 
nesto Augusto,  e  finalmente  consi- 
gliere aulico  dell*  imperatore.  L*ac- 
cademia  delle  scienze  di  Parigi  lo 
nominò  primo  fra  i  suoi  membri 
esteri,  e  quella  di  Berlino  gli  va 
debitrice  della  sua  fondazione  :  essa 
fu  formata  nel  1700  sopra  un 
piano  da  lui  dato,  ed  egli  ne  fu 
presidente  perpetuo.  Morì  d'  anni 
settanta,  a' I  4  novembre  17 16,  Ab- 
biamo di  lui  moltissime  opere  di 
ogni  genere,  tra  le  altre  nomine- 
remo. I."  De  jure  suprematus  ac 
legalìonis  princìpum  Germaniae, 
sotto  il  nome  di  Furstener,  1667. 
1°  Coclex  jiiris  gentium  dìploma- 
ticusj  con  un  supplemento  a  que- 
sta raccolta  sotto  il  titolo:  Mantissa 
codicis  jurìs  gentium  diplomatici , 
con  belle  e  dotte  prefazioni,  1693- 
1700.  Queste  due  opere  sono  una 
eccellente  raccolta  di  trattali  di  al- 
leanza, di  lettere,  d'  investiture,  e 
diplomi  non  solo  spettanti  alla 
Francia,  ma  anche  alla  Germania, 
e  ad  altri  paesi.  3.°  Scriptores 
Bnisvicensia  illustrantes,  eccellente 
raccolta  per  servire  alle  storie  di 
Brunswick  e  di  Germania.  4-**  ^<2" 
crosancta  Trinìtas  per  nova  im'en- 
ta  logicae  defensa.  5."  De  origine 
francorum  disquisitio.  6."  Historia 
arcana  seu  de  vita  Alexandri  VI 
PapaCf    excerpta    ex    Diario   Jo. 


LEI  3oà 

Burcardi.  Fu  proibita  dalla  con- 
gregazione dell'  indice  e  posta  ia 
questo  nel  1703.  Leibinitz  è  inol- 
tre autore  di  molti  scritti  di  me- 
tafisica, di  lettere,  ec.  sulla  filoso- 
fia, la  storia,  ec.  Telseck  in  Lipsia 
pubblicò  :  Miscellanea  Leibnitiana, 
Da  ultimo  iù  Parigi  nel  184^  col- 
le nitide  stampe  di  Le  Clerc  fu 
pubblicato  l'applaudito  libro  inti- 
tolato :  Leibnizio  ec.  Systema  llieo- 
logicum  ìnscriptum  ;  edente,  mine 
primwn  ex  ipsissimo  auctoris  aii- 
tographo,  d.  Pietro  Paulo  La  Croix. 

LEIGHLIN  (Leighlien).  Città  ve- 
scovile d'Irlanda  nella  provincia  di 
Leinster,  contea,  presso  e  all'  ovest 
di  Leighlin  Bridge.  Leighliti  si 
chiama  pure  Old-Leighlin,  Lagli' 
niuni.  La  cattedrale,  distrutta  dal 
fuoco  nel  1060,  fu  ricostruita  nel 
1232.  Nel  pontificato  di  Onorio  II, 
e  verso  il  1 1 3o  fu  eretta  la  sede 
vescovile;  ma  nella  metà  del  seco- 
lo XVII,  altri  con  Commanville  di- 
cono nel  1600,  essendo  stato  il 
vescovo  sacrilegamente  ucciso,  la 
sua  diocesi  che  nel  secolo  XV  cra- 
si unita  a  Fernes,  passò  in  ammi- 
nistrazione al  vescovo  di  Kildare 
(Vedi),  e  d'allora  in  poi,  quantun- 
que le  due  diocesi  non  sieno  state 
canonicamente  unite,  pure  di  fatto 
il  vescovo  di  Rildare  si  dice  anco- 
ra di  Leighlin.  Hachestown  è  la 
parrocchia  di  Leighlin.  Le  diocesi 
di  Rildare  e  di  Leighlin  sono  suf- 
fraganee  della  metropoli  di  Dublino. 

LEI  RIA  (Ltirien).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  del  Portogallo, 
nella  provincia  dell'  Estremadura 
portoghese,  capoluogo  di  Comar- 
ca,  forte  città  che  occupa  una 
pianura  fertile  e  ben  coltivata,  ia 
amena  e  salubre  posizione,  cinta 
all'intorno  da  monti  boschivi,  ove 
rigoglioso  cresce  l'abete,  e  dal  fìu« 


3o4  LEI 

me  Liz  irrigala  nella  riva  destra, 
fiume  che  unendosi  alla  Lena,  en- 
tra ben  presto  nell'  Atlantico.  Ha 
un  sobborgo,  ed  è  circondata  di 
mura,  non  che  difesa  da  un  vec- 
chio castello,  che  fu  un  tempo  la 
residenza  del  re  Dionigi.  Oltre  la 
cattedrale  vi  sono  altri  rimarche- 
voH  edifizi.  Non  lunge  si  trova 
una  cospicua  Tetriera,  o  manifat- 
tura considerabile  di  cristalli,  ed 
acque  minerali.  Fu  il  detto  re  che 
sulle  vicine  colline  fece  piantare 
gli  abeti,  onde  impedire  ai  venti 
di  trasportare  le  sabbie  della  spiag- 
gia sul  suolo  ubei'toso  dell'interno. 
Leiria  o  Leira  o  Leria  non  è  l'an- 
tica CollìppOy  come  lo  credettero 
alcuni  autori,  ma  è  possibile  essere 
stata  fabbricata  coi  materiali  di 
queir  antica  città.  Alcuni  dissero 
fondata  Leiria  dal  romano  Sertorio. 
Il  re  Enrico  la  tolse  ai  mori  e 
fortificolla  ;  ripresa  da  essi  ritornò 
di  nuovo  in  potere  de'cristiani  sot- 
to il  re  Sancio  I  del  ii85,  e  fu 
la  residenza  di  molti  sovrani,  come 
del  re  Dionigi.  Tra  i  suoi  uomini 
illustri,  nomineremo  il  poeta  Lo- 
bo Rodrigues  Francesco. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  sotto 
il  regno  di  Giovanni  III,  nel  i544> 
dal  Pontefice  Paolo  III,  che  la  sot- 
topose alla  metropoli  ora  patriar- 
cato di  Lisbona,  di  cui  è  tuttora 
suffraganea.  Ne  furono  ultimi  ve- 
scovi Emmanuele  de  Aguiar  di 
Evora,  fatto  vescovo  nel  1790 
da  Pio  VI.  Giovanni  Ignazio  Fon- 
seca  Manso  della  diocesi  di  Evora, 
fatto  vescovo  nel  18 19  da  Pio  VII. 
Il  regnante  Papa  Gregorio  XVI, 
nel  concistoro  de'  3  aprile  i843 
preconizzò  vescovo  monsignor  Gu- 
glielmo Henriquez  de  Carvalho  di 
Coimbra,  che  in  quello  de'  24  no- 
vembre 1845   traslatò   al  patriar- 


LEI 

cato  di  Lisbona  e  poi  creò  cardi- 
nale. Nel  concistoro  poi  de'  1 6  a- 
prile  1846  dichiarò  vescovo  l'o- 
dierno monsignor  Emmanuele  Giu- 
seppe da  Costa  della  diocesi  di  Vi- 
seu ,  parroco ,  vicario  generale  e 
capitolare  di  tal  diocesi.  La  cat- 
tedrale, edifizio  di  magnifica  strut- 
tura, è  dedicata  in  onore  dell'  as- 
sunzione al  cielo  della  Beata  Ver- 
gine Maria.  Il  capitolo  si  compo- 
ne di  cinque  dignità,  la  prima  del- 
le quali  è  il  decano;  di  undici  ca- 
nonici prebendati,  di  sei  semi-pre- 
bendati, di  tredici  benefiziati  seu 
quartenarios ,  e  di  altri  chierici 
inservienti  al  coro,  oltre  il  cantore, 
principale  dignità  tra  i  quarlenari. 
La  cura  delle  anime  della  catte- 
drale è  affidata  ad  un  canonico, 
ed  ivi  è  il  fonte  battesimale.  Il 
palazzo  vescovile  è  ampio  e  bello, 
essendo  situato  presso  la  cattedrale. 
Nella  città  non  vi  è  altra  parroc- 
chia, ma  vi  sono  alcune  confrater- 
nite, monasteri  di  monache  con- 
servatorio, ospedale  e  seminario. 
La  diocesi  contiene  quaranta  par- 
rocchie. La  mensa  ad  ogni  nuovo 
vescovo  è  tassata  in  fiorini  otto- 
cento trentatre,  corrispondenti  al- 
l'annua rendita  di  seimila  crociati, 
moneta  portoghese,  seu  ad  tria  fe- 
re millia  scutata  romana  a  gii- 
bernìo  persolvenda.  Allorché  Pao- 
lo III  eresse  il  vescovato,  la  rendi- 
ta della  mensa  ascendeva  a  scudi 
dodicimila  annui. 

LEITMERITZ  (Litomericen).  Cit- 
tà con  residenza  vescovile  nella  Boe- 
mia, capoluogo  di  circolo,  distan- 
te dodici  leghe  da  Praga,  e  quin- 
dici da  Dresda,  situata  sulla  riva 
destra  dell'Elba,  che  si  attraversa 
sopra  un  ponte  parte  di  pietra  e 
parte  di  legno.  Fortificala  e  ben 
fabbricata    possiede  una   bella  cat- 


LEI 

tedrale,  diverse  chiese,  un'acccade- 
mia  e  un  ginnasio,  ed  altri  stabi- 
limenti. Il  suo  comnaercio  vi  è  at- 
tivo, e  consiste  generalmente  in 
prodotti  del  suo  territorio.  Leit- 
nieritz  chiamasi  pure  Leitomeriz  e 
Leiitmeritz,  Littomischel  o  Leitomi- 
chely  in  latino  Litomerium.  \\  No- 
vaes  nella  vita  di  Clemente  VI, 
dice  che  questo  Papa  nel  i344 
eresse  Praga  in  metropoli  e  la 
badia  di  Leutmeritz  de*  canonici 
regolari  premonstratensi  in  vescova- 
to, che  dichiarò  suo  suffraga neo. 
Il  capitolo  si  compone  di  un  ab- 
bate, di  un  priore,  di  un  cantore, 
di  un  custode,  di  un  procuratore, 
e  di  molti  canonici  regolari  pre- 
monstratensi. Ignorasi  l'epoca  in  cui 
terminò  questo  vescovato  con  cle- 
ro regolare;  ma  siccome  non  si 
trovano  suoi  vescovi  posteriori  al 
143 1,  così  si  crede  che  sia  stato 
soppresso  per  la  stessa  ragione,  per 
la  quale  restò  vacante  per  sì  lun- 
go tempo  l'arcivescovato  di  Praga, 
per  le  turbolenze  e  per  le  crudel- 
tà degli  ussiti  e  dei  taboriti,  che 
invasero  tutta  la  Boemia.  Il  pri- 
mo vescovo  di  Leitmeritz  fu  Gio- 
vanni ordinato  nel  i35o,  che  nel 
i385  divenne  vice-cancelliere  del- 
l'impero,  e  poi  vescovo  di  01- 
miitz.  Suoi  successori  furono,  Pie- 
tro Geliton  cancelliere  di  Carlo 
IV  re  di  Boemia^  che  mori  ve- 
scovo d'Olmiitz  nel  1 387;  Alberto 
conte  di  Hernberg,  fatto  vescovo  nel 
1871,  morto  verso  l'anno  i375; 
Giovanni  marchese  di  Moravia,  ve- 
scovo dopo  il  1375,  andò  poscia  alla 
sede  d'Olmiitz  nel  1387,  quindi  fu 
fallo  patriarca  d'Aquileia;  Giovan- 
ni Bucca  vescovo  di  Leitmeritz, 
poscia  di  Olmiitz  nel  i4'8,  am- 
ministratore dell'  arcivescovato  di 
Praga  e  cardinale,  morì  nel  i43o; 
voL.  xxxvn. 


LEI 


3t)5 


Paolo  Zideck,  prevosto  di  Praga, 
vicario  generale  della  metropoli, 
eletto  vescovo  di  Leitmeritz,  ma 
non  fu  ordinato. 

Altri  però  sono  d'accordo  con 
Commanville  in  dire,  che  la  sede 
vescovile  di  Leitmeritz  fu  istituita 
o  meglio  ripristinata  da  Alessandro 
VII  nel  i655,  ad  istanza  dell'im- 
peratore Ferdinando  III,  facendola 
nuovamente  sufifraganea  di  Praga, 
della  quale  lo  è  tuttora.  Nella  ri- 
pristinazione  di  questa  sede  vesco- 
vile, il  primo  vescovo  di  Leitme- 
ritz fu  Massimiliano  Rodolfo  ba- 
rone di  Scihleimitz,  nominato  a- 
gli  8  luglio  del  i658,  morto  nel 
1675.  Noteremo  fra  i  suoi  succes- 
sori, Ugo  Francesco  conte  di  Co- 
nigseg  consecrato  nel  17  11,  consi- 
gliere di  stato  dell'imperatore  Car- 
lo VI  e  gran  maestro  della  casa 
di  Giuseppe  Clemente  duca  di  Ba. 
viera,  elettore  di  Colonia,  che  mo- 
rì nel  1729.  Il  citato  Novaes  nel- 
la vita  di  Clemente  XI  narra  che 
nel  17 13  coir  usato  suo  zelo  apo- 
stolico riprese  detto  vescovo ,  il 
quale  avendo  in  diversi  modi  vio- 
lata r  autorità  della  santa  Sede 
e  l'immunità  ecclesiastica ^  ed  es- 
sendo perciò  incorso  nelle  censure, 
avea  osato  tuttavia  celebrare  solen- 
nemente la  messa  nella  cattedra- 
le di  Colonia  di  cui  era  deca- 
no; laonde  il  Papa  lo  ammonì  pa- 
ternamente a  correggersi ,  ed  a 
provvedere  alla  sua  coscienza  sen- 
za indugio.  Giovanni  Adamo  di 
Wralislavia  conte  di  Mitrovritz , 
già  vescovo  di  Konìgsgratz,  trasfe- 
rito a  Leitmeritz  nel  settembre 
1731  da  Clemente  XII.  Ferdinan- 
do Kindermann  a  Schulstein  della 
diocesi,  fatto  vescovo  nel  1790  da 
Pio  VI.  Venceslao  Leopoldo  Chen- 
mézansky  di  Koslitz,  traslato  da 
20 


3o6  LEL 

Cannea  in  parlìhus  da  Pio  VII  nel 
1802.  Questo  Papa  nel  181 5  gli 
diede  per  successore  Giuseppe  Fran- 
cesco Hurdalck  della  diocesi  di  Ko- 
iiigsgralz;  e  nel  1823  nominò  ve- 
scovo Vincenzo  Edoardo  Milde  di 
Moravia.  Questo  prelato  venendo  dal 
Pontefice  regnante  Gregorio  XVI 
traslato  alla  metropolitana  di  Vien- 
na, il  medesimo  Papa  nel  conci- 
storo de'  2  luglio  i832  preconiz- 
zò l'odierno  vescovo  monsignor  A- 
gostino  Hille,  nato  in  Sconau  dio- 
cesi di  Leitmerilz,  canonico  della 
cattedrale. 

La  bella  cattedrale,  di  mediocre 
grandezza  e  di  recente  struttura, 
è  dedicata  a  Dio,  in  onore  del  pro- 
tomartire s.  Stefano.  11  capitolo  si 
compone  della  prima  dignità  del 
decano,  della  seconda  dignità  del 
preposto,  di  sei  canonici  residen- 
ziali, di  sei  onorari  ,  oltre  le  pre- 
bende teologale  e  penitenziaria,  ed 
altri  preti  e  chierici  addetti  al  di- 
vino servigio.  La  cura  d'anime 
nella  cattedrale  pel  decano  la  di- 
simpegna un  prete;  in  essa  vi  è 
il  battisterio,  e  tra  le  reliquie  si 
venerano  i  corpi  di  s.  Vittorino 
vescovo  e  martire ,  e  di  s.  Felice 
martire.  L'episcopio  situato  presso 
la  cattedrale  è  un  edifizio  ampio 
e  conveniente.  Nella  città  vi  è  un'al- 
tra parrocchia  con  fonte  ha  Itesi - 
Hìale  j  due  conventi  di  religiosi,  ed 
il  seminario  cogli  alunni.  La  dio- 
cesi è  vasta  e  contenente  molli 
luoghi,  castelli  e  parrocchie.  I  frut- 
ti della  mensa  ad  ogni  nuovo  ve- 
scovo  sono  tassati  ne'  libri  delia 
camera  apostolica  in  fiorini  quat- 
trocento cinquanta,  dicendosi  ascen- 
dere r  annua  rendita  a  fiorini 
12,000  moneta  di  quelle  parti, 
senza  aggravio  di  alcuna  pensione. 

LELIO    Teodoro  ,     Cardinale. 


LEM 

Teodoro  Lelio  vescovo  di  Treviso, 
nel  1468  a'  21  novembre  fu  da 
Paolo  II  creato  cardinale,  ma  non 
ebbe  tempo  di  vestire  la  sacra  por- 
pora involatagli  dalla  morte,  a  cui 
assistè  lo  stesso  Papa,  con  paterni 
suggerimenti  al  passo  estremo.  li 
cardinale  lasciò  alcune  opere  che 
fanno  testimonianza  del  suo  sapere. 
Il  Ciacconio  scrive  che  la  dignità 
cardinalizia  tenne  Teodoro  per  die- 
cinove mesi  ;  il  Panvinio  conviene 
cl^e  fu  fregiato  di  tal  dignità;  l'U- 
ghelli  che  nell'  Italia  sacra  parla 
a  lungo  di  lui,  dice  espressamente, 
che  bramò  ma  non  ottenne  la  por- 
pora cardinalizia. 

LEMMAJNDA  o  LEMANDA.  Se- 
de  vescovile  che  alcuni  assegnano 
alia  Libia  Pentapoli,  e  Comman- 
ville  sotto  il  patriarcato  d'Alessan- 
dria; è  la  metropoli  di  Cirene,  e- 
retta  nel  V  secolo.  Ne  furono  ve- 
scovi Erone  e  Nasca. 

LEMNO  o  LEMNOS.  Sede  ve- 
scovile della  prima  Macedonia,  nel- 
l'esarcato del  suo  nome,  nell'  isola 
dell'Arcipelago,  nel  governo  turco, 
e  nel  sangiacato  di  Metelino,  chia- 
mata ancora  Stalimene.  11  porto 
Paradiso,  e  il  porto  s.  Antonio  la 
dividono  in  due  penisole  unite  da 
un  istmo.  Il  capoluogo  dell'  isola 
di  Lemno  porta  lo  stesso  nome  ed 
anche  Myrina.  Questa  antica  isola 
del  mare  Egeo  era  primieramente 
abitata  dai  pelasgi  o  sintii,  popoli 
della  Tracia.  Divenne  celebre  pel 
suo  laberinto,  e  per  la  favolosa  fu- 
cina di  Vulcano,  quivi  forse  situa- 
ta dai  poeti,  perchè  vuoisi  che  i 
suoi  abitanti  fossero  stati  i  primi 
a  fabbricare  le  armi.  Le  fu  pur 
dato  il  nome  di  Aethalia  o  bollen- 
te. Divenne  anche  famosa  nell'an- 
tichità pel  soggiorno  fattovi  dagli 
argonauti,  e  per  quello  di  Filolte- 


LEM 
(e  abbandonatovi  ferito  in  un  pie- 
de dai  greci,  che  andavano  all'as- 
sedio di  Troia.  In  progresso  slette 
sotto  la  dipendenza  delia  provincia 
d'Asia.  Fu  presa  dai  persiani  sot- 
to Dario,  e  dipoi  fu  assoggettata 
da  Milziade.  Sotto  il  basso  impe- 
ro appartenne  ai  veneti,  che  fu- 
rono obbligati  di  cederla  a  Mao- 
metto li;  indi  la  ripresero,  e  nel 
1 657  dovettero  abbandonarla  ai 
turchi.  Quanto  alla  sede  vescovile, 
Commanville  la  dice  eretta  nel  IV 
secolo,  sotto  la  metropoli  di  Filip- 
pi, e  che  nel  IX  divenne  metro- 
politana onoraria  senza  sufFraga- 
nei.  Nel  concilio  di  Nicea  v'  inter- 
venne Strategio  vescovo  di  Lemno, 
tra  i  vescovi  della  provincia  delle 
isole  Cicladi ,  e  per  conseguenza 
sotto  la  metropoli  di  Rodi.  He- 
jìhaestia  era  anticamente  la  sede 
del  vescovo,  il  quale,  dacché  fu  ro- 
vinata, stabilì  la  sua  dimora  nel 
monastero  di  s.  Paolo.  Hephacstla 
posta  nella  parte  orientale  delTiso- 
Ja  ne  fu  la  capitale,  e  si  crede  cor- 
rispondere air  odierna  Stalimene, 
Lemno  o  Myrina.  Silvano  vescovo 
di  Lemno  approvò  i  canoni  in  Trul- 
lo ,  quanto  agli  altri  vescovi  di 
Lemno,  fino  a  Joannice  o  Giovan- 
nice,  che  sedeva  nel  1 721,  si  può 
vedere  il  p.  Le  Quien  r\e\\*  Oriens 
christ.  t.   I,  p.   95  r. 

LEMPTA  o  LEMPTE,  Lepth 
parva.  Luogo  rovinoso  della  Bar- 
beria,  già  città  del  regno  di  Tu- 
nisi, sul  Mediterraneo,  un  poco  al 
sud  dalla  baia  diHammamet.  Sem- 
bra che  il  concilio  chiamato  dal 
p.  Labbé  de  Telepta,  dal  p.  Anto- 
nio de  Tela,  da  Ferrando  deZelda^ 
tenutosi  nel  4 '8,  e  nel  quale  i  ca- 
noni fatti  in  Roma  dal  Papa  s. 
Sirici© ,  furono  approvati ,  debba 
chiamarsi  de  Lempta,  città  celtica, 


LEM  3o7 

attualmente  villaggio  dello  stalo  di 
Tunisi  ;  ma  non  si  sa  perchè  la 
lettera  di  detto  Pontefice  agli  afri- 
cani, colla  data  deiranno  386,  non 
sia  stala  ammessa  che  nel  ^\^. 
Mansi  t.  II,  col.  25  òeW  Jppen- 
dice. 

LE-MANS  (Cenomanen).  Città 
con  residenza  vescovile  di  Francia, 
capoluogo  del  dipartimento  della 
Sarthe,  di  circondario  e  di  tre  can- 
toni, distante  cinquantaquattro  le- 
ghe da  Parigi,  situata  sopra  una 
collina,  vicino  al  confluente  della 
Sarthe,  che  si  attraversa  sopra  due 
ponti  antichissimi,  un  poco  al  di 
sopra  del  confluente  dell' Aune.  Vi 
sono  dei  tribunali  di  prima  istan- 
za e  di  commercio,  una  direzione 
dei  demani,  una  delle  contribuzio- 
ni indirette  ,  una  conservazione 
delle  ipoteche^  ed  una  camera  con- 
sultiva di  manifatture;  è  pure  ca- 
poluogo dell'undecima  conservazione 
forestale.  Assai  estesa  trovasi  bella- 
mente situata  in  gran  parte  sopra 
un  colle  ;  la  porzione  che  sta  sulla 
riviera  è  antica  e  mal  fabbricata. 
Le  case  fabbricate  in  pietra  sono 
coperte  di  lavagna,  bellissimo  so- 
pra tutto  essendo  il  quartier  nuo- 
vo. Fra  le  piazze  pubbliche  è  os- 
servabile quella  de'  mercati,  vastis- 
sima ed  assai  bella.  Sonovi  due 
passeggi,  l'uno  detto  de'  Giacobini, 
i  cui  viali  in  anfiteatro  presentano 
un  bel  colpo  d'  occhio ,  e  l' altro 
chiamato  il  Cancelliere,  che  si  esten- 
de sulle  rive  della  Sarthe,  ed  i  cui 
viali  formano  una  specie  di  labe- 
rinto.  La  cattedrale  è  un  bellissi- 
mo monumento  di  architettura  go- 
tica, incominciato  nel  IX  secolo,  e 
terminato  nel  XVI  ;  la  torre  ha 
duecento  piedi  di  altezza,  e  con- 
tiene un  orologio  che  è  un  capo 
d'opera.  Si  osserva  pure    il  paiaz- 


3o8  LEM 

zo  della  prefettura,  quello  della 
città,  ed  il  teatro,  uno  de*  più  belli 
della  Francia.  Questa  città  ha  diver- 
si stabilimenti,  come  il  collegio  co- 
munale ,  la  società  di  agricoltura , 
scienze  ed  arti,  la  società  reale  del- 
le arti  con  una  biblioteca,  un  ga- 
binetto di  storia  naturale,  un  mu- 
seo di  pittura ,  una  pubblica  bi- 
blioteca con  più  di  4ij000  volumi 
e  700  mss.,  e  due  altre  minori , 
l'una  nella  prefettura,  l'altra  nel 
palazzo  dì  giustizia  ;  due  ospedali, 
una  società  di  carità  materna  ec. 
Vi  sono  fabbriche  considerabili , 
laonde  corrispondente  è  il  suo  at- 
tivo  commercio.  E  patria  di  pa- 
recchi uomini  illustri,  tra'  quali  no- 
mineremo il  conte  di  Tressan,  De- 
nisot  pittore  e  poeta,  dei  matema- 
tici Laray  e  Marsenne,  dello  scul- 
tore Pilon,  di  Giacomo  le  Pellet- 
tier,  di  De  la  Croix  du- Maine,  ec. 
Le  Mans,  Suindinum  o  Vindi" 
nuniy  poi  Cenomaniy  Cenomania  o 
civitas  Cenomanorum ,  era  il  capo  • 
luogo  degli  Aulerci  Cenomani,  e 
e  del  Basso-Maiese.  È  una  delle 
più  antiche  città  della  Gallia  Cel- 
tica, e  doveva  essere  considerabile 
sotto  i  romani,  pel  gran  numero 
di  antichità  che  si  trovarono  tan- 
to nel  suo  circuito  che  nei  dintor- 
ni. Al  tempo  di  Carlo  Magno,  era 
una  delle  città  le  più  grandi  e  ric- 
che dell'impero.  Nei  secoli  IX  e  X 
fu  saccheggiata  dai  normanni  ;  nel 
XI  sofferse  in  conseguenza  delle 
guerre  del  conte  di  Angiò  e  del 
duca  di  Normandia,  e  nel  109^ 
fu  onorata  dalla  presenza  del  Pa- 
pa Urbano  II  ;  nel  XII  fu  incen- 
diata; Guglielmo  il  Conquistatore 
la  prese  nel  XIII  secolo,  e  vi  fece 
costruire  un  castello,  che  fu  demo- 
lito nel  161 7  dal  conte  d'Auver- 
gne  ;  la  peste   la   desolò   ne'  secoli 


LEM 
XV  e  XVI,  e  la  fame  nel  XVI!. 
Avendo  abbracciato  il  partito  del- 
la lega  sotto  Enrico  III  ed  Enrico 
IV,  questo  ultimo  l'assediò  e  la 
fece  capitolare  ;  il  duca  di  Beau- 
fort  voleva  impadronirsene  pel  prin- 
cipe di  Condé  e  pel  parlamento; 
ma  il  governatore  de  Gevres  la 
sostenne  sotto  l'obbedienza  del  re. 
Il  IO  dicembre  1798  l'armata  van- 
deista  rientrò  nella  città,  ma  fu 
scacciata  tre  giorni  dopo  dai  re- 
pubblicani; il  i5  ottobre  1799.se 
ne  impadronirono  i  sciovani.  Mal- 
grado tante  sciagure,  oggi  Le  Mans 
è  in  uno  stato  assai  prospero. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel 
terzo  secolo,  o  nell'anno  3oo  come 
dice  Commanville,  suffi'aganea  della 
metropoli  di  Tours,  di  cui  lo  è  tut- 
tora. Questa  sede  pretese  di  essere 
proto-trono,  non  solo  perchè  la  cit- 
tà era  la  prima  nelle  Notizie  an- 
tiche, ma  ancora  perchè  il  Papa 
accordò  il  pallio  ad  un  vescovo  di 
Mans  nell'anno  685.  Questa  illu- 
stre sede  fu  occupata  da  ottantu- 
no vescovi,  tredici  de'  quali  sono 
venerati  per  santi ,  due  cardinali , 
ed  un  altro  nominato  a  questa  di- 
gnità premorì.  Il  primo  vescovo  di 
Le  Mans  è  opinione  comune  che 
sia  stato  s.  Giuliano;  non  sono 
d'accordo  gli  scrittori  quanto  all'e- 
poca in  cui  governò,  che  pare  ver- 
so la  fine  del  secolo  III,  ed  ebbe 
in  successori  s.  Turibio,  s.  Parac- 
elo o  Parazio,  e  nel  34B  s.  Libo- 
rio che  fondò  molte  chiese  e  le 
provvide  abbondantemente  di  tutto 
il  bisognevole,  morendo  nel  897. 
Indi  divennero  vescovi  s.  Vittore, 
s.  Vittorio,  s.  Principio,  s.  Inno- 
cenzo, è  s.  Donnolo  che  fu  uno 
de'  più  grandi  vescovi  de'  suoi  gior- 
ni :  egli  fondò  l'abbazia  di  s.  Vin- 
cenzo di  Le  Mans,  in  cui  mise  dei 


LEM 

monaci  fervorosi,  e  terminò  quella 
di  s.  Giorgio  cominciata  dal  pre- 
decessore. Fondò  ancora  un  mo- 
nastero ed  un  ospedale  tra  Baugé 
e  la  Sarthe,  e  morì  nel  58 1.  Do- 
po la  morte  di  Caldegisillo  che 
avea  governato  da  mercenario  que- 
sta chiesa,  nel  586  fu  eletto  a  suc- 
cedergli s.  Bertranno,  il  quale  fab- 
bricò e  dotò  un  gran  numero  di 
ospedali,  e  fece  costruire  e  restau- 
rare molte  chiese:  credesi  che  mo- 
risse nel  6a3.  Duodecimo  vescovo 
fu  s.  Caduindo  irlandese  o  france- 
se, eletto  nel  625  ;  restaurò  parec- 
chi monasteri,  anche  nella  discipli- 
na, e  fondò  quello  di  Evron,  mo- 
rendo nel  653.  Neir832  fu  fatto 
vescovo  s.  Aidrico,  già  primo  cap- 
pellano e  confessore  dell'  impera- 
tore Lodovico  I  il  Pio.  Quando  il 
re  di  Francia  Carlo  il  Calvo  sog- 
giornò in  Le  Mans  per  ivi  opporsi 
alle  scorrerie  de*  normanni,  s.  Ai- 
drico Io  pregò  rimediare  ad  alcuni 
abusi  che  commettevansi  contro  il 
culto  divino  e  la  podestà  reale.  Sì 
riunirono  perciò  i  vescovi  neir843 
nel  borgo  di  Coulaine,  vicino  ai 
sobborghi  di  Le  Mans,  e  fecero  al- 
cune decisioni,  che  trovansi  nella 
raccolta  de*  concilii  t.  XXIII,  ediz. 
reg.  Aidrico  stabilì  un'  esatta  di- 
sciplina nel  suo  clero;  questo  il 
recò  a  fare  una  raccolta  di  cano- 
ni tratti  dai  concilii  e  dalle  decre- 
tali de'Papi,  sotto  il  nome  di  Capi- 
tolari d' Aidrico,  monumento  di  cui 
se  ne  compiange  la  perdita.  Egli 
morì  neir856.  Quanto  agli  altri 
vescovi  di  Le  Mans  potrassi  con- 
sultare la  Gali,  chrisl.  tom.  II, 
par.  I,  pag.  5i2  e  seg.,  e  Claudio 
Roberto  nella  serie  di  questi  ve- 
scovi :  solo  nomineremo  i  cardinali 
Teobaldo  de  Luxembourg  del  i474> 
ed  il  suo  figlio  Filippo  del    i49^>" 


LEM  3o9 
che  vi  fondò  un  collegio,  e  morì 
santamente.  Nell'anno  ii88  fu  te- 
nuto un  concilio  o  piuttosto  un'as- 
semblea a  Le  Mans  per  fare  una 
crociata.  Il  re  d'Inghilterra  Enrico 
Il  ordinò  in  quel  concilio,  che  tutti 
i  suoi  sudditi  regalerebbero  in  quel- 
l'anno la  decima  parte  delle  loro 
rendite  e  delle  loro  suppellettili, 
pel  soccorso  di  Terrasanta.  11  p. 
IVIansi  nel  Sappi,  alla  collezione 
de^  concilii  t.  II,  col.  i  o4 1  ,  par- 
lando di  un  concilio  di  Mans  del 
1237,  dice  non  essere  ben  certo 
che  quel  concilio  sia  stato  celebra- 
to ;  ma  che  però  avvi  luogo  a  sup- 
porre che  sia  stato  tenuto ,  come 
apparisce  da  due  lettere,  indirizzate 
a  Juello  o  Juvello  arcivescovo  di 
Tours  e  riferite  dal  p.  Mar  tene , 
l'una  nel  t.  VII  de'  suoi  Monumen- 
ti antichi,  l'altra  nel  t.  III  degli 
Aneddotij  la  prima  dell'abbate  di 
Marmoutier,  che  manda  le  sue  scu- 
se per  non  potervi  intervenire,  col 
pretesto  di  affari  pressanti  e  spino- 
sissimi ;  la  seconda  di  W 

arcidiacono  di  Penthievre,  il  quale 
prega  il  medesimo  prelato  di  non 
imputrrgli  a  colpa  la  sua  assenza, 
essend(  si  ammalalo  gravemente  in 
cammino.  Nel  i5i  i  fu  tenuto  altro 
concilio  in  Le  Mans,  Gallia  christ. 
t.  VI,  p.  249. 

Questa  sede  vescovile  fu  soppres- 
sa pel  concordato  fatto  da  Pio  VII 
colla  repubblica  francese  nel  1802, 
onde  ne  fu  ultimo  vescovo  France- 
sco Gaspardo  de  Jouffroy  Goussans 
di  Besangon,  dichiarato  vescovo  da 
Pio  VI  nel  1778.  Però  nel  1817 
dal  medesimo  Fio  VII  fu  ristabi- 
lito il  vescovato  di  Le  Mans  pel 
concordato  conchiuso  con  Luigi 
XVIII;  laonde  questo  Papa  nel 
concistoro  de'  21  febbraio  1820 
preconizzò  in  vescovo  Claudio  Mad- 


3io  LEN 

tlalena  de  la  Myre-Mory  di  Pa- 
rigi, a  cui  Pio  Vili  nel  1829  die- 
de in  successore  Filippo  Maria  Te- 
resa Guidone  Canon  di  Renues. 
Per  sua  morte  il  Papa  che  regna 
Gregorio  XVI,  nel  concistoro  de'20 
gennaio  i834,  nominò  l'attuale  ve- 
scovo monsignor  Gio.  Battista  Bou- 
vier,  nato  in  Saint-Charles,  diocesi 
di  Le  Mans,  già  superiore  del  se- 
minario, vicario  generale  e  capi- 
tolare. La  cattedrale,,  antico  ed  am- 
pio edifizio,  è  dedicata  a  Dio  in 
onore  di  s.  Giuliano,  mentre  anti- 
camente era  sotto  V  invocazione  di 
s.  Pietro.  II  capitolo  si  compone  di 
tre  dignità,  la  prima  delle  quali  è  il 
decano,  di  nove  canonici  compreso 
il  penitenziere,  oltre  diversi  canoni- 
ci onorari  ed  i  pueri  de  choro  pel 
servigio  divino.  JVella  cattedrale  vi 
è  il  fonte  battesimale,  il  canonico 
arcipiete  fa  le  funzioni  di  parroco, 
e  si  venerano  tra  le  insigni  reliquie, 
molli  corpi  de'  santi  vescovi  di  Le 
Mans.  Il  palazzo  vescovile  è  alquan- 
to distante  dalla  cattedrale.  Oltre 
questa  nella  città  vi  sono  altre  quat- 
tro chiese  parrocchiali  co*  rispettivi 
battisteri,  i  fratelli  della  dottrina 
cristiana,  un  grande  ospedale  ed 
un  magnifico  seminario  con  cento- 
cinquanta alunni.  La  diocesi  è  vasta 
e  contiene  cospicue  città  e  luoghi. 
Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  nei 
flutti  della  mensa,  dai  libri  della 
camera  apostolica,  in  fiorini  trecen- 
tosettanta. 

LENGLET  DUFRESNOY  Ni- 
cola. Nacque  a  Beauvais  a'3  otto- 
bre 1674,  e  nel  seminario  di  s. 
Maglorio  prese  gli  ordini  sacri.  Da 
questa  epoca  la  sua  vita  fu  un 
tessuto  di  sventure,  ch'egli  provo- 
cò colla  sua  penna  caustica  e  col- 
la smania  d'  indipendenza.  Esso 
pretendeva  di  scrivere,  pensare,  a- 


LEN 

gire  e  vivere  liberamente.  Errò  a 
lungo  nella  Germania  e  nei  Paesi 
Bassi,  finche  fissò  la  sua  dimora 
in  Parigi,  ove  si  famigliarizzò  col- 
la Bastiglia  e  colle  altre  prigioni. 
Giunto  all'età  di  ottantadue  anni,  pe- 
ri miseramente  sul  fuoco  nel  genna- 
io 1755.  Abbiamo  di  lui  un  gran 
numero  di  opere,  tra  le  altre,  i.** 
Una  edizione  del  Nuovo  Testamen- 
to in  latino,  con  delle  note  stori- 
che e  critiche,  1708.  2.°  Un'edi- 
zione del  Rationariiim  temporuni 
del  p.  Petavio,  Parigi  1708.  3." 
Commentario  di  Dupuis  sul  trat- 
tato della  libertà  della  chiesa  gal- 
licana^ Parigi  1715.  4'°  Confuta- 
zione  degli  errori  di  Spinosa^  dì 
Fenelon^  di  Lami  e  Boulainvìlliers. 
5.°  Trattato  istorìco  €  dogmatico 
sulle  apparizioni  e  visioni ^  ij5i. 
6."  Raccolta  di  dissertazioni  sul 
medesimo  soggetto,  1752.  7.°  Trat- 
tato storico  e  dogmatico  sul  segreto 
della  confessione,  1738.  8, '^  Diurno 
romano  tradotto  in  francese  col  la- 
tino a  fronte,  Parigi  1705.  9.° 
Metodo  per  is indiare  la  storia,  con 
un  catalogo  de'  principali  storici, 
1734.  IO."  Metodo  per  istudìare 
la  geografia.  11."  Imitazione  di 
Gesù.  Ciisto  tradotta  in  francese. 
12.°  Principii  della  storia  per  l'edu- 
cazione della  gioi'entìi.  i3.°  Ta- 
volette cronologiche  della  storia  u- 
niversale  sacra  e  profana,  ecclesia" 
stica  e  civile,  dalla  creazione  del 
mondo  sino  all'anno  l'J^^-  i4-" 
Laetantii  Fi rmiani  opera,  1748.  i5."* 
Storia  di  Giovanna  d'^ Arco,  l'jSZ. 
1 6."  Piano  della  storia  generale  e 
particolare  della  monarchia  fran- 
cese, Parigi  1754;  oltre  /nolte  al- 
tre opere  di  ditferente  genere.  Di 
molte  delle  mentovate  furono  fat- 
te diverse  edizioni  ,  altre  veimero 
tradotte  in    ahri   idiomi.   Tutte     le 


LEN  LEN                   3ii 

opei  e    di    Lenglet    abbondano    di  dovizia  di  beni    ecclesiastici ,    volle 
dotte  indagini,  siccome    dotato    di  pagare  lutti    i    debiti    del  defunto 
menjoi'ia     prodigiosa ,     di    vasta     e  suo  padre,  quantunque  non  avesse 
svariata  erudizione.   Aveva  uno  spi-  adito  all'eredità.  Dopo  essere  inter- 
rito vivo  e  focoso,  il  suo  conversa-  venuto    nei    conclavi     di     Gregorio 
re  era  aninialo  e  ricco  di  aneddoti,  XV,  ed     Urbano  Vili,    in    età  di 
possedeva  una  meravigliosa  facilità  cinqualtro  anni  morì  in  Roma  nel 
di  scrivere    sopra  ogni   argomento,  1627,  ed  ebbe  sepoltura  nella  sua 
con  stile  franco  e  mordace  che  non  basilica,  ove  fece  costruire  una  cap- 
risparmiava  alcuno,  e  che  gli  atti-  pella  in  onore   di  s.  Gio.   Battista, 
rò  tante  cattive  vicende.  ed  a  cui  lasciò  una  croce,  con  can- 
LENI  Giovanni    Battista,   Car-  dellieri  e    vasi    d'argento.  Le    pro- 
dinale.  Giovanni  Battista  Leni  pa-  prie  sostanze  le  assegnò  alla  chiesa 
trizio    romano  ,   resosi    interessante  di  s.  Carlo    a'  Catinari,    per  mezzo 
per  l'attinenza  del    sangue  che    lo  delle  quali  si  potè   magnificamente 
congiungeva  al  nipote  di  Paolo  V,  ortìare  ed  abbellire  quella   sontuo- 
cardinal    Scipione  Borghese,    a    cui  sa  chiesa,    e    costruirsi    la  superba 
nel  sembiante  non  poco  rassomiglia-  facciata.    Fu  questo    cardinale  uo- 
Ta,  fu    nel    1608     da  detto    Papa  mo  di  poche  lettere,  ma    supplì   a 
promosso    al    vescovato  di    Milelo,  questo  difetto  coU'illibatezza  di  spec- 
ed  a' 24    novembre    lo  creò  cardi-  chiati  costumi,    incomparabile  one- 
nale  prete  del  titolo    di  s.  Cecilia,  sta  e  onoratezza, 
e  protettore  de'canonici  regolari  del  LEiVOiN COURT     (di)    Roberto, 
ss.    Salvatore  ,  e    de*  minimi.    Nel  Cardinale.  Roberto  di    Lenoncourt 
161 1     il    Pontefice  lo    trasferì    alla  o     Leoncourt,  così     detto    dal  suo 
chiesa    di    Ferrara    ove    celebrò  il  feudo  posto     ne'confini    del  ducato 
sinodo,   incominciando  un  lodevole  di  Lorena,  nobilissimo  francese,  per 
governo.  Tutta  volta  fu  in  continue  santità    e  dottrina    chiarissimo,  es- 
controversie  col  clero  e  col  capito-  sendo  priore  dell'abbazia  della  Ca- 
lo di  Ferrara    per  materie  benefi-  rità     dell'  ordine     cluniacense  sulla 
ciali,  come  ancora   mosse  lite  con-  Loira,  indi     abbate    di    Barbella  o 
tro   alcuni    de'principali    di    quella  Sacroporto,    fu     da    Paolo  III  nel 
città,    legittimi     possessori  di   molte  i535     fatto     vescovo    di    Chalons,, 
decime,  comprate  anticamente   dai  che  poi  nel  i55o  rinunziò   al  nipo- 
loro  maggiori,  con  che  disgustò  non  te  Filippo;  venne    quindi   trascelto 
poco  la  città,  ed  egli  medesimo  fu  al     ministero     di    ambasciatore    di 
sempre  in   travaglio.  Nel   16 16  in-  Francia  presso    l'imperatore    Carlo 
trodusse    i    teatini,   i   frati    del  ter-  V  pel    ducato     di     Gheldria,  e  ad 
zo  ordine    di     s.    Francesco,  e     gli  istanza  del  proprio  sovrano,    Paolo 
agostiniani  scalzi    in  Ferrara.     Per  III  a'  20    dicembre     i538    lo  creò 
rinunzia  del   cardinal    Borghese  fu  cardinale    dell'  ordine    de'preti  col 
fatto  arciprete    della  basilica  Late-  titolo   di    s.     Anastasia,    dal  quale 
ranense,  di  cui   nell'anno  santo  del  successivamente  passò   sotto  Pio  IV 
giubileo  del    1625    aprì    e    chiuse  nel    i56o  al  vescovato     di  Sabina, 
la  porta  delta    santa,  ed  alla  qual  Già    nel     i55i     avea    ottenuto  da 
basilica  in    morte    lasciò  considera-  Giulio     III     in    amministrazione  la 
bih    doni.    Essendo    provveduto    a  chiesa  di  Metz,  e  da  Paolo  IV  nel 


3i2  LEN 

i556  quelle  di     Autun,    Ambrum 
ed     Arles,    e    dallo    stesso  Pio  IV 
nel  detto  anno    quella    di  Tolosa. 
Col  favore  del  cardinale  i   francesi 
nel    i552     s'   impadronirono    della 
città  di  Metz,  nel  quale  anno  egli 
intimò    r   assemblea    generale     del 
clero,  da  tenersi  in  un  certo  deter- 
minato giorno.  Essendosi  sparsa   in 
Roma     la  voce     di    sua    morte,  il 
cardinal  Carlo  di  Lorena,  che  con 
regresso    avea    a    lui  rinunziata  la 
chiesa  di  Metz,  rientrò    al  possesso 
del  suo  vescovato  j  lo  che  saputosi 
da  Lenoncourt,  rinunziò  spontanea- 
mente il  governo  di  quella  diocesi, 
tanto  più  che  per    le    sue  abituali 
infermità  era  divenuto    inabile  alle 
funzioni     episcopali.    Fabbricò    nel 
monastero  di  Reims  il    sepolcro  di 
s.    Remigio    con      tanta     eleganza, 
splendidezza    e     magnificenza  ,  che 
destò  l'ammirazione    della   Francia, 
e  riuscì     uno  de'  più    belli  monu- 
menti   del     regno.      Intervenne    a 
quattro  conclavi,  e  mori  nel   i56i 
in  Metz,  universalmente  compianto 
per  le  sue  egregie  virtù  e  preclare 
azioni,    per    le  quali     restò  la  sua 
memoria  in  benedizione.  Fu  sepol- 
to nella  cattedrale     di  Metz,    nella 
cappella  da  lui  fondata  e  alla  qua- 
le assegnò  convenevole    dote  come 
narra  il  Ciacconio;    ma    il  Fieury 
ed  i  Sammartani     scrivono    che  il 
di  lui    cadavere    fu    trasferito  nel- 
l'antica   sua     abbazia     o    priorato 
della  Carità.  Tra    le  doti  che  mi- 
rabilmente risplendettero  in  questo 
cardinale    prevalsero     la     pazienza, 
la  benignità  e    la    modestia,    onde 
il  Petramellara    enfaticamente,  più 
oratore  che  storico,    lo    somigliò  a 
Giobbe  nella    sofferenza,    a  s.  Egi- 
dio nella  dolcezza,  al  Papa  s.   Aga- 
pito I   nella  gravità,  e  per  l'umiltà 
e  la  dottrina  ai  ss.  xVmbrogio,  Ba- 


LEN 
silio,  e  Girolamo,  non  senza  esagC" 
razione  notabile.  Nel  i562  gli  u- 
gonotti  ne  abbatterono  il  mauso- 
leo, ed  empiamente  bruciarono  e 
gettarono  al  vento  le  ceneri  del 
cardinale. 

LENONCOURT     (di)    Filippo, 
Cardinale.  Filippo   di    Lenoncourt, 
nato     nel     castello    di     Cupeuray 
presso  Parigi,  dal   conte  Nanteville- 
Haudovin  della  diocesi   di    Meaux, 
«sorti  dalla  natura  tale  leggiadria  di 
aspetto  ed   eleganza  di  persona,  che 
venne  detto  comunemente  il  bellissi- 
mo tra  cavalieri  francesi.  Provveduto 
fino  da  giovinetto  di    tal  numero  di 
abbazie,    che  fecero    dire  agli  autori 
della    Gallia  Christiana,  t.    XII,   p. 
338:  sacerdotiorum  mole  oneratus, 
quani  ornatus,  accompagnò  il  cardi- 
nal   Roberto  suo  zio  nel  viaggio  di 
Roma.  Tornato    in  Francia  fu  pro- 
mosso  da    Giulio    III  nel  i55o  al 
vescovato    di  Chalons,    rinunciatogli 
dallo  zio,  quale  dimise  dopo  sei  an- 
ni. Trasferito  nel    i56o   da  Pio  IV 
a  quello  di    Auxerre,  dichiarato  re- 
gio  consigliere,    e    nel    1579    ^^^^^ 
commendatore  dell'ordine  dello  Spi- 
rito Santo,    fu   spedito    dal  proprio 
sovrano  ad  Enrica  III  re  di  Navarra, 
affine  di    esortarlo  energicamente  a 
voler   abiurare    l'eresia,  ed  abbrac- 
ciare la  cattolica  religione,  per  po- 
ter poi    senza     contrasti     succedere 
alla  corona    di    Francia  ;    ma  non 
potè  ottenere  cosa    alcuna  da  quel 
principe,  sebbene  per    parte  del  re 
di  Francia     gli     facesse  considerare 
tutte  le  difficoltà    che    avrebbe  in- 
contrale se  non    dichiaravasì  catto  - 
lieo.  Ma  Enrico    III    altro  non  ri- 
spose che  :  ciò  che  non  farà  la  re- 
ligione farà  la  spada  j    e  con  tale 
risposta    se    ne  tornò    in    Francia. 
Indi     ebbe    ordine    di  trasferirsi  a 
Roma  nel   1 586  per    affari  pubbli- 


LEO 

ci  della  corona.  Sisto  V  1'  onorò 
di  sua  benevolenza,  e  ad  istanza 
di  Enrico  III  re  di  Francia,  a'  17 
dicembre  lo  creò  cardinale  prete 
del  titolo  di  s.  Onofrio,  non  però 
arcivescovo  di  Reims  come  col  Ciac- 
conio  scrissero  altri.  Quello  ag- 
giunge che  nel  i588  il  cardinale 
intervenne  all'assemblea  degli  stati 
tenutasi  in  Blois,  nella  quale  segui 
la  strage  memorabile  del  duca  e 
del  cardinale  di  Guisa,  contraddetto 
dal  Petramellara  ;  ma  i  Sammar- 
tani  convengono  col  Ciacconio.  Mo- 
ri il  cardinale  nel  1592  in  Roma 
in  età  d'anni  sessantacinque  ;  ed 
ivi  ebbe  sepoltura,  quantunque  al- 
cuni pretendono  che  il  corpo  fos- 
se trasportato  a  Reims,  e  che  a- 
vesse  la  tomba  nella  cappella  della 
Madonna. 

LENZUOLI  BORGIA  Roderico, 
Cardinale.  V.  Alessandro  VI  Papa. 

LEO  (s.).   V.  Monte  Feltro. 

LEOBARDO  o  LIEBARDO  (s), 
rinchiuso  di  Turena.  Nacque  in 
Alvergna,  e  studiò  umane  lettere  in 
pubblico  collegio,  addimostrandosi 
sempre  inclinato  alla  pietà  e  alla 
divozione.  Per  aderire  ai  desiderii 
de'suoi  genitori  stava  per  prender 
moglie,  quando  la  subitanea  mor- 
te dei  medesimi  sconcertò  la  cele- 
brazione del  maritaggio.  Nell'anno 
571  abbandonò  il  suo  paese  ,  e 
passata  la  Loira,  andò  a  chiu(lersi 
vicino  alla  badia  di  Marmoutier, 
in  una  celletta  scavata  sotto  una 
roccia.  La  sua  applicazione  alla  let- 
tura e  alla  meditazione  della  santa 
Scrittura  gli  fece  più  fortemente 
sentire  le  verità  di  cui  Iddio  ave- 
va già  gittato  ì  semi  nel  suo  cuo- 
re. Ai  digiuni,  alle  veglie,  alla  pre- 
ghiera, accoppiava  il  lavoro  delle 
mani,  il  quale  consisteva  o  nel  co- 
piare \  libri   S9pti,  e  nello  scavare 


LEO  3i3 

quel  masso  col  piccone.  Alcuni  an- 
ni dopo  fu  costretto  ricevere  dei 
discepoli,  che  abitarono  in  alcune 
cellette  disposte  intorno  la  sua. 
Finalmente  dopo  ventidue  anni  di  ri- 
tiro, prevedendo  il  suo  fine,  doman- 
dò il  santo  Viatico  ,  che  gli  fu 
amministrato  da  s.  Gregorio  ve- 
scovo di  Tours,  e  morì  in  una 
domenica  di  quadragesima  dell'an- 
no 593.  S.  Gregorio  di  Tours 
che  ne  scrisse  la  vita,  racconta 
parecchi  miracoli  operati  da  que- 
sto servo  di  Dio.  Celebrasi  la  sua 
festa  ai     18  gennaio. 

LEOBAZIO  (s.),  abbate  in  Tu- 
rena.  V.  Orso  (s.). 

LEOBEN  o  LEUBEN  (Leobien). 
Città  vescovile  della  Stiria  supe- 
riore nella  Germania,  nel  circolo 
dell'Austria,  giace  sulla  riva  destra 
del  Mur  o  Muhr.  Vi  risiede  una 
alta  amministrazione  delle  sue  nu- 
merose miniere,  pel  ragguardevole 
traffico  che  ivi  si  fa  del  ferro,  bi- 
tume e  carbone  fossile:  il  bitume 
fossile  è  nerissimo ,  lapis  thracius. 
Nelle  sue  vicinanze  era  la  famosa 
abbazia  di  Goss  delle  fanciulle. 
Nel  1692  fu  saccheggiata  dall'ar- 
civescovo di  Salisburgo  e  da  Otto- 
ne di  Baviera.  Sebbene  il  vescovo 
non  vi  risieda,  dà  il  suo  nome 
e  titolo  di  sede  vescovile  di  Leo- 
ben  o  Leuben.  La  residenza  in 
vece  del  vescovo  è  in  Goss  o 
Goess,  grosso  borgo  della  Stiria  in 
riva  al  Muhr  sulla  parte  destra j 
con  sontuosa  catfedrale  cui  è  an- 
nesso il  palazzo  del  vescovo;  questo 
borgo  da  Leoben  è  discosto  per  u- 
na  lega  al  sud.  Leoben  possiede 
belle  caserme,  magazzini  da  sali, 
e  fucine  importanti.  Acquistò  Leo- 
ben celebrità  pei  preliminari  del 
trattalo  di  pace  di  Campoformio, 
tra  gli  austriaci   ed    i  francesi^  se^ 


3i4                   LEO  LEO 

guati  nel    1797  dall*  arciduca  Car-  tore.  Furono  inseguito  fatte  delle 

10,  e  dal  generale  Bonaparte.  ricerche  dai    ministri  pontificii  per 
L'imperatore  Giuseppe  II   nel  tì-  secondare  le    suppliche  dell'arci  ve- 

sìtare  le  città  e  luoghi   de'suoi  do-  scovo,  e   si  convenne    da  essi,  che 

minii    austriaci ,    trovando   la    città  Pio  VI  dovesse  fare  l'erezione  del 

di  Leoben  ed  altri  luoghi    ad  essa  vescovato    nuovo  ,    concederne    la 

soggetti,  dipendenti  in  spiritualibas  nomina  all'  imperatore,  ed  all'arci- 

dall'arcivescovo  di   Salisburgo,  pen-  vescovo  T  istituzione  e  consecrazio- 

sò  di    liberarli    colla  città  dalla  ec-  ne  del    nuovo  vescovo.    Quindi  fu 

clesiastica    giurisdizione  di    tal  pre-  scritto  all'  arcivescovo  che  il   Papa 

lato,  che  voleva  escludere  da  tutte  sarebbe    condisceso     a    concedergli 

le  parti    dell'  impero    d'  Austria,  e  l'istituzione    e  consacrazione  di   tal 

restringere  l'esercizio  della  sua  giù-  nuovo    vescovo^    qualora    da    sua 

risdizione  al  suo  territorio.   A  tale  Fintila  si  fosse  eretto  il  vescovato, 

effetto  risolvette  di  fare  erigere  Leo-  sopra  di  che    era    necessario  farsi 

ben    in  vescovato,    con  assegnargli  la  supplica.    Rispose    l'arcivescovo, 

per   diocesi  quel    territorio,  ed    al-  che  volentieri  avrebbe  obbedito  se 

tri  luoghi    del    suo    temporale  do-  avesse  avuto  ordine  dall'iraperato- 

minio    austriaco,    e    di    nominare  re  di    far  simile    istanza ,  la  quale 

ancora  il  vescovo    per    governarli,  per  altro  spettava  non  ad  esso,  ma 

L'imperatore  palesò   la  risoluzione  all'  imperatore,  che    bramava    tale 

a    monsignor    Girolamo    CoUoredo  vescovato  senza  intenzione  e  volon- 

arcivescovo    e    principe  sovrano  di  tà  sua.  I  ministri  pontificii  invita- 

Salisburgo,  insinuandogli    di  erige-  rono  il  nunzio    di    Vienna  perchè 

re    Leoben    in     vescovato,  confor-  ne    parlasse    all'  imperatore  ,    ma 

me  avevano  fatto  i    suoi  predeces-  questi  determinato    nel   suo  primo 

sori ,   che    avevano    eretti    quattro  sentimento  nulla    rispose.     E  però 

vescovati     ne'  secoli  precedenti.     Si  dal  Papa  fu  replicata  altra  lettera 

oppose    l'arcivescovo,    manifestando  all'  arcivescovo  ,    ordinandogli    di 

a  Giuseppe    II  i  motivi  pei    quali  nulla  operare  su  tale  oggetto,  e  di 

non  poteva  aderire.  Ma   cesare  fer-  astenersi  da    ogni    passo  ulteriore, 

mo  nella     sua     volontà,    tanto  re-  Nel  tempo    stesso    il    nunzio  tornò 

plico  e  scrisse  energicamente  all'ar-  ad     insistere     presso   T  imperatore, 

civescovo,    che  1'  obbligò     a  secon-  acciò    domandasse     l'  erezione     del 

darlo.  L'arcivescovo  pertanto  tutto  vescovato    e    la  nomina  del   vesco- 

manifestò  al  Pontefice  Pio  VI  con  vo.  Nulla  fece    cesare,    bensì    l'ar- 

lettera  di  agosto    1785,    esponendo  civescovo    si   astenne  da  ogni  atto. 

a  sua     Santità  di  essere  a  lui   ben  Allora  Pio  VI  scrisse  altra    lettera 

noto    quanto    aveva    operato     per  al  prelato,  colla  quale  gli  concesse 

opporsi  alla     volontà     di  Giuseppe  1'  istituzione    e     consecrazione    del 

11,  alla  quale  finalmente  trovavasi  nuovo  vescovo  di  Leoben,  incul- 
costretto  cedere  per  evitare  ogni  candogli  che  procurasse  che  l'ere- 
pregiudizio  a  danno  alla  sua  chie-  zione  della  sede  vescovile  si  facesse 
sa,  e    a    sé    medesimo.    Supplicò  dal  Papa. 

quindi    il  Papa  a    degnarsi  conce-  Non  fu  possibile  di  ottenere  l'in- 

dergli  la    facoltà    necessaria  per  a-  tentOj  per    cui    avendo  l'arcivesco- 

derire  alla    risoluzione  dell'impera-  vo  nuovamente  supplicato  Pio    VI 


LEO 

di  tale  erezione  da  farsi  da  esso^ 
e  vedendo  ancora  Tiiiiperatore  sem- 
pre determinato  a  non  domandar- 
la, scrisse  un  breve  a  mezzo  del 
segretario  de' brevi  a' principi  a*  17 
marzo  1786,  con  cui  die  all'arci- 
vescovo piena  autorità  e  flìcoltà  di 
erigere  in  nome  della  santa  Sede 
e  del  Pontefice  Pio  VI  Leoben 
in  vescovato,  assegnargli  il  metro- 
politano di  Salisburgo  stesso  e  la 
diocesi,  concedendo  la  nomina  al- 
l'imperatore e  suoi  successori,  e  di 
istituire  e  consecrare  il  nominato 
in  vescovo  di  Leoben.  Munito  di 
tali  pontificie  facoltà,  a'  19  aprile 
con  pubblico  istromento,  che  si 
conserva  nell'  archivio  dell'  arcive- 
scovato, l'arcivescovo  e  principe  di 
Salisburgo  Girolamo,  pel  maggior 
incremento  della  religione  e  como- 
do de'sudditi  dell'imperatore,  e  per 
secondare  le  sue  istanze,  eresse  la 
sede  vescovile  di  Leoben ,  colla 
dotazione  pel  vescovo  e  pel  capi- 
tolo, e  di  fiorini  548  per  la  chiesa 
cattedrale,  acconsentendovi  pure  il 
capitolo  di  Salisburgo  ;  dicendo  di 
ciò  fare  ad  esempio  de'predecesso- 
si  Gebhardo  e  Eberhardo  ,  senza 
pregiudizio  dei  privilegi  metropoli- 
tici, e  delle  chiese  suffiaganee  di 
Salisburgo,  cioè  Gurk,  Chiemense, 
Secovia  e  Lavant.  Pertanto  soppresse 
la  chiesa  parrocchiale  di  s.  Andrea 
apostolo  fuori  delle  mura  di  Leoben, 
e  l'eresse  in  cattedrale  sotto  la  me- 
desima invocazione,  con  cura  d'ani- 
me, dichiarandola  sufìraganea  della 
metropolitana  di  Salisburgo.  Asse- 
gnò per  residenza  del  vescovo  il 
monastero  di  Goss,  già  delle  mo- 
nache di  s.  Benedetto,  e  per  men- 
sa episcopale  12,000  fiorini,  da 
pagarsi  dall'imperatore  e  successo- 
ri, liberi  da  qualunque  peso.  Ad 
essi  concesse  la    nomina  si  del  ve^ 


LEO  3i5 

scovo  che  delle  dignità  e  canonici 
del  capitolo,  il  quale  cosi  venne 
formato.  »  In  dictu  porro  cathe- 
drali  ecclesiae  Leobiensi  unum  vi- 
carium  generalem,  qui  post  ponti- 
ficalem  major  sit,  cum  uno  cane- 
nicatu  et  una  praebenda  prò  uno 
vicario  generali ,  qui  caput  capitu- 
li  dicto  ecclesiae  Leobien  existat, 
iisque  gaudeat  praeminenliis,  quae 
sibi  de  jure  competere  possunt  et 
debent;  item  unam  praeposituram 
cum  unu  canon-icatu  et  praebenda 
prò  uno  canonico  praeposito,  nec 
non  unum  decanatum  cum  alio 
pariter  canonicatu  et  praebenda 
prò  alio  canonico  decano,  ao  unam 
custodia m  cum  alio  similiter  cano- 
nicatu et  alia  praebenda  prò  alio 
canonico  custode  ;  ac  alios  tres 
canonicatus  totidemque  praebendas 
prò  tribus  aliis  fuluris  mere  cano- 
nicis,  qui  una  cum  quatuor  vicariis 
in  eadem  cathedrali  ecclesia  Leo- 
bien singulis  diebus  horas  canoni- 
cas,  etc.  .  .  .  teneantur  ....  volen- 
tes  tamen  et  eadem  auctorilate  me- 
tropolitica monentes,  ut  futurus  e- 
piscopus  Leobien,  in  dieta  cathe- 
drali ecclesia  per  nos  erecta  et 
instituta,  unam  iheologalem  etalte- 
ram  poenitentiariam  respecti ve  prae- 
bendas ad  praescriptum  concilii  Tri- 
dentini erigere  et  instituere  cu- 
ret.  " 

Il  nominato  dall'  imperatore  fu 
consacrato  dall'arcivescovo  di  Salis- 
burgo a'28  aprile,  Alessandro  con- 
te di  Engl  o  Engel  di  Wagram 
diocesi  di  Passavia,  in  vescovo  di 
Leoben,  per  la  prima  volta  e  cosi 
in  perpetuo.  Il  prelato  occupò  la 
sede  sino  al  i8oo,  quvindo  morì. 
I  tristi  avvenimenti  della  guerra 
che  allora  agitavano  tutta  l'Euro- 
pa, e  rovesciando  egualmente  tro- 
ni e  chiese,  impedirono  il  rimpiat- 


3i6  LEO 

zo  della  sede  rimasta  vedova;  an- 
zi passando  nel  i8o5,  in  virtù 
della  pace  di  Presburgo,  il  terri- 
torio salisburghese  in  dizione  d'Au- 
stria, e  cessando  perciò  quel  mo- 
tivo che  diede  l'esistenza  a  questo 
vescovato,  nel  1808  da  parte  po- 
litica ne  fu  pronunziata  la  soppres- 
sione, e  finché  ne  fossero  fatti  nuo- 
vi accomodamenti  ,  1'  amministra- 
zione della  diocesi  di  Leoben  fu 
commessa  al  vescovo  di  Secovia 
(Fedi)^  il  quale  tuttora  la  governa, 
sebbene  bramoso  di  vedere  giun- 
gere il  tempo  che  termini  questo 
stato  provvisorio  poco  consolante, 
e  dare  luogo  ad  un  regolamento 
definitivo,  più  vantaggioso  agi'  in- 
teressi della  chiesa  di  Leoben. 

LEOCADIA  (s.),  vergine  e  mar- 
tire. Nativa  di  Toledo,  si  fece  co- 
noscere pel  suo  zelo  nel  professa- 
re la  religione  di  Cristo  in  tempo 
della  persecuzione  di  Diocleziano 
nell'anno  3o4.  Venne  arrestata,  per 
ordine  del  governatore  Baciano,  e 
dopo  aver  sofferto  orribili  tormen- 
ti, fu  condotta  in  prigione,  dove 
passò  di  questa  vita  mortale.  Ella 
è  patrona  di  Toledo,  ove  nel  i58o 
furono  riportate  solennemente  le 
sue  reliquie,  che  duranti  le  scorre- 
rie de'mori  erano  state  trasferite 
altrove.  I  martirologi  notano  la  sua 
festa  ai  9  dicembre. 

LEODEGARIO  (s.),  vescovo  di 
Autun,  martire.  Discendente  d'una 
delle  più  nobili  famiglie  di  Fran- 
cia, nacque  nell'anno  616,  e  fu 
condotto  giovanissimo  da' suoi  ge- 
nitori alla  corte  del  re  Clotario  li; 
poscia  fu  affidato  alle  cure  di  suo 
zio  Didone  vescovo  di  Poitiers,  che 
vedendolo  avanzarsi  nella  virtù  e 
nella  scienza,  lo  ordinò  diacono  in 
età  di  vent'anni,  e  poco  dopo  lo 
fecQ  arcidiacono,  e  gli    commise  il 


LEO 

governo  della  sua  diocesi.  Essendo 
morto  l'abbate  di  s.  Massenzio  ver- 
so il  65 1,  Leodegario  governò  quel 
monastero^  fino  a  che  essendosi  ac- 
quistata coi  suoi  consigli  grande 
riputazione  presso  s.  Batilde,  che 
reggeva  lo  stato  nella  minorità  di 
suo  figlio  Clotario  III,  fu  chiama- 
to alla  corte,  e  nel  659  nomina- 
to vescovo  di  Autun.  Il  nuovo  pa- 
store ricondusse  la  pace  nella  sua 
diocesi,  già  da  due  anni  lacerata 
dalle  fazioni  di  due  ambiziosi  ec- 
clesiastici che  aspiravano  a  quella 
sede.  Egli  sollevò  i  poveri,  istruì 
il  clero  ed  il  popolo,  decorò  le 
chiese  e  le  arricchì  di  sacre  sup- 
pellettili, e  con  magnificenza  re- 
staurò il  battisterio  della  cattedra- 
le. Nel  661  o  663  radunò  un  si- 
nodo ad  Autun,  dove  si  fecero  di- 
versi canoni  risguardanti  la  rifor- 
ma de' costumi  e  la  monastica  di- 
sciplina. Ebbe  parte  al  governo 
dello  stato  sotto  il  re  Childerico 
II,  fratello  e  successore  di  Clota- 
rio III.  Lo  zelo  che  mostrò  per  il 
bene  pubblico  gli  suscitò  molti  in-  J 
vidiosi  che  tentarono  di  perderlo,  1 
e  riuscirono  di  farlo  rinchiudere 
per  ordine  del  re  nel  monastero 
di  Luxeul.  Frattanto  essendo  sta- 
to ucciso  Childerico  nel  678,  san 
Leodegario  ritornò  ad  Autun.  E- 
broino,  avversario  del  santo  vesco- 
vo, fece  riconoscere  per  re  un  pre- 
teso figliuolo  di  Clotario  III,  cui 
egli  chiamava  Clodoveo,  e  nello 
stesso  tempo  fece  marciare  nella 
Borgogna  un'armata,  la  quale  mos- 
se tosto  contro  la  città  di  Autun. 
Il  degno  pastore,  sapentlo  che  non 
volevano  che  la  sua  persona,  si 
consegnò  da  sé  stesso  ai  suoi  ne- 
mici, che  barbaramente  lo  accie- 
carono.  Fu  poscia  costretto  a  cam- 
minare   a    pie  nudi  per    vie    aspre 


LEO 

e  difficili,  gli  furono  tagliate  le 
estremità  delle  labbra  e  della  lin- 
gua, e  spogliato  de'suoi  abili  fu 
dato  in  custodia  a  Vaningo  go- 
vernatore del  paese  di  Caux.  Es- 
sendo costui  uomo  dabbene,  trat- 
tò onorevolmente  il  suo  prigionie- 
ro, e  lo  ricoverò  nell'  abbazia  di 
Fecamp,  ove  passò  tre  anni,  ed 
avendo  ricuperato  l'uso  della  fa- 
vella istruiva  le  religiose  del  mo- 
nastero, offeriva  ogni  giorno  il  san- 
to sagrifizio,  e  faceva  continuamen- 
te orazione.  Ebroino,  il  quale  si 
era  fatto  dare  da  Teodorico  la  di- 
gnità di  prefetto  del  palazzo,  ed 
era  padrone  assoluto  della  Neustria 
e  della  Borgogna,  s'infinse  di  vo- 
Jer  vendicare  la  morte  di  Childe- 
rico,  alla  quale  accusava  falsamen- 
te s.  Leodegario  di  essere  concor- 
so con  Onerino  suo  fratello.  Egli 
fece  comparire  i  prelesi  colpevoli 
dinanzi  al  re  ed  ai  signori  del  re- 
gno, e  fece  loro  assai  forti  rim- 
proveri. Guerino  venne  appiccalo 
ad  un  palo  e  uccìso  a  colpì  di  pie- 
tre: la  condanna  poi  di  s.  Leode- 
gario fu  diiferita,  infinchè  fosse 
stato  deposto  da  un  sinodo.  Rac- 
colti nel  palazzo  alcuni  vescovi 
corrotti,  Ebroino  vi  fece  condurre 
il  santo,  il  quale  tuttoché  prote- 
stasse la  sua  innocenza  chiamando 
Iddio  in  testimonio,  fu  degradato, 
e  consegnato  poscia  nelle  mani  di 
Crodoberto  conte  del  palazzo,  che 
aveva  ordine  di  farlo  morire.  L'em- 
pio comando  fu  eseguito  nella  fo- 
resta d'Ivelina,  detta  oggidì  di  s. 
Leodegario,  nella  diocesi  d'Arras, 
sui  confini  di  quella  di  Cambrai, 
correndo  l'anno  678.  Il  suo  corpo 
fu  seppellito  a  Sarcin  nell'Artesia, 
per  le  cure  della  moglie  del  conte 
Crodoberlo,  e  trasferito  poscia  nel 
monastero  di  s.  Massenzio,  da  do- 


LEO  3i7 

ve  venne  trasportato  ad  Ebreul, 
Sonosi  fatti  da  Dio  parecchi  miracoli 
per  l'intercessione  di  s.  Leodegario,  e 
diverse  chiese  furono  fabbricate  in 
onore  di  lui.  Jl  suo  culto  è  cele- 
bre in  Francia,  e  la  sua  festa  è 
notata  ai  1  d'ottobre  nel  martiro- 
logio romano  moderno. 

LEODEGARIO  (s  ).  Fioriva  sul 
finire  del  sesto  secolo,  e  gli  fu  com- 
messo dal  vescovo  di  Sciallon  il 
governo  della  chiesa  di  Perlhe.  A- 
dempì  con  molto  zelo  le  sante  fun- 
zioni delle  quali  era  incaricato; 
unì  lo  spìrito  di  preghiera  alla 
pratica  del  digiuno  e  delle  altre 
opere  buone,  e  si  rese  sopra ttu Ito 
ragguardevole  per  la  sua  umiltà, 
dolcezza  ed  affabilità.  Morì  assai 
vecchio  della  morte  dei  giusti,  e 
fu  seppellito  nella  chiesa  dìNosIra 
Donna  di  Perlhe.  Riedificata  que- 
sta chiesa  dopo  essere  stata  ab- 
bruciala dai  barbari,,  il  corpo  del 
santo  fu  disotterrato  e  deposto  die- 
tro all'altare  verso  il  g47,  e  nel 
I  1 15  fu  messo  in  una  nuova  cas« 
sa.  È  onorato  ai  24  d'aprile. 

LEODORICIA,  Loidoricmm.  Se- 
de vescovile  della  prima  Tessaglia, 
neir  esarcato  di  Macedonia,  sul  gol- 
fo di  Zeiton,  sotto  la  metropoli  di 
Larissa,  eretta  nel  IX  secolo.  La 
città  al  presente  è  un  villaggio 
greco  chiamato  Litari.  Fu  anche 
sede  d'un  vescovo  latino,  e  Giovan- 
ni XXIII  vi  nominò  vescovo  Ven- 
ceslao  dell'ordine  de'predicatori.  O- 
rìens  christ.  t.  Ili,  p.  988. 

LEON  o  LEONE  '  (Regno  di), 
Legionense  Regnum,  e  da  quelli 
del  paese  chiamato  Reìno  de  Leon. 
Grande  divisione  della  Spagna, 
che  rinchiude  le  sei  moderne  pro- 
vincie  di  Leone,  Palencia,  Sala- 
manca, Toro,  Valladolid  e  Zamo- 
ra,  alle  quali  qualche    volta  si  ag- 


142092 ' 


3i8  LEO  LEO 

giungono  le  Asturie.  Il  suolo  è  in  o  Bermondo  I,  nel  797  Alfonso  II 
generale  montuoso,  di  un  clima  il  Casto,  nell'  84^  Ramiro  I,  nel- 
sano^  quantunque  in  generale  fred-  1'  85o  Ordogno  o  Ordonio  1,  nel- 
do  neir  inverno  e  caldissimo  nel-  1*866  Alfonso  III  il  Grande,  nel 
l'estate.  Abbonda  di  belle  vallate,  910  Garzia  I,  nel  91 3  Ordogno  II, 
come  quelle  della  Mediana  e  dei  nel  928  Froila  II,  nel  927  Alfonso 
BatJiceas,  ed  in  pianure  fertili.  Le  IV,  nel  983  Ramiro  II,  nel  950 
montagne  rinchiudono  miniere.  Il  Ordogno  III,  nel  915  Snncio  I 
Douro  è  il  fiume  primario.  Ne  il  Grosso,  nel  967  Raniero  HI,  nel 
chiudono  il  lato  boreale  le  Asturie,  988  Bermudo  II,  nel  99^  Alfonso 
circoscrive  la  Vecchia  Castiglia  il  V,  nel  1027  Bermudo  III  che 
canto  orientale;  dalla  parte  meri-  morì  nel  1037.  Ferdinando  I  suc- 
dionale  ha  la  Nuova  Castiglia  e  cesse  nel  regno  di  Castiglia  a  San- 
FEstremadura,  eviene  all'occidente  ciò  III  il  Grande  re  di  Navarra,  e 
limitato  dal  Portogallo  settentrio-  divenne  re  di  Castiglia  e  di  Leone, 
naie  e  dalla  Galizia.  La  maggior  Ferdinando  III  re  di  Leone  eredi- 
parte  di  questa  contrada  era  abita-  tò  dal  suo  minor  nipote  Enrico  I 
ta  dai  vettoni.  Pelagio  principe  re  di  Castiglia,  e  uni  nella  sua 
goto  nell'anno  718  incominciò  ad  persona  e  pe' suoi  successori  que- 
occupare  la  regione,  poscia  per  una  sti  due  regni  verso  Tanno  12  17. 
sanguinosa  battaglia  conquistò  Leo-  Prima  di  ciò  Ferdinando  II,  figlio 
ne  sui  mori  nel  722,  incomincian-  di  Sancio  III  di  Navarra  e  di  Nu- 
do dalle  Asturie  ad  estendere  il  gna  di  Castiglia,  avendo  ucciso  in 
suo  potere,  onde  i  suoi  successori  battaglia  suo  cugino  Vermondo  o 
vi  fondarono  il  regno  di  Oviedo,  Bermondo  III  re  di  Leone  nel 
con  titolo  di  re  d'Oviedo,  sino  ad  1087,  si  era  fatto  coronare  re  di 
Ordogno  o  Ordonio  II  che  assunse  questo  stato  e  delle  Asturie  nel 
il  nome  di  re  di  Leone.  Ma  i  ero-  1088.  Quantunque  riunito  alla  co- 
nologisti  nella  serie  dei  re  del  re-  rona  di  Castiglia,  Leone  non  per- 
gno  di  Leon  e  delle  Asturie  in-  dette  il  titolo  di  regno,  e  da  ciò 
cominciano  da  Pelagio  che  morì  incominciò  l'amalgama  dei  piccoli 
nel  787,  e  gli  successe  Favilla,  e  stati  che  si  erano  stabiliti  nel  nord 
dopo  di  lui:  nel  789  Alfonso  I  il  della  penisola  di  Spagna  [Feci). 
Cattolico,  nel  ^5j  Froila  I,  nel  Leon  fu  il  primo  regno  cristiano 
768  Aurelio,  nel  774  Silo,  nel  della  Spagna. 
783  Mauregato,  nel  788  Bermudo 


FINE    DEL    VOLUME    TRIGESIMOSETTIMO. 


BX  8i|l  .M67  18^0  SMCR 


MoRONi,  Gaetano,  1802- 

1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico-ecclesiastica 
AFK-9it55